Platone

Atene, 428/427 a.C.

Atene, 348/347 a.C.

“Tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico: la condanna a morte di Socrate”

[Alexander Koiré]

La vita: Aristocle o Platone?

Platone nasce ad Atene intorno al 428 a.C. probabilmente nello stesso giorno dedicato al dio Apollo. Si spiegherebbe così perché la madre lo porta sul Monte Imetto per ringraziare il dio. In un testo del V secolo d.C., i Prolegomeni, si legge che, una volta giunti sulla vetta, uno sciame d’api si sarebbe posato sulla bocca del neonato riempiendola di miele, un chiaro segno che il neonato sarà destinato ad un radioso futuro.

D’altro canto, Platone discende da due note famiglie aristocratiche: in quella del padre c’è, tra i tanti, un certo Codro, che è l’ultimo re di Atene, mentre in quella della madre il mitico legislatore Solone.

E tuttavia, forse pochi sanno che il vero nome di questo grande filosofo destinato a segnare la storia della cultura occidentale non è “Platone” bensì Aristocle (pare in onore di uno dei nonni). Platone, infatti, sarebbe solamente un soprannome, affibbiatogli probabilmente dal suo istruttore di ginnastica e che significa letteralmente “largo di spalle”.

La vita: la politica e i Trenta Tiranni

Si legge in quella sorta di autobiografia che è la VII Lettera:

“Quando ero giovane ebbi un'esperienza simile a quella di molti altri ragazzi della mia età: pensavo di dedicarmi alla politica non appena fossi stato in grado di provvedere a me stesso.”

E tuttavia la situazione ad Atene non è certo delle più favorevoli per fare politica, almeno da quando è scoppiata la guerra con Sparta. Gli spazi di discussione si sono ristretti, mentre sono aumentati sospetto e intolleranza. Un clima sociale molto pesante che, complice la sconfitta militare, spalanca le porte ai Trenta Tiranni. Una notizia tutto sommato non negativa per Platone, che ha nel governo addirittura due zii, i quali, cercano di coinvolgerlo in ogni modo nel governo della città. Ma Platone rifiuta. Altri sono i suoi interessi, in particolare la letteratura e la poesia.

La vita: l’incontro con Socrate

Ed è proprio mentre si sta recando ad un concorso letterario che Platone incontra l’uomo che gli cambierà la vita: Socrate. Il filosofo si sta intrattenendo con alcuni discepoli; Platone lo osserva e ne rimane letteralmente folgorato. Inizia così un sodalizio destinato ad esaurirsi solamente con la condanna a morte del maestro.

Il ritorno alla democrazia non apre la strada ad una nuova fase della vita politica ateniese; al contrario, il nuovo governo si lancia alla ricerca di tutti coloro che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con la Tirannia. Platone, naturalmente, è tra questi. E tuttavia egli è un personaggio assolutamente marginale nella vita pubblica di Atene.

Non così il suo maestro: Socrate.

La vita: la morte di Socrate

I capi d’accusa che piovono su Socrate sono pesanti e tra questi c’è anche l’aver corrotto i giovani. Naturalmente nessuno degli interessati corrobora questa tesi, smascherando i veri obiettivi dell’accusa, che sono prettamente politici. Ciononostante, Socrate viene condannato a morte, anche per la sua coerenza, che lo porta a rifiutare ogni genere di condanna, anche la più lieve.

Le ultime ore di vita del grande filosofo sono drammatiche e a descrivercele è proprio Platone in Apologia di Socrate con una partecipazione tale da suscitare ancora oggi forti emozioni nel lettore.

Il 399 a.C., anno della morte di Socrate, rappresenta dunque una svolta radicale nella vita di Platone: nulla sarà come prima, anzi nulla dovrà essere come prima per il giovane filosofo. Egli dedicherà infatti l’intera sua esistenza alla ricerca di un sistema politico che non si macchi più di tali crimini e questo sarà possibile solo se i migliori verranno posti alla guida dello Stato: la filosofia dovrà andare al potere.

