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Indiana University

Bologna Consortial Studies Program – spring 2025

Storia della cultura italiana del XX secolo

Anna Scalfaro

Dipartimento delle Arti

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La Canzone d’autore

La canzone d’autore, prodotto tipicamente italiano, costituisce un’unità narrativa e metrica inscindibile, in cui parole e musica si fondono in modo profondo e coerente. Non è possibile separare il testo dalla componente musicale, poiché entrambi concorrono alla costruzione del significato complessivo del brano. Allo stesso modo, l’interpretazione dell’artista assume un ruolo fondamentale: attraverso la voce, il tono e l’intensità espressiva, il cantautore dà vita al testo, arricchendolo di sfumature emotive e rendendolo pienamente comprensibile.

In questo senso, la canzone d’autore non è solo un prodotto musicale, ma una vera e propria forma di espressione artistica e culturale, capace di raccontare storie, trasmettere emozioni e offrire una riflessione sulla realtà individuale e collettiva.

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La scuola di Genova

Un gruppo di cantautori, noto come «Scuola di Genova», ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della canzone d'autore italiana.

Tra questi: Umberto Bindi, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Gino Paoli e altri.

Con loro è nata una nuova canzone.

Ci concentriamo su Gino Paoli e Fabrizio De Andrè.

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Gino Paoli, Il cielo in una stanza

Gino Paoli (1934) è un cantautore, musicista, attivo in politica (Partito Comunista Italiano).

Considerato uno dei maggiori esponenti della musica leggera italiana, ha scritto canzoni molto famose.

Il cielo in una stanza (1960) è una delle sue canzoni più note, interpretata, fra gli altri, da Mina.

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Gino Paoli, Il cielo in una stanza

Il testo descrive un incontro con una prostituta in un bordello di Genova. Parla di un amore struggente e delicato allo stesso tempo.

La raffinata melodia, inizialmente lenta e confidenziale, sfocia gradualmente in spazi infiniti raggiungendo la massima intensità musicale e poetica.

Le sue canzoni, libere nella forma e caratterizzate da una melodia raffinata, sono influenzate dalla canzone francese.

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Il cielo in una stanza

https://www.youtube.com/watch?v=jU43Dc9KZbE

Quando sei qui con me�Questa stanza non ha più pareti�Ma alberi�Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me�Questo soffitto viola�No, non esiste più�Io vedo il cielo sopra noi

Che restiamo qui, abbandonati�Come se non ci fosse più�Niente, più niente al mondo

Suona un'armonica�Mi sembra un organo�Che vibra per te e per me�Su nell'immensità del cielo

Per te e per me�Nel cielo

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Fabrizio De André

Fabrizio Cristiano De André (1940 - 1999) è considerato uno dei più influenti e innovativi cantautori italiani.

Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati, ribelli e prostitute, e sono considerati da alcuni critici vere e proprie poesie, tanto da essere inseriti in varie antologie scolastiche di letteratura fin dai primi anni Settanta.

Fabrizio De André è quindi considerato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, nonché una figura di riferimento nel panorama musicale italiano, talvolta definito «il cantautore degli emarginati» o il «poeta degli sconfitti».

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Fabrizio De André, La guerra di Piero

La guerra di Piero è una canzone di Fabrizio De André, con l’arrangiamento musicale di Vittorio Centanaro. Difatti De André scriveva solo i testi delle canzoni.

La guerra di Piero è stata inserita nell’album Tutto Fabrizio De André del 1966, la prima raccolta (e primo album) pubblicata dall’autore.

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Fabrizio De André, La guerra di Piero

La canzone è incentrata sulla storia dell’antieroe Piero, un soldato che ha un moto di clemenza nei confronti di un soldato nemico, non osando sparargli. Questa esitazione gli è fatale, in quanto riceve un colpo dal nemico che lo uccide. La canzone è divenuta un vero e proprio inno contro la guerra e la morte in battaglia.

Dal punto di vista musicale si tratta di una ballata, con la ripetizione della musica per ogni «strofa».

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La guerra di Piero https://www.youtube.com/watch?v=KoYw0LHEWLM

Dormi sepolto in un campo di grano�Non è la rosa, non è il tulipano�Che ti fan veglia dall'ombra dei fossi�Ma son mille papaveri rossi

Lungo le sponde del mio torrente�Voglio che scendano i lucci argentati�Non più i cadaveri dei soldati�Portati in braccio dalla corrente

Così dicevi ed era d'inverno�E come gli altri verso l'inferno�Te ne vai triste come chi deve�Il vento ti sputa in faccia la neve

Fermati Piero, fermati adesso�Lascia che il vento ti passi un po' addosso�Dei morti in battaglia ti porti la voce�Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma tu no lo udisti e il tempo passava�Con le stagioni a passo di giava�Ed arrivasti a passar la frontiera�In un bel giorno di primavera

