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Tutti i bambini

hanno diritto

a una formazione cristiana

accurata e permanente?

Anche quelli

con disabilità gravi?

Con spunti tratti da relazioni della filosofa Anna Peiretto

e del catecheta Ugo Lorenzi;

supervisione, per quanto di competenza, del liturgista Claudio Magnoli.

Tutti i bambini

hanno diritto

a una formazione cristiana

accurata e permanente?

Anche quelli

con disabilità gravi?

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Prima parte: dai diritti ai bisogni alle caratteristiche dell’essere umano.

Domanda

Che cosa fonda il “diritto ai diritti”?

Risposta

I diritti umani universali sono legati all’esigenza di ogni uomo di poter disporre delle risorse necessarie

a una vita umana dignitosa,

quindi dipendono dai bisogni.

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FISIOLOGIA

(cibo, salute, riposo)

SICUREZZA

(protezione, tranquillità…)

APPARTENENZA

(accettazione, famiglia, gruppo dei pari, relazioni, amicizie…)

STIMA

(rispetto, riconoscimento sociale…)

Piramide di Maslow, la gerarchia dei bisogni più conosciuta e accreditata:

superata? Non verificabile? Incompleta?

Ognuno legga, dal basso verso l’alto,

e risponda in base alla propria esperienza.

AUTOREALIZZAZIONE (O BISOGNI DEL SE’)

(libertà, istruzione, lavoro, interessi culturali e artistici…)

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FISIOLOGIA

(cibo, salute, riposo)

SICUREZZA

(protezione, tranquillità…)

APPARTENENZA

(accettazione, famiglia, gruppo dei pari, relazioni, amicizie…)

STIMA

(rispetto, riconoscimento sociale…)

TRASCENDENZA (oltre il sé e il mondo materiale)

Piramide dei bisogni: successiva aggiunta di Maslow…

AUTOREALIZZAZIONE (O BISOGNI DEL SE’)

(istruzione, lavoro, libertà, interessi culturali e artistici…)...

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Domanda: da dove vengono i bisogni?

Risposta: dalle caratteristiche dell’essere umano.

VENGONO DA…

Bisogni fisiologici: corporeità.

Bisogno di sicurezza: fragilità.

Bisogno di appartenenza: relazionalità.

Bisogno di stima: socialità.

Bisogno di autorealizzazione: attitudine al fare/produrre,

capacità di pensare e conoscere.

Bisogno di trascendenza: capacità di pensare e conoscere

andando al di là del pensiero fattuale.

Coincide con la RELIGIOSITÀ INNATA

Corporeità, fragilità, relazionalità, socialità, capacità di produrre, pensare e conoscere, religiosità:

TUTTO QUESTO (E MOLTO ALTRO) IN MODO UNITARIO E INSCINDIBILE, E’ L’UOMO.

Ora ci fermiamo sulla religiosità.

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Seconda parte. La religiosità

Il filosofo Martin Buber distingue fra religiosità e religione.

LA RELIGIOSITÀ

LA RELIGIONE

è un sentimento umano,

che si manifesta in espressioni

e forme diverse,

"materiato di stupore

e di adorazione

per l’esistenza di un assoluto". 

è un prodotto culturale,

un insieme di dottrine,

precetti,

divieti,

concetti,

insegnamenti umani.

Principio creativo

Principio normativo

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Per il filosofo agnostico

Norberto Bobbio

religiosità è

"Avere il senso dei propri limiti

rispetto alla grandiosità dell’universo".

Che cos’è la religiosità?

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Religiosità è uno sguardo profondo

capace di cogliere

il senso del mondo,

di sé,

delle proprie relazioni,

di Dio, come altro da sé, come forza che insieme sostiene e incombe:

dalla fenomenologia delle religioni è chiamata «numinoso».

È stupore,

uno stupore che incomincia dalla dimensione interiore, dall’emozione di esistere e di riconoscersi unici, irripetibili, speciali.

È un’esperienza profondamente umana

che però avvicina al mistero.

Che cos’è la religiosità?

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La religiosità esige uno spazio interiore

e un pensiero contro-fattuale

cioè la capacità di simulare, immaginare alternative possibili

agli esiti della realtà,

di entrare in profondità nel mondo delle cose

che non sono soltanto ciò che sembrano.