La vita: il modello di uno Stato ideale

E così, quella dimensione politica che Platone aveva sempre rifiutato, preferendogli prima la poesia e poi la filosofia, diventa il suo l’interesse principale: la politica. Non si tratta di intraprendere una carriera politica, vale a dire di accettare le dinamiche della società ateniese, di sfruttare gli spazi della sua, pur ridimensionata, democrazia. Egli non è un politico nel significato moderno del termine, bensì un teorico della politica: il suo scopo è di fornire alla politica il modello di uno Stato ideale, un sistema perfetto dove non sia più possibile il verificarsi di quanto accaduto ad Atene negli ultimi decenni. Il sacrificio di Socrate non verrà mai dimenticato da Platone, fungendo sempre da guida per le sue riflessioni filosofiche.

Ma il primo istinto di Platone è quello di abbandonare Atene, di respirare aria nuova. E così egli si mette in viaggio. Di questi viaggi, di queste vere e proprie avventure è lui stesso a parlarci in quella vera e propria autobiografia che è la VII Lettera.

La vita: Platone a Siracusa (388 a.C.)

Platone si dirige prima in Egitto, tappa obbligatoria per chi voglia, in quegli anni, attingere all’antica sapienza. Quindi visita la Cirenaica e, infine, l’Italia, recandosi non a caso a Siracusa, città aristocratica e storica nemica di Atene. Siamo intorno al 388 a.C.. Qui si lega in amicizia ad un giovane di nome Dione, che è anche il cognato del tiranno della città, Dionigi. Dione, che ha avuto modo di conoscere le idee di Platone, gli chiede di affiancare Dionigi nel governo di Siracusa, di diventare cioè il suo consigliere politico. Si tratta di una straordinaria opportunità per il filosofo: finalmente può mettere in pratica le sue idee.

Ma la vita di corte è quanto di più lontano ci sia dalla visione della politica di Platone, un ambiente ricco e vizioso, in cui sono assai rari i momenti di riflessione politica. E poi i cortigiani non sopportano proprio questo saccente giunto da lontano che sembra avere conquistato il cuore del loro sovrano.

La vita: Platone scacciato e venduto come schiavo

Ma Dionigi non è certo il modello di politico che può soddisfare un animo raffinato come Platone: è una persona rozza e a tratti anche violenta, il quale più che stimare Platone, lo sopporta perché dà lustro alla corte. Ma sono decisamente più importanti i cortigiani, senza il cui sostegno è impossibile governare. E così Dionigi decide di liberarsi del filosofo, nel modo più squallido possibile: lo fa catturare e lo consegna ad un suo amico che, in catene, lo porta nell’isola greca di Egina per venderlo come schiavo.

Platone non è certo un modello di schiavo: il suo corpo non è adatto ai lavori di fatica, è fatto per pensare. E questa è il primo colpo di fortuna di questa incredibile vicenda.

Poi ne arriva un altro

La vita: la liberazione e il riscatto

La fortuna vuole che al mercato ci sia un filosofo, tale Anniceride di Cirene, che lo riconosce, lo acquista e quindi lo libera con un atto ufficiale. Per Platone è la fine di un incubo. Dopo essersi lavato e rifocillato a casa del suo ormai ex padrone, Platone viene condotto nel porto della città per imbarcarsi su una nave con destinazione Atene. Al momento di partire, ecco un’altra bella sorpresa, l’ennesimo colpo di fortuna: Anniceride gli dona una ingente somma affinché Platone possa ripartire da zero e dimenticare questa avventura.

Platone torna ad Atene senza essere riuscito a mettere in pratica quel progetto di Stato perfetto che gli balena nella testa da anni. Ma non si arrende. Si trova nella città che si è resa colpevole della morte del maestro ed è da qui che intende ripartire. Il primo passo sarà quello di fondare una scuola per continuare gli insegnamenti del maestro. Dovrà essere una scuola bellissima, che possa sfidare le altre scuole della città, quelle sofistiche. Ma dovrà anche sorgere lontano dal centro, dove si è consumato l’omicidio di Stato.

