Tratto in parte da una relazione
della filosofa Anna Peiretto
adattata per i genitori
Mamma, ma Dio com’è?
Ho un ricordo di me molto nitido. Non avevo più di due o tre anni ed ero seduta nel seggiolino appeso al manubrio della bicicletta di mio papà.
Lui teneva le mani sulle manopole e le sue braccia mi chiudevano in un quadrato magico di sicurezza e affetto. Mi sembrava che la bicicletta fosse molto veloce e anche questo era eccitante; sentivo il vento sulle guance e la luce del sole giocava con me, costringendomi a socchiudere gli occhi. Insomma ero assolutamente, totalmente felice.
Ci fermavamo poi sulla piazza del paese ed entravamo in chiesa. Appena varcata la soglia, l’atteggiamento del papà cambiava: assumeva un’espressione fervida e seria, ma anche contenta, come se fosse a contatto con qualcosa di particolarmente rasserenante. Io capivo di essere in uno spazio abitato da Qualcuno. Il papà mi aiutava a tracciare il segno della croce, mi dava la mano e insieme scivolavamo in uno stanzino semibuio. Dal soffitto pendevano delle grosse corde: mio papà ne afferrava due, ne tirava una verso il basso e poi la lasciava andare, mentre spingeva in giù l’altra.
E improvvisamente arrivava,
fortissimo e allegro,
il suono di una campana.
�Ogni volta mi sentivo sopraffatta da un sentimento sconosciuto.. come se con noi ci fosse Qualcuno che ci amava.
�Non capivo chi o che cosa fosse, ma c’era: era nel suono della campana, e ci sarebbe stato per sempre.
�
Credo che la mia prima esperienza di religiosità sia da far risalire a una primavera del 1953 o ’54, quando nel prato dietro casa mia trovai una mattina un gruppo di pratoline bellissime, che occhieggiavano tra lo smalto verde dell’erba novella. �“Chi le ha messe lì?” mi chiesi. �Non lo sapevo, ma ero sicura che, chiunque fosse stato, lo aveva fatto per me. Non raccontai a nessuno il mio segreto, ma ancora oggi un prato cosparso da margheritine è capace d’immergermi in un’esultanza chiara e colma di luce.
Che cos’è la religiosità?
È uno sguardo profondo
capace di cogliere
il senso del mondo,
di sé,
delle proprie relazioni,
di Dio come altro da sé, come forza che insieme sostiene e incombe
(il numinoso, nella fenomenologia religiosa).
È stupore,
È un’esperienza profondamente umana
che però avvicina al mistero
ed è un’esperienza vissuta da tutti i popoli del mondo, dalla preistoria ai nostri giorni, e ha dato origine alle religioni.
Che cos’è la religiosità?
Uno spazio interiore
e un pensiero contro-fattuale
=
capacità di simulare, immaginare alternative possibili
agli esiti della realtà,
di entrare in profondità nel mondo delle cose
che non sono soltanto ciò che sembrano.
Capacità sottile di riuscire a guardare
al di là di ciò che appare.
È un modello diverso di rappresentare la realtà.
Che cosa chiede la religiosità?
Capacità che tutti possediamo
E HA BEN POCO A CHE FARE CON L’INTELLIGENZA RAZIONALE.
Quando nasce la religiosità?
La religiosità nasce con la nascita del bambino ed è un’esperienza comune a tutti i popoli e a tutte le culture.
L’esperienza di essere chiamato per nome alla vita è esperienza di religiosità.
Mi trovai su un crinale. Ciò che mi aspettava fuori mi attraeva, ma il grembo di mia madre con la sua calda seduzione mi diceva di restare. Che fare? Fu una voce a farmi finire di nascere, una voce conosciuta che pronunciava una parola: seppi che quello era il mio nome in quel preciso momento, perché dentro c’era il fascino della vita. Fu così che scivolai fuori, incontro alla luce, alla gioia, al dolore…
Seconda esperienza di religiosità
Il neonato piange la fame, anche se non sa se avrà una risposta.
Sente un bisogno e il pianto è l’unico modo che ha per esprimerlo.
Un bambino non smette di piangere se gli si dice che il latte non c’è.
Il pericolo non è credere che non ci sia il pane
(il dubbio fa parte della ricerca religiosa),
ma convincersi con una menzogna che non si ha fame.
