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Luigi Nono, Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz (1965), WERGO WER 6038-2
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“Job Rebuked By His Friends”, da William Blake “Illustrations Of The Book Of Job”, serie di incisioni pubblicate nel 1825.
«Si deus, unde mala?»:
il «buco nero»,
di Auschwitz.
Aula Primo Levi, Liceo classico, musicale
e coreutico «B. Zucchi», venerdì 10 aprile
(questo manufatto è da considerarsi completamente, confusamente umano e, come tale, del tutto privo di I.A… L’ascitizia desultorietà di gran parte dei suoi assunti ne certifica la faticosa, stentata natura sapiens).
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“Tu sei il diavolo,” disse allora Guglielmo. Jorge parve non capire. Se fosse stato veggente direi che avrebbe fissato il suo interlocutore con sguardo attonito.
“Io?” disse. “Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l'arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio».
U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1981, pp. 480-81
A guisa di exergo…
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Cap. 1: «… ed a questo la risposta non è mai stata data».
«Io sono arrivato al punto di chiedermi il perché del nostro destino, dell’essere qui oggi, al chiedermi, non al rispondermi. La risposta non l’ho trovata, non soltanto, ma le risposte che mi si offrono non soddisfano, dovrebbero spiegare il perché del male nel mondo, come il male del mondo sia compatibile con Dio Padre Onnipotente, ed a questo la risposta non è mai stata data».
P. Lucarini, Intervista a Primo Levi, in P. Levi, Opere complete. III. Conversazioni. Interviste, dichiarazioni, Einaudi, Torino 2018, p. 375
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Ma qual è la «domanda senza risposta»?
«Unde haud iniuria tuorum quidam familiarium quaesivit: «Si quidem deus, -inquit- est, unde mala? bona vero unde, si non est?»
Perciò non a torto uno dei tuoi amici chiese: «Se Dio esiste, da dove vengono i mali? Da dove vengono i beni, se non esiste?»:
S. Boezio, La consolazione di Filosofia (a cura di M. Bettetini), Einaudi, Torino 2020, pp. 20-21 [I, 4, 30]
La prima domanda metafisica non è quella di Leibniz: «Perché c’è qualcosa e non piuttosto nulla?», ma «Perché c’è il male e non piuttosto il bene?» ]…] la differenza ontologica è preceduta dalla differenza tra il bene e il male. Quest’ultima è la differenza, essa è l’origine del sensato.
E. Lévinas, Trascendenza e male, in id., Di Dio che viene all’idea, Jaca Book, Milano 1983, p. 158
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Le opzioni logiche non abbondano. Si potrebbe scegliere di ripudiare Dio in parte o in toto: per conseguenza, si potrebbe negare l’esistenza di un Dio, escludendolo del tutto dalla discussione.
D. Blumenthal, Teodicea: una dissonanza tra teoria e pratica. Tra accettazione e protesta, in Convivium, 1/1998. Il fascino del male, Queriniana, Brescia 1998, p. 139
«non-risposta» n. 1
cfr. Stefano Brogi, I filosofi e il male. Storia della teodicea da Platone ad Auschwitz, Franco Angeli, Milano 2006, pp.146-18
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Per me le cose stanno così: Dio è onnipotente o non è Dio. Ma se c’è ed è quindi onnipotente, perché permette il male? Il male esiste. Il male è il dolore. Dunque, se Dio, a suo arbitrio, può ribaltare il bene in male, o soltanto lasciare che il male dilaghi sulla Terra, vuol dire che è un Dio cattivo. E quella di un Dio cattivo è un’ipotesi che mi ripugna. Così mi attengo all’ipotesi che mi pare più semplice; lo nego.
P. Levi, Io e Dio, in id., Conversazioni e interviste 1963-1987, Einaudi, Torino 1997, p. 286
«non-risposta» n. 1
CAMON: Cioè: Auschwitz è la prova della non-esistenza di Dio?
LEVI: C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. [Sul dattiloscritto, a matita, ha aggiunto: Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi. Se c’è Auschwitz, può esserci Dio?, Guanda, Parma 1997, pp. 86-87
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esistenza
bontà
comprensibilità
onnipotenza
C’è stato Auschwitz, quindi:
Elie Wiesel, Buchenwald, 16 aprile1945
cfr. AA.VV., La teologia della morte di Dio (a cura di A. Lova), Zanichelli, Bologna 1979
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esistenza
bontà
comprensibilità
onnipotenza
C’è stato Auschwitz, quindi:
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Oppure si potrebbe rifiutare l’idea del potere divino assoluto, asserendo che Dio non ha modo di fermare il male e che il male dev’essere il frutto non già di Dio, bensì degli esseri umani, che sono liberi di scegliere tra il male e il bene.
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., p. 139
I tre attributi [buono, comprensibile, onnipotente, N.d.R.] non possono insomma stare insieme: Dio è buono solo se non è onnipotente, unicamente a questa condizione possiamo affermare, nonostante l’esistenza del male nel mondo, che Dio è comprensibile e buono. L’attributo dell’onnipotenza deve dunque sparire.
Sergio Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano 1992, p. 44
«non-risposta» n. 2
- Credo in Deum Patrem omnipoténtem (325)
- Πατέρα Παντοκράτορα (381)
- «Altissimu, onnipotente, bon Signore…»
cfr.
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Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile (nel governo del mondo in cui noi unicamente siamo in condizione di comprenderla).
Ma se Dio può essere compreso solo in un certo modo e in un certo grado, allora la sua bontà (cui non possiamo rinunciare) non deve escludere l’esistenza del male; e il male c’è solo in quanto Dio non è onnipotente.
Solo a questa condizione possiamo affermare che Dio è comprensibile e buono e che nonostante ciò nel mondo c’è il male, E poiché abbiamo concluso che il concetto di onnipotenza è in ogni caso un concetto in sé problematico, questo è l’attributo divino che deve venir abbandonato.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il melangolo, Genova 1993, p. 34
Una riflessione fondamentale per una «teologia concentrazionaria»
cfr. H. Jonas, Immortalità ed esistenza odierna, in id., Tra il nulla e l’eternità, Gallio, Ferrara 1992, pp. 73-95
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esistenza
bontà
comprensibilità
onnipotenza
C’è stato Auschwitz, quindi:
«La stessa santa Madre Chiesa ritiene ed insegna che Dio, principio e fine di ogni cosa, può essere conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create.»
