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Modulo 4�Il Novecento: l’io diviso

Eugenio Montale

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  • Una definizione difficile
  • Ossi di Seppia
  • Lo stile

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Una definizione difficile

  • Eugenio Montale (1896 – 1981) è un poeta di non facile definizione, un artista che non può essere inserito a pieno titolo in nessuna corrente letteraria, ma che svetta come un gigante nella letteratura italiana del XX secolo.
  • Forse l’unica definizione pienamente aderente a Montale è che è un poeta del Novecento: il secolo della crisi, dei contrasti, delle scelte di campo attraversa in pieno la sua vita e la sua poetica.
  • È infatti chiaramente influenzato dalle idee di Schopenauer sul mondo come rappresentazione e di Bergson sul tempo, dalla poetica di Svevo, da cui riprende il pessimismo e con il quale si identifica per il senso di estraneità alla vita e agli schemi sociali. Con Svevo e Pirandello negli anni venti porta in letteratura la condizione frantumata dell’identità, di una condizione umana priva di certezze.
  • È influenzato da D’Annunzio, del quale riprende lo stile aulico per “attraversarlo e andare oltre”, verso una poetica decisamente diversa: dai poeti crepuscolari e dai vociani (soprattutto da Camillo Sbarbaro, di cui era amico) per l’antidannunzianesimo, l’ironia e l’aderenza programmatica al quotidiano e al concreto; da Pascoli per la scelta poetica di un linguaggio di precisione, per lo sguardo sulla natura vicina, di campagna.
  • È influenzato dalla lingua inglese e dalla letteratura americana, che studia e traduce; da T. S. Eliot, che perviene alla tecnica del correlativo oggettivo negli stessi anni di Montale.

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Ossi di Seppia

  • La sua prima raccolta Ossi di seppia, esce nel 1925 per le edizioni di Piero Gobetti, intellettuale antifascista di primo piano.
  • In Ossi di seppia il paesaggio ligure – Montale trascorre le prime sue trenta estati nella casa di famiglia a Monterosso – è il motivo ispiratore: le rocce a picco sul mare, il sole abbagliante, le crose di campagna, le piante, le spiagge sassose sono elementi ricorrenti, simbolici.
  • La tematica di fondo è il male di vivere: Montale si sente in profonda disarmonia con la vita, quasi come un inetto sveviano. La vita adulta è sofferenza, è vuoto, è aridità.
  • Il titolo stesso (in un primo tempo doveva essere Rottami), indica proprio l’aridità, l’assenza di vita.
  • Il sole abbagliante del meriggio è un simbolo ricorrente del male di vivere: spietato, rovente, prosciuga e secca ogni cosa, fa svanire i contorni delle cose che quasi non si vedono più.
  • Al paesaggio riarso dal sole si contrappone il mare: sede della vita libera, degli animali, dell’infanzia, dell’inconsapevolezza.
  • L’uomo adulto, dannato dalla consapevolezza e dalla lucidità, è in esilio sulla terra riarsa, non appartiene più al flusso vitale e spontaneo del mare.

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Ossi di Seppia

  • Il sole implacabile del meriggio si accompagna a un altro elemento ricorrente nella raccolta: il muro. (> vedi: Meriggiare pallido e assorto, Non chiederci la parola)
  • La “muraglia con cocci aguzzi di bottiglia” rappresenta una sorta di prigione in cui l’uomo conduce la sua esistenza: al di là forse vi è il senso della vita, l’armonia con il tutto, la verità, ma è impossibile valicarlo.
  • Di fronte a questa consapevolezza però il poeta non smette di cercare il varco: “l’anello che non tiene”, “lo sbaglio di natura”, la possibilità di superare quel muro.
  • Ci sono rari attimi di felicità, di pienezza: spesso sensazioni fugaci, che svaniscono presto, ricordi di singoli momenti di armonia. (> I limoni)
  • L’aridità del mondo diventa anche aridità interiore, incapacità di provare sentimenti intensi. È in questo distacco che però si può cercare la salvezza: “la divina indifferenza” che nasce dalla coraggiosa accettazione del male di vivere. (> Spesso il male di vivere ho incontrato)

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In Ossi di seppia Montale sviluppa la tecnica poetica del correlativo oggettivo, in parallelo con il poeta Thomas Sterne Eliot negli Stati Uniti; il poeta indica degli oggetti, delle cose, che corrispondono a un concetto astratto. Ma non sono simboli misteriosi o metafore. Semplicemente il poeta li espone, li accosta, il significato ulteriore emerge dalle cose stesse. (> Spesso il male di vivere ho incontrato)

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[…] Bene non seppi, fuori del prodigio�che schiude la divina Indifferenza:�era la statua nella sonnolenza�del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.��Da Spesso il male di vivere ho incontrato (Ossi di Seppia)

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Lo stile

Montale già in ossi di Seppia dichiara la sua ostilità per la poetica dannunziana: il poeta non è una persona speciale, non si innalza al di sopra degli altri, non è un vate che detiene la verità.

La poesia però non è nemmeno un vuoto esercizio di bellezza esteriore, come nell’estetismo decadente. Il poeta – come tutte le persone consapevoli - guarda coraggiosamente e lucidamente ciò che lo circonda, vive le esperienze del quotidiano, è alla ricerca di un senso (il varco), condivide semplicemente attraverso la poesia quello che sente. La poesia è l’incontro del razionale con qualche cosa che non è razionale e non è definibile.

Lo stile in Ossi di seppia è piuttosto complesso: Montale mescola parole del linguaggio quotidiano, prosastiche con altre rare, auliche, raffinate: vuole fare “cozzare l’aulico con il prosaico”, con un plurilinguismo che ricorda quello di Dante.

I versi hanno un suono spesso duro, spezzato, a volte sono antimusicali. Nello stesso tempo, a differenza di Ungaretti, non rifiuta del tutto la metrica classica, ma la riprende usandola in modo molto libero. Ottiene così un effetto straniante: sembrano versi dalle rime e dal ritmo tradizionale, ma in realtà vengono continuamente erosi dall’interno, con variazioni di ritmo e di suono insolite.