La vita: l’Accademia

La scelta ricade su un bellissimo bosco dedicato all’eroe greco Accademo, a due chilometri dal centro della città, su una collina da cui si vede tutta Atene, da cui il nome di “Accademia”. Nella porta d’ingresso Platone fa affiggere una scritta sul cui significato ancora oggi molto si discute:

“non entri chi non è matematico”

L’Accademia ospiterà, tra i tanti, Senocrate, Speusippo, Eraclide Pontico, Callippo, Erasto, Timolao ed Aristotele e non mancano nemmeno le donne, come Lastenia e Assiotea.

Il successo della scuola contribuisce a far crescere a dismisura la fama di Platone e fargli fare finalmente pace con la sua città natale.

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La vita: di nuovo a Siracusa (367 a.C.)

Ma quasi vent’anni dopo, intorno al 367 a.C., giunge al filosofo una missiva a firma dell’amico Dione, che gli chiede di ritornare a Siracusa perché ora al governo della città non c’è più Dionigi bensì suo figlio, Dionigi il giovane, che ha bisogno di aiuto. Platone accetta, convinto di poter finalmente mettere in pratica i suoi ideali politici, quelli che insegna ormai da diversi anni ai suoi discepoli in Accademia e che anche il grande pubblico ha potuto conoscere grazie alle sue straordinarie opere.

Giunto a Siracusa, nota con soddisfazione che il clima in città è effettivamente cambiato: Dionigi il Giovane sembra essere davvero diverso dal padre, decisamente più colto e meno rozzo. E tuttavia la corte è sempre la stessa: un nido di vipere. E così, dopo poche settimane, Platone si trova nuovamente nei guai, accusato da alcuni cortigiani di avere ordito, insieme a Dione, una trama per rovesciare il governo di Dionigi. Il re, che pure non crede al complotto, non può però mettersi contro la sua corte. Decide così di esiliare Dione e di condannare Platone al domicilio coatto all’interno della mura della città.

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La vita: per la terza volta a Siracusa (361 a.C.)

Ma ancora una volta la fortuna interviene in suo soccorso. Approfittando di conflitto tra Siracusa ed altri città siciliane, Platone riesce a fuggire dalla città e a fare ritorno ad Atene. Giunto nella sua città natale, giura che non farà mai più ritorno a Siracusa e si dedica anima e corpo alla sua attività di insegnante e di pubblicista di successo.

Ma passano pochi anni e, nel 361 a.C., ecco che giunge una nuova missiva dalla famigerata città siciliana. Questa volta a scrivergli è Dionigi il giovane, il quale si dice pentito di quanto accaduto e pronto a rimediare agli errori commessi, invitandolo nuovamente in città come suo consigliere politico. Ma il filosofo risponde con un secco diniego. E così Dionigi scopre le carte e, in altre missive, minaccia di prendersela con Dione se continua a rifiutare di partire per Siracusa.

E così Platone cede. Ma questa volta è a conoscenza del destino che lo attende.

La vita: di nuovo prigioniero a Siracusa e poi il ritorno ad Atene

Il viaggio è lungo e faticoso: d’altro canto, Platone è ormai un uomo anziano. Giunto a Siracusa, viene immediatamente fatto prigioniero da Dionigi.

Ma anche in questo caso la fortuna non lo assiste. Questa volta porta il nome di un filosofo pitagorico, Archita, che è anche re di Taranto, che lo aiuta a fuggire dalla città, restituendogli finalmente la libertà.

Platone affronta un altro lungo e faticoso viaggio verso la sua città natale, ad abbracciare quel folto gruppo di studenti che, con ansia, lo stanno aspettando da tempo. L’incubo è finito.

Nel frattempo, il suo amico Dione si è messo alla testa di un esercito che sconfigge Dionigi, prendendone il posto alla guida della città. Ma Siracusa è proprio una città maledetta: passano pochi anni e uno dei suoi uomini più fidati, nonché discepolo di Platone, tale Callippo, lo uccide.