Concilio Vaticano I, Dei Filius, costituzione dogmatica, 24 /IV/ 1870
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Un’ulteriore opzione si offre alla nostra considerazione, il fatto cioè di sostenere che, data la differenza qualitativa esistente tra Dio e l’essere umano, a quest’ultimo non è dato di conoscere i motivi soggiacenti alle azioni divine, né di attribuire in effetti a Dio la responsabilità delle azioni divine. All’individuo, quindi, non resta che avere fede, o fiducia, nella bontà di Dio e lasciare all’imperscrutabile sapienza divina i giudizio morali definitivi.
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., p. 139
È la teologia della teofania jobica, del θεὸς ἄγνωστος)», del «volto nascosto», della voce come «silenzio sottile»
cfr. E. Norden, Agnostos Theos. Ricerche sulla forma del discorso religioso, Morcelliana, Brescia 2002
«non-risposta» n. 3
cfr. A. Neher, L’esilio della parola, Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Medusa, Milano 2020
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La onnipotenza divina può coesistere con la bontà assoluta di Dio solo al prezzo di una totale non comprensibilità di Dio, cioè dell’accezione di Dio come mistero assoluto.
Di fronte all’esistenza nel mondo del male morale o anche solo del male meramente fisico, dovremmo sacrificare la comprensibilità di Dio alla coesistenza in lui degli altri due attributi.
Solo di un Dio totalmente incomprensibile si può affermare che è assolutamente buono e cooriginariamente assolutamente onnipotente e che, nonostante ciò, sopporta il mondo così com’è.
Più in generale, i tre attributi in questione –bontà assoluta, potenza assoluta e comprensibilità- sono fra loro in rapporto tale che ogni relazione tra due di loro esclude il terzo.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. ed. cit., p. 33
Un’altra pagina fondamentale di «teologia concentrazionaria»
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esistenza
bontà
comprensibilità
onnipotenza
C’è stato Auschwitz, quindi:
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O, ancora, si potrebbe disconoscere la suprema bontà divina e sostenere che, in realtà, Dio possa, di sua propria iniziativa, compiere il male.
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., p. 139
«non-risposta» n. 4
… attingendo alla tradizione zoharica del misticismo ebraico, nonché a un senso inalterato della realtà dell’Olocausto, sono pronto ad attribuire a Dio, di tanto in tanto, delle azioni cattive; sono pronto a riconoscere che, in alcuni imprevedibili istanti dell’ininterrotto rapporto tra uomo e Dio, Dio possa compiere il male. Affermo, inoltre, assieme alle fonti, che questa propensione al male è una caratteristica connaturata a Dio de che le iniquità non sono sempre una funzione del peccato umano originale […] ho definito questo aspetto di Dio un «maltrattamento», proponendo quale legittima risposta il «culto a Dio attraverso la protesta».
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., pp. 141-42 passim
cfr. M. Idel, Il male primordiale nella Qabbalah. Totalità, perfezionamento, perfettibilità, Adelphi, Milano 2016
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Di fronte all’evidente sproporzione tra il peccato del popolo eletto e la punizione divina, l’unico termine che può convenire è quello che si usa per indicare il «maltrattamento» dei genitori nei confronti dei figli. L’abuso è un uso della forza sproporzionato rispetto alla mancanza che un bambino può avere commesso: la sua caratteristica essenziale è l’innocenza della vittima rispetto all’intensità della forza usata contro di lei; forse non totalmente innocente, ma certo non abbastanza da giustificare il grado di violenza impiegato. Questo modello appare a Blumenthal del tutto congruente con l’esperienza ebraica nei campi di sterminio: «The holocaust was abused and, in theology of divine providence, God is an Abuser».
S. Brogi, I filosofi e il male. Storia della teodicea da Platone ad Auschwitz, Franco Angeli, Milano 2007, p. 147
Prendiamoci un appunto su questo termine, fra poco lo sentiremo suonare…
Di un «Abusing God»…
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È ovvio che gli esseri umani vogliono un Dio assolutamente buono e non vogliono un Dio che maltratta. A fronte del dolore sofferto per causa di un universo che è indifferente nel migliore dei casi e sovente crudele, l’umanità ha bisogno di un po’ di conforto. Gli individui hanno bisogno di sapere che, alla fine, saranno giustificati. Potrebbe esservi sentimento più umano? Perciò gli esseri umani proiettano in Dio questa assoluta bontà, tollerando la dissonanza conoscitiva derivante dalla giustapposizione della realtà con Dio.
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., p. 150
cfr. S. Freud, L’avvenire di un’illusione (1927), in id., Opere (1924-1929) vol. X, Bollati Boringhieri, pp. 431 segg.,
… e del rifiuto di pensarlo tale/I…
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L’umanità occidentale avrà tuttavia ricercato il senso di questo scandalo, invocando la significazione propria di un ordine metafisico, di un’etica, invisibili negli insegnamenti immediati della coscienza morale. Regno dei fini trascendenti, voluti da una saggezza benevola, dalla bontà assoluta di un Dio definito, in qualche modo, da questa bontà soprannaturale; o bontà diffusa, invisibile, nella Natura e nella Storia di cui essa guiderebbe i percorsi, certo dolorosi, ma che conducono al Bene. Dolore ormai sensato, subordinato in un modo o nell’altro alla finalità metafisica intravista dalla fede o dalla credenza nel progresso.
Ecco la grande idea necessaria alla pace interiore delle anime nel nostro mondo provato. Essa è chiamata a far comprendere le sofferenze di quaggiù. Queste acquisteranno un senso in riferimento a una colpa originale o alla finitezza congenita dell’essere umano. Il male che riempie la terra si spiegherebbe in un ‘piano d’insieme’: esso sarebbe chiamato ad espiare un peccato in cui annuncerebbe alle coscienze, ontologicamente limitate, un compenso o una ricompensa alla fine dei tempi. Prospettive sovrasensibili per intravedere nella sofferenza, essenzialmente gratuita e assurda e apparentemente arbitraria, una significazione e un ordine.
E. Lévinas, La sofferenza inutile, in id., Tra noi. Saggi sul pensare-all’altro (a cura di E. Baccarini), Jaca Book, Milano 1998, pp. 128-29
… e del rifiuto di pensarlo tale/II…
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Cap. 2:
Auschwitz, il «buco nero» della teodicea
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Buco nero di Auschwitz è uno degli ultimi articoli di Primo Levi pubblicato su «La Stampa» il 22 gennaio 1987; ora in P. Levi, L’asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987, pp. 132-135
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Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo,�che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.�Mai dimenticherò quel fumo.�Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi�trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.�Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia fede.�Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di
[vivere.�Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima,�e i miei sogni, che presero il volto del deserto.�Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.
E. Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze 1994, pp. 39-40
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WA/1
la «prova»
Abramo
Giobbe�
Il Golgota
La Shoah
WA/2
Ma che cosa inghiotte il «buco nero» di Auschwitz»?
