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Carlo Alberto dalla Chiesa

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LA VITA

Carlo Alberto Dallachiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920. All‘età di 22 anni decide di arruolarsi nei carabinieri dove riceve il suo primo incarico in Campania con il bandito La Marca.

Successivamente arriva in Sicilia dove gli anni ‘70 sono molto complicati per il paese soprattutto, e soprattutto per la città di Palermo, dove scompare il giornalista Mauro de Mauro e viene ucciso il procuratore Pietro Scaglione. Dallachiesa indaga e scopre che dietro questi omicidi vi erano famiglie mafiose siciliane.

Nel 1973 il carabiniere Dallachiesa assume il comando dei carabinieri di Milano dove in quegli anni erano comuni gli attentati delle brigate rosse e dove arresta i padri storici del brigatismo.

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Opere legate alle mafia

Dal 1966 al 1973 guidò la Legione Carabinieri di Palermo, dove iniziò una serie di indagini su Cosa Nostra che portò al “Dossier dei 114”: il dossier illustrò la nuova mappa del potere criminale a Palermo e permise di iniziare a far luce sulle commistioni tra mafia e politica. Nel 1970 si trova ad indagare sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, che poco prima di sparire aveva fatto intendere di essere in possesso di materiale rilevante riguardo il caso Mattei. Le indagini a riguardo furono svolte in collaborazione con la Polizia di Stato e sotto la direzione di Boris Giuliano, commissario che venne successivamente ucciso da Cosa Nostra. Nel 1971 indagò anche sulla morte del procuratore Pietro Scaglione.

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Nel 1973 Dalla Chiesa venne promosso al grado di generale di brigata e venne trasferito a Torino alla guida della Legione militare del Nord-Ovest con competenza su Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Qui decise di creare una struttura organica antiterrorismo, reclutando una decina di ufficiali dell’Arma dei Carabinieri. Grazie agli sforzi del nucleo antiterrorismo e all'idea di Dalla Chiesa di infiltrare uomini dell'Arma nell'organizzazione, nel settembre 1974 a Pinerolo furono arrestati Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco delle Brigate Rosse. Nonostante i successi, nel 1976 il nucleo venne sciolto. Il 9 agosto 1978 il Governo gli riconobbe dei poteri speciali come Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti informativi per la lotta al terrorismo, un reparto del Ministero degli Interni, ai diretti ordini del Ministro Rognoni, che doveva occuparsi di ricercare i responsabili dell’assassinio di Aldo Moro (avvenuto nel maggio 1978). Fu proprio grazie alle pressioni di Dalla Chiesa al Governo che in quel periodo venne formalizzata la figura giuridica del pentito. Il 16 dicembre 1981 venne promosso alla carica di Vice Comandante Generale dell’Arma, ruolo già ricoperto dal padre quasi trent'anni prima, a Roma. Venne però messo da parte dall'ambiente politico e militare, finendo a correggere i compiti degli allievi ufficiali. Restò in carica fino al 5 maggio 1982, quando fu nominato Prefetto di Palermo.

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Opere legate alle mafia

Il 17 maggio 1981 venne scoperto l’elenco degli iscritti alla loggia P2, nella villa privata del Gran Maestro della Loggia, Licio Gelli. Nell’elenco compariva anche il fratello di Dalla Chiesa, Romolo, mentre tra i vari documenti venne rinvenuta una domanda di iscrizione dello stesso generale alla loggia, risalente a cinque anni prima, mai approvata. Sulla questione, lo stesso Dalla Chiesa riferì ai magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, titolari dell'inchiesta, che nel 1976, subito dopo la chiusura del nucleo antiterrorismo, il Generale Franco Picchiotti gli propose di entrare a fare parte della loggia. Dopo diverse insistenze, Dalla Chiesa firmò il modulo, salvo poi comunicare al suo interlocutore di averci ripensato: nel suo diario avrebbe scritto che quella firma, giustificata agli inquirenti come mezzo per indagare quella realtà, non era coerente con la sua morale istituzionale e professionale.

A causa della Seconda Guerra di Mafia, nel 1982 l'emergenza criminale a Palermo era tale che a marzo il Ministro Rognoni comunicò a Dalla Chiesa la sua intenzione di nominarlo Prefetto della città. Il Generale accettò l'incarico, anche per via della promessa di poteri eccezionali nel contrasto alla mafia. L’arrivo a Palermo di dalla Chiesa avvenne in un momento complicato: l’omicidio La Torre appena avvenuto e la città travolta da una nuova guerra di mafia, i poteri promessi dal ministro furono nulli, così come i mezzi e gli uomini. Nel frattempo continuò a chiedere i mezzi e i poteri necessari per combattere la mafia. Nonostante la mancanza di questi riuscì comunque a ottenere delle conquiste sul piano investigativo: con due blitz a Villagrazia e in via Messina Marine interruppe un summit dei Corleonesi e scoprì una raffineria di eroina. Nel giugno 1982 venne pubblicato il “rapporto dei 162”: una nuova mappa del potere mafioso a Palermo, che diede origine a 87 mandati di cattura e 18 arresti, evidenziando anche le commistioni tra mafia e politica.

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LA MORTE

La sua ultima azione avvenne poi nel 1975 dove i carabinieri di Dallachiesa, nel corso di una operazione che porta alla liberazione dell'industriale Gancia, uccidono la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Tempo dopo il generale riprende Curcio e altri brigatisti evasi dal carcere di Casale Monferrato. Ed è sua l'idea di rinchiudere i brigatisti nelle carceri di massima sicurezza (Cuneo, Asinara, Trani e Favignana, e poi Palmi).

Quarant'anni fa, il 3 settembre del 1982, veniva assassinato dalla mafia il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dallachiesa, ucciso a Palermo, in via Isidoro Carini, in un attentato nel quale persero la vita anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Dallachiesa fu spedito in Sicilia e divenne martire dopo poco più di tre mesi: raggiunto all'uscita della Prefettura da un commando mafioso che aprì il fuoco con un Kalashnikov ak-47 verso il generale e sua moglie, non risparmiando neanche l'agente che li seguiva a bordo di un'Alfetta.

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Cosa ci rimane di Dallachiesa

Cosa ci rimane di Dallachiesa? L’eredità morale di un uomo dello Stato, di un vero carabiniere, che dai tempi della Resistenza seppe scegliere come stare dalla parte giusta, credendo nella democrazia.

Se oggi ancora in molti, specie se indossano gli alamari o in qualunque altra funzione pubblica giurano fedeltà alla Repubblica, si riconoscono nei Suoi valori, vuol dire che in via Carini non è affatto morta “la speranza degli italiani”.

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