Platone si spegne ad 81 anni, in una città che ha ormai imboccato la via della decadenza, come d’altro canto il resto della Grecia, schiacciata dalla forza del regno macedone.

Il corpo del filosofo viene seppellito nel boschetto di Accademo.

La scelta di scrivere

Il mito di Theuth e il problema della scrittura

Platone ricorre spesso ai miti per poter meglio spiegare, anche ai profani, il significato dei passaggi più significativi (e/o complessi) del suo pensiero e con straordinario successo.

Uno di questi riguarda la nascita della scrittura. Si tratta del “mito di Theut”, che è contenuto nel Fedone. Protagonista è Socrate, il quale racconta ai presenti un’antica storia egizia:

“un giorno il dio Theuth si presenta davanti al cospetto del faraone Thamos con una grande invenzione, la scrittura: Questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare”

La scrittura non è il farmaco della memoria ma del richiamare alla memoria

Theuth sostiene che la scrittura è un farmaco (pharmakon in greco), cioè un rimedio, in questo caso per la memoria e la sapienza.

Ma il faraone non è affatto convinto e risponde con queste parole:

“la scrittura avrà per effetto di produrre, invece, la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei e non dal di dentro da sé medesimi: dunque, o Theuth, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria

La scrittura non è il farmaco della sapienza ma dell’apparenza

E ancora:

“Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: infatti essi divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti”

La condanna della scrittura

Platone, dunque, evidenzia tutti i limiti della scrittura, già per altro sostenuti dal maestro: non solo essa non aiuta la memoria, ma, al contrario, rischia di generare proprio la dimenticanza. Si tratta di una straordinaria analisi psicologica dell’essere umano: convinti come siamo di potere trovare in forma scritta ogni cosa, finiamo per fidarci solamente della scrittura, dei suoi segni, dei suoi simboli che non sono la realtà. E questo spiega anche perché la scrittura non possa aumentare la nostra sapienza.

Chi impara solamente dalla scrittura non è un “portatore di sapienza” bensì un “portatore di opinioni” e come tale lontanissimo dalla verità.

Ma allora perché Platone decide di scrivere?

La scrittura e la fondazione di un sapere certo

E’ assai probabile che Platone, almeno in un primo momento, vale a dire subito dopo la morte di Socrate, per tramandare ai posteri il pensiero e l’insegnamento del suo maestro, che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre oppure sarebbero stati distorti se tramandati per via orale. E tuttavia, in un secondo tempo, Platone si affida allo scritto per spiegare il suo pensiero, che è altro da quello del maestro. Egli, infatti, punta ad edificare una vera e propria episteme, vale a dire una verità solida, universale e per fare questo la scrittura è necessaria. Al contrario, Socrate, il cui intento era smascherare le false verità e pervenire alla coscienza della propria ignoranza, poteva anche fare a meno di affidarsi alla scrittura, puntando tutto sul dialogo anche emotivo con gli interlocutori.

I dialoghi platonici

E tuttavia, Platone vuole rimanere il più possibile fedele agli insegnamenti del maestro, optando per una forma letteraria che possa avvicinarsi il più possibile alla visione socratica della filosofia: il dialogo. Le capacità letterarie apprese in gioventù, unite ad una sorta di genio che si potrebbe definire innato, consentono all’autore di mettere letteralmente in scena la filosofia. Grazie alla sua penna, tutti i personaggi dei suoi dialoghi prendono vita, come accade in teatro. Quella di Platone è anche una straordinaria opera storica, in quanto consente ai posteri di ricostruire il clima della Grecia di quegli anni.

Le opere di Platone

Sono trentasei le opere di Platone che ci sono pervenute, di cui ben trentaquattro dialoghi. Si tratta di un’opera molto vasta, che si è soliti suddividere secondo un ordine cronologico.

Ed è proprio seguendo tale ordine che si può notare una certa - e per certi versi naturale - evoluzione del pensiero, smarcandosi sempre più da Socrate.