WA/1
Ecco gli σκανδάλια che sentiremo suonare fra poco…
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«Da loro non emana che disperata gravezza,�Non energia, non messaggi, non particelle, non luce»…
Ma che cosa inghiotte il «buco nero» di Auschwitz»?
P. Levi, Le stelle nere, in id., Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1984, p. 36
cfr. K. Lowith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, Roma 1963
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La domanda di Giobbe è vorticosa e coinvolge un caposaldo morale del testo biblico, ovvero quello che proporziona il dolore alla colpa commessa. Giobbe lo grida con coraggio al suo Dio: perché il giusto è colpito nonostante la sua santità? Perché non c’è alcun rapporto tra il bene e il male subito? Perché l’innocente può venire distrutto e il malvagio premiato? Gli amici sono i portavoce di questa teologia della redenzione che informa gran parte del cosiddetto Antico Testamento.
M. Recalcati, Il grido di Giobbe, Einaudi, Torino 2021, p. 25
«Sulla terra c'è un'altra vanità: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità», Qo. 8, 14
«Ma noi abbiamo discusso troppo a lungo un fatto del tutto chiaro. Telamone invece sintetizza in un solo verso tutta la dimostrazione del perché gli dei trascurano gli uomini: ‘nam si curent, bene bonis sit, male malis; quod nunc abest» III, 32, 79
Cic. La natura divina (a cura di C.M. Calcante), Rizzoli, Milano 1992, pp. 379-81
I: le teologie della «retribuzione»
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«Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro; potrei avere soppiantato, cioè di fatto ucciso.
I «salvati» del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della « zona grigia», le spie.
Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti».
P. Levi, La vergogna, in id., I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1991, pp. 63-64
«nam si curent, bene bonis sit, male malis; quod nunc abest»
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Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore�e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui;�perché il Signore corregge colui che egli ama�e percuote chiunque riconosce come figlio.
�È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
Eb., 12, 5-13
II: le teologie «medicali»
cfr. Prov. 3, 11-12
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Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non vengono per la distruzione ma per la correzione del nostro popolo. E veramente il fatto che agli empi è data libertà per poco tempo, e subito incappano nei castighi, è segno di grande benevolenza. Poiché il Signore non si propone di agire con noi come fa con gli altri popoli, attendendo pazientemente il tempo di punirli, quando siano giunti al colmo dei loro peccati; e questo per non dovere alla fine punirci quando fossimo giunti all'estremo delle nostre colpe. Perciò egli non ci toglie mai la sua misericordia, ma, correggendoci con le sventure, non abbandona il suo popolo.
2Maccabei, 6,12-17
Ancora sulle teologie «medicali»
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«Ad Auschwitz non siamo divenuti più saggi, se per saggezza s'intende una conoscenza positiva del mondo: nulla di quanto comprendemmo nel Lager non avremmo potuto comprenderlo anche fuori; nulla si trasformò in un'utile guida. Neanche nel campo siamo diventati più «profondi», ammesso che la fatale profondità sia una dimensione spiritualmente definibile.
Inutile aggiungere, credo, che ad Auschwitz non siamo nemmeno divenuti migliori, più umani, più "benevoli" nei confronti dell'uomo e più maturi moralmente. Non si assiste a fatti e misfatti dell'uomo disumanizzato senza che vengano messe in discussione tutte le idee circa l'innata dignità dell'uomo.
Dal Lager uscimmo denudati, derubati, svuotati, disorientati e ci volle molto tempo prima che riapprendessimo il linguaggio quotidiano della libertà. Ancora oggi del resto nel parlarlo siamo a disagio e senza un'autentica fiducia nella sua validità».
J. Améry, Ai confini dello spirito in id., Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 54
Auschwitz e il πάθει μάθος
cfr. E. Traverso, Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna 2004, pp. 169-201
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il πάθει μάθος come «teologia medicale»
Dio ha cuore di padre verso gli uomini buoni e li ama virilmente: «Siamo sempre alla prese» dice «con lavori, dolori, privazioni, per acquistare la vera forza» […] Non regge a nessun colpo una prosperità incontrastata: ma chi ha dovuto sostenere una lotta continua con le sue disgrazie, ha fatto il callo alle avversità e non cede a nessun male, ma anche caduto combatte in ginocchio. E tu ti meravigli se quel dio che ama tanto i buoni, che li vuole i migliori e i più perfetti possibile, gli assegna la fortuna contri cui esercitarsi?
Seneca, La provvidenza, (a cura di A. Traina), Rizzoli, Milano 1997, II, 6-7, pp. 90-91 passim
«Le vie della saggezza Zeus aprì ai mortali, facendo valere la legge che sapere è soffrire. Gener anche nel sonno, dinanzi al memore cuore, rimorso di colpe, e così agli uomini anche loro malgrado giunge saggezza: e questo è beneficio dei numi che saldamente seggono al sacro timone del mondo.
Eschilo, Agamennone, vv. 176-183 in id., Orestea (trad. M. Valgimigli), Rizzoli, Milano 1980, pp. 80-81
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I compagni legati da un vincolo religioso o politico non si stupivano o si stupivano poco, del fatto che nel campo l’inimmaginabile divenisse realtà. Essendosi allontanata da Dio, l’umanità doveva arrivare al punto di commettere e subire le atrocità di Auschwitz, dicevano i cristiani e gli ebrei credenti. Giunto al suo ultimo stadio, quello del fascismo, il capitalismo deve necessariamente sterminare l’umanità, affermavano i marxisti. Nel campo non avveniva nulla di inaudito, solo ciò che gli uomini ideologicamente preparati o credenti, da sempre si aspettavano o avevano comunque ritenuto possibile […] il loro regno non era nel presente bensì nel domani e in un luogo imprecisato: il domani millenaristico e assai lontano dei cristiani, e quello utopistico, terreno, dei marxisti.
J. Améry, Ai confini dello spirito, in id., Intellettuale a Auschwitz, ed. cit., p. 143 passim
III. Le «grandi narrazioni»
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32
Ma v'ha di più; questa manifestazione del principio: che il mondo è retto dalla ragione, si lega ad un'altra più estesa applicazione che ci è ben nota, cioè alla verità religiosa: che il mondo non è dato in balìa al caso o a cause accidentali, ma che esso vien governato da una provvidenza. Ho già dichiarato superiormente che io non esigeva la vostra fede pel detto principio, tuttavia io potrei appellarmi a questa fede, nella forma religiosa, se l'indole della scienza in generale non proibisse alla filosofia di far valere presupposizioni o cose tratte d'altra parte, perchè la scienza che noi dobbiamo trattare deve esser quella appunto che somministra le prove, se non del fondamento, della giustezza di quel principio. La verità poi che una provvidenza, e questa la divina, presiede agli avvenimenti nel mondo, corrisponde al suddetto principio filosofico, poiché la provvidenza divina è, per la scienza, l'infinita potenza che realizza il suo scopo, cioè lo scopo generale e razionale del mondo: la ragione è il pensiero che liberamente determina sè stesso.