VIVERE IL LIMITE E CHIEDERE AIUTO È ESPERIENZA DI RELIGIOSITÀ
Avevo fame, ma non sapevo parlare né camminare e nemmeno compiere gesti sensati. Avevo solo un mezzo per farmi sentire: era il pianto e lo usai con tutte le mie forze. Non sapevo se qualcuno mi avrebbe sentito e neanche se ci fosse per me del cibo, ma continuai a piangere la mia fame senza smettere finché il mio pianto trovò la sua risposta. Non avrei potuto fare diversamente: la fame era lì, non se ne andava e io non potevo negarla, non potevo fingere che non ci fosse.
Le relazioni, esperienze di religiosità
Prima di tutto il bambino è orientato alla relazione
ed è proprio questo suo bisogno di relazione
a predisporlo all’incontro con Dio. (Kannheiser)
Numerosi fattori favoriscono lo sviluppo della religiosità infantile:
la relazione parentale, soprattutto con la madre,
il clima di famiglia (fratelli …),
la testimonianza dei genitori e il loro insegnamento,
le attività e le esperienze vissute in ambito domestico e fuori…
Ricordate
Anna dei miracoli?
�Per un bambino ciò che esiste deve avere un nome: esiste
ciò che ha un
nome�
Un’altra esperienza di religiosità: il nome delle cose
Io dirò per te luna
Io dico per te luna, io dico per te sole.�Io chiamo per te il mondo con le mie poche parole�Con la voce più chiara, nella notte più cupa,�la mia voce di mamma, di femmina, di lupa.�Voce che bene dice, voce che solo ama�E tu sei già venuto ma lei ancora ti chiama.�E quando sarai partito, nelle mie sere sole�Io dirò per te luna, io dirò per te sole.
Bruno Tognolini
Esperienze di religiosità: il nome delle cose
Ma che cosa sono i simboli?
Il simbolico è un modello di conoscenza che indica «altro».
Attraverso i simboli si attinge
ai significati profondi.
I simboli
possono rappresentare
l’invisibile
e dargli concretezza:
bisogno profondissimo
del bambino
Nei simboli abita
qualcosa di interiore,
di spirituale,
che trova espressione
in qualcosa
di corporeo e materiale
I simboli vanno agiti
E i bambini con disabilità? Ebbene, spesso in loro l’intelligenza emotiva è molto sviluppata, forse più che nei bimbi normodotati.
Questo ad esempio è Sebastiano, con autismo in forma grave, poco prima della sua prima Comunione, estatico davanti alla statua della Madonna: che cosa lo trattiene proprio lì, che cosa lo fa stare immobile, lui che non sa stare fermo un momento e che sembra non capire? Non lo sappiamo, ma qualcosa passa, tra lui e la Mamma di Gesù.
Mamma,
quando non c’ero ancora,
dov’ero?
La suora ha detto che prima di creare il mondo c’era solo Dio.
Ma prima prima?
Mamma, Dio
è alto come il soffitto?
Mamma, ma Dio com’è? Com’è la sua faccia?
…ma poi viene il momento delle domande
4 anni
4 anni
BAMBINA IN AFFIDO
CRISTIAN
5 anni
STEFANO
Sviluppo dell’immagine di Dio
Dio non è diverso dal papà
Il bambino
tende a percepire Dio
secondo modalità
apprese dalla propria esperienza
e a descriverlo
con categorie
e schemi umani.
In sintesi
interpretazione
antropomorfica
ONNIPOTENZA
DEI GENITORI
Sviluppo dell’immagine di Dio
11/12 anni
adeguato concetto
di Dio
come puro Spirito.
3/4 anni
7/8 anni
9 anni
NON
non ha il corpo,
non lo si può vedere,
non si può toccarlo, non muore,
non si ammala mai …
Antropomorfismo
fisico
Super
antropomorfismo
Pseudo
antropomorfismo
Sviluppo dell’immagine di Dio
Fasi dell’antropomorfismo
Un esempio
Mamma, ma Dio dov’è? Io non lo vedo!
Infatti Dio non si vede
PIÚ AVANTI LA BAMBINA IMPARERÁ IL PADRE NOSTRO
E PENSERà CHE DIO ABITA IN CIELO.
E POI ALLA CATECHESI CAPIRÁ CHE GESÚ É PRESENTE ATTRAVERSO L’EUCARISTIA, LA PAROLA, LA CHIESA, IL SACERDOTE CHE CELEBRA LA MESSA
Le parole per un bambino sono prigioni sigillate dal mistero:
bisogna aprirle incarnandole nei racconti.
