INTRODUZIONE
Negli anni della discesa di Enrico VII in Italia (1310-1316), Dante componeva il De Monarchia, in cui espone il suo pensiero politico.
Le idee che si leggono nel testo esprimono una delle speranze più care al poeta e che ritornerà varie volte nella Commedia: la nascita di un impero che raccolga sotto la sua giurisdizione tutti i popoli. Solo questo può porre termine alle cupidigie e alle guerre dei vari stati e instaurare la pace e la giustizia.
Dante esprime il proprio pensiero politico in modo più approfondito nella Divina Commedia ,nello specifico nel VI canto di ciascuna cantica:
-canto VI dell’Inferno;
-canto VI del Purgatorio;
-canto VI del Paradiso;
Nel canto VI dell’Inferno vengono esposte considerazioni riguardanti la situazione politica di Firenze.
Nel canto VI del Purgatorio vengono esposte considerazioni riguardanti l’intera Italia.
Nel canto VI del Paradiso vengono esposte considerazione riguardanti il rapporto tra Papato e Impero,guardando all’Impero Romano come una realtà politica perfetta a cui aspirare.
CANTO VI DELL’INFERNO
Inferno, VI: Firenze «città partita» Nel VI canto dell’Inferno Dante entra nel terzo cerchio, dov’è punito il «vizio de la gola». Qui Dante incontra un anonimo personaggio fiorentino, Ciacco, con il quale affronta il tema della condizione di Firenze, la «città partita», lacerata dalle divisioni interne: a lui il poeta affida la profezia della sconfitta dei Bianchi.
Ricaduto poi Ciacco nella massa degli altri dannati, il canto si chiude sul tema resurrezione dei corpi nel giorno del Giudizio, affrontato da Dante in diversi altri luoghi della Commedia.
Di questo VI canto riportiamo il cuore del discorso fra Dante e Ciacco, dal momento in cui il poeta chiede di conoscere l’identità del suo interlocutore .
parafrasi
Versi
Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Una volta ripresi i sensi, che avevo perso per via della compassione nei confronti dei due cognati, che mi aveva sconvolto per la tristezza, nuove pene e nuove anime sofferenti mi vedo intorno, in qualunque modo mi muova e mi volti, e in qualunque direzione io guardi. Mi trovo nel terzo cerchio, quello della pioggia eterna, maledetta, fredda e opprimente; la sua intensità e la sua natura non cambiano mai. Cerbero, belva crudele e mostruosa, con tre fauci latra come un cane sulle anime che qui sono sommerse. Cerbero, belva crudele e mostruosa, con tre fauci latra come un cane sulle anime che qui sono sommerse. Ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, il ventre largo, e le dita con artigli; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta. La pioggia li fa ululare come dei cani; con un fianco riparano l'altro; si rigirano continuamente i miserabili peccatori.
Versi
Parafrasi
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
"O tu che se’ per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".
Quando ci vide Cerbero, mostro orrendo, aprì le bocche e ci mostrò le zanne; non c’era parte del suo corpo che tenesse ferma. E la mia guida [Virgilio] tese in avanti i palmi delle sue mani, raccolse della terra, e con i pugni pieni la gettò dentro le gole affamate. Come un cane che abbaiando mostra il suo desiderio [di cibo], e si calma dopo aver addentato il pasto, perché è tutto intento e impegnato solo a divorarlo, così si calmarono quelle facce sporche del demonio Cerbero, che stordisce a tal punto le anime, che vorrebbero essere sorde. Noi passavamo sopra le anime che la pesante pioggia opprime, e ponevamo i piedi sopra la loro inconsistenza che sembra un corpo vero. Esse giacevano tutte quante per terra, all'infuori di una che si alzò a sedere, non appena ci vide passarle davanti. «O tu che sei condotto per questo inferno», mi disse, «riconoscimi, se riesci: tu nascesti prima che io morissi».
Versi
Parafrasi
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena�d’invidia sì che già trabocca il sacco,�seco mi tenne in la vita serena.�Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco
per la dannosa colpa de la gola,�come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.�E io anima trista non son sola,�ché tutte queste a simil pena stanno�per simil colpa". E più non fé parole.�Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno�mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;�ma dimmi, se tu sai, a che verranno�li cittadin de la città partita;�s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione�per che l’ ha tanta discordia assalita".��
E io a lui: «La sofferenza che tu provi forse ti cancella dalla mia memoria, tanto che non mi pare di averti mai visto.