E mentre marciavi con l'anima in spalle�Vedesti un uomo in fondo alla valle�Che aveva il tuo stesso identico umore�Ma la divisa di un altro colore

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La guerra di Piero

Sparagli Piero, sparagli ora�E dopo un colpo sparagli ancora�Fino a che tu non lo vedrai esangue�Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli sparo in fronte o nel cuore�Soltanto il tempo avrà per morire�Ma il tempo a me resterà per vedere�Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura�Quello si volta, ti vede e ha paura�Ed imbracciata l'artiglieria�Non ti ricambia la cortesia

Cadesti in terra senza un lamento�E ti accorgesti in un solo momento�Che il tempo non ti sarebbe bastato�A chiedere perdono per ogni peccato

Cadesti a terra senza un lamento�E ti accorgesti in un solo momento�Che la tua vita finiva quel giorno�E non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia, a crepare di maggio�Ci vuole tanto, troppo coraggio�Ninetta bella, dritto all'inferno�Avrei preferito andarci in inverno

E mentre il grano ti stava a sentire�Dentro alle mani stringevi il fucile�Dentro alla bocca stringevi parole�Troppo gelate per sciogliersi al sole

Dormi sepolto in un campo di grano�Non è la rosa, non è il tulipano�Che ti fan veglia dall'ombra dei fossi�Ma sono mille papaveri rossi

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Gli anni Sessanta e Settanta in Italia

Gli anni Sessanta, in Italia e fuori, sono stati anni di grandi speranze, di desiderio di pace e di benessere. I giovani hanno dato voce a questi desideri. Alla fine degli anni Sessanta, la delusione per le speranze disattese, la complicata situazione economica, le proteste giovanili contro il mondo della scuola e della società, portarono tra il 1968 e il 1969 a un biennio di grandi lotte, sia studentesche che operaie.

Il Sessantotto dei giovani iniziò con le proteste contro la scuola e portò a un profondo cambiamento di mentalità e di costume, contribuendo a creare un'Italia più laica.

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Gli anni Sessanta e Settanta in Italia

Le lotte operaie del 1969 portarono a risultati significativi, tra cui l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970. Questa legge riconobbe diritti fondamentali come la libertà di assemblea nei luoghi di lavoro, l’organizzazione sindacale e la tutela contro i licenziamenti ingiusti (articolo 18).

Quella stagione di mobilitazione e conflitto sociale suscitò anche una forte reazione da parte dello Stato e di altri attori, inserendosi nel contesto di un periodo particolarmente turbolento della storia italiana. Si tratta degli anni della cosiddetta “strategia della tensione”, o “anni di piombo”, espressioni con cui si indicano gli anni Settanta, segnati da un diffuso terrorismo politico.

L’inizio simbolico di questa fase viene spesso fatto coincidere con l’attentato di Piazza Fontana a Milano nel 1969, uno degli episodi più drammatici di quel periodo.

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La canzone di protesta o canzone impegnata

La “canzone impegnata” ha segnato profondamente la storia della musica contemporanea, trasformando il ruolo stesso della canzone: non più semplice intrattenimento, ma strumento di espressione civile, impegno e partecipazione sociale.

Dalle due guerre mondiali fino a oggi, la canzone di protesta ha assunto forme diverse, accompagnando momenti cruciali della storia e sostenendo cause di grande rilevanza. I suoi interpreti, spesso, sono stati protagonisti diretti dell’attivismo e dell’impegno civile.

Tra questi spicca naturalmente Bob Dylan: il suo Blowin’ in the Wind, celebre inno pacifista, divenne negli anni Sessanta il simbolo e il manifesto di un’intera generazione.

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Cantautori e canzoni di protesta

Nel corso di questo ventennio si affermano numerosi cantautori, tra cui Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Franco Battiato e Paolo Conte.

Sono artisti che, in quegli anni, hanno contribuito in modo decisivo a rendere grande la musica italiana, lasciando un’eredità fondamentale nella tradizione della canzone d’autore e di protesta. Un patrimonio culturale ancora oggi vivo, conosciuto e riconosciuto anche dalle generazioni più giovani, che continuano a considerarlo un importante punto di riferimento.

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I cantautori e il folk beat, Francesco Guccini

A partire dagli anni Sessanta, alcuni cantautori italiani si ispirano alla musica folk americana (Bob Dylan, Joan Baez). Tra questi cantautori italiani c'è Francesco Guccini (1940), che nel 1967 pubblica l'album Folk Beat n. 1.

In questo album è contenuta La canzone del bambino nel vento (Auschwitz).

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Guccini, La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)

La canzone affronta il tema dell’Olocausto. Guccini trasse ispirazione dal saggio Il flagello della svastica di Edward Russell, II barone di Liverpool, e dal romanzo autobiografico di Vincenzo Pappalettera, Tu passerai per il camino, che racconta l’esperienza nei campi di concentramento, in particolare a Mauthausen.