Importanti il tono di voce,
la fede con cui si pronunciano,
l’emozione,
l’integrazione dei linguaggi
(sensoriale, motorio, verbale, emotivo…).
vicinanza
fisica
sguardo
posizione del corpo
gesti
Le parole vanno agite come creature viventi, non solo verbalmente,
perché siano efficaci e perché i bambini ci credano.
Il bambino
è portato a immaginare
ogni cosa come fabbricata da e per
qualcuno.
Nella creazione
del mondo
pensa che Dio
abbia preso qualche cosa,
l’abbia manipolata
e abbia fabbricato le stelle, la terra, gli animali... l'uomo.
attitudine artificialista
Chi l’ha fatto?
CHI L’HA
FATTO?
Altri aspetti dello sviluppo religioso infantile
Dall’incapacità di trovare spiegazioni causali agli eventi,
nasce la tendenza spontanea
ad attribuire all’universo inanimato
e agli avvenimenti del mondo esterno
vita, coscienza e intenzionalità:
ogni corpo è vivente,
anche se inanimato e immobile,
purché venga utilizzato
e partecipi
attivamente o passivamente
ad un’azione dinamica.
Ogni cosa contiene una forza dalla quale è animata.
propensione
animistica
Per il bambino, esiste una giustizia immanente nella natura, che segue delle leggi morali,
protegge i buoni e punisce
le azioni cattive.
Dinanzi a fatti negativi,
facilmente attribuisce agli oggetti un'intenzione punitiva.
Talvolta purtroppo, per un errato intervento dei genitori, la punizione è attribuita a Dio
Tendenza finalistica
Ecco, ti sta bene.
Dio castiga i bambini cattivi come te!
Antropomorfismo
artificialismo
animisimo
finalismo:
sono i vari aspetti del pensiero religioso infantile.
Occorre tenerne conto!
Apriamo una parentesi importante: come impara il bambino?
Piaget
per assimilazione e accomodamento
due processi che si avvicendano durante l'età evolutiva
integra nuove nozioni
grazie all'insegnamento
e all’esempio dei genitori
che imita
al contatto con persone e realtà nuove,
a esperienze significative
amplia e ristruttura
gli schemi mentali
modifica il comportamento
ASSIMILAZIONE
I bambini imparano ciò che vivono.�Se un bambino vive con le critiche, impara a condannare.�Se un bambino vive con l'ostilità, impara ad aggredire.�Se un bambino vive con il timore, impara ad essere apprensivo.�Se un bambino vive con la pietà, impara a commiserarsi.�Se un bambino vive con lo scherno, impara ad essere timido.�Se un bambino vive con la gelosia, impara cos'è l'invidia.�Se un bambino vive con la vergogna, impara a sentirsi in colpa.
�Se un bambino vive con l'incoraggiamento, impara ad essere sicuro di sé.�Se un bambino vive con la tolleranza, impara ad essere paziente.�Se un bambino vive con la lode, impara ad apprezzare.�Se un bambino vive con l'accettazione, impara ad amare.�Se un bambino vive con l'approvazione, impara a piacersi.�Se un bambino vive con il riconoscimento, impara che è bene avere un obiettivo.�Se un bambino vive con la condivisione, impara la generosità.�Se un bambino vive con l'onestà e la lealtà, impara cosa sono la verità e la giustizia.�Se un bambino vive con la sicurezza, impara ad avere fiducia in se stesso e in coloro che lo circondano.�Se un bambino vive con la benevolenza, impara che il mondo è un bel posto in cui vivere. (1954) Dorothy Law Nolte
Come impara il bambino?
ACCOMODAMENTO
I figli sono come gli aquiloni,
insegnerai a volare ma non voleranno il tuo volo.�Insegnerai a sognare ma non sogneranno il tuo sogno.�Insegnerai a vivere ma non vivranno la tua vita.�Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita
rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
Santa Teresa di Calcutta
Come impara il bambino?
L'educazione
da una parte non può prescindere dai tratti peculiari del modo di «ragionare» e dai livelli cognitivi del bambino (pensiero pre-causale, concreto, antropomorfico, artificialistico, animistico, finalistico),
dall’altra evita di arrestare la visione del bambino a livelli infantili.
Con il tempo le verità trasmesse,
che ora il bambino comprende a suo modo,
potranno essere rielaborate e fatte proprie (Es. Dio che si nasconde).
Allora che cosa può fare un genitore?
Incoraggiare la curiosità,
proporre esperienze concrete (il b/o impara facendo)
rispondere sempre in modo adeguato agli interrogativi,
utilizzando un linguaggio semplice e concreto, con riferimenti a persone, oggetti, dettagli… usare le immagini,
raccontare delle storie…
Conclusione