Filosofia della storia di G.G. Federico Hegel compilata dal dott. Edoardo Gans e tradotta dal tedesco da G.B. Passerini, Capolago, Tipografia e Libreria Elvetica, 1840, p. 14
Il fondamento moderno delle «grandi narrazioni»
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«Per intendere meglio questo punto, bisogna considerare che vi sono due grandi princìpi che reggono i nostri ragionamenti: l’uno è il principio di contraddizione, secondo cui, di due proposizioni contraddittorie, l’una è vera e l’altra falsa: l’altro principio è quello della ragione determinante, secondo cui non accade mai nulla senza che vi sia una causa, o quanto meno una ragione determinante, cioè qualcosa che basti a rendere ragione a priori del perché una cosa è così e non in un altro modo.
Questo grande principio lo ritroviamo in tutti gli avvenimenti, e non se ne darà mai un esempio contrario; e sebbene nella maggioranza dei casi le ragioni determinanti non ci siano abbastanza note, nondimeno intravediamo sempre che ve ne sono.
Senza questo grande principio non potremmo mai provare l’esistenza di Dio, e un’infinità di ragionamenti giustissimi ed estremamente utili dei quali esso è a fondamento ci farebbe difetto».
G.W. Von Leibniz, Saggi di teodicea, sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male, § 44, Garzanti, Milano 2004, p. 188
IV. Il principio di «ragion sufficiente»
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Ma questo còmpito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile.
Pius PP. XII, Humani Generis 12/8/1950
E infatti: spinto dalla sete, ho adocchiato, fuori di una finestra, un bel ghiacciolo a portata di mano. Ho aperto la finestra, ho staccato il ghiacciolo, ma subito si è fatto avanti uno grande e grosso che si aggirava là fuori, e me lo ha strappato brutalmente. – Warum? – gli ho chiesto nel mio povero tedesco. – Hier ist kein warum, – (qui non c’è perché), mi ha risposto, ricacciandomi dentro con uno spintone.
P. Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, Torino 1989, p.25
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Cap. 3: di un Dio diveniente e sofferente
nel «buco nero» di Auschwitz
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dal Dio «assoluto» al Dio
La riflessione sul divino nel «buco nero» di Auschwitz
Il Dio-«Essere», il Dio «motore immobile» dell’universo è stato chiamato da Paolo De Benedetti –un «Mito metafisico». Catturato dall’orizzonte dell’essere, il Dio biblico acquista le connotazioni mitologiche appunto, dell’assoluta immutabilità, dell’infinità, dell’eternità, dell’onnipotenza, che la Scrittura non afferma, almeno non in modo diretto ed esplicito. Sholem ha notato che la concezione biblica di un Dio vivente non è compatibile con il principio dell’immutabilità di Dio. Un altro pensatore ebreo contemporaneo, Hans Jonas, usa l’immagine di un Dio diveniente, un Dio cioè che diviene nel tempo anziché possedere un essere completo, sempre identico a se stesso, nell’eternità.
S. Quinzio, La sconfitta di Dio, ed. cit., p. 43
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Per una prima mappa delle teologie post-concentrazionarie
cfr. Sal., 13, 21, 43
cfr. Nm., 31; I Sam., 15 (Es. 32)
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La struttura «greca» del cosmo sostenuto e animato da un logos eterno, e perciò identico nel passato, nel presente e nel futuro, non lascia nessuno spazio per concepire una salvezza delle creature, per loro natura contingenti e destinate quindi alla morte, in definitiva apparenze insignificanti che non coinvolgono in nessun modo la perfetta e immobile essenza divina, riflessa da sempre e per sempre nell’imperturbabile moto circolare moto circolare delle luminose sfere celesti.
S. Quinzio, La sconfitta di Dio, ed. cit., p. 43
Catturato dall’orizzonte dell’essere, il Dio biblico acquista le connotazioni mitologiche appunto, dell’assoluta immutabilità, dell’infinità, dell’eternità, dell’onnipotenza, che la Scrittura non afferma, almeno non in modo diretto ed esplicito. Sholem ha notato che la concezione biblica di un Dio vivente non è compatibile con il principio dell’immutabilità di Dio. Un altro pensatore ebreo contemporaneo, Hans Jonas, usa l’immagine di un Dio diveniente, un Dio cioè che diviene nel tempo anziché possedere un essere completo, sempre identico a se stesso, nell’eternità.
S. Quinzio, La sconfitta di Dio, ed. cit., p. 43
Dio c’è, ma dobbiamo ripensare il nostro modo di pensarlo
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«Poiché, come abbiamo visto, ci sono tre specie di sostanze, di cui due sono quelle fisiche e la terza è la sostanza immobile, dobbiamo ora parlare di quest’ultima e dimostrare che necessariamente esiste una sostanza immobile che è eterna».
Aristotele, Metafisica, 1071b
«…così vedi le cose contingenti�anzi che sieno in sé, mirando il punto�a cui tutti li tempi son presenti»;
Pd., XVII, 16-18
Non perché più ch’un semplice sembiante�fosse nel vivo lume ch’io mirava,�che tal è sempre qual s’era davante…;
Pd., XXXIII, 109-111
Ancora come il «logos eterno, e perciò identico nel passato, nel presente e nel futuro»?