Opere giovanili o del primo periodo: Eutifrone, Apologia, Critone, Ione, Ippia, maggiore, Ippia minore, Lachete, Liside, Carmide, Alcibiade maggiore, Alcibiade minore, Protagora, Gorgia

Opere della maturità o del secondo periodo:
Menone, Eutidemo, Menesseno, Cratilo, Simposio, Fedro, Repubblica, Fedone

Opere della vecchiaia o del terzo periodo: Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi

Socrate e Platone

Il punto di partenza per mettere a confronto Socrate e Platone è quello anagrafico: tra i due corrono quasi quarant’anni, poco meno di due generazioni. Si tratta di un lasso di tempo considerevole. Certo, entrambi nascono, vivono e muoiono ad Atene, ma quei quarant’anni, appunto perché siamo ad Atene e in un periodo molto particolare, non possono non risultare decisivi ai fini delle rispettive formazioni, di quello che si è soliti chiamare background culturale. Atene, dopo la vittoria sulla Persia, si trasforma radicalmente e rapidamente, divenendo il centro di una nuova civiltà, l’emblema della democrazia, la capitale della cultura, il centro dei traffici commerciali. In città si respira un’aria nuova, una sorta di “Illuminismo greco” di cui sono protagonisti indiscussi i Sofisti. E in tale atmosfera, Socrate si trova immerso pienamente. Non così Platone, che vive in una città che mostra i primi segni della decadenza, complice la guerra con Sparta. La sconfitta e la Tirannia di fatto segnano la fine di Atene come fulcro della civiltà che essa stessa ha generato e il passaggio ad una nuova epoca.

Socrate e Platone

Rimanendo in ambito prettamente filosofico, Platone non può che essere totalmente estraneo a quella cultura sofisitica del quale, invece, si è imbevuto Socrate e questo spiega, almeno in parte, il tentativo del discepolo di “forzare la mano” al maestro, presentandolo ai lettori come l’antisofista per eccellenza.

Socrate e Platone

E questo spiega anche perché, dopo le prime opere, Platone tenderà a smarcarsi dagli insegnamenti del maestro, costruendo una filosofia sempre più originale e decisamente antirelativistica. L’obiettivo è di costruire una episteme, una scienza vera ed universale, di fatto sottratta al mutamento e alla degenerazione. Non sarà dunque in questo mondo, nel mondo in cui noi viviamo, che sarà possibile trovare le verità, ma in una dimensione differente. Tali verità, che l’autore chiama “idee”, risiedono oltre i cieli, nell’Iperuranio, inaccessibile a tutti noi se non da morti e per tramite della nostra anima, secondo una dinamica già evidenziata dai pitagorici, quella della trasmigrazione o metempsicosi. Tutto ciò non compare in Socrate. Se, infatti, volessimo accettare l’ipotesi che il maestro credesse nella possibilità di costruire una scienza di tipo epistemologica, le verità egli le collocherebbe comunque nel nostro mondo e per la precisione dentro di noi. Si spiegherebbe in tal modo la maieutica.

Socrate e Platone

In conclusione: ciò che divide Platone da Socrate è un tempo che, tra VI e IV secolo a.C., si è messo decisamente a correre, facendo di quei quarant’anni che intercorrono tra la nascita del primo e del secondo filosofo un tempo incolmabile.

La Teoria delle Idee

La “seconda navigazione”

Nel Fedone Platone parla di una “seconda navigazione”.

Che cosa significa?

La “seconda navigazione”

La “seconda navigazione” indica, nel linguaggio tecnico dei marinai, la necessità di abbandonare la navigazione con vele spiegate per passare a quella con i remi in modo da ovviare ad un calo di vento improvviso (la cosiddetta “bonaccia”).

Ebbene, Platone che per un certo periodo di tempo ha viaggiato a vele spiegate, vale a dire affidandosi solamente ai sensi, di fronte ad un calo improvviso del vento, accortosi di non essere approdato a nulla, ha ammainato le vele affidandosi ai remi, vale a dire alla ragione. Una navigazione sicuramente più difficile e faticosa, ma è questo il compito dei filosofi

Il rifiuto dei sensi

Ma, a ben guardare, Platone non è che abbia scoperto chissà che cosa: egli ha semplicemente rifiutato di seguire una linea già tracciata dalla Scuola di Mileto e fatta propria, almeno in parte, dai Fisici pluralisti, riagganciandosi alle critiche di Eraclito e Parmenide.