Il testo si sviluppa attraverso due voci narrative: quella del protagonista, un bambino che ad Auschwitz “è morto con altri cento, è passato attraverso un camino e ora è nel vento”, e quella dell’autore, che pone una serie di domande retoriche.

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La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)

https://www.youtube.com/watch?v=krsp726YPAk

Son morto con altri cento�Son morto ch'ero bambino�Passato per il camino�E adesso sono nel vento�E adesso sono nel vento

Ad Auschwitz c'era la neve�Il fumo saliva lento�Nel freddo giorno d'inverno�E adesso sono nel vento�Adesso sono nel vento

Ad Auschwitz tante persone�Ma un solo grande silenzio�È strano non riesco ancora�A sorridere qui nel vento�A sorridere qui nel vento

Io chiedo come può un uomo�Uccidere un suo fratello�Eppure siamo a milioni�In polvere qui nel vento�In polvere qui nel vento

Ancora tuona il cannone�Ancora non è contento�Di sangue la belva umana�E ancora ci porta il vento�E ancora ci porta il vento

Io chiedo quando sarà�Che l'uomo potrà imparare�A vivere senza ammazzare�E il vento si poserà�E il vento si poserà

Io chiedo quando sarà�Che l'uomo potrà imparare�A vivere senza ammazzare�E il vento si poserà�E il vento si poserà�E il vento si poserà

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Lucio Dalla

Lucio Dalla nacque a Bologna il 4 marzo 1943 e si avvicinò alla musica fin da giovanissimo. Dopo una fase iniziale più sperimentale, vicina al beat, nel 1971 Dalla raggiunse il grande successo con 4/3/1943. A questa seguirono brani come Piazza Grande, Il gigante e la bambina e Itaca, destinati a diventare veri e propri classici della musica italiana.

4/3/1943 è uno dei suoi pezzi più celebri. Presentata al Festival di Sanremo (il titolo iniziale Gesù Bambino fu cambiato per via della censura), la canzone racconta la storia di un bambino nato durante la guerra da una giovane donna e da un soldato straniero. Attraverso un linguaggio semplice ma intenso, il brano affronta temi come l’emarginazione, l’innocenza e la ricerca della propria identità, offrendo uno sguardo umano e delicato su una realtà segnata dalla povertà e dal pregiudizio.

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4 marzo 1943

https://www.youtube.com/watch?v=3C5fVNlWXrk

Dice che era un bell'uomo�E veniva, veniva dal mare�Parlava un'altra lingua però sapeva amare�E quel giorno lui prese mia madre sopra un bel prato�L'ora più dolce prima d'essere ammazzato

Così lei restò sola nella stanza,�La stanza sul porto�Con l'unico vestito, ogni giorno più corto�E benchè non sapesse il nome�E neppure il paese�M'aspettò come un dono d'amore�Fino dal primo mese

Compiva sedici anni�Quel giorno la mia mamma�Le strofe di taverna�Le cantò la ninna nanna�E stringendomi al petto che sapeva,�Sapeva di mare, giocava a far la donna�Con il bimbo da fasciare

E forse fu per gioco o forse per amore�Che mi volle chiamare come Nostro Signore�Della sua breve vita il ricordo,�Il ricordo più grosso, è tutto in questo nome�Che io mi porto addosso

E ancora adesso che gioco a carte�E bevo vino,�Per la gente del porto�Mi chiamo Gesù Bambino

E ancora adesso che gioco a carte�E bevo vino,�Per la gente del porto�Mi chiamo Gesù Bambino

E ancora adesso che gioco a carte�E bevo vino,�Per la gente del porto�Mi chiamo Gesù Bambino

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Anna e Marco

Anna e Marco è uno dei brani più intensi e rappresentativi di Lucio Dalla, pubblicato nel 1979 nell’album Lucio Dalla. La canzone racconta la storia di due giovani emarginati, Anna e Marco, che vivono una realtà fatta di solitudine, fragilità e difficoltà quotidiane.

Anna è una ragazza insicura, segnata da un senso di inadeguatezza e dal desiderio di essere accettata, mentre Marco è un giovane ribelle e inquieto, che sogna di fuggire lontano da una vita che sente stretta. Attraverso un linguaggio semplice ma fortemente evocativo, Dalla descrive due esistenze parallele, accomunate dallo stesso bisogno di riscatto e di amore.

Il brano si distingue per la sua capacità di raccontare, con grande sensibilità, il disagio giovanile e l’emarginazione sociale, trasformando una storia apparentemente semplice in un ritratto profondo e universale. Anche grazie alla sua forza narrativa ed emotiva, Anna e Marco è diventata una delle canzoni più amate del repertorio di Dalla.