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L’ᾰρχή di un «dio diveniente»: lo «tzimtzum»)
Concedendo all’uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza […] solo con la creazione dal Nulla possiamo avere l’unicità del principio divino in uno con la sua autolimitazione, che dà spazio all’esistenza e all’autonomia di un mondo. La creazione fu l’atto di assoluta sovranità, con cui la Divinità ha consentito a non essere più, per lungo tempo, assoluta –una opzione radicale a tutto vantaggio dell’esistenza di un essere finito capace di autodeterminare se stesso- un atto infine dell’autoalienazione divina.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ed. cit., pp. 36-37 passim
Rinunciando alla sua inviolabilità il fondamento eterno consentì al mondo di essere. Ogni creatura è debitrice dell’esistenza a questo atto di autonegazione e ha ricevuto con essa tutto ciò che può ricevere dall’aldilà. Dopo essersi affidato totalmente al divenire del mondo, Dio non ha più nulla da dare: ora tocca all’uomo dare. E l’uomo può dare, se nei sentieri della sua vita si cura che non accada o non accada troppo sovente, e non per colpa sua, che Dio abbia a pentirsi di aver concesso il divenire del mondo.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. ed. cit., p. 39
צִמְצוּם
è il «tiqqun ‘olam», ci arriviamo fra poco…
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Ho parlato innanzitutto e nel modo più chiaro di un Dio sofferente -un’affermazione che sembra a prima vista in netto contrasto con la rappresentazione biblica della maestà divina […] se le mie parole hanno un senso, questo consiste nel fatto che il rapporto tra Dio e mondo, dal momento della creazione, e in modo certo, dal momento della creazione dell’uomo, comporta per Dio una certa dose di sofferenza.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ed. cit., pp. 27-28
In secondo luogo il mito presenta l’immagine di un Dio diveniente. È un Dio che si cala nel tempo, anziché possedere un’essenza perfetta destinata a restare identica a se stessa nell’eternità […] sovratemporalità, impassibilità, immutabilità sono considerati gi attributi necessari di Dio. E la antitesi ontologica di essere e divenire, caratteristica del pensiero classico, grazie a cui il divenire è subordinato all’essere e presentato come l’essenza del mondo inferiore corporeo, esclude ogni presenza del divenire dall’essere puro, assoluto della Divinità, Ma questo concetto greco-ellenistico non ha nulla a che vedere né con lo spirito né con la lettera della Bibbia; il concetto di un divenire divino può al contrario concordare con l’uno e con l’altro.
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ed. cit., p. 29 passim
Ecco allora un altro «concetto» di Dio: sofferente, diveniente, temporalizzato…
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Di un Dio sofferente nel «buco nero» di Auschwitz…
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.
Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.
Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle lor seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
-Viva la libertà!- gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva-
-Dov’è il Buon Dio? Dov’è?- domando qualcuno dietro di me
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A un cenno del capo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
-Scopritevi- urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
-Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più [….] ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… […]
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
-Dov’è dunque Dio?�E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:�-Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca.
E. Wiesel, La notte, ed. cit., pp. 66-67 passim
cfr. la «teologia della croce» di J. Moltmann e E. Jüngel in S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., p. 145
cfr. J. Moltmann, Il Dio crocifisso, Queriniana, Brescia 1973
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Di fronte all’orrore di Auschwitz non c’è altra risposta che la Croce di Cristo: l’Amore sceso fino in fondo all’abisso del male, per salvare l’uomo alla radice, dove la sua libertà può ribellarsi a Dio. Non dimentichi l’odierna umanità Auschwitz e le altre «fabbriche di morte» nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto!
Benedetto XVI Udienza generale, Piazza San Pietro, mercoledì, 31 maggio 2006
Ma Dio gli ha presentato un altro modo di leggere tutta la realtà; ciò è avvenuto direttamente, senza mediazioni, attraverso un’esperienza di fede diretta, mistica, una visione nella quale Dio ha incontrato Giobbe e gli ha parlato. Per questo, per spiegare il dolore, nella visione cristiana è fondamentale la presenza di Cristo: egli vive il dolore sulla propria pelle, ma al tempo stesso è realmente Dio, collocando il dolore all’interno di un disegno differente.
G. Ravasi, Il libro di Giobbe, EDB, Bologna 2019, p. 94
Per una «teologia della croce»
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D. Ma la risposta di Cristo alla sofferenza e al male non è filosofica.
R. Cristo vi risponde mediante la carità. Dio vuole che noi combattiamo il male con la nostra carne, che noi rendiamo il mondo più vivibile agli umani. Il Cristo, con il suo sacrificio sulla Croce, mostra la via. Non ci resta che imitarLo. Se c’è del male piuttosto che del bene, è perché Dio non è tutto-potente. Ha bisogno di noi per portare a perfezione il mondo. Esiste una sofferenza di Dio. Questo è il messaggio che esprime la conclusione del libro. Io on ho cambiato idea da allora.
Intervista a Philippe Nemo di Gaspare Mura, in P. Nemo, Giobbe e l’eccesso del male, Città Nuova, Roma 2009, p. 7
Ancora sulla «theologia crucis»
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Sotto questo punto di vista, il Nuovo Testamento può essere considerato come un tentativo di rispondere in anticipo a tutti i Caini del mondo, mitigando la figura di Dio, e suscitando un intercessore tra lui e l’uomo. Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte, che sono appunto i problemi degli uomini in rivolta. La sua soluzione ha consistito innanzi tutto nell’assumerli in sé. Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili, poiché è straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l’angoscia della morte. Si spiega così il Lamma sabactani e il dubbio tremendo di Cristo in agonia. L’agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall’eterna speranza. Per essere uomo, il dio deve disperare.
A. Camus, L’uomo in rivolta. II. La rivolta metafisica, in id., Opere. Romanzi, racconti, saggi, Bompiani, Milano 1992, pp. 658-59
… e un’interpretazione straordinaria della «theologia crucis»
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Cap. VI: del «diabolus in musica» di ogni teodicea
enormità
innocenza
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Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.
P. Levi, I sommersi e i salvati, ed. cit., p. 3
Ma ciò che fa più problema nel problema del male è proprio l’eccesso di sofferenza che la figura di Giobbe rappresenta. Tutti siamo infatti disponibili ad affrontare qualche ragionevole sofferenza per migliorare; ma non una sofferenza tale da risultare ingiustificabile.
A. Di Maio, Giobbe e la filosofia, in L. Mazzinghi – A. Di Maio, Male, Il Portico, Bologna 2025, pp. 72-3
La prima nota del tritono: l’enormità
cfr. P. Nemo, Giobbe e l’eccesso del male, ed. cit.
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Forse non è un sentimento soggettivo che, tra tutti questi eventi, l’Olocausto del popolo ebraico sotto la dominazione di Hitler ci appaia il paradigma di questa sofferenza umana gratuita dove il male apparve nel suo errore diabolico. La sproporzione tra la sofferenza e ogni teodicea apparve in Auschwitz con una chiarezza che cava gli occhi. La sua possibilità mette in questione la fede tradizionale multimillenaria. La parola di Nietzsche sulla morte di Dio non acquistava forse nei campi di sterminio il significato di un fatto quasi empirico?
E. Lévinas, La sofferenza inutile, ed. cit., p. 130
Della «verità che non viene mai presa dal dubbio»…
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Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita.
Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da Te: Esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto?
Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta? Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito. Voglio però sapere da Te: esiste al mondo una punizione che possa far espiare il crimine commesso contro di noi?
