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SENZA RADICI

I Romani e gli altri

 

Gianluca De Sanctis

Università degli Studi della Tuscia

Liceo classico Machiavelli

02/12/2025

Taddeo di Bartolo, pianta di Roma 1407,

Palazzo Pubblico di Siena

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R.R. Linton, The Study of Man, 1936, pp. 326-327

«Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meridionale e si veste.

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[...] Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un'antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell'India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell'originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. [...] Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un'abitudine degli indiani d'America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all'estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indoeuropeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano».

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Plutarco, Vita di Romolo 9, 3

Appena fu realizzata la prima fondazione della città, istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asilo: vi accoglievano tutti non restituendo lo schiavo ai padroni, né il plebeo ai creditori, né l’omicida ai magistrati; affermavano anzi che per un responso dell’oracolo di Delfi potevano garantire a tutti il diritto di asilo, in modo tale che la città si riempì presto di gente, mentre si dice che i primi focolari non fossero più di mille.

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Ovidio, Fasti 3, 431-432

Romulus, ut saxo lucum circumdedit alto,

«quilibet huc» inquit «confuge; tutus eris».

 

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Plutarco, Vita di Romolo 11, 2-3

Scavò dunque una fossa di forma circolare nel luogo in cui si trova ora il Comizio, dove furono deposte le primizie di tutte le cose di cui si servivano in quanto belle secondo la consuetudine e necessarie secondo la natura. Poi ciascun colono vi gettò una manciata di terra presa dal luogo da cui proveniva, e le mescolarono insieme. Chiamano questa fossa mundus, cioè con lo stesso nome con cui chiamano il cielo. Poi, segnarono il perimetro della città come un cerchio intorno al centro.

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Isocrate, Panegirico 24-25

Noi abitiamo questa terra non dopo aver cacciato via altri popoli, né avendola trovata deserta, né essendoci riuniti qui come un miscuglio eterogeneo di genti (οὐδ' ἐκ πολλῶν ἐθνῶν μιγάδες συλλεγέντες), ma siamo stati generati così nobili e puri (οὕτω καλῶς καὶ γνησίως γεγόναμεν), che continuiamo a possedere questa terra da cui siamo nati, poiché siamo autoctoni (αὐτόχθονες ὄντες) e possiamo rivolgerci alla città con gli stessi nomi con cui chiamiamo i parenti più prossimi. Noi, infatti, siamo i soli, tra i Greci ai quali è lecito chiamarla al tempo stesso “nutrice”, “patria” e “madre” (τροφὸν καὶ πατρίδα καὶ μητέρα). È necessario, dunque, che quanti nutrono, a ragione, grandi ambizioni, e legittimamente aspirano all’egemonia, e spesso ricordano le tradizioni dei padri, possano vantare una tale origine della propria stirpe.

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«In Athens everything was in place right from the start, both its men and its values; and its foundation could be regarded as a paradigm. In Rome, in contrast, greatness was achieved in the course of a continuous process that grew out of an imperfect foundational act».

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Livio 1, 8, 4-6

Nel frattempo, la città cresceva, includendo all’interno delle mura sempre nuovi spazi; si fortificava infatti nella speranza del futuro incremento demografico piuttosto che sulla base del numero dei cittadini allora effettivi. Quindi, affinché una città così grande non restasse vuota, Romolo, per aumentarne la popolazione attraverso il vecchio espediente (vetus consilium) usato dai fondatori di città, i quali, radunando intorno a sé una massa oscura e umile, facevano poi credere ai loro figli di essere nati dalla terra, aprì un asilo in quel luogo che oggi è recintato tra due boschi per chi scende [dal Campidoglio]. Qui dai popoli vicini si riversò una massa eterogenea, senza distinzione tra liberi e schiavi, avida di cose nuove e questo nucleo costituì la prima radice della futura grandezza.

