Presentazione a cura del prof. Paolo Zorzi
(Estratti dal Sito web I moti dell’Arte-Tutela del patrimonio artistico)
Storia e principi fondamentali
Considero l’approfondimento sulla tutela del patrimonio artistico di fondamentale importanza, affinché gli studenti possano comprendere pienamente il significato di conservazione e valorizzazione dei beni culturali, divenendo di conseguenza cittadini consapevoli e rispettosi del proprio passato e, allo stesso tempo, garanti del valore di civiltà per le prossime generazioni.
La tutela dei beni culturali deve essere intesa come valore di civiltà che contraddistingue l’agire umano nella sua storia. Il compito delle nuove generazioni è quello di mantenere viva la memoria di ciascun popolo, in quanto elemento identitario che lo caratterizza e rappresenta. Il passato va dunque rispettato e salvaguardato, affinché il cittadino possa comprendere pienamente il proprio ruolo nel presente e progettare obiettivi comuni per il futuro.
A questo proposito ho creato questa presentazione, al fine di evidenziare gli eventi maggiormente rappresentativi della Storia dei beni culturali e delle vicende che ne hanno condizionato la sopravvivenza durante i secoli, partendo dai principi che ritengo fondamentali.
Paolo Zorzi
Docente di Storia dell’Arte
presso la Scuola Secondaria di II grado
Tutela, Conservazione e Valorizzazione
Tutela e valorizzazione, conformemente a quanto fissato dall’articolo 9 della Costituzione italiana, sono termini che individuano specifiche prassi per la conservazione e successiva promozione del patrimonio artistico, secondo quanto definito dal Codice dei beni culturali e del paesaggio.
“La tutela è ogni attività diretta a riconoscere, proteggere e conservare un bene del nostro patrimonio culturale affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi.
La conservazione è ogni attività svolta con lo scopo di mantenere l’integrità, l’identità e l’efficienza funzionale di un bene culturale, in maniera coerente, programmata e coordinata.
La valorizzazione è ogni attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e di conservazione del patrimonio culturale e ad incrementarne la fruizione pubblica, così da trasmettere i valori di cui tale patrimonio è portatore.
La tutela è di competenza esclusiva dello Stato, che detta le norme ed emana i provvedimenti amministrativi necessari per garantirla; la valorizzazione è svolta in maniera concorrente tra Stato e regione, e prevede anche la partecipazione di soggetti privati.” (Tutela: definizioni e concetti nel Codice dei beni culturali e del paesaggio in Ministero della Cultura, dal Codice dei beni culturali e del paesaggio – Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42)
Clicca sui titoli per accedere alle relative pagine multimediali (sito web I moti dell’Arte)
Prof. Paolo Zorzi
https://imotidellarte.it/storia-dellarte-le-mie-lezioni/tutela-del-patrimonio-artistico/arte-sopravvissuta/
Prof. Paolo Zorzi
Le due figure considerate antesignane e veri e propri punti di riferimento riguardo alla tutela delle Arti, sono state quelle di Raffaello Sanzio e di Antonio Canova.
Prof. Paolo Zorzi
Antonio Canova, Autoritratto, 1790, olio su tela,
68 x 55 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi
Raffaello Sanzio
(Urbino, 28 marzo 1483 -
Roma, 6 aprile 1520)
Ritratto di Raffaello, 1506, olio su tela,
47.5 x 33 cm.
Firenze, Galleria degli Uffizi
Antonio Canova
(Possagno, 1º novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822)
Prof. Paolo Zorzi
Raffaello venne nominato da papa Leone X, in data 27 agosto 1515, praefectus marmorum et lapidum omnium, con il preciso compito di cercare i marmi presenti nel territorio romano, al fine di impiegarli nella fabbrica della Basilica di San Pietro.
Ulteriore incarico fu, inoltre, quello di preservare dall’incuria e dal riuso tutte le testimonianze del mondo antico rinvenute, quali epigrafi e reperti.
Raffaello, Ritratto di Leone X con due cardinali, 1518,
olio su tavola,
154,5 x 119 cm.
Firenze, Galleria degli Uffizi
Papa Leone X,
al secolo Giovanni di Lorenzo de' Medici (Firenze, 11 dicembre 1475 - Roma, 1º dicembre 1521)
Prof. Paolo Zorzi
L’artista avrebbe dovuto creare una mappa con l’indicazione e il rilievo dei monumenti antichi all’interno della città, redigendo di conseguenza un catalogo delle opere ancora esistenti e di quelle perdute, ma la morte lo colse prematuramente nel 1520 e non riuscì a concludere il progetto.
L’anno precedente però, nel 1518, Raffaello indirizzò una lettera al papa, insieme all’ umanista Baldassarre Castiglione che probabilmente ne curò la correttezza formale, denunciando lo stato di incuria che dominava tra le antiche rovine romane ed esprimendo il proprio pensiero in merito.
Raffaello, Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1514-15, olio su tela,
82 x 66 cm.
Parigi, Museo del Louvre
Baldassarre Castiglione
(Casatico, 6 dicembre 1478 - Toledo, 8 febbraio 1529)
Prof. Paolo Zorzi
Però essendo io stato assai studioso di queste antichità, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente, e misurarle con diligenza: e leggendo i buoni autori, confrontare l’opere con le scritture; penso d’aver conseguito qualche notizia dell’architettura antica. Il che in un punto mi dà grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente: e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavero di quella nobil patria, ch’è stata regina del mondo, così miseramente lacerato.
[...] Ma perchè si doleremo noi de’ goti, vandali, e d’altri tali perfidi nemici; se quelli, li quali come padri e tutori dovevano difendere queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle? Quanti pontefici, padre santissimo, li quali avevano il medesimo officio che la vostra santità, ma non già il medesimo sapere e grandezza d’animo, nè quella clemenza che la fa simile a Dio: quanti, dico, pontefici hanno atteso a ruinare tempii antichi, statue, archi, e altri edifici gloriosi!