Z. Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio, Adelphi, Milano 1997, pp. 23-24
L’«enormità» e una «liturgia di rabbia e di protesta"
cfr. J. K. Roth, A Theodicy of Protest, on-line
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51
E qualcosa ancora Ti voglio dire: Non tendere troppo la corda, perché non si sa mai, potrebbe spezzarsi. La prova cui Tu li hai sottoposti è così ardua, così insostenibilmente ardua, che Tu devi, Tu hai l’obbligo di perdonare quanti nel Tuo popolo si sono allontanati da Te nella loro disgrazia e nella loro indignazione […] perdona quelli che hanno bestemmiato il Tuo nome, che sono andati a servire altri dèi, che sono diventati indifferenti verso di Te. Tu li hai percossi a tal punto che non credono più che Tu sia il loro padre, che ci sia comunque un padre per loro.
Z. Kolitz, Yossl Rakover…, ed. cit., pp. 24-25 passim
La «prova»
Abramo
Giobbe�
Il Golgota
La Shoah
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Di fronte a questo Dio, l’unico culto possibile è una «liturgia di rabbia e di protesta" . Secondo Blumenthal questo tipo di culto è altrettanto essenziale ad un rapporto religioso maturo della liturgia della lode e del ringraziamento. Il fedele maturo deve essere capace di reagire con l’accettazione o con il rifiuto, di fronte ad un Dio che alterna amore e maltrattamento. Di fronte alla Shoah, i fedeli devono chiedere conto a Dio ed esigere che egli stesso invochi il loro perdono […] si tratta di una rilettura intransigente e razionalistica di un tema antico dell’ebraismo, che si può rintracciare nella lotta di Giacobbe con l’Angelo o nella contestazione di Giobbe.
S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., pp. 147-48 passim
Dello σκανδαλον dell’enormità e di un diverso «patto» con il divino
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Come per altri pensatori recenti, la fedeltà all’ebraismo è per Wiesel un dovere morale, a meno di non voler assegnare una paradossale vittoria postuma ai nazisti. Ma questa fedeltà è ormai possibile solo nel segno della contestazione, della rivolta, della lotta con Dio: una lotta che ha nelle figure bibliche di Giacobbe e di Giobbe il proprio modello, ma che ne riconosce l’insufficienza e l’inadeguatezza di fronte all’orrore dei campi di sterminio.
S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., p. 223
Per una teologia «della lotta e «della protesta/I
cfr. Gen., 32, 24-34 e Os., 12, 4-5
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Da quel momento il suo nome sarà Israele, cioè, «colui che lotta con Dio». La storia continua, ma dopo la lotta qualcosa è cambiato. A noi, a chi legge il mito, a chi lo interpreta dopo millenni, l’unico segno di quella lotta e di quel cambiamento sta nella ferita del nervo sciatico […] solo quel segno rende a noi riconoscibile la continuità dopo il conflitto, solo quel segno parla a noi della cesura e del nuovo che la vita di Ja’aqov ha esperito […] La Shoà è oggi al centro di un conflitto di interpretazioni teologiche, ha generato una lotta ermeneutica, e costituirà ancora a lungo il «segno» dell’ultima lotta tra Israele e Dio. Come Ja’aqov riprese la sua vita, ma claudicante, così Israele è sopravvissuto, ma segnato per sempre da questa ferita, inferta dal nazismo sul suo corpo collettivo.
M. Giuliani, Auschwitz nel pensiero ebraico. Frammenti dalle «teologie dell’»Olocausto», Morcelliana, Brescia 1998, pp. 36-37
Per una teologia «della lotta e «della protesta/II
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Quando si è convinti dell’ingiustizia divina, la protesta è un’opzione migliore, sia dal punto di vista psicodinamico sia dalla prospettiva teologica. Essa preserva il Dio dei testi e delle tradizioni, nonché il senso morale dell’umanità, Dio e la tradizione. Il cammino migliore, per quanti percepiscono come reali la sovranità e la responsabilità supreme di Dio, è proprio quello di affermare la presenza di Dio nella storia umana e dio adorarlo attraverso la protesta, anche se questa scelta implica la volontà di affrontare Dio senza indietreggiamenti di sorta.
D. Blumenthal, Teodicea…, ed. cit., p. 146
cfr. E.L. Fackenheim, La presenza di Dio nella storia. Saggio di teologia ebraica, Queriniana, Brescia 2019
Per una teologia «della lotta e «della protesta/III
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“Immaginiamo di ripetere l’esperimento che, nella Gaia Scienza, Nietzsche propone sotto la rubrica Il peso più grande. Che, cioè, “un giorno o una notte” un demone strisci accanto al superstite e gli chieda: “Vuoi tu che Auschwitz ritorni ancora una volta e ancora innumerevoli volte, che ogni particolare, ogni istante, ogni minimo evento del campo si ripetano in eterno, facciano incessantemente ritorno nella stessa precisa sequenza in cui avvennero? Vuoi tu questo ancora una volta e in eterno?”. La semplice riformulazione dell’esperimento è sufficiente a confutarlo al di là di ogni dubbio, a renderlo per sempre improponibile”.
G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 92
cfr. F. Nietzsche, La gaia scienza (Aforisma 341, «Il peso più grande»), in id., Idilli di Messina, La gaia scienza e scelta di frammenti postumi 1881-1882, Mondadori, Milano 1971, pp.192-93
Un «esperimento mentale» sullo σκανδαλον dell’enormità
«questa vita» («Dieses Leben“).
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«Ma i piccoli bambini non hanno mangiato nulla, e ancora non hanno nessuna colpa. Tu vuoi bene ai bambini, Alëša? Lo so che gli vuoi bene, e a te riuscirà chiaro perché di loro soli voglio parlare ora. Se anche loro, su questa terra, sono soggetti a sofferenze tremende, dev’essere, necessariamente, a causa dei padri loro: vengono puniti per i padri loro, che mangiarono il pomo. Ma vedi, questo è un ragionamento che non è di questo mondo: al cuore dell’uomo, qui sulla terra, riesce incomprensibile. Non è possibile che un innocente debba soffrire per le colpe d’un altro: e di quali innocenti si tratta!
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 1993, II, V («Ribellione», pp. 318-19)
La seconda nota del tritono: la sofferenza dell’innocente
cfr. H. K. Kusher, «Ma cosa ho fatto per meritare questo?». Quando le disgrazie capitano ai buoni, Neri Pozza, Vicenza 1998
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- Ribellione? Non avrei voluto sentir da te una parola simile, -in tono penetrante disse Ivan. – Non si può mica vivere in stato di ribellione, e invece io voglio vivere. Di’ tu sinceramente, sei tu che chiamo in causa, rispondimi: supponi che fossi tu stesso a innalzar l’edificio del destino umano, con la meta suprema di render felici gli uomini, di dar loro , alla fine, la pace e la tranquillità: ma, per conseguire questo, si presentasse come necessario e inevitabile far soffrire per lo meno una sola minuscola creatura, per esempio proprio quella bambinetta che si batteva col piccolo pugno sul petto, e sulle sue invendicate povere lacrime fondare codesto edificio: consentiresti tu a esserne l’architetto a queste condizioni, parla senza mentire?