È la capacità sottile di riuscire a guardare

al di là di ciò che appare.

È un modello diverso di rappresentare la realtà,

CHE HA BEN POCO A CHE FARE CON LA MENTALITA’ SCIENTIFICA

E CON L’INTELLIGENZA RAZIONALE.

Che cosa chiede la religiosità?

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Quando nasce la religiosità?

Leggiamo

Secondo la psicologia moderna, la religiosità nasce con la nascita del bambino ed è

un’esperienza comune a tutti i popoli e culture.

Essere chiamato per nome alla vita è un’esperienza di religiosità.

 

Mi trovai su un crinale. Ciò che mi aspettava fuori mi attraeva, ma il grembo di mia madre con la sua calda seduzione mi diceva di restare. Che fare? Fu una voce a farmi finire di nascere, una voce conosciuta che pronunciava una parola: seppi che quello era il mio nome in quel preciso momento, perché dentro c’era il fascino della vita. Fu così che scivolai fuori, incontro alla luce, alla gioia, al dolore…

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Seconda esperienza di religiosità

Il neonato piange la fame, anche se non sa se avrà una risposta.

Sente un bisogno e il pianto è l’unico modo che ha per esprimerlo.

Un bambino non smette di piangere se gli si dice che il latte non c’è.

Il pericolo non è credere che non ci sia il pane

(il dubbio fa parte della ricerca religiosa),

ma convincersi con una menzogna che non si abbia fame.

Vivere il limite e chiedere aiuto è esperienza di religiosità

Avevo fame, ma non sapevo parlare né camminare e nemmeno compiere gesti sensati. Avevo solo un mezzo per farmi sentire: era il pianto e lo usai con tutte le mie forze. Non sapevo se qualcuno mi avrebbe sentito e neanche se ci fosse per me del cibo, ma continuai a piangere la mia fame senza smettere, finché il mio pianto trovò la sua risposta. Non avrei potuto fare diversamente: la fame era lì, non se ne andava e io non potevo negarla, non potevo fingere che non ci fosse.

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La fiducia di base o primaria è il risultato positivo

delle prime esperienze di relazione tra la mamma e il bambino, il quale, dipendendo totalmente dagli altri, vive la necessità dell’affidamento.

Se la madre dà risposte adeguate ai suoi bisogni,

se lo rispecchia con tenerezza,

il piccolo si sente accettato e sostenuto, al sicuro, degno di essere amato, capace di tollerare le momentanee assenze

dei genitori:

si fida di loro, è sicuro che risponderanno ai suoi bisogni (Erikson)

La fiducia di base o primaria, esperienza di religiosità

Nell’ambito degli scambi con i genitori viene elaborata l’immagine di Dio (Ana Maria Rizzuto) e la relazione con Lui.

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Le relazioni, esperienze di religiosità

Prima di tutto il bambino è orientato alla relazione

ed è proprio questo suo bisogno di relazione

a predisporlo all’incontro con Dio. (F. F. Kannheiser)

Numerosi fattori favoriscono lo sviluppo della religiosità infantile:

la relazione parentale, soprattutto con la madre,

il clima di famiglia (genitori, fratelli , nonni…),

la testimonianza dei genitori e il loro insegnamento,

le attività e le esperienze vissute in ambito domestico e fuori…

Nel neonato

si ha la prima fase: è lo stadio dello specchio.

La prima rappresentazione di Dio è lo sguardo della mamma.

Ana Maria Rizzuto

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Ho un ricordo di me molto nitido. Non avevo più di due o tre anni ed ero seduta nel seggiolino appeso al manubrio della bicicletta di mio papà. 

Lui teneva le mani sulle manopole e le sue braccia mi chiudevano in un quadrato magico di sicurezza e affetto. Mi sembrava che la bicicletta fosse molto veloce e anche questo era eccitante; sentivo il vento sulle guance e la luce del sole giocava con me, costringendomi a socchiudere gli occhi. Insomma ero assolutamente, totalmente felice.