A. Carracci, L'asilo per i profughi sul Campidoglio Palazzo Magnani, Bologna 1590

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…urbes quoque, ut cetera, ex infimo nasci

Gianbologna, Ratto delle Sabine (1574-82), Loggia dei Lanzi, Firenze

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Dionigi di Alicarnasso, AR 3, 10, 4-5

«La stirpe degli Albani continua ad essere nella nostra epoca tale quale era al tempo dei fondatori della città e nessuno potrebbe mostrare, ad eccezione dei Greci e dei Latini, qualche popolo cui noi abbiamo concesso la cittadinanza. Voi al contrario avete distrutto l’integrità dell’ordinamento statale vigente presso di voi, dando accoglienza a Tirreni, Sabini e ad altri privi di sede fissa e vagabondi, barbari in gran numero, a tal punto che i vostri discendenti puri, originari della nostra stirpe, sono ormai in numero esiguo: un gruppo piuttosto piccolo rispetto agli immigrati e agli uomini di altre razze. Se noi rinunciassimo al potere in vostro favore il bastardo comanderebbe sul legittimo, il barbaro sul greco e l’immigrato sull’indigeno».

«

Jacques-Louis David, Le Serment des Horaces (1784), Louvre, Paris

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Dionigi di Alicarnasso, AR 3, 11, 3-5

«Siamo infatti così lontani dal provare vergogna di dare la cittadinanza a chiunque lo voglia, che addirittura siamo fieri di questa misura del nostro stato […]. E tale misura, che per noi è l'origine di molti beni, non ci arreca né biasimo né pentimento, come avverrebbe se avessimo sbagliato. Presso di noi ha il comando, prende le decisioni e gode degli altri onori non chi ha acquistato molte ricchezze, né chi può mostrare molti avi indigeni, ma chiunque sia degno di questi onori. In nient'altro infatti se non nella virtù noi crediamo che risieda la nobiltà dell’uomo. Il resto, la moltitudine, è il corpo della città e offre forza e potere alle scelte operate dai migliori. In virtù di questo spirito filantropico, la nostra città da piccola è divenuta grande e, da disprezzabile qual era, è ora fonte di timore per i vicini. Inoltre, Fufezio, se noi abbiamo un’egemonia che nessun altro dei popoli latini può mettere in discussione, è proprio a questa misura politica, da te condannata, che ne va attribuito il merito».

Mosaico con allattamento di Romolo e Remo, da Apamea, in Siria

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Tacito, Annali 11, 24, 1-4

«I miei avi dei quali il capostipite Clausus di origine sabina fu accolto allo stesso tempo nella città di Roma e nel seno delle famiglie patrizie, mi spingono a servirmi degli stessi principi nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di grande vi fosse in ogni altro luogo (transferendo huc quod usquam egregium fuerit)».

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«la razza è paragonata a un albero; essa non muta. Le radici della razza sono sempre le stesse. Ci sono i rami dell’albero, c’è il suo fogliame. E questo è tutto»

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La parola “radici” non mi piace, e ancora meno amo l’immagine che evoca. Le radici affondano nel suolo, si contorcono nel fango e si sviluppano nelle tenebre. Trattengono l’albero prigioniero da quando nasce e lo nutrono in virtù di un ricatto: “Se ti liberi, muori”.

Gli alberi si devono rassegnare, hanno bisogno delle radici: gli uomini, no. Noi respiriamo la luce, aspiriamo al cielo e, quando veniamo ficcati sotto terra, è per marcire. La linfa del suolo natale non risale dai piedi alla testa; i piedi servono solo per camminare. A noi importa solamente delle strade: sono le strade che ci guidano - dalla povertà alla ricchezza, oppure a un’altra povertà; dalla schiavitù alla libertà, o alla morte violenta. Promettono, ci portano, ci spingono, poi ci abbandonano. E allora stramazziamo morti come siamo nati, sul ciglio di una strada che non abbiamo scelto. Al contrario degli alberi, le strade non spuntano dal suolo a caso, dove germoglia un seme. Come noi, hanno un’origine. Un’origine illusoria, perché le strade non hanno mai punto di partenza reale. Prima di quella curva ce n’era un’altra; e prima di questa un’altra ancora. L’origine diventa irreperibile, giacché a ogni incrocio si incontrano altre strade che hanno altre origini. Se si dovesse tener conto di tutte le confluenze, si farebbe cento volte il giro della Terra»