Ma dimmi chi sei, tu che sei stato messo in un luogo così doloroso e subisci una tale pena, che, se qualcun’altra è superiore, nessuna è tanto spiacevole». Ed egli a me: «La tua città, che è piena di invidia al punto che il sacco ne trabocca, mi ebbe con sé durante la mia vita serena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: per il dannoso peccato della gola, come vedi, mi logoro sotto la pioggia. Ed io, anima infelice, non sono sola, perché tutte queste scontano la stessa pena per la stessa colpa». E non disse più una parola. Io gli risposi: «Ciacco, la tua agonia mi addolora al punto che induce a piangere; ma dimmi, se lo sai, che cosa attende i cittadini della città divisa; se c'è qualche [uomo] giusto; e spiegami la ragione per cui tanta discordia l'ha colpita».
E quelli a me: "Dopo lunga tencione�verranno al sangue, e la parte selvaggia�caccerà l’altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia�infra tre soli, e che l’altra sormonti�con la forza di tal che testé piaggia.�Alte terrà lungo tempo le fronti,�tenendo l’altra sotto gravi pesi,�come che di ciò pianga o che n’aonti.�Giusti son due, e non vi sono intesi;�superbia, invidia e avarizia sono�le tre faville c’ hanno i cuori accesi".�Qui puose fine al lagrimabil suono.�E io a lui: "Ancor vo’ che mi ’nsegni�e che di più parlar mi facci dono.�Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,�Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca�e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,�dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;�ché gran disio mi stringe di savere�se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca".�
Versi
Parafrasi
E lui a me: «Dopo una lunga contesa giungeranno allo scontro sanguinoso, e il partito selvaggio caccerà l’altro, con grande violenza.
Dopodiché è destino che questosoccomba, nello spazio di tre anni, e che l’altra fazione prevalga con l’aiuto di un tale che adesso si mostra neutrale.
Per lungo tempo terrà in alto la testa, tenendo l'altra sotto una pesante oppressione, per quanto di ciò si lamenti o si sdegni.
Due sono i giusti, e non sono ascoltati; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno infiammato i loro cuori». Qui pose fine alle sue parole dolorose. Ed io a lui: «Vorrei che tu altro ancora mi rivelassi, e che mi facessi dono di altre tue parole. Farinata e il Tegghiaio, che furono così degni, Iacopo Rusticucci, Arrigoe il Mosca e gli altri che applicarono il loro ingegno al bene, dimmi dove sono e fa’ sì che io conosca la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o l'Inferno li tormenta».
E quelli: "Ei son tra l’anime più nere;�diverse colpe giù li grava al fondo:�se tanto scendi, là i potrai vedere.�Ma quando tu sarai nel dolce mondo,�priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:�più non ti dico e più non ti rispondo".�Li diritti occhi torse allora in biechi;�guardommi un poco e poi chinò la testa:�cadde con essa a par de li altri ciechi.�E ’l duca disse a me: "Più non si desta�di qua dal suon de l’angelica tromba,�quando verrà la nimica podesta:�ciascun rivederà la trista tomba,�ripiglierà sua carne e sua figura,�udirà quel ch’in etterno rimbomba".�Sì trapassammo per sozza mistura�de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,�toccando un poco la vita futura;�per ch’io dissi: "Maestro, esti tormenti�crescerann’ei dopo la gran sentenza,�o fier minori, o saran sì cocenti?".��
Versi
Parafrasi
Ed egli: «Essi sono tra le anime più colpevoli; diverse colpe li hanno spinti giù in fondo: se scenderai così in basso, là potrai vederli.
Ma quando tornerai nel dolce mondo, ti prego di ricordarmi alla memoria degli altri uomini: non ti dico altro e più non ti rispondo». Allora torse obliquamente gli occhi; mi guardò un po' e infine chinò il capo: cadde con essa a terra, al pari degli altri dannati. E la mia guida mi disse: «Non si rialzerà più di qui fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potente nemico [dei dannati]: ciascuno rivedrà la triste tomba, riprenderà il suo corpo e le sue sembianze, udirà ciò che rimbomberà in eterno». Così oltrepassammo quel lurido miscuglio di anime e di fango, a passi lenti, parlando un po' della vita eterna; per cui dissi: «Maestro, questi tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, diminuiranno, o saranno altrettanto dolorosi?».
Ed elli a me: "Ritorna a tua scïenza,�che vuol, quanto la cosa è più perfetta,�più senta il bene, e così la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta�in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».�Noi aggirammo a tondo quella strada,�parlando più assai ch’i’ non ridico;�venimmo al punto dove si digrada:�quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
Versi
Parafrasi
Ed egli a me: «Rammenta la tua dottrina filosofica, che afferma che, quanto più una cosa è perfetta, più avverte il piacere e allo stesso modo la sofferenza.