Ricordi di esperienze di religiosità

Esperienze di religiosità

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Ci fermavamo poi sulla piazza del paese ed entravamo in chiesa. Appena varcata la soglia, l’atteggiamento del papà cambiava: assumeva un’espressione fervida e seria, ma anche contenta, come se fosse a contatto con qualcosa di particolarmente rasserenante. Io capivo di essere in uno spazio abitato da Qualcuno. Il papà mi aiutava a tracciare il segno della croce, mi dava la mano e insieme scivolavamo in uno stanzino semibuio. Dal soffitto pendevano delle grosse corde: mio papà ne afferrava due, ne tirava una verso il basso e poi la lasciava andare, mentre spingeva in giù l’altra.

Esperienze di religiosità

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E improvvisamente arrivava, 

fortissimo e allegro, 

il suono di una campana. 

Ogni volta mi sentivo sopraffatta da un sentimento sconosciuto, come se con noi ci fosse Qualcuno che ci amava. 

Non capivo chi fosse, ma c’era:

era nel suono della campana,

e ci sarebbe stato per sempre.

Esperienze di religiosità

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Credo che la mia prima esperienza di religiosità sia da far risalire a una primavera del 1953 o ’54, quando nel prato dietro casa mia trovai una mattina un gruppo di pratoline bellissime, che occhieggiavano tra lo smalto verde dell’erba novella. “Chi le ha messe lì?” mi chiesi. Non lo sapevo, ma ero sicura che, chiunque fosse stato, lo aveva fatto per me. 

Non raccontai a nessuno il mio segreto, ma ancora oggi un prato cosparso da margheritine è capace d’immergermi in un’esultanza chiara e colma di luce.

Un altro ricordo di esperienza di religiosità

Esperienze di religiosità

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Ricordo i pomeriggi domenicali, quando mia zia mi portava in chiesa ai vespri. 

Mi stringevo a lei sulla panca, ma subito dopo arrivava il sonno traditore e mi entrava negli occhi. Allora appoggiavo il capo sul suo grembo e poco dopo i rumori si ovattavano e attutivano, le voci degli oranti sfumavano indistinte, il profumo leggero dell’incenso si mescolava all’odore di pulito del grembiule nel quale sprofondavo e tutto si confondeva in una piacevole sensazione di dolcezza e di calore, fluttuante di presenze benefiche e protettrici. 

Scivolavo nel sonno … 

ma forse si trattava di preghiera.

E un altro ancora

Ora andate indietro indietro nel tempo: qual è il vostro primo ricordo

di un’esperienza di religiosità?

Esperienze di religiosità

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Il concetto di Dio arriva più tardi:

prima il bambino s’incontra con Dio

attraverso queste esperienze religiose del sentire

come competenza emozionale.

L’intelligenza razionale procede per problemi e soluzioni.

L’intelligenza emotiva rende capaci di stare davanti al mistero.

Tanti bambini con disabilità sono veri esperti nell’intelligenza emotiva.

Il bambino è aperto al mistero, perché

la religiosità che lo abita lo rende aperto a Dio.

IL BAMBINO È CAPACE DI DIO:

OGNI BAMBINO,

INDIPENDENTEMENTE DALLE SUE CAPACITA’.

Conclusione: la via privilegiata attraverso la quale si manifesta la religiosità è il sentire

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Altre esperienze di religiosità:

la parola come esperienza del limite

Quando si fa esperienza di un linguaggio che non si compie mai del tutto,

quando c’è qualcosa che non riusciamo a dire

(per lo spazio / tempo del bambino è quotidianità)…

noi sentiamo che c’è Qualcosa di più profondo delle parole,

Qualcosa che va al di là,

Qualcosa che ci abita

e non è dicibile: anche questa è esperienza di religiosità.

ANCHE (SOPRATTUTTO?) UN BAMBINO NON VERBALE

PUÒ AVVERTIRE LA PRESENZA DI DIO ATTRAVERSO ALTRI CANALI.

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Blanche è una bambina di origine africana e fino a qualche anno fa frequentava una scuola dell’infanzia italiana. 

Un giorno i bambini della sua sezione vennero invitati dalla maestra a tracciare il contorno delle loro manine e a colorarle. Blanche disegnò correttamente la sagoma delle sue mani e al momento di dipingerle prese il colore rosa. La sua maestra però non voleva: la piccola Blanche era una bambina di colore, nera come un carboncino, perciò doveva usare il colore marrone. 