Immagine reperita sul sito http://www.qaeditoria.it/details.aspx?idarticle=118964&AspxAutoDetectCookieSupport=1
Tutela del patrimonio artistico
Storia della tutela - Antonio Canova
Prof. Paolo Zorzi
Una delle figure più rilevanti nei riguardi della tutela del patrimonio artistico, è stata quella di Antonio Canova.
L’artista ricevette nel 1802 l’incarico di Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa.
Contribuì, sempre nello stesso anno, alla stesura dell’editto del cardinale Giuseppe Doria Pamphili, durante il pontificato di Pio VII, sulla conservazione del patrimonio artistico.
Jacques-Louis David, Ritratto di papa Pio VII, 1518,
olio su tela,
86.5 x 71.5 cm.
Parigi, Museo del Louvre
Papa Pio VII,
al secolo Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti (Cesena, 14 agosto 1742 - Roma, 20 agosto 1823)
Tutela del patrimonio artistico
Storia della tutela - Antonio Canova
Prof. Paolo Zorzi
Nel 1815, sotto incarico del papa, ebbe il merito di riportare allo Stato della Chiesa 249 tra le opere d’arte trafugate da Napoleone durante la campagna d’Italia in seguito al Trattato di Tolentino, tra cui l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte e la Trasfigurazione di Raffaello, suscitando l’entusiasmo degli italiani e dei maggiori intellettuali dell’epoca, come Giacomo Leopardi.
Tutela del patrimonio artistico
Antonio Canova, Opere riportate allo Stato della Chiesa nel 1815
Agesandros, Athenodoros, Polydoros, Laocoonte, seconda metà del I secolo a.C., marmo, altezza 242 cm.
Città del Vaticano, Musei Vaticani,
Cortile dell’Ottagono del Belvedere
Leochares, Apollo del Belvedere, ante 330 a.C., copia romana,
ca 130 d.C., marmo, altezza 224 cm. Città del Vaticano, Museo Pio-Clementino
Raffaello Sanzio, Trasfigurazione,
1518-20, olio su tavola, 405 x 278 cm.
Città del Vaticano, Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana
Prof. Paolo Zorzi
Durante i secoli il mondo dell’Arte è stato oggetto di furti, razzie e bottini di guerra da parte dei conquistatori con il preciso intento di sottomettere i popoli vinti, agendo sul senso di appartenenza civile e morale che il patrimonio culturale riveste per ciascun cittadino, e, conseguentemente, con la precisa volontà di privarli della memoria storica che li caratterizza e identifica.
Prof. Paolo Zorzi
Image By Bundesarchiv, Bild 101I-729-0001-23 / Meister / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5477656
Napoleone Bonaparte venne incaricato dal Direttorio, durante la campagna d’Italia degli anni 1796-1797, di portare in Francia un gran numero di opere d’arte appartenenti allo Stato della Chiesa
(«Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell’armata ai vostri ordini siano inscindibili. L’Italia deve all’arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà …»)
Il Trattato di Tolentino, stipulato con il papa, Pio IV, il 19 febbraio 1797, impose, di conseguenza, allo Stato della Chiesa di cedere gran parte delle opere di sua proprietà alla Francia.
Prof. Paolo Zorzi
Antoine-Jean Gros, Bonaparte al ponte di Arcole, 1796, olio su tela,
130 x 94 cm.
Château de Versailles
Il luogo che venne scelto per ospitare i capolavori trafugati fu l’edificio parigino nato come fortezza nel XII secolo, trasformato in residenza reale nel XIV, pensato come museo da Luigi XV nel Settecento, destinato a divenire dapprima Palazzo Nazionale, nel 1791, quindi Muséum central des arts de la République due anni dopo, Musée Napoléon nel 1802 e, infine, conosciuto oggi come Museé du Louvre, una delle sedi museali più importanti del mondo.
Prof. Paolo Zorzi
Antoine-Jean Gros, Bonaparte al ponte di Arcole, 1796, olio su tela,
130 x 94 cm.
Château de Versailles
Una delle maggiori figure fra gli intellettuali francesi che si schierarono contro le spoliazioni napoleoniche fu Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy che, attraverso le Lettres à Miranda, sosteneva che le opere d’arte dovevano essere conservate entro il proprio contesto di appartenenza (“teoria del contesto”), criticando quindi la confisca dei capolavori artistici italiani operata dai francesi.
Prof. Paolo Zorzi
Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy (Parigi, 28 ottobre 1755 - Parigi, 28 dicembre 1849)
Miranda è stato un patriota venezuelano, trasferito nel 1791 in Francia e qui nominato Maresciallo di Francia.
Tornato in patria si battè per l'indipendenza sudamericana e, nel 1812, fu nominato generale e presidente della neonata Repubblica del Venezuela.
Invito alla lettura:
Con scritti di Edouard Pommier
Introduzione, traduzione e a cura di Michela Scolaro:
«Francisco de Miranda era, all’epoca, un simbolo della lotta per la libertà di tutti i popoli oppressi. La sua libertà è di impronta illuminista e liberale. Al di là della reale efficacia dei suoi progetti, quello che conta è la popolarità che le idee di Miranda ebbero, soprattutto nelle classi dirigenti europee dell’epoca. Miranda diventa sinonimo di libertà. E’ molto bello quanto Quatremère scrive di lui in un testo cronologicamente successivo alle Lettere (p. 17): “Miranda non è l’uomo di un paese, si è convertito in una specie di proprietà comune, inviolabile”.»
Prof. Paolo Zorzi
Francisco de Miranda (Caracas, 28 marzo 1750 - Cadice, 14 luglio 1816)
Le più cospicue rimozioni delle sculture dell’Acropoli di Atene, con particolare riferimento ai marmi del Partenone e dell’Eretteo, sono avvenute ad opera di Thomas Bruce, VII conte di Elgin (Broomhall, 20 luglio 1766 – Parigi, 14 novembre 1841), ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano dal 1798 al 1803.
Prof. Paolo Zorzi
CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=439396
Thomas Bruce, VII conte di Elgin
(Broomhall, 20 luglio 1766 - Parigi, 14 novembre 1841)
Anton Graff,
Thomas Bruce, 7th Earl of Elgin, �1788, olio su tela.