Ma allora dove sta l’originalità del suo pensiero?

Il mito della caverna

Per potere capire a fondo la visione filosofica di Platone e la sua assoluta originalità, è bene anche in questo caso partire da un mito, quello della “Caverna”, presente nel Libro VII di quella che è la sua opera più nota: La Repubblica. La scena è molto suggestiva: siamo dentro una caverna con degli uomini incatenati in modo da vedere sempre verso la parete di fondo ...

E’ ancora una volta Socrate a raccontare uno dei miti più noti e discussi di Platone. Uomini incatenati in modo da vedere sempre nella stessa direzione, vale a dire sul muro di fondo di una buia caverna.

Si tratta della nostra condizione, del nostro mondo.

Infatti, su quel muro gli uomini incatenati guardano sempre la stessa scena, una scena che, tuttavia, si svolge alle loro spalle ma di cui loro non hanno coscienza. La dinamica è “cinematografica”: è il fuoco, che è situato dietro un muretto, a proiettare sul muro verso il quale sono rivolti gli uomini incatenati, le ombre di uomini e donne che si muovono nel mezzo.

Non potendo accorgersi di tali dinamiche, gli uomini incatenati crederanno che non di ombre si tratti, bensì di enti reali. Quegli uomini, come detto, siamo noi: ci illudiamo di conoscere ciò che in realtà non è che un’ombra della realtà.

Ma ad un certo punto, uno degli uomini riesce a liberarsi dalle catene. Questo gli consente di muovere la testa e di scoprire quanto sta accadendo alle sue spalle.

E la presa di coscienza che quanto si è visto fino ad ora non era che una mera illusione, un’ombra di una realtà ben più complessa.

Ed è la curiosità a spingerlo ad andare oltre, abbandonando i suoi compagni, che continuano ad illudersi di vedere la realtà delle cose.

Egli può così intravvedere una luce in fondo alla caverna, un qualcosa di molto piccolo, ma che lo attrae al punto da avventurarsi verso ciò che per lui è ancora ignoto. Ma man mano che avanza la luce si fa più intensa. E tuttavia egli è abituato al buio per cui deve fare molta attenzione alla luce che lo colpisce agli occhi.

Ma alla fine ce la fa e finalmente esce dalla caverna. La luce è così forte che egli è costretto ad abbassare lo sguardo. E tuttavia ora vede qualcosa di nuovo, i colori.

Poi giunge in prossimità di un laghetto, nel quale vede rispecchiata una figura splendente, che comprende essere la causa di questo meraviglioso mondo: il Sole.

L’uomo che si è liberato dalle catene è finalmente approdato nel mondo reale.

Ora quell’uomo che così coraggiosamente si è liberato dalle catene, indirizzandosi verso l’ignoto, potrebbe finalmente godersi la sua libertà. Ma non lo fa. Egli decide di tornare indietro, per rendere consapevoli i suoi compagni che quello a cui assistono da sempre non è la realtà. Vuole aiutarli a spezzare le catene e a guidarli verso la libertà.

Il ritorno è faticoso come il viaggio di andata, in quanto ora l’uomo si è abituato alla luce. Ma alla fine giunge dai suoi compagni …

Che cosa accade dopo non lo sappiamo. Socrate ci invita tuttavia a seguirlo nel suo ragionamento:

Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?”

E’ chiaro il riferimento a Socrate.

Platone torna dunque al punto dal quale era iniziato il tutto: l’ingiusto omicidio di Stato, l’assassinio del più sapiente tra gli uomini. Ecco cosa capita a chi cerca di destare i suoi simili, a chi, avendo individuato la via della libertà dall’ignoranza, tenta di aiutare gli altri a liberarsi dalle catene: prima viene deriso, poi allontanato e infine …

Il mito della caverna

i significati simbolici

Il mito è denso di significati simbolici, alcuni dei quali non ancora del tutto chiari.