- No, non consentirei, - disse piano", disse piano Alëša .
- E puoi ammettere l’idea che gli uomini per i quali tu edificassi, consentirebbero dal canto loro ad accettare la felicità propria in cambio del sangue ingiustificato d’un piccino straziato, e accettando il patto, potrebbero rimanersene in eterno felici?
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, ed. cit., pp. 328-29
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CHAÏM (?)
Di anni 14 –contadino- nato a Sedzistów (Galizia)-. Preso per ragioni razziali e inviato con migliaia di altri giovani ebrei nel campo di Pustków (Galizia) e ivi soppresso in epoca non conosciuta.
(Lettera in yiddish consegnata attraverso il filo spinato del campo a un giovane contadino della zona che la recapitò ai genitori del ragazzo).
Miei cari genitori,
Se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me.
Lettere di condannati a morte della resistenza europea (a cura di P. Malvezzi e G. Pirelli), Einaudi, Torino 1975, p. 716.
…e il tritono suonato insieme…
«Se potesse pesarsi la mia pena e la mia sfortuna, sulla stessa bilancia/ peserebbe più di tutta la sabbia dei mari, ed è per questo che il mio dire è violento!». Gb., 6, 2-3-
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Il peccato originale non annulla la distinzione del giusto e dell’ingiusto e, poiché gli uomini non sono malvagi allo stesso modo, bisogna mostrare che la ripartizione dei mali operata da Dio è giusta. Ciò è possibile se si pone al centro il sacrificio del Cristo, che va letto alla luce del dogma della reversibilità e della sofferenza vicaria. L’innocente espia anche per il colpevole: questa verità, che indaga la ragione ultima delle sofferenze degli innocenti, è l’architrave dell’ordine provvidenziale che regge l’intera storia dell’uomo. Si tratta della sola soluzione possibile, anche se necessariamente paradossale, del problema del male. L’ordine della provvidenza è un ordine sacrificale e richiede la sofferenza dell’innocente, che è doppiamente salvifica, per sé e per gli altri.
S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., p. 110
Per una possibile risposta ad Ivan: la «sofferenza vicaria»
cfr. il «servo sofferente» di Isaia: Is. 53, 5-12
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Che cosa significa questa sofferenza degli innocenti? Non testimonia forse di un mondo senza Dio, di una terra dove l’uomo soltanto è la misura del Bene e del Male? La reazione più semplice, la più comune sarebbe una scelta di ateismo. E sarebbe anche la più giusta per tutto coloro ai quali un dio un po’ elementare ha finora distribuito premi, inflitto sanzioni o perdonato errori e che, nella sua bontà, ha trattato gli uomini da terni bambini. Ma che demone ottuso, che strani mago avete dunque insediato nel vostro cielo, voi che oggi lo definite deserto? E perché sotto un cielo vuoto cercate ancora un mondo sensato e buono?
E, Lévinas, Amare la Torah più di Dio, in Z. Kolitz, Yossl Rakover…, ed. cit., pp. 86-87
Della «verità che non viene mai presa dal dubbio»…
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Cap. VII: «May the Force be with Us…
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La creazione ha infatti, fin dal principio, una finalità: per attuarsi essa deve però attraversare il dolore e il peccato. A chi chiede perché la perfezione non sorga fin dal principio, Schelling risponde che «Dio è vita, non semplicemente essere. E ogni vita ha un destino, ed è soggetta al patire e al divenire. Anche Dio dunque vi si è volontariamente assoggettato, fin da quando, per divenir personale, divise il mondo tenebroso dal mondo della luce (127). L’uomo e l’universo partecipano dunque alla vicenda che tende alla piena attuazione di Dio, che è conquista della personalità e libertà di contro all’opposizione della stessa natura divina.
S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., p. 130
Per una “teologia del processo”
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Il Dio di Hartshorne e dei teologi del processo lotta contro il male e si sforza di spingere tutte le altre entità a combatterlo insieme a lui: non può però cancellarlo o sconfiggerlo senza la cooperazione delle creature. Il potere di Dio è persuasivo e non coercitivo: la volontà divina di sconfiggere il male non è sufficiente, in se stessa, a raggiungere lo scopo, ma necessità della partecipazione attiva di tutti gli agenti responsabili.
S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., p. 142
... e di una antropologia del «processo»
cfr. i «teologi del processo», J.D. Cobb jr, D.R Griffin, D.A. Pailic in S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., pp. 141-142
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Io, per parte mia, addurrei questi elementi; nell’accadere temporale del mondo, il cui «è» fuggente viene continuamente risucchiato dal «fu», cresce un presente eterno. Il suo volto appare lentamente, mentre i suoi tratti vengono disegnati dalle gioie e dai dolori, dalle vittorie e dalle sconfitte del divino nelle esperienze del tempo, che in tal modo durano in eterno. Non coloro che agiscono, che sempre passano, bensì le loro azioni entrano nella divinità in divenire e formano indelebilmente la sua immagine mai decisa. Il destino di Dio è in gioco in questa totalità, al cui processo privo di sapere egli ha affidato la sua sostanza, e l’uomo è diventato eccellente custode di questo patrimonio altissimo e sempre esposto al tradimento. In un certo senso il destino della divinità è nelle sue mani.
H. Jonas, Tra il nulla e l’eternità, Gallio, Ravenna 1992, pp. 87-88
E nel «processo» aperto dallo «tzimtsum» Dio è nelle nostre mani
cfr. i «teologi del processo», J.D. Cobb jr, D.R Griffin, D.A. Pailic in S. Brogi, I filosofi e il male, ed. cit., pp. 141-142
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Cap. VIIb: «Il destino della divinita è nelle nostre mani». Che fare, dunque?
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Rinunciando alla propria inviolabilità, l’eterno fondamento permise al mondo di essere. A questa autonegazione ogni creatura deve la propria esistenza e con essa ha ricevuto ciò che c’era da ricevere dall’aldilà. Dopo essersi dato completamente nel mondo in divenire, Dio non ha più niente da dare: ora spetta all’uomo dare a lui. Ed egli può farlo, badando che nei sentieri della sua vita non accada o non accada troppo spesso, e non per colpa sua, che Dio debba rammaricarsi di avere fatto il mondo. Il segreto dei «trentasei giusti», che, secondo la dottrina giudaica del mondo, non devono mai mancare, potrebbe essere il fatto che, in forza della superiorità del bene sul male, che vorremmo attribuire alla logica non causale delle cose che lì è in vigore, la loro nascosta santità riesca a compensare la colpa innumerevole, a pareggiare il conto di una generazione e a salvare la serenità del regno invisibile.