Scotland, Broomhall House
L’ambasciatore britannico, coadiuvato dal pittore italiano Giovanni Battista Lusieri (Roma, 1755 – Atene, 1821), iniziò nel 1801 la rimozione dal fregio del Partenone di cinquanta rilievi e di quindici metope, procurando danni consistenti alla struttura architettonica stessa e nel 1802 asportò le sculture dei frontoni, al fine di preservarne l’integrità secondo quanto dallo stesso dichiarato.
Prof. Paolo Zorzi
Lancelot Théodore Comte de Turpin de Crissé, L’Acropoli di Atene, 1804,
olio su tela, 110,5 x 161,5 cm.
Collezione privata
Thomas Bruce, VII conte di Elgin
(Broomhall, 20 luglio 1766 - Parigi, 14 novembre 1841)
Anton Graff,
Thomas Bruce, 7th Earl of Elgin, �1788, olio su tela.
Scotland, Broomhall House
Egli organizzò l’invio dei marmi in Inghilterra nel 1803, annoverati in 39 metope, 56 rilievi del fregio e 17 statue dei due frontoni, collocandoli nella propria residenza ed esponendoli dal 1807.
Prof. Paolo Zorzi
Sculture del frontone ovest del Partenone.
Londra, British Museum
Sculture del frontone est del Partenone, parte sinistra.
Londra, British Museum
(Immagine CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=439402)
(Immagine Di Another Believer – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34910337)
Metopa 31 del fregio meridionale.
Londra, British Museum
(Immagine Di Urban – Fotografia autoprodotta, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1059698)
Lord Elgin si rivolse, quindi, ad Antonio Canova per chiedergli di integrare le lacune delle sculture, che risultavano decapitate e rese mutile a causa della volontà di annientamento del mondo pagano perseguita dal Cristianesimo nell'Età tardo-antica oltre che danneggiate per il recente trasporto stesso verso l'Inghilterra. L'artista italiano, però, si rifiutò di intervenire su opere da lui ritenute veri e propri capolavori realizzati, secondo le sue parole, dai più abili scultori mai esistiti al mondo.
Nel 1816 il diplomatico inglese, che era stato in precedenza sottoposto ad una commissione d’inchiesta riguardo al suo operato in Grecia ottenendo esito favorevole, vendette al British Museum la sua collezione per la somma di 35.000 sterline. Le sculture, conosciute da quel momento come i “marmi di Elgin”, furono esposte dal 1832 nella “sala Elgin” e, dal 1939, nell’apposita area museale entro la quale sono tuttora conservate e mostrate al pubblico.
Prof. Paolo Zorzi
Antonio Canova
(Possagno, 1º novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822)
Antonio Canova, Autoritratto, 1790, olio su tela,
68 x 55 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi
La Germania nazista intese, fin da subito, indottrinare il popolo tedesco in merito al significato di arte, rapportandolo a quello di razza.
L’arte doveva rispondere, secondo la visione e gli obiettivi di Hitler, ai canoni estetici legati al Realismo e al Neoclassicismo, in modo da proclamare la purezza del popolo tedesco e della razza attraverso la magnificenza e la grandiosità delle forme.
Prof. Paolo Zorzi
Image By Bundesarchiv, Bild 101I-729-0001-23 / Meister / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5477656
Soldati tedeschi presso l'ingresso principale di Palazzo Venezia.
Roma, 1944.
I nazisti, nel loro piano di annientamento della cultura ebraica oltre che di quelle da loro considerate ostili, sottrassero ai paesi occupati circa 5 milioni di opere.
Una grande quantità di quadri e volumi fu, inoltre, distrutta dai roghi ordinati dagli stessi Himmler e Rosenberg.
Göring è stato il maggiore responsabile delle spoliazioni di opere d’arte ad opera della Germania nazista, a cominciare dall’ordine impartito nei confronti del patrimonio esistente nella Polonia occupata, completamente requisito nel 1939. Altrettanto devastanti sono state, inoltre, le offensive da lui condotte, l’anno seguente, nei riguardi dei capolavori confiscati al Louvre, un terzo dei quali confluito nella sua collezione privata.
Hermann Wilhelm Göring
(Rosenheim, 12 gennaio 1893 - Norimberga, 15 ottobre 1946)
Di Bundesarchiv, Bild 146-1979-089-22 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38760025
I nazisti trovarono un fertile terreno in Italia per razziare il maggior numero di opere d’arte, proprio grazie all’ accondiscendenza concessa da Mussolini che non si oppose a tale scempio e che, anzi, lo incoraggiò per procurarsi il favore della Germania.
Prof. Paolo Zorzi
Fonte dell’immagine: https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/didattica/2017/06/archivio-luce-documentari-storia/
Fonte dell’immagine: https://tokdehistoria.com.br/2013/11/03/a-incrivel-descoberta-de-1-500-valiosas-obras-de-arte-roubadas-pelos-nazistas-durante-a-segunda-guerra-mundial/
La doppia politica che misero in atto i nazisti, riguardo all’arte non gradita al Reich, fu quella di combattere con ogni mezzo la sua diffusione da una parte e, dall’altra, di screditarla organizzando una mostra di “arte degenerata” a Monaco di Baviera, a partire dal 1937.
Il proposito di questa esposizione fu, infatti, quello di denigrare di fronte al pubblico i lavori di artisti come Klee, Chagall, Kandinskij e Van Gogh, tra i molti altri, esponendo le loro opere insieme a disegni e schizzi realizzati da malati mentali. Allo stesso tempo, il loro interesse consistette nella vendita o nel sequestro di quei manufatti artistici non destinati al rogo, creando un vero e proprio mercato fuori della Germania.