Sebbene queste anime dannate non procedano giammai verso la perfezione, si aspettano tuttavia di essere più perfette dopo il Giudizio Universale rispetto ad ora».
Aggirammo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; arrivammo nel punto dove si discende: qui trovammo Pluto, il grande nemico.
CANTO VI del purgatorio
Insieme a Virgilio,Dante si trova ancora nell'Antipurgatorio, fra coloro che sono morti uccisi con violenza.
La colpa di queste anime è di aver sconvolto l'ordine e l'armonia,date da Dio,per fini personali.
Esse fecero in tempo a pentirsi dei loro peccati e ora chiedono di portarne notizie ai vivi perché si preghi per esse così da abbreviare la loro permanenza in Purgatorio.
Dante apre il Canto VI (il Canto politico del Purgatorio) istituendo un paragone tra il vincitore del gioco della zara , che dona parte della vincita alla folla che lo circonda per liberarsene, e se stesso, che ascolta le preghiere delle anime solo per farle allontanare.
Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.
Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
Quiv’era l’Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.
Vidi conte Orso e l’anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’e’ dicea, non per colpa commisa;
Quando si conclude il gioco della zara, colui che ha perso rimane amareggiato, ripetendo i tiri [del dado], e deluso impara; con il vincitore se ne vanno tutti gli spettatori; chi gli cammina davanti, chi lo afferra da dietro, e chi al suo fianco gli si raccomanda; ma egli non si ferma, e ascolta gli uni e gli altri; a chi egli porge la mano, questi smette di pressarlo, e così si difende dalla massa. Nella stessa situazione ero io in quella fitta schiera [di anime], volgendo loro lo sguardo, di qua e di là, e facendo promesse mi liberavo da essa. Là vi era l’Aretino che fu ucciso dalle feroci mani di Ghino di Tacco, e l’altro che annegò inseguendo i nemici. Là pregava con le mani protese Federigo Novello, e quel pisano che fece sembrare il virtuoso Marzucco forte. Vidi il conte Orso e colui la cui anima fu divisa
dal suo corpo per odio e per invidia, come egli
diceva, non per una colpa commessa;
Versi
Parafrasi
Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr’è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.
Come libero fui da tutte quante
quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
sì che s’avacci lor divenir sante,
io cominciai: "El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?".
Ed elli a me: "La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
ché cima di giudicio non s’avvalla
perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ’l priego da Dio era disgiunto.
parlo di Pierre de la Brosse; e a questo provveda mentre è ancora in vita la donna di Brabante, così da non finire in una schiera peggiore. Appena mi fui liberato da tutte quante quelle anime che mi pregavano solo perché altri pregassero, così che s’accelerasse la loro purificazione, io cominciai: «Mi sembra che tu, o mia luce, neghi esplicitamente nella tua opera che le decisioni del Cielo possano essere piegate dalla preghiera; ma queste anime pregano solo per questo: sarebbe dunque vana la loro speranza, o non mi sono ben chiare le tue parole?». Ed egli a me: «Il mio testo è semplice, e la speranza di costoro non è vana, se ben si esamina con la mente sgombra ; perché l'altezza del giudizio non si abbassa per il fatto che il sentimento di carità dei vivi esaurisca in un istante ciò deve espiare chi si trova qui; e nel passo in cui io io parlai di questo argomento, non si espiava, grazie alla preghiera, la pena, perché la preghiera era separata da Dio.
Versi
Parafrasi
Veramente a così alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice".
E io: "Segnore, andiamo a maggior fretta,
ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta".
"Noi anderem con questo giorno innanzi",
rispuose, "quanto più potremo omai;
ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
Prima che sie là sù, tornar vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta".
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
Tuttavia non fermarti di fronte a un dubbio così profondo, se non te lo dice colei che farà la luce tra la Verità e l’intelletto. Non so se capisci: parlo di Beatrice; tu la vedrai più in alto, sulla vetta di questo monte, sorridente e felice». Ed io: «Signore, procediamo più in fretta, perché già mi stanco meno di prima, e vedi che ormai il monte proietta la propria ombra». «Noi proseguiremo con la luce di questo giorno», rispose, «ormai quanto più potremo; ma la situazione è diversa da quel che pensi. Prima di arrivare lassù, vedrai tornare colui che già si nasconde dietro la parete [del monte], così che tu non interrompi più i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, guarda verso di noi: quella ci indicherà la via più veloce [per salire]». Ci avvicinammo a lei: o anima lombarda, come te ne stavi fiera e disdegnosa e come eri onesta e pacata nel muovere il tuo sguardo!
Versi
Parafrasi
Ella non ci dicëa alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
"Mantüa..." e l’ombra, tutta in sé romita,
surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: "O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!"; e l’un l’altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
Versi
Parafrasi
Essa non ci diceva nulla, ma ci lasciava avanzare, limitandosi a guardare come un leone quando sta in riposo. Tuttavia Virgilio si avvicinò a lei, pregandola di mostrarci la salita più agevole; e quella non rispose alla sua domanda, ma ci chiese il nostro paese di provenienza e la nostra identità; e la mia dolce giuda cominciò: «Mantova…» e l’anima, tutta chiusa in se stessa, si slanciò verso di lui dal luogo dove stava prima, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello, della tua città!» e si abbracciavano l’un l’altro. Ahimè Italia, fatta schiava, albergo di dolore, nave senza nocchiere in mezzo ad una grande tempesta, non più donna di popoli, ma prostituta! Quell’anima nobile fu così veloce, solo per [aver udito] il dolce nome della sua città, a far festa al suo concittadino; mentre adesso nei tuoi confini i tuoi abitanti non riescono a stare senza farsi la guerra, e l’un l’altro si combattono coloro che sono racchiusi in un unico muro e in un unico fossato.
Versi
Parafrasi
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’esso fora la vergogna meno.
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
Cerca, o misera, lungo le coste i tuoi territori marini, e poi guarda i tuoi territori interni, se esiste alcuna parte di te che gode della pace. A cosa serve che Giustiniano abbia riaggiustato il freno [dell’autorità], se il trono è vuoto? Senza questo fatto la vergogna sarebbe minore. Ahimè gente che dovresti essere devota [a Dio], e lasciare sedere l’imperatore sul trono, se ben comprendi quello che Dio ti insegna, guarda come questa bestia è divenuta indomabile per non essere governata dagli speroni, da quando hai preso in mano la briglia. O Alberto d’Austria che abbandoni costei che è divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti salire sulla sua sella, un giusto castigo dal Cielo ricada sulla tua stirpe, e sia straordinario ed evidente, tale che il tuo successore ne abbia timore!
Perché tu e tuo padre avete sopportato, presi dalla brama di conquista della Germania, che il giardino dell’Impero fosse abbandonato.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!
Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
"Cesare mio, perché non m’accompagne?".
Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?
Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
Parafrasi
Versi
Vieni a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, o uomo incurante: i primi già decaduti, gli altri timorosi! Vieni, o crudele, vieni, e osserva l’oppressione dei tuoi vassalli, e ripara i loro errori; e ti accorgerai di com’è decaduta Santafiora! Vieni a vedere la tua Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Imperatore mio, perché non mi accompagni?». Vieni a vedere quanto si ama la gente! E se ciò non ti muove ad alcuna compassione verso di noi, vieni a vergognarti almeno della tua fama. E se mi è lecito, o Cristo che fosti crocifisso per noi in Terra, sono i tuoi giusti occhi rivolti altrove? O forse è una preparazione che tu disponi, nell’abisso della tua mente, ad un futuro bene del tutto estraneo alla nostra comprensione? Perché le città d’Italia sono tutte piene di tiranni, e ogni villano che si pone alla testa di un partito diventa un Marcello.
Versi
Parafrasi
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ ha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: "I’ mi sobbarco!".
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
Firenze mia, puoi essere ben contenta di questa digressione che non ti riguarda, grazie al tuo popolo che si dà da fare. Molti hanno il senso della giustizia nell’animo, ma tardi viene manifestato perché non venga attuato senza la giusta riflessione; ma il tuo popolo ce l’ha sulle labbra. Molti rifiutano le cariche pubbliche; ma il tuo popolo prontamente risponde senza essere chiamato, e grida: «Io accetto!». Ora sii felice, perché tu ne hai ben motivo: tu ricca, tu in pace, tu saggia! Se io dico il vero, i fatti non lo nascondono. Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civilizzate, diedero per il bene comune un piccolo contributo rispetto a te, che crei così sottili provvedimenti, che a metà novembre non giunge ciò che avevi emanato ad ottobre. Quante volte, del tempo che ricordi, hai cambiato leggi, moneta, istituzioni e consuetudine, e hai rinnovato i cittadini!
Versi
Parafrasi
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
E se ti ricordi bene e vedi con chiarezza, ti vedrai simile a quella malata che non può trovare pace sulle piume [del letto], ma voltandosi continuamente cerca sollievo dal dolore.