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Seneca, Consolazione alla madre Elvia 7, 5-7 e 10

Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l'altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell'uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi, via via che si estinguono quelle che c'erano prima o si incorporano con altre più forti. Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa? Ma perché ti faccio un così lungo giro di parole? Che giova citarti Antenore, fondatore di Padova, o Evandro che portò sui lidi del Tevere il regno degli Arcadi? O Diomede e gli altri, vincitori e vinti, che la guerra di Troia disperse per terre straniere? Appunto in un esule ha il suo fondatore l'impero romano, in un profugo che, dopo la conquista della sua patria, portandosi dietro poche reliquie e spinto dalla necessità e dalla paura del vincitore a cercare terre lontane, giunse in Italia. […] Insomma, tu non troverai una terra che sia ancora oggi abitata dalla popolazione indigena. Tutte le cose si sono mescolate e incrociate tra loro (permixta omnia et insiticia sunt).

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Diodoro Siculo, Biblioteca storica 32, 4, 4-5

In tempi più recenti, i Romani, avendo mirato al dominio del mondo, lo ottennero attraverso il valore delle armi, portandolo poi ad una estensione straordinaria grazie ad un atteggiamento quanto mai moderato nei confronti dei vinti. Infatti, si astennero dalla crudeltà e dalla vendetta nei confronti degli sconfitti tanto da sembrare che li trattassero non come nemici, ma come benefattori e amici. Mentre i popoli vinti temevano di dover subire la più dura delle ritorsioni, poiché erano stati loro avversari, i vincitori invece diedero una tale prova di moderazione da superare chiunque altro. Ad alcuni, infatti, concessero la cittadinanza, ad altri garantirono il diritto di matrimonio, ad altri ancora restituirono l’autonomia, in nessun caso mostrando un risentimento superiore al giusto. In virtù di questa straordinaria mitezza (διὰ τὴν ὑπερβολὴν τῆς ἡμερότητος), re, città e intere popolazioni si sottomisero all’egemonia dei Romani. Tuttavia, una volta raggiunto il dominio su tutta l’ecumene, lo resero più saldo con la paura e la distruzione delle città più illustre. Rasero, infatti, al suolo Corinto, annientarono i re di Macedonia, come Perseo, cancellarono Cartagine e in Celtiberia Numanzia, riempiendo il mondo di terrore

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«Ubi solitudinem faciunt pacem appellant»

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«I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l'organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza superiore nata per comandare; con l'impiego meditato, calcolato, metodico della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita, messe in atto simultaneamente o di volta in volta, con una risolutezza incrollabile nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza essere mai sensibili né al pericolo né alla pietà né ad alcun rispetto umano; con l'arte di alterare nel terrore l'anima stessa dei loro avversari, o di addormentarli con la speranza, prima di asservirli con le armi; infine con la manipolazione così abile della menzogna più grossolana da ingannare persino la posterità e da continuare ad ingannarci»

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Tacito, Storie 4, 74

Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella omnium inter se gentium existent? Octingentorum annorum fortuna disciplinaque compages haec coaluit, quae convelli sine exitio convellentium non potest.

Taddeo di Bartolo, pianta di Roma 1407,

Palazzo Pubblico di Siena

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Virgilio, Eneide 6, 847-853

«Con maggior arte, altri al bronzo daran forme e quasi respiro,

sì lo concedo, e dal marmo trarranno dei volti viventi;

e sapran meglio difendere le cause e tracciare al compasso

gli itinerari del cielo, e predire le stelle che sorgono;

tu col dominio ricorda, Romano, di reggere i popoli

- queste saran le tue arti - e di imporre una norma alla pace,

ai sottomessi usare clemenza e schiacciare i superbi»

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