La caverna rappresenta naturalmente la nostra condizione esistenziale, così come la vede l’autore: viviamo come gli uomini incatenati, immersi nella doxa convinti che si tratti dell’unica realtà.

Le catene rappresentano quindi l’ignoranza. DI conseguenza, spezzandole, si abbandona lo stato di schiavitù nei confronti dell’ignoranza per avviarsi verso la conoscenza.

Il mito della caverna: i significati simbolici

Spezzate le catene appaiono i meccanismi più reconditi della grande illusione in cui viviamo: ciò che per noi è realtà non è infatti altro che l’ombra di una realtà ben più complessa.

Il mito della caverna: i significati simbolici

Il fuoco rappresenta la fonte di questo meccanismo, ciò che consente la proiezione delle figure sul muro di fondo della caverna, verso il quale si volge lo sguardo degli uomini incatenati. Qualche studioso è convinto che Platone intenda fare riferimento a Eraclito.

Comunque sia, il fuoco è pur sempre all’interno della caverna, dunque non siamo ancora usciti dalla doxa, anzi i viaggio verso la conoscenza è appena agli inizi.

Il mito della caverna: i significati simbolici

E infatti, dopo un primo momento di stupore, gli occhi dello schiavo vengono attirati dalla luce in fondo alla caverna, la quale naturalmente rappresenta la fuoriuscita dal buio della doxa, la “seconda navigazione.

Il mito della caverna: i significati simbolici

Il cammino è molto difficoltoso: si è talmente abituati all’oscurità che la luce che man mano si fa sempre più forte ci rende quasi ciechi.

L’abitudine all’ignoranza, dunque, rene la via verso la verità particolarmente difficile. Ci vogliono forza e coraggio per poter proseguire.

Ma gli sforzi alla fine vengono ripagati. Il mondo che si trova fuori dalla caverna è meraviglioso: a renderlo tale è il Sole. Siamo nell’Iperuranio, in quel mondo che Platone contrappone al nostro mondo.

Il mito della caverna: i significati simbolici

Ma l’ex schiavo non può contemplarlo, non subito quanto meno: il suo bagliore è troppo forte. E così china la testa, fino a quando non incontra un laghetto, grazie al quale può osservare il Sole riflesso, abituando nel frattempo gli occhi alla sua luce. Qualche studioso ha affermato che il laghetto sarebbe un tributo a Talete, che considerava l’acqua il principio di ogni cosa.

Ma la parte più interessante di tutto il mito è rappresentato dal ritorno nella caverna. Lo schiavo, dopo tutto, avrebbe potuto accontentarsi di avere finalmente scoperto la verità, decidendo di vivere quindi in quel meraviglioso posto, alla luce del Sole.

E invece decide di fare ritorno alla caverna, dai suoi compagni. Qui Platone rivendica il ruolo della filosofia sin dalle sue origini, come sapere aperto e pubblico, che combatte pregiudizi e abbatte miti e tradizioni. Non una semplice “sapienza”, ma una sorta di dovere etico nei confronti dei propri simili, che spinge lo schiavo appena liberatosi a percorrere a ritroso un terreno sempre irto di difficoltà fino a sacrificare la propria vita.

La possibile drammatica fine è un chiaro riferimento a Socrate: gli uomini più intelligenti e al tempo stesso più buoni, che si spendono per il bene altrui finiscono proprio dagli altri per essere non creduti, derisi, allontanati e alla fine anche uccisi.

Il mito della caverna: i significati simbolici

Il “dualismo” platonico

Dalla lettura del mito della Caverna si evince molto chiaramente che per Platone esistono due mondi nettamente separati l’uno dall’altro: uno, oscuro, dove domina la doxa e un altro, illuminato dal Sole, che l’autore chiama Iperuranio.

Ma che cosa significa tutto ciò?

