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I poemi omerici: composizione e questione omerica

I poemi omerici: la composizione

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Lo stile dell’epos è caratterizzato dalla presenza di formule: si tratta di nessi verbali di varia estensione che si ripetono nella stessa sede del verso per esprimere un identico concetto o assolvere a una stessa funzione.

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Possiamo distinguere tre gradi di formularità:

  • minimo: consiste nell’epiteto che qualifica�stabilmente un personaggio o un aspetto�della realtà;
  • medio: consiste nell’uso di nessi�formulari che occupano parzialmente�o interamente un verso;
  • massimo: si riscontra nella ripetizione di�interi discorsi o scene (le cosiddette�“scene tipiche”).

Lo stile

L’acropoli di Micene

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L’elemento chiave della dizione epica è dunque la formularità, strettamente correlata al concetto di oralità.�La prima fase di elaborazione dei poemi omerici si è svolta in un contesto di oralità primaria (composizione, pubblicazione, trasmissione orali) e ha prodotto un testo fluido, fissato in forma scritta solo nell’VIII secolo.

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I poemi omerici sono quindi non un�documento, ma una testimonianza�di oralità. Lo attestano i seguenti indizi:

  • la regolarità ritmica dell’esametro, che�rivela una lunga elaborazione orale;
  • la formularità, un aiuto non solo per�l’aedo che compone improvvisando, ma�anche per il pubblico di ascoltatori, al�quale offre punti di riferimento.

L’oralità nei poemi omerici

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Ma quale impatto ha avuto sui poemi omerici l’introduzione della scrittura? L’epos esametrico è più antico della scrittura alfabetica.�Nei poemi omerici non vi sono menzioni della scrittura, a eccezione forse di due passi: il messaggio di Bellerofonte in Il. 6,168 ss. e il sorteggio dei guerrieri achei in Il. 7,175 ss.

La scrittura subentra come strumento di�trasmissione e di elaborazione dei poemi�solo nella seconda metà dell’VIII secolo.

Lo attestano alcuni indizi:

  • la violazione della formularità;
  • la presenza di fenomeni linguistici recenti�accanto a tratti più antichi;
  • la mescolanza di oggetti e pratiche di�epoche diverse (età micenea, medioevo�ellenico, età arcaica).

La scrittura nei poemi omerici

Tavoletta micenea

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Composizione, esecuzione e trasmissione dell’epos sono affidate prima agli aedi, poi ai rapsodi.�L’aedo è un poeta di corte (cfr. Femio e Demodoco nell’Odissea) che trova nella cerchia nobiliare del sovrano miceneo il suo pubblico. L’aedo:

  • compone e trasmette oralmente l’epos, selezionando temi e strutturando la narrazione in modo da rispettare l’orizzonte d’attesa degli ascoltatori;
  • è depositario di conoscenze e di una perizia tecnica�che gli vengono trasmesse dalle Muse;
  • è la memoria culturale e valoriale della società;
  • stabilisce con il pubblico un rapporto di forte empatia.

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Il rapsodo è invece un cantore itinerante che in età arcaica esegue canti epici ormai fissati dalla tradizione nel contesto di agoni associati a feste religiose panelleniche o locali.

Aedi e rapsodi

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I poemi omerici ci appaiono come il prodotto finale di un processo di elaborazione e trasmissione collettiva.

Qual è dunque la consistenza storica della figura di Omero? L’insieme dei tentativi di rispondere a questa domanda costituisce la “questione omerica”.

La questione omerica: gli antichi

La questione omerica nell’antichità: le tappe fondamentali

Pisistrato

avrebbe ordinato una riorganizzazione dei canti epici attribuiti a Omero dalla quale sarebbero sorti i due poemi (VI sec. a.C.)

Xenone ed Ellanico

questi due grammatici, detti i “separatisti”, attribuiscono i poemi omerici a due autori diversi, in ragione delle differenze tematiche (II sec. a.C.)

Anonimo del Sublime

L’anonimo autore del trattato Sul sublime (I sec. a.C.) attribuisce l’Iliade alla giovinezza di Omero, l’Odissea alla vecchiaia

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La questione omerica riprende vigore in età moderna, verso la fine del XVII secolo e per tutto il XVIII:

La questione omerica: i moderni

La questione omerica nell’età moderna: le tappe fondamentali

D’Aubignac

nega l’esistenza di Omero e ritiene i poemi frutto di un lungo lavoro di redazione

Vico

vede in Omero il simbolo della facoltà storico-narrativa di un popolo e ipotizza composizione e trasmissione orali

Wood

sostiene la tesi dell’oralità sulla base delle sue osservazioni antropologiche nel mondo egeo

Wolf

tenta di ricostruire la storia del testo omerico e sostiene la tesi della composizione orale e della redazione pisistratea

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Gli studi di Wolf portano alla nascita della critica analitica, ossia del tentativo di analizzare il testo omerico per individuare gli apporti di singole personalità autoriali, facendo leva soprattutto sulle incongruenze narrative:

  • Hermann ritiene che i poemi si siano sviluppati da un nucleo originario (p.es. l’ira di Achille per l’Iliade);
  • Lachmann ipotizza una progressiva�aggregazione di canti originariamente isolati;
  • Wilamowitz immagina che Omero abbia�raccolto e rielaborato canti tradizionali, che�avrebbero subito aggiunte successive.

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Come si intuisce, gli analitici immaginano i�poemi come opere moderne, composte con�l’ausilio della scrittura.

La critica analitica

Micene, circolo delle tombe regali

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Gli unitari vedono i due poemi come l’opera di un unico autore, Omero: valorizzano tutti gli indizi di unità, soprattutto gli espedienti che strutturano la narrazione (p. es. il flash back) e i richiami a distanza.

 

M. Parry porta nella questione omerica il �contributo dell’antropologia: il confronto con�cantori di gesta slavi attivi all’inizio del XX sec. �permette allo studioso di situare l’epica omerica �in un contesto comunicativo di oralità primaria �e di valorizzare la tecnica formulare e le scene �tipiche come espedienti compositivi e �mnemonici.

La critica unitaria e la teoria oralistica

Heinrich Schlimann alla Porta dei Leoni (Micene)

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