La bimba non sentì ragioni: pianse, urlò, non volle calmarsi. Le maestre furono costrette a chiamare la mamma, che la portò a casa. 

Da quel giorno Blanche non tornò più a scuola: sapeva di essere nera, ma scegliendo il colore rosa voleva creare un’altra realtà, una realtà alternativa al reale, di cui in quel momento sentiva la necessità.

Il desiderio che porta oltre la realtà: esempio

Esperienze di religiosità

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Blanche non si rassegnava alla realtà.

Esperienze di religiosità

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Un secondo esempio

da «Famiglia cristiana»

Una nonna preoccupata chiede alla psicologa Zattoni Gillini se è accettabile che la nipotina Lidia giocando cambi la realtà. L’esperta risponde affermando che la bambina conosce la realtà, ma nel gioco si affida al pensiero simbolico per trasformarla secondo i suoi desideri e bisogni, lavorando così su identità e affettività.

Il bambino è irriducibile al reale.

L’uomo non si rassegna alla realtà.

Esperienze di religiosità

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I bambini con disabilità sono maestri di desideri.

Due esempi per tanti altri.

Gioele (sindrome dello spettro autistico): tutti i giorni celebra la Messa e coltiva nel cuore il desiderio di diventare sacerdote; gli è stato detto che non potrà, ma non si rassegna e continua a sperare.

Mariapia (disabilità di origine genetica molto grave sia dal punto di vista motorio sia dal punto di vista intellettivo e verbale): chiede con insistenza alla mamma di farle trovare sotto casa un ragazzo con la moto.

ALTRI ESEMPI RACCONTATELI VOI!

Esperienze di religiosità

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Sentirsi chiamati alla vita, sperimentare il proprio limite �e piangere il bisogno senza sapere se arriverà una risposta, �essere consapevoli al contrario di poter contare su qualcuno, �lasciarsi andare all’amore,�essere abitati da desideri che ci trascendono…

sono dimensioni propedeutiche all’esperienza di fede�che sostanziano l’azione liturgica�e sono riprese nella preghiera di domanda,�di affidamento,�di lode�e di amore.

In sintesi

SONO DIMENSIONI PROPRIE DI TUTTI I BAMBINI,

ANCHE (FORSE SOPRATTUTTO) DEI BAMBINI CON DISABILITÀ.

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LA RELIGIOSITA’ ABITA IL CUORE DELL’UOMO FIN DALLE SUE ORIGINI ESISTENZIALI E STORICHE, SENZA ECCEZIONI.

ESSA CREA IL BISOGNO DI TRASCENDENZA, CHE HA IL DIRITTO

DI ESSERE PRESO SERIAMENTE IN CONSIDERAZIONE E DI ESSERE RISPETTATO:

LA RELIGIOSITÀ CHIEDE QUINDI DELLE RISPOSTE,

ESATTAMENTE COME TUTTI GLI ALTRI BISOGNI UMANI

(ESSERE NUTRITI, ACCUDITI, AMATI, SOCIALMENTE RICONOSCIUTI, ESPLORARE E CONOSCERE IL MONDO…).

GLI EDUCATORI NON HANNO IL DIRITTO DI NON RISPONDERE A QUESTO BISOGNO

DEI BAMBINI.

LA CHIESA RISPONDE CON LA CATECHESI E L’INTRODUZIONE ALLA VITA LITURGICA

PER TUTTI.

CONCLUSIONE

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Conclusione

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Appendice

Per finire, due consigli preziosi:

importanza della pedagogia narrativa

e dell’integrazione dei linguaggi.

Le parole per un bambino, soprattutto per un bambino con disabilità intellettive e/o verbali, sono prigioni sigillate dal mistero:

bisogna aprirle incarnandole nei racconti e comunicandole attraverso linguaggi diversi.

Occorre pertanto curare il tono della voce,

la fede con cui si pronunciano, l’emozione…

occorre l’uso di più linguaggi (sensoriale, oggettuale, gestuale e mimico, iconico, musicale,

specifico per una data disabilità…)

vicinanza

fisica

sguardo

posizione del corpo

gesti

Le parole vanno agite come creature viventi,

non solo verbali. (Peiretto)

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GRAZIE!