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Anna e Marco

https://www.youtube.com/watch?v=TO8H-YtE-H8

Anna, come sono tante�Anna permalosa�Anna bello sguardo�Sguardo che ogni giorno perde qualcosa

Se chiude gli occhi lei lo sa�Stella di periferia�Anna con le amiche�Anna che vorrebbe andar via

Marco grosse scarpe e poca carne�Marco cuore in allarme�Con sua madre e una sorella�Poca vita, sempre quella

Se chiude gli occhi lui lo sa�Lupo di periferia�Marco col branco�Marco che vorrebbe andar via

E la luna è una palla ed il cielo è un biliardo�Quante stelle nei flippers, sono più di un miliardo

Marco dentro a un bar�Non sa cosa farà�Poi c'è qualcuno che trova una moto�E si può andare in città

Anna bello sguardo, non perde un ballo�Marco che a ballare sembra un cavallo�In un locale che è uno schifo�Poca gente che li guarda�C'è una checca che fa il tifo

Ma dimmi tu dove sarà�Dov'è la strada per le stelle�Mentre ballano�Si guardano e si scambiano la pelle

E cominciano a volare�Con tre salti sono fuori dal locale�Con un aria da commedia americana�Sta finendo anche questa settimana

Ma l'America è lontana�Dall'altra parte della luna�Che li guarda e anche se ride�A vederla mette quasi paura

E la luna, in silenzio, ora si avvicina�Con un mucchio di stelle, cade per strada

Luna che cammina�Luna di città�Poi passa un cane che sente qualcosa�Li guarda, abbaia e se ne va

Anna avrebbe voluto morire�Marco voleva andarsene lontano�Qualcuno li ha visti tornare�Tenendosi per mano

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Vasco Rossi

Vasco Rossi è una figura emblematica del rock italiano. Con lui cambia profondamente il modo di intendere la canzone: rispetto ai cantautori degli anni Settanta, fortemente legati all’impegno sociale e politico, emerge una visione più individuale e disincantata.

Un esempio significativo è Vita spericolata (1983), brano in cui non si ritrova più un messaggio di impegno collettivo o “costruttivo”, ma piuttosto il desiderio di evasione, libertà e rottura degli schemi. La canzone esprime il bisogno di vivere senza regole, inseguendo emozioni forti e immediate, in contrasto con i valori e le tensioni ideali del decennio precedente.

In questo senso, Vasco Rossi rappresenta bene il passaggio agli anni Ottanta: un periodo in cui, al centro della musica e della cultura giovanile, si afferma una dimensione più personale e individualista, distante dall’impegno etico e politico che aveva caratterizzato gli anni Settanta.

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Vita spericolata

https://www.youtube.com/watch?v=TO8H-YtE-H8

Voglio una vita maleducata�Di quelle vite fatte, fatte così�Voglio una vita che se ne frega�Che se ne frega di tutto, sì�Voglio una vita che non è mai tardi�Di quelle che non dormono mai�Voglio una vita di quelle che non si sa mai

E poi ci troveremo come le star�A bere del whisky al Roxy bar�O forse non c'incontreremo mai�Ognuno a rincorrere i suoi guai�Ognuno col suo viaggio�Ognuno diverso�E ognuno in fondo perso�Dentro i fatti suoi, suoi

Voglio una vita spericolata�Voglio una vita come quelle dei film�Voglio una vita esagerata�Voglio una vita come Steve McQueen�Voglio una vita che non è mai tardi�Di quelle che non dormi mai�Voglio una vita, la voglio piena di guai, eh

E poi ci troveremo come le star�A bere del whisky al Roxy bar�Oppure non c'incontreremo mai�Ognuno a rincorrere i suoi guai�Ognuno col suo viaggio�Ognuno diverso

E ognuno in fondo perso�Dentro i fatti suoi

Voglio una vita maleducata�Di quelle vite fatte così�Voglio una vita che se ne frega�Che se ne frega di tutto, sì�Voglio una vita che non è mai tardi�Di quelle che non dormi mai�Voglio una vita�Vedrai, che vita, vedrai, uh-uh, uh-uh

E poi ci troveremo come le star�A bere del whisky al Roxy bar�O forse non c'incontreremo mai�Ognuno a rincorrere i suoi guai

E poi ci troveremo come le star�A bere del whisky al Roxy bar�O forse non c'incontreremo mai�Ognuno a rincorrere i suoi guai

Voglio una vita spericolata�Voglio una vita come quelle dei film�Voglio una vita esagerata�Voglio una vita come Steve McQueen�Voglio una vita maleducata�Di quelle vite fatte, fatte così�Voglio una vita che se ne frega�Che se ne frega di tutto, sì

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Anna Scalfaro

Dipartimento delle Arti

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