Prof. Paolo Zorzi
https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/opere-d-arte-rubate-da-nazisti-ecco-di-cosa-ha-bisogno-la-ricerca
La sala dei martiri al Jeu de Paume di Parigi, luogo di raccolta di “arte degenerata”
La visita di Goebbels alla mostra di “arte degenerata” a Monaco di Baviera nel 1937
Di Bundesarchiv, Bild 183-H02648 / CC BY-SA 3.0 DE, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6360757
Locandina della mostra sull’ “arte degenerata”. Berlino, 1938
Di Bundesarchiv, Bild 183-H02648 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37892800
Molti altri manufatti artistici vennero razziati da Hermann Göring che contava, nella sua collezione privata, nomi come quelli di Tiziano, Tintoretto, Rubens, Rembrandt e Dürer, fino a comprendere 1376 opere secondo l’inventario redatto tra il 1939 e il 1944 che, curiosamente, annoverava anche lavori di artisti “degenerati”, come gli impressionisti.
Prof. Paolo Zorzi
https://www.artribune.com/tribnews/2015/10/francia-pubblica-catalogo-completo-hermann-goring-dettagli-collezione-opere-arte-leader-nazista/
https://artslife.com/2021/03/26/collezionista-arte-morte-film-catalogo-goring/
L’obiettivo di Hitler fu infatti quello di creare un Führermuseum a Linz, città da lui frequentata negli anni della gioventù, all’interno del quale esporre arte antica e ariana secondo una propria concezione estetica, da lui stesso definita “eterna”.
A tale proposito fece trafugare opere di statuaria greco-romana e del periodo rinascimentale, secondo le indicazioni dello storico dell’arte Hans Posse, vero curatore del progetto, in modo da affiancare concezioni artistiche di stampo classico ad altre di carattere teutonico e di fascinazione nordica.
Prof. Paolo Zorzi
Il Führermuseum doveva essere edificato al posto della vecchia stazione ferroviaria di Linz.
Molti capolavori derubati per la realizzazione di tale iniziativa furono immagazzinati nella miniera di salgemma di Altaussee nella Bassa Slesia, tra i quali il Polittico dell’Adorazione dell’Agnello mistico di Hubert e Jan van Eyck, la Madonna di Bruges di Michelangelo Buonarroti, l’Astronomo di Jan Vermeer e il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt, ritrovati dai Monuments Men, un gruppo di esperti d’arte arruolati durante il conflitto tra gli eserciti alleati, oltre che da altri ricercatori di opere trafugate, come l’agente segreto italiano Rodolfo Siviero.
Prof. Paolo Zorzi
Immagine
CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=184777
Un tunnel nella miniera di salgemma di Altaussee nella Bassa Slesia
Tutela del patrimonio artistico
Storia della tutela - Le Opere immagazzinate miniera di salgemma di Altaussee nella Bassa Slesia
Recupero della Madonna di Bruges
nella miniera ad Altaussee in Austria, 1945
Michelangelo Buonarroti, Madonna di Bruges, ca 1503-1505, marmo, altezza 128 cm.
Bruges, Chiesa di Nostra Signora
Di Michelangelo Buonarroti - User:Elya, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5532173
Prof. Paolo Zorzi
Tutela del patrimonio artistico
Storia della tutela - Le Opere immagazzinate miniera di salgemma di Altaussee nella Bassa Slesia
Hubert e Jan van Eyck, Polittico dell’Adorazione dell’Agnello mistico, 1432, olio su tavola, 343 x 439 cm (a sportelli aperti).
Gand, Chiesa di Saint Bavon
Prof. Paolo Zorzi
Trasporto del pannello centrale della Pala di Gand con, al centro, George Leslie Stout.
Austria, Altausse, luglio 1945
Immagine Door unknown (probably US military) – National Archives and Records Administration, Publiek domein, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29859654
Tutela del patrimonio artistico
Storia della tutela - Le Opere immagazzinate miniera di salgemma di Altaussee nella Bassa Slesia
Jan Vermeer, L’astronomo, 1668, olio su tela, 50 x 45 cm.
Parigi, Museo del Louvre
Prof. Paolo Zorzi
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - I Monuments Men e le Monuments Women
I Monuments Men and Women furono un gruppo di esperti d’arte, comprendenti circa 345 uomini e donne provenienti da 14 nazioni diverse, arruolati nella sezione Monuments, Fine Arts, and Archives (MFAA) per recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti, durante il secondo conflitto mondiale.
Tale sezione nacque in seguito alla decisione, presa dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel 1943, di formare la “Commissione americana per la protezione e il salvataggio dei monumenti artistici e storici nelle aree di guerra”, nota come “Commissione Roberts” dal nome del suo presidente.
Franklin Delano Roosevelt
(Hyde Park, 30 gennaio 1882 - Warm Springs, 12 aprile 1945)
Di Photograph: Leon A. Perskiedigitization: FDR Presidential Library & Museum - CT 09-109(1), CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71911951
Prof. Paolo Zorzi
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - I Monuments Men e le Monuments Women
I Monuments Men furono dunque direttori di musei, curatori, storici dell’arte, artisti, architetti, bibliotecari ed educatori, in servizio presso gli eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale, che presero parte al progetto, tra il 1943 e il 1951, di salvare il patrimonio artistico trafugato dalla Germania nazista, riuscendo a recuperare e restituire ai Paesi di origine più di cinque milioni di beni confiscati.
Immagine By BM . – https://www.flickr.com/photos/147316538@N02/35465351256/, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95650009
By Lotte Jacobi - Original publication: UnknownImmediate source: http://www.aaa.si.edu/collections/images/detail/george-leslie-stout-14418, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=40759372
Prof. Paolo Zorzi
George Leslie Stout
(October 5, 1897 - July 1, 1978)
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - I Monuments Men e le Monuments Women
Tra le numerose opere ritrovate, si ricordano il Polittico dell’Adorazione dell’Agnello mistico di Hubert e Jan van Eyck, la Madonna di Bruges di Michelangelo Buonarroti, l’Astronomo di Jan Vermeer e il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt.
Prof. Paolo Zorzi
Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, 1907, argento, oro e olio su tela, 140 x 140 cm.� New York, Neue Galerie (dal 2006); in precedenza presso Vienna, Osterreichische Galerie
Rodolfo Siviero (Guardistallo, 24 dicembre 1911 – Firenze, 26 ottobre 1983) è stato una figura emblematica del periodo che ha visto tanti uomini e donne impegnarsi nel recupero dei beni sottratti ai legittimi proprietari, durante la Seconda guerra mondiale.
