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IGNAVI

IGNAVI È IL TERMINE SOLITAMENTE ATTRIBUITO ALLA CATEGORIA DEI PECCATORI INCONTRATI NEL REGNO DELL'OLTRETOMBA ALL'INTERNO DELLA DIVINA COMMEDIA.

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IGNAVI

Ignavi è il termine solitamente attribuito alla categoria dei peccatori incontrati nel regno dell'oltretomba all'interno della Divina Commedia. Essi sono aspramente descritti nel Canto III dell'Inferno. Dante colloca tra loro figure drammatiche. Ci sono gli angeli che quando Lucifero si ribellò non si schierarono né con lui, né con Dio: per questo non li vuole nessuno, né il Cielo, né l’Inferno profondo; e spiacciono a tutti, al Signore e ai suoi nemici.

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IGNAVI

Questi peccatori sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere un'idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte. Tra essi sono inseriti anche gli angeli che non si schierarono nella battaglia che Lucifero perse contro Dio.

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IGNAVI

Dante li inserisce qui perché li reputa indegni di meritare sia le gioie del Paradiso, sia le pene dell'Inferno, a causa proprio del loro non essersi schierati né a favore del bene, né a favore del male. Sono costretti a girare nudi per l'eternità inseguendo un'insegna che corre velocissima e gira su se stessa, punti e feriti da vespe e mosconi. Il loro sangue, mescolato alle loro lacrime, viene succhiato da fastidiosi vermi. Gli ignavi sono quindi rimasti inerti nella vita per le loro scelte. Qui c’è la cosiddetta Legge del Contrappasso.

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IGNAVI

Dante definisce queste anime come quelle di peccatori "che mai non fur vivi". Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e completo. Tanto accanimento si spiega, dal punto di vista teologico, perché la scelta fra Bene e Male deve obbligatoriamente essere fatta. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medioevo lo schieramento politico e la vita attiva all'interno del Comune erano quasi sempre considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se l'uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non è degno, secondo la riflessione dantesca, di alcuna considerazione.

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IGNAVI

Dante cita anche misteriosamente, fra le schiere degli ignavi, l'anima di un personaggio che, in vita, "fece per viltade il gran rifiuto". Gran parte degli studiosi suoi contemporanei identifica questo personaggio con papa Celestino V (Pietro da Morrone), un eremita che ha raggiunto il Soglio Pontificio nel 1294, ma ritenendosi incapace di sostenere la carica di papa, rinunciò all'ufficio, consentendo quindi l'ascesa al potere di Bonifacio VIII, pontefice che Dante fermamente disprezzava.

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IGNAVI

Già dal secolo successivo questa interpretazione ebbe minor considerazione presso i critici, e da allora l'identità dell'anima di colui che fece "il gran rifiuto" ha generato un non indifferente problema interpretativo. Sono molte le altre interpretazioni possibili, infatti, circa l'identità di questa anima: ivi compresa la possibilità di identificarla con l'anima di Ponzio Pilato, il prefetto romano che, secondo i Vangeli, rifiutò di giudicare Cristo nei momenti successivi la sua cattura, o con Esaù, che rifiutò la sua primogenitura barattandola con un piatto di lenticchie. Il discorso di Virgilio si chiude con il verso definitivo: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

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IGNAVI IERI E DI OGGI

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IGNAVI IERI VS IGNAVI OGGI

Nel canto III dell’Inferno, Dante, descrive in maniera minuziosa e dettagliata i cosiddetti “ignavi”. L’ignavia di Dante, oggi probabilmente diventa una riproduzione di un’angoscia esistenziale non consapevolizzata, che per ragioni fallaci diventa superficialità di fronte alle scelte. Una superficialità che alberga nelle nuove generazioni non perché ci si ritrova in uno stato di mancanza di volontà, poiché se fosse così ci sarebbe spazio per consapevolizzare il problema e fare un tentativo per prendere una posizione.

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IGNAVI IERI VS IGNAVI OGGI

Oggi, ciò che in maniera diffusa si può scorgere, è che si porta l’individuo, sin da una tenera età, ad uno stato di consapevolezza del mondo circostante precedentemente veicolato. Se si consapevolizzasse questo aspetto che porta ad uno stato di degenerazione intellettuale dell’individuo, allora – probabilmente – si potrebbe avanzare contro ciò che oggi è diventata l’ignavia di Dante prima e l’indifferenza di Gramsci oggi. Bisogna dunque prediligere il dialogo con se stessi, per non sfociare in un’ alienante omologazione che ci porterebbe in ogni caso verso un orizzonte in cui scegliere per sé e sentirsi liberi nel farlo si tradurrebbe in un comportamento deviante.

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IGNAVI DI OGGI: RIFLESSIONI

Nella società d’oggi potrebbero essere considerati coloro che peccano di viltà ed egoismo, le persone che non vogliono mai prendere parte attiva agli avvenimenti, che non si schierano con slancio e decisione. Sono quelli che non prendono posizione per non rischiare. Coloro che cercano di essere carini e simpatici con chiunque per paura di un giudizio. Quelli che seguono il più forte o il più potente per non rischiare di perdere e non hanno la forza di uscire dal proprio rifugio fortificato e di esporsi alla luce del sole. Sono coloro che davanti un ostacolo si fermano dicendo: “Tanto ci penserà qualcun altro”. Sono quelli che davanti al pestaggio di una persona restano immobili, senza agire, senza tentare di frenare l’aggressione, semplicemente intenti a guardare la scena.

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CELESTINO V

VITA E «IL GRAN RIFIUTO»

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CELESTINO V�«LA VITA»�

Celestino V, nato Pietro Angelerio detto Pietro da Morrone e venerato come Pietro Celestino è nato ad Isernia (1209-1296), è stato il 192º Papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294. Da BEIC, biblioteca digitale Eletto a Perugia il 5 luglio 1294, fu incoronato ad Aquila (oggi L'Aquila) il 29 agosto nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire qualche anno prima. Durante il suo breve pontificato diede vita alla Perdonanza, celebrazione giubilare annuale tuttora esistente. È sepolto nella stessa basilica aquilana, all'interno del mausoleo realizzato da Girolamo da Vicenza.

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CELESTINO V�«IL GRAN RIFIUTO»�

Dante lo pone con ogni probabilità tra gli ignavi dell'Antinferno, indicandolo come colui che fece per viltade il gran rifiuto (Inf., III, 59-60; non sono mancate altre identificazioni, tra cui Pilato, Esaù, Giuliano l'Apostata). Dante gli rimproverava di aver favorito con la rinuncia alla dignità pontificia l'ascesa al Papato dell'odiato Bonifacio VIII, artefice con le sue trame della vittoria dei Neri a Firenze e dell'esilio politico di Dante. Il vero motivo di quello che è stato definito da Dante il "gran rifiuto" resta ancora oggi avvolto nel mistero.

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FINE

LAVORO SVOLTO DAGLI ALUNNI: COSTANZO LUCIANO 07, SESSA BENIAMINO, ESPOSITO MARROCCELLA RAFFAELE, COSTANZO LUCIO E STELLA MARCO DELLA «III D AFM»