H. Jonas, Tra il nulla e l’eternità, Gallio, Ravenna 1992. p. 93
Che fare? Essere «giusti», per esempio…
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Che fare? per esempio «riparare il mondo»: «Tiqqun 'olam» (תיקון עולם)
Il tiqqun ‘olam o riparazione del mondo, secondo Fackenheim, è in sostanza ogni atto di resistenza al male possibile ancora a noi oggi perché già attuato durante la Shoah da chi non rinunciò alla propria dignità e seppe dire di no –pur in quelle condizioni estreme- a Hitler, ai suoi accolti e alla sua ideologia.
M. Giuliani, «Riparare il mondo» dopo Auschwitz, postfazione a E. Fackenheim, Olocausto, Morcelliana, Brescia 2011, p, 42
cfr. E.L. Fackenheim, La presenza di Dio nella storia, ed. cit
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Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.�Chi è contento che sulla terra esista la musica.�Chi scopre con piacere una etimologia.�Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.�Il ceramista che intuisce un colore e una forma.�Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.�Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.�Chi accarezza un animale addormentato.�Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.�Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.�Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.�Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
JORGE LUIS BORGES, I giusti, in id., Tutte le opere, Mondadori, Milano 1987, II, p. 1229.
«Tiqqun 'olam»: istruzioni per l’uso
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«A Primo Levi, a chi ci ricorda che con i libri e con il nostro lavoro portiamo qui la nostra vita -ogni giorno e tutti insieme- per darle forma, per darle senso nel nostro comune fare scuola».
... e di un suo uso «a km zero»:
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La condizione delle vittime in un mondo in disordine, vale a dire in un mondo dove il Bene non riesce a trionfare, è la sofferenza. Essa rivela un Dio che, rinunciando a ogni manifestazione pietosa, fa appello alla piena maturità dell’uomo totalmente responsabile,
E, Lévinas, Amare la Torah più di Dio, in Z. Kolitz, Yossl Rakover…, ed. cit., p. 88
Or tutto intorno/ Una ruina involve,/ Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola.
«Tiqqun 'olam»: l’ingrediente principale
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Costoro [uomini, donne e bambini che sono «ora nel vento» sono dunque come gli eunuchi di Isaia: non hanno potuto generare, e chi non genera (nella mentalità antica) non può sopravvivere nella sua propria discendenza. È destinato all’oblio, alla scomparsa. Ora, proprio a costoro Dio in persona promette ‘memoria’ dentro la sua casa, un nome eterno -non solo un nome, ma anche una stele- i loro nomi saranno scolpiti da Dio su una tavola di pietra. Contro il fumo di Birkenau, di Auschwitz e di Treblinka, Dio promette un luogo di memoria nella sua casa migliore di quello a cui figli e figlie sono destinati. Questa profezia è stata letta dal giudaismo di oggi (soprattutto da quello laico, sionista) come ‘impegno della memoria’ di cui tutto il popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà deve farsi carico.
M. Giuliani, Auschwitz nel pensiero ebraico, ., pp. 44-45
Il «Tiqqun 'olam» come «impegno della memoria»
«io concederò nella mia casa/ e dentro le mie mura un posto e un nome/ migliore che ai figli e alle figlie;/ darò loro un nome eterno/ che non sarà mai cancellato». Is. 56, 5
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Parlavo della partecipazione all’eternità, della «immortalità» che hanno coloro che sono stati assassinati (come mia madre) per il fatto che l’ingiustizia da loro patita, in quanto turbamento della trascendenza, getta un’ombra su tutto ciò che c’è e pretende da noi, i viventi, un particolare sforzo per restaurarla – per il fatto che questo accresciuto dovere cade su di noi e per questo noi siamo più debitori verso la divinità e i posteri delle generazioni non così gravate. Questo però non rende il loro soffrire un avvenimento sensato e qui non c’è alcuna consolazione per i loro cari, un crimine non diventa sensato per il fatto di esigere e forse anche di trovare un’espiazione
Lettera di Hans Jonas a Rudolf Bultmann, in id., Tra il nulla e l’eternità, ed. cit., p. 109
(… ammesso che questo mondo possa essere riparato…)
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SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO��Qui, in questo convoglio�ci sono io Eva�con Abele mio figlio�Se vedrete il mio figlio maggiore�Caino figlio di Adamo�ditegli che io�
in AA. VV, La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica, Belforte, Livorno 2010, pp. 124-25
La poesia di Dan Pagis al Memoriale delle vittime del Konzentrationslager Belzec
… e come impegno all’ascolto
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Il «tiqqun ‘olam» come «Pathosformel»
«Sopra il portale la Spes di Andrea Pisano, seduta, leva impotente le braccia verso un frutto che le rimane irraggiungibile e tuttavia è alata. Nulla di più vero».
W. Benjamin, Strada a senso unico, in id., Scritti 1923-1927, Einaudi, Torino 2001, p. 443
«Il Messia non viene solo come redentore, ma come vincitore dell’Anticristo. Solo quello storico ha il dono di accendere nel passato la favilla della speranza, che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.
W. Benjamin, Tesi per una filosofia della storia, VI, in id., Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1987, p. 78
76
1499
1982
…ohne Worte…
Del «diabulus in musica» come «Pathosformel»
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Titoli di coda: dell’eterno andare della nostra «unanswered question»…
M. Pagani, Sidun, in id., 20004 Creuza De Mä, BMG Ricordi OMM 001. Mouna Amari (canto arabo); Emil Zhrian (canto ebraico)
«Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato».
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Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell’afa umida
dell’estate dell’estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al modo
non possa più crescere albero né spiga né figlio.
Ciao bambino mio l’eredità
è nascosta in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
Sidone, 1982, l’eterno ritorno dell’uguale
«Perché il dolore è eterno,/ ha una voce e non varia».
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SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO��Qui, in questo convoglio�ci sono io Eva�con Abele mio figlio�Se vedrete il mio figlio maggiore�Caino figlio di Adamo�ditegli che io�
in AA. VV., La notte tace, ed. cit., pp. 124-25
«Ditegli che noi abbiamo l’ascoltata, la «madre di Abele», che abbiamo capito e che proveremo a riparare il mondo»…
…e che vogliamo essere la «favilla della speranza» del passato…