Si laureò in Storia dell’arte a Firenze e, durante gli anni Trenta, entrò a far parte del Sim, il Servizio Informazioni Militari. Nel 1937 ricevette, in qualità di agente, l’incarico di recarsi a Berlino nelle fasulle vesti di ricercatore universitario, con l’obiettivo di raccogliere più informazioni possibili sul regime nazista.
Durante la guerra cercò di ostacolare il trafugamento delle opere d’arte promosso dai nazisti, osteggiando le operazioni del corpo militare specializzato, il “Kunstschutz”, inizialmente configurato come organo di salvaguardia del patrimonio culturale durante le guerre e, conseguentemente, dedito al saccheggio dei capolavori artistici.
Rodolfo Siviero
(Guardistallo, 24 dicembre 1911 - Firenze, 26 ottobre 1983)
Prof. Paolo Zorzi
Proprio a quest’ultimo si deve il ritrovamento di migliaia di capolavori, tra cui l’Annunciazione di San Giovanni Valdarno del Beato Angelico e la Danae di Tiziano, altra opera destinata al Führermuseum e donata da Mussolini a Göring nel 1944.
Prof. Paolo Zorzi
Beato Angelico, Annunciazione, ca 1432, tempera su tavola, 195 x 158 cm.
San Giovanni Valdarno, Museo della basilica di Santa Maria delle Grazie
Tiziano Vecellio, Danae, ca 1545, olio su tela, 120 x 172 cm.
Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
Verona fu una delle città italiane maggiormente interessata dai bombardamenti, nel corso della seconda guerra mondiale.
La sera stessa dell’Armistizio dell’ 8 settembre, truppe tedesche entrarono in città imponendo agli ex alleati collaborazione, pena la resa, il disarmo e la prigionia, e occupando il territorio veronese. Nonostante l’aperta opposizione da parte di militari e civili con conseguenti scontri a fuoco, Verona dovette subire la presenza nazista, divenendo luogo privilegiato della Repubblica Sociale Italiana.
Prof. Paolo Zorzi
Bombardamento su Verona nel luglio del 1944
Documentazione fotografica del bombardamento su Verona del 28 gennaio 1944
(Fonte immagine: https://historicalegio.blogspot.com/2013/12/bombe-su-verona.html)
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
A causa di tale posizione nevralgica, Verona fu oggetto delle incursioni degli Alleati, che la bombardarono, distruggendola per il 45%.
I bombardamenti del 4 gennaio 1945 procurarono ingenti danni ai monumenti storici della città, risultando colpita la Biblioteca Civica e distrutta l’aula maggiore della Biblioteca Capitolare oltre che l’adiacente ala occidentale del chiostro dei canonici.
Prof. Paolo Zorzi
La Biblioteca Capitolare di Verona distrutta dai bombardamenti del 4 gennaio 1945
(Fonte immagine: https://historicalegio.blogspot.com/2013/12/bombe-su-verona.html)
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
Tra il 24 e il 25 aprile 1945 i tedeschi in ritirata minarono e fecero brillare i ponti sull’Adige, tra i quali i due più rappresentativi per la storia della città, Ponte di Castelvecchio e Ponte Pietra.
Prof. Paolo Zorzi
Resti del Ponte di Castelvecchio e di Ponte Pietra,in seguito all’esplosione causata dai tedeschi in ritirata dalla città di Verona (24 aprile 1945)
(Fonte dell’immagine: http://www.dismappa.it/i-ponti-distrutti-a-verona-il-26-aprile-1945/)
Tutela del patrimonio artistico
Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
I lavori di ricostruzione dei due ponti comportarono un notevole impegno e dispiego di mezzi da parte degli esperti che vi lavorarono, sotto la guida dell’allora sovrintendente Piero Gazzola (Piacenza, 6 luglio 1908 - Negrar di Valpolicella, 14 settembre 1979) e dell’architetto Libero Cecchini (Pastrengo, 28 settembre 1919 - Verona, 20 aprile 2020).
I ponti dovevano essere ricostruiti “com’erano e dov’erano”, secondo il principio che mosse gli ingegneri e i tecnici che vi lavorarono oltre che la stessa opinione pubblica.
L’operazione doveva essere condotta, per quanto possibile visto l’entità del danno, per anastilosi, ovvero secondo il principio di ricomposizione delle parti originali di un monumento andato distrutto, riutilizzando il materiale sepolto sotto al fiume e, dove non risultava possibile seguire tale procedura, integrando le parti lacunose con altro materiale di simile composizione e proveniente dalla stessa zona.
Prof. Paolo Zorzi
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Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
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Fotografia scattata precedentemente all’esplosione del Ponte di Castelvecchio
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Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
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Il Ponte di Castelvecchio allo stato attuale
(Immagine Di Jakub Hałun – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16107851)
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Le Opere trafugate nella Storia - Esplosioni e bombardamenti su Verona
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Il Ponte Pietra allo stato attuale
(Immagine Di Raphael Andres – Imported from 500px (archived version) by the Archive Team. (detail page), CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72198210)
L’articolo 9 della Costituzione italiana
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.”
In questi termini si esprime l’articolo 9 della Costituzione, principio fondamentale che deve essere recepito come orientamento per tutta la legislazione italiana sul patrimonio scientifico, ambientale e culturale.
La tutela dei beni culturali deve essere intesa come valore di civiltà che contraddistingue l’agire umano nella sua storia. Il compito delle nuove generazioni è quello di mantenere viva la memoria di ciascun popolo, in quanto elemento identitario che lo caratterizza e rappresenta. Il passato va dunque rispettato e salvaguardato, affinché il cittadino possa comprendere pienamente il proprio ruolo nel presente e progettare obiettivi comuni per il futuro.
Il 2 giugno 1946 fu eletta l’Assemblea Costituente al fine di dotare lo Stato italiano di una Costituzione. Nello stesso giorno il referendum istituzionale sancì la nascita della Repubblica.
Il compito di redigere un progetto di testo costituzionale fu affidato dall’Assemblea alla “Commissione dei 75”, a sua volta suddivisa in tre Sottocommissioni, la prima delle quali, delegata a disciplinare i “diritti e doveri dei cittadini”, si occupò del futuro articolo 9, principio fondamentale relativo alla tutela del patrimonio culturale italiano.
La Costituzione della Repubblica Italiana fu approvata il 22 dicembre 1947 dall’Assemblea Costituente e promulgata il 27 dicembre da parte del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Il Capo dello Stato Enrico De Nicola fotografato nel momento in cui firma la Costituzione italiana, il 27 dicembre 1947, alla presenza, da sinistra, di Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio.
Palazzo Giustiniani
La Costituzione della Repubblica Italiana
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CONVENZIONE DELL’AJA in Ministero della Cultura - Ufficio UNESCO
In seguito alle devastazioni al patrimonio culturale, causate dalle guerre combattute nel Novecento, nel 1954 è stato sottoscritto, a L’Aja, il trattato internazionale intitolato “Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato”, con il preciso obiettivo di proteggere il patrimonio artistico dai danni procurati dagli eventi bellici. Attualmente i Paesi firmatari sono 132, l’Italia ha aderito nel 1974.
Una delle caratteristiche maggiormente rilevanti del trattato è che i beni culturali sono intesi come “patrimonio culturale dell’umanità intera” e non in quanto appartenenti solo ad un determinato territorio.
“I danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, costituiscono danno al patrimonio culturale dell’umanità intera, poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale”
(Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato - L’Aja 1954)
I beni culturali
Con la legge n. 310 del 26 aprile 1964 (Costituzione di una Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio. (GU Serie Generale n.128 del 26-05-1964) viene affidato alla Commissione che porterà il nome del suo presidente Franceschini, di “condurre una indagine sulle condizioni attuali e sulle esigenze in ordine alla tutela e alla valorizzazione delle cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio e di formulare proposte concrete” (LEGGE 26 aprile 1964, n. 310, Art. 1)
“Sono beni culturali quelli d’interesse storico, archeologico, artistico, ambientale, archivistico, librario, nonché, più in generale, qualsiasi altro bene che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà”
(“Commissione Franceschini”, 1964)
Introduzione di un significato giuridico legato al concetto di bene culturale.
Francesco Franceschini
(Vittorio Veneto, 22 febbraio 1908 -
23 febbraio 1987)
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Immagine Di dati.camera.it, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=126222675
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Nella notte del 4 novembre 1966 l’eccezionale maltempo abbattuto sull’Italia centro-settentrionale causò lo straripamento di molti fiumi, tra i quali l’Arno, con la conseguente alluvione della Toscana e in particolar modo di Firenze. L’acqua raggiunse in città l’altezza media di 4 metri, come non accadeva da secoli, e il numero delle vittime, secondo il documento ufficiale della Prefettura, fu di 35, tra le quali 17 a Firenze e 18 nei comuni della provincia.
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Targa in via San Remigio a Firenze, posta a circa 4 metri di altezza, con l’indicazione del livello raggiunto dalle acque, in seguito all’alluvione, del 1333 e a quella del 1966
(Immagine Di Sailko – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1064982)
La città di Firenze si apprestava a vivere, dunque, uno dei momenti più drammatici e tragici della propria storia, dovendo reagire alla violenza delle acque che stavano devastando abitazioni, vie, piazze, palazzi, chiese e musei, rovinando parte dell’ingente patrimonio storico-artistico in essa conservato, tra cui, secondo una stima dell’epoca, 14.000 opere d’arte, 4 milioni di libri, compresi migliaia di manoscritti, e 18 chilometri di documenti.
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(Immagine Di UNESCO / Dominique Roger, CC BY-SA 3.0 igo, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95870472)
La Basilica di Santa Croce risultò la chiesa maggiormente danneggiata, come si evince dal Crocifisso di Cimabue che, nonostante il conseguente restauro, presenta oggi lacune per l’80% della superficie pittorica, ma anche altri edifici storici della città furono interessati dal disastro causato dalla furie delle acque, come il Battistero dove la Porta del Paradiso si spalancò e dalla quale si staccarono le formelle del Ghiberti, oppure la Galleria degli Uffizi, i quali depositi furono invasi dal fango.
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La Basilica di Santa Croce
durante l’alluvione del 1966
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Il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, precedentemente all’alluvione del 1966
Il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, in seguito all’alluvione del 1966
Il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, allo stato attuale
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(Immagine Di ho visto nina volare from Italy – firenze, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52265241)
Il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, in seguito all’alluvione del 1966
(Immagine Di Ivo Bazzechi – http://www.casasantapia.com/images/art/cimabue/cimabueflood670.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43087295)
Grazie alla sensibilizzazione promossa dal mondo della Cultura, accorsero a Firenze volontari da tutto il mondo, specialmente ragazzi chiamati gli “Angeli del fango”, che prestarono spontaneamente il proprio aiuto per salvare il patrimonio artistico della città, dando vita ad uno dei primi e più importanti momenti di solidarietà collettiva e di mobilitazione giovanile del secolo in Italia.
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I lavori di restauro, che si rivelarono determinanti per salvare il patrimonio allora in grave pericolo, furono organizzati da Ugo Procacci (Firenze, 31 marzo 1905 – Firenze, 19 febbraio 1991), storico dell’arte e sovrintendente, il quale si avvalse in particolare del lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure, laboratorio fiorentino considerato oggi all’avanguardia nel mondo, oltre che dello studio, attraverso le fonti documentarie, delle tecniche artistiche utilizzate per la realizzazione dei manufatti, al fine di poterli restaurare intervenendo in maniera più puntuale e con mezzi maggiormente adeguati.
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(Immagine Di UNESCO / Dominique Roger, CC BY-SA 3.0 igo, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95842692)
(Immagine Di UNESCO / Dominique Roger, CC BY-SA 3.0 igo, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81893508)
Il regista Franco Zeffirelli (Firenze, 12 febbraio 1923 – Roma, 15 giugno 2019) realizzò immediatamente, insieme all’attore gallese Richard Burton (Pontrhydyfen, 10 novembre 1925 – Ginevra, 5 agosto 1984), un documentario per testimoniare al mondo intero quanto stava accadendo nella sua città natale, inserendo oltre che immagini eloquenti in merito alla situazione, richieste di aiuto da parte di influenti personaggi della cultura e della politica, come nel caso di Ted Kennedy (Boston, 22 febbraio 1932 – Barnstable, 25 agosto 2009), che in quell’occasione pronunciò una delle frasi all’epoca maggiormente evocate “Vivo nel mondo, Firenze è anche la mia città”.
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La legislazione italiana sul paesaggio
Image By dati.camera.it, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42752577
Giuseppe Galasso
(Napoli, 19 novembre 1929 - Pozzuoli, 12 febbraio 2018)
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Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio
Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Giuliano Urbani.
Principali caratteristiche
Differenziazione fra la tutela (di pertinenza dell’amministrazione statale centrale) e la valorizzazione e fruizione (di pertinenza sia dello Stato che delle Regioni).
Consolidamento della gestione indiretta dei beni culturali pubblici, delegata dallo Stato ai privati.
Pianificazione del processo di privatizzazione dei beni culturali.
Il paesaggio e i beni culturali vengono equiparati dal punto di vista normativo.
By Presidenza della Repubblica, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8100478
Carlo Azeglio Ciampi
(Livorno, 9 dicembre 1920 - Roma, 16 settembre 2016)
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Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Il furto della Gioconda
Innumerevoli sono stati i furti e gli atti vandalici che nella Storia hanno riguardato le opere d’Arte.
Nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1911 la Monna Lisa (Gioconda) di Leonardo da Vinci fu rubata dal Louvre.
Artefice del furto fu l’italiano Vincenzo Peruggia, imbianchino di Dumenza, Comune in provincia di Varese, il quale riteneva che il quadro fosse stato trafugato da Napoleone, senza sapere però che era stato venduto dall’erede e allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, al re di Francia Francesco I, presso la quale corte l’artista fiorentino aveva dimorato durante gli ultimi anni di vita.
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Leonardo da Vinci,
Monna Lisa (La Gioconda),1505-1514,
olio su tavola, 77 x 53 cm.
Parigi, Museo del Louvre
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Il furto della Gioconda
Per porre in atto il suo piano, Peruggia riuscì a farsi assumere dal museo stesso attraverso la ditta che ne gestiva la manutenzione, avendo modo così di venire a conoscenza delle misure a protezione del celebre dipinto, esposto nel Salon Carré del museo.
Secondo le ricostruzioni estrasse la tavola dalla cornice e la nascose sotto la propria veste, uscendo a sua volta dall’edificio indisturbato.
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Parete del Salon Carré del Louvre
dopo il furto della Gioconda nel 1911
Vincenzo Peruggia
(Dumenza, 8 ottobre 1881 – Saint-Maur-des-Fossés, 8 ottobre 1925)
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Il furto della Gioconda
Peruggia, tornato in Italia, contattò nel 1913 l’antiquario fiorentino Alfredo Geri per vendergli l’opera, a patto che rimanesse entro i confini nazionali, il quale, a sua volta, si rivolse al direttore della Galleria degli Uffizi Giovanni Poggi per fissare un incontro, a tale proposito, che si svolse a Firenze l’11 dicembre 1913.
I due esperti, resisi immediatamente conto dell’autenticità del quadro, nascosto nella stanza d’albergo dove l’ex operaio del Louvre dimorava, avvertirono le autorità che provvidero a mettere in sicurezza il dipinto e ad arrestare colui che sarebbe stato definito, da quel momento in poi, come il ladro della Gioconda.
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La Monna Lisa a Firenze
dopo il recupero del 1913
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Il furto della Gioconda
L’opera, visto lo spirito di collaborazione tra Italia e Francia, venne esposta in diverse sedi museali italiane, tra le quali la Galleria degli Uffizi, e tornò, nel 1914, ad essere collocata nel Museo del Louvre, suo legittimo luogo di conservazione.
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La Monna Lisa esposta
presso la Galleria degli Uffizi nel 1913
Il ritorno della Monna Lisa al Louvre
(4 gennaio 1914)
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Furti e atti vandalici - Lo sfregio della Pietà
Il 21 maggio 1972 la Pietà di Michelangelo subì un atto di vandalismo, attraverso 12 martellate inferte alla figura della Madonna, da parte dell’australiano László Tóth, causando ingenti danni all’opera, tra qui la rottura del naso, l’occlusione dell’occhio, la rottura dell’avambraccio sinistro, la mutilazione della mano e la rottura delle dita.
Dopo opportuna catalogazione dei frammenti, venne avviato il restauro, che durò nove mesi, di tipo integrativo quindi senza lasciare traccia delle fratture e delle integrazioni stesse.
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Atto vandalico contro la Pietà di Michelangelo, 1972
Città del Vaticano,
BAsilica di San Pietro
Atto di vandalismo sulla
Pietà di Michelangelo nel 1972
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Lo sfregio della Ronda di notte
Nello stesso anno del furto della Gioconda un altro celebre dipinto, la Ronda di notte di Rembrandt, fu oggetto di vandalismo, atto che diede inizio ad una serie di attentati che lo riguardarono per tutto il Novecento.
Prof. Paolo Zorzi
Rembrandt, Ronda di notte, 1640-1642,
olio su tela, 363×437 cm.
Rijksmuseum Amsterdam
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Furti e atti vandalici - Lo sfregio della Ronda di notte
Nel 1911 l’opera subì un tentativo di sfregio da parte di un cuoco di una nave che, perso il lavoro, decise di vendicarsi del torto subito armandosi di un coltello ed entrando nel Museo Nazionale di Amsterdam dove il dipinto era ed è attualmente conservato, senza però riuscire a penetrare la spessa vernice che lo ricopriva ed evitando quindi di rovinare la tela.
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Rembrandt, Ronda di notte, 1640-1642,
olio su tela, 363×437 cm.
Rijksmuseum Amsterdam
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Lo sfregio della Ronda di notte
Lo stesso quadro, il 14 settembre del 1975, venne sfregiato con tredici squarci verticali, alcuni fino ad una lunghezza di ottanta centimetri, inferti nella sua parte centrale da un uomo non sano mentalmente.
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Ronda di notte in seguito all’atto vandalico del 1975
(Immagine Di Rembrandt – [1] Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANeFo), 1945-1989, Nummer toegang 2.24.01.05 Bestanddeelnummer 928-1539, CC BY-SA 3.0 nl, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32219045)
Particolare dello sfregio inferto alla Ronda di notte di Rembrandt nel 1975
Tutela del patrimonio artistico
Furti e atti vandalici - Lo sfregio della Ronda di notte
Il 6 aprile 1990, il dipinto venne infine vandalizzato con acido spruzzato sulla superficie del dipinto, davanti agli altri visitatori, da un olandese di 31 anni, per fortuna però bloccato dalle guardie che immediatamente, attraverso un apposito liquido neutralizzante, riuscirono a limitare i danni all’opera.
Nel 2019 è stata avviata un’accurata analisi sul dipinto, chiamata Operation Night Watch, attraverso le più innovative tecnologie a disposizione, da parte di esperti e restauratori. La tela è stata collocata in una sala del museo all’interno di una teca di vetro, in modo da consentire al pubblico di seguirne le fasi di studio e di restauro.
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(Immagine Di Hay Kranen – Opera propria, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=110662836)
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La Cappella degli Scrovegni, fatta edificare e decorare per volere di Enrico degli Scrovegni nei primi anni del Trecento a Padova, passò di proprietà innumerevoli volte nella sua storia.
Le famiglie e gli enti che la acquistarono furono dunque molti, dal Consiglio dei Dieci nel 1443, ad Alvise Trevisan, nipote del patriarca di Aquileia nel 1462, ai conti veneziani Alvise e Giovanni Foscari nel 1485, fino conte veneziano Pietro Gradenigo, all'inizio del XIX secolo.
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Padova, Cappella degli Scrovegni
(Immagine CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=364094)
Proprio allora iniziò il declino e l’abbandono del complesso edilizio, a cominciare dal crollo nel 1817 del protiro cinquecentesco, ancora visibile nell’incisione di Fioravante Penuti, un tempo caratterizzato da tre archi e provvisto di balaustra.
Solamente grazie alla pressione di alcune eminenti personalità padovane, la cappella non subì la stessa sorte del palazzo, fatto abbattere dai Gradenigo che non intendeva riservare somme di denaro per il mantenimento e restauro delle sue proprietà.
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Fioravante Penuti, Veduta del Palazzo e della Cappella degli Scrovegni, sec. XIX, incisione.
Padova, Biblioteca Civica
Dopo un primo, infruttuoso, tentativo di vendita dei beni compresi nell'Arena al Comune di Padova da parte del conte Federigo Grandenigo, l’Arundel Society di Londra avanzò la proposta di acquistare le proprietà per poi procedere allo stacco degli affreschi di Giotto, in modo da esporli presso il Victoria and Albert Museum.
In seguito alla liberazione del Veneto dal dominio austriaco, avvenuta nel 1866, e l’unione al Regno d’Italia, il Consiglio Comunale di Padova, in data 16 novembre 1867, avviò le trattative per l’acquisto dell’area dell’Arena.
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Fioravante Penuti, Veduta del Palazzo e della Cappella degli Scrovegni, sec. XIX, incisione.
Padova, Biblioteca Civica
Nel 1880 fu raggiunto un accordo con i conti Gradenigo Baglioni, i quali acconsentirono alla vendita del “terreno con fabbriche denominato l’Arena” al Consiglio Comunale, grazie all’appassionata intercessione dell’assessore alla Cultura Antonio Tolomei che, l’anno seguente, fu eletto sindaco della città.
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Fioravante Penuti, Veduta del Palazzo e della Cappella degli Scrovegni, sec. XIX, incisione.
Padova, Biblioteca Civica
La Cappella degli Scrovegni, scampata inoltre per pochi metri al bombardamento americano che l’11 marzo 1944 distrusse l’abside della chiesa degli Eremitani, comprensivo degli affreschi del Mantegna presenti al suo interno, è così giunta intatta fino ai nostri giorni, simulacro di bellezza e capolavoro artistico per l’umanità intera.
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Chiesa degli Eremitani a Padova
dopo il bombardamento dell’11 marzo 1944
Di MM - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19279316
Di User: Airin di wikivoyage shared, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23028677
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La sottrazione delle opere d’arte ai legittimi proprietari, sia in ambito museale che statale o privato, ha sempre costituito, oltre ad essere un atto criminale e quindi perseguibile a termini di legge, un enorme danno alla libera fruizione del patrimonio artistico, privando il cittadino della possibilità di conoscere e confrontarsi con il bene culturale definito, secondo le parole di Francesco Franceschini, come “testimonianza materiale avente valore di civiltà”.
Prof. Paolo Zorzi
Il Comando Carabinieri Per la Tutela del Patrimonio Culturale è un reparto dell'Arma dei Carabinieri, fondato il 3 maggio 1969, al fine di tutelare il patrimonio artistico italiano.
Il Patrimonio UNESCO
Prof. Paolo Zorzi
Il patrimonio artistico inteso in quanto valore identitario tra i popoli e risorsa per la crescita comune è concetto affermato dalla Commissione Europea.
“Il patrimonio culturale, materiale e immateriale, dell’Europa è la nostra ricchezza comune: il retaggio delle generazioni di europei che ci hanno preceduto e il nostro lascito ai posteri. Si tratta di un patrimonio di conoscenze insostituibili e di una risorsa preziosa per la crescita economica, l’occupazione e la coesione sociale, che arricchisce la vita di centinaia di milioni di persone, è fonte di ispirazione per pensatori e artisti e forza trainante per le nostre industrie culturali e creative. Il nostro patrimonio culturale e le modalità secondo cui lo preserviamo e valorizziamo sono un fattore determinante nel definire la posizione dell’Europa nel mondo e la sua attrattiva quale luogo per vivere, lavorare e da visitare.”