Modelli e copie

Platone pensa che tutti gli esseri che vivono in questo mondo (esseri animati e inanimati) siano solamente delle copie di modelli che dimorano in un altro mondo, l’Iperuranio appunto, che significa letteralmente “oltre il cielo”.

Per esempio, in questo mondo esistono una quantità considerevole di cavalli, tutti diversi gli uni dagli altri, ma tutti in qualche modo riconducibili ad un solo modello (vedi figura a fianco).

Tra copie e modelli esiste secondo Platone un rapporto di “partecipazione”, per cui è corretto dire che i cavalli di questo mondo partecipano del loro modello che dimora nell’Iperuranio (la “cavallinità”).

Modelli e copie

Dunque, il rapporto tra copie e rispettivi modelli è il medesimo che si ha tra i singoli enti e il genere o la specie al quale appartengono: i cavalli si distinguono tra loro per tutta una serie di caratteristiche specifiche, questo è vero, e tuttavia appartengono tutti allo stessa specie, la “cavallinità”.

Modelli e copie

Ora però, mentre ogni singolo cavallo sarà soggetto al divenire e, di conseguenza, prima o poi, come è nato, morirà, il modello di cavallo, che Platone chiama anche “idea” esisterà sempre.

Questo significa che l’Iperuranio è il regno dell’eternità, in quanto, appunto, sottratta al divenire. Un regno dove dimorano i modelli, le idee, le forme perfette alle quali in qualche modo si ispirano gli enti di questo mondo, necessariamente imperfetti per quanto possano tendere a tale perfezione.

Modelli e copie

Platone colloca tale mondo, l’Iperuranio, oltre i cieli. Ma è evidente si tratta, più che di uno spazio fisico, di una dimensione mentale. D’altro canto, non è forse vero che noi continuiamo a pensare ai dinosauri anche se questi si sono estinti da tempo? L’idea di “dinosauro” (chiamiamola “dinosaurità”), dunque, è sopravvissuta al destino dei singoli dinosauri e continuerà a vivere anche se non dovessero più esistere esseri in grado di pensarla.

Modelli e copie

Il discorso vale anche per noi, esseri umani, i quali apparteniamo ad un modello, quello della “umanità”, che non avrà mai fine, mentre noi, sia come singoli esseri sia come umanità realmente esistente, siamo destinati a morire. Anche se nessun essere su questo od altri mondi avrà le capacità di pensare all’idea di “umanità”, essa continuerà a vivere.

Gli universali

Nel Medioevo si aprirà una aspra diatriba circa la natura dei cosiddetti universali, vale a dire quei termini che corrispondono, grosso modo, alle idee di Platone, come anche alla sostanza di Aristotele: umanità, cavallinità e via dicendo. Il problema è la loro natura: si tratta di qualcosa di reale o di convenzionale? Oppure sono semplici suoni della voce? E poi, dove si collocano: dentro le cose, al di fuori di esse, in un altro mondo come vuole Platone?

Modelli e copie

Ma se il rapporto tra l’Iperuranio e questo mondo è quello tra modelli e copie, questo significa che per ogni essere di questo mondo esiste un modello nell’Iperuranio, vale a dire in quella dimensione perfetta dove nulla è soggetto al divenire? E se questo è vero, allora che dire di enti come la “melma” o la “immondizia”? Troveranno anch’essi nell’Iperuranio i propri modelli’

Modelli e copie

Si tratta una domanda che lo stesso Platone si pone in uno dei suoi scritti più controversi, Il Parmenide. Se si risponde affermativamente, se cioè si pensa che esistano modelli anche per enti come la melma o l’immondizia, infatti, l’Iperuranio non sarà poi così perfetto, mentre se si risponde negativamente, si nega l’assunto che ad ogni ente di questo mondo corrisponda un modello nell’Iperuranio.

Modelli e copie

Platone lascia aperta la questione (sarà Aristotele a risolverla, negando l’esistenza dell’Iperuranio e riportando il discorso filosofico - per così dire - con i piedi per terra).

Il Dualismo ontologico

REALTA’ INTