EDIZIONE IPERTESTUALE
a cura di
Laura Giurdanella
Cesare Pavese
La luna e i falò
La luna e i falò�di Cesare Pavese
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
for C.
Ripeness is all
Ricordo di Constance Dowling
Constance Dowling e Cesare Pavese
Prima edizione
W. Shakespeare,
King Lear
I.
C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.
Audiolibro
del capitolo
Le Langhe
Topografia letteraria
Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c’è più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l’ospedale di Alessandria gli passava la mesata. Su queste colline quarant’anni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale, oltre ai figli che avevano già. C’era chi prendeva una bambina per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già due, e quando fossi un po’ cresciuto speravano di aggiustarsi in una grossa cascina e lavorare tutti quanti e star bene. Padrino aveva allora il casotto di Gaminella – due stanze e una stalla – la capra e quella riva dei noccioli. Io venni su con le ragazze, ci rubavamo la polenta, dormivamo sullo stesso saccone, Angiolina la maggiore aveva un anno più di me; e soltanto a dieci anni, nell’inverno quando morì la Virgilia, seppi per caso che non ero suo fratello. Da quell’inverno Angiolina giudiziosa dovette smettere di girare con noi per la riva e per i boschi; accudiva alla casa, faceva il pane e le robiole, andava lei a ritirare in municipio il mio scudo; io mi dicevo che lei non
Il casotto della
Gaminella
fruttava niente e chiedevo a Padrino perché non prendevamo altri bastardi.
Adesso sapevo ch’eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale. Prima, quando correndo a scuola gli altri mi dicevano bastardo, io credevo che fosse un nome come vigliacco o vagabondo e rispondevo per le rime. Ma ero già un ragazzo fatto e il municipio non ci pagava più lo scudo, che io ancora non avevo ben capito che non essere figlio di Padrino e della Virgilia voleva dire non essere nato in Gaminella, non essere sbucato da sotto i noccioli o dall’orecchio della nostra capra come le ragazze.
L’altr’anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendìo così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi.
La collina di Gaminella
La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppia di meliga. Dalla stalla muggì un bue, e nel freddo della sera sentii l’odore del letame. Chi adesso stava nel casotto non era dunque più così pezzente come noi. M’ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m’ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com’era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo. Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch’era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull’aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci
Il fiume Belbo
già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti.
Meno male che quella sera voltando le spalle a Gaminella avevo di fronte la collina del Salto, oltre Belbo, con le creste, coi grandi prati che sparivano sulle cime. E più in basso anche questa era tutta vigne spoglie, tagliate da rive, e le macchie degli alberi, i sentieri, le cascine sparse erano come li avevo veduti giorno per giorno, anno per anno, seduto sul trave dietro il casotto o sulla spalletta del ponte. Poi, tutti quegli anni fino alla leva, ch’ero stato servitore alla cascina della Mora nella grassa piana oltre Belbo, e Padrino, venduto il casotto di Gaminella,
La collina del Salto
La cascina della Mora
se n’era andato con le figlie a Cossano, tutti quegli anni bastava che alzassi gli occhi dai campi per vedere sotto il cielo le vigne del Salto, e anche queste digradavano verso Canelli, nel senso della ferrata, del fischio del treno che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a meraviglie, alle stazioni e alle città.
Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Nuto
Riferimenti intertestuali
Citazione
Citazione
Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?
C’è qualcosa che non mi capacita. Qui tutti hanno in mente che sono tornato per comprarmi una casa, e mi chiamano l’Americano, mi fanno vedere le figlie. Per uno che è partito senza nemmeno averci un nome, dovrebbe piacermi, e infatti mi piace. Ma non basta. Mi piace anche Genova, mi piace sapere che il mondo è rotondo e avere un piede sulle passerelle. Da quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchiere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone, per me le collinette di Canelli sono la porta del mondo. Nuto che, in confronto con me, non si è mai allontanato dal Salto, dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne. Proprio lui che da giovanotto è arrivato a suonare il clarino in banda oltre Canelli, fino a Spigno, fino a Ovada, dalla parte dove si leva il sole. Ne parliamo ogni tanto, e lui ride.
Materiali concordanziali
La luna e i falò�di Cesare Pavese
Prima edizione
for C.
Ripeness is all
La luna e i falò. Prima edizione, 1950: in copertina, un particolare di un quadro di Carlo Carrà.
(fonte: internetculturale.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Ricordo di Constance Dowling
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Ricordo di Constance Dowling
di Lorenzo Ventavoli.
(fonte: hyperpavese.com)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Constance Dowling e Cesare Pavese
Ricordo di Constance Dowling,
di Lorenzo Ventavoli.
(fonte: hyperpavese.com)
Constance Dowling e Cesare Pavese
Roma, 1950.
(fonte: fondazionecesarepavese.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Riferimenti intertestuali
(fonte: bartleyby.com)
Ripeness is all
William Shakespeare (1564-1616)
King Lear (1914)
Act V Scene II
A Field between the two Camps.
Alarum within. Enter, with drum and colours, Lear, Cordelia, and their Forces; and exeunt. Enter Edgar and Gloucester.
Edg. Here, father, take the shadow of this tree
For your good host; pray that the right may thrive.
If ever I return to you again, 5
I’ll bring you comfort.
Glo. Grace go with you, sir! [Exit Edgar.
Alarum; afterwards a retreat. Re-enter Edgar.
Edg. Away, old man! give me thy hand: away!
King Lear hath lost, he and his daughter ta’en. 10
Give me thy hand; come on.
Glo. No further, sir; a man may rot even here.
Edg. What. in ill thoughts again? Men must endure
Their going hence, even as their coming hither:
Ripeness is all. Come on. 15
Glo. And that’s true too. [Exeunt.
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Geografia letteraria
I luoghi di Pavese
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(fonte: CINUM)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Geografia letteraria
I luoghi di Pavese
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Legenda
M1 prima lezione del manoscritto
M2 seconda lezione del manoscritto
D1 prima lezione dattiloscritto
D2 seconda lezione dattiloscritto
(fonte: CINUM)
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Varianti
La luna e i falò�di Cesare Pavese
Le Langhe
Le Langhe
(fonte: internetculturale.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Il casotto della Gaminella
Il casotto della Gaminella
(fonte: fondazionecesarepavese.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
La collina della Gaminella
La collina della Gaminella
(fonte: astigov.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Il fiume Belbo
Il fiume Belbo
(fonte: wikimedia commons)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
La collina del Salto
La collina del Salto
(fonte: google.com)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
La cascina della Mora
La cascina della Mora
(fonte: fondazionecesarepavese.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Citazione
Capitolo primo
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Nuto
Nuto
(fonte: internetculturale.it)
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
Riferimenti intertestuali
(*fonte: Cesare Pavese, Opera e poetica. Testi editi, inediti, traduzioni, a cura di A. Sichera e A. Di Silvestro, Milano, Oscar Mondadori, 2021.)
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese
Le poesie
Lavorare stanca (1936)
«Tu che abiti a Torino..." mi ha detto " ...ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode, e poi, quando si torna, come me a quarant'anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono».
I Mari del Sud, vv. 12-16, p. 7.*
O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest'oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.
Paesaggio, vv. 24-29, p. 74.*
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La luna e i falò�di Cesare Pavese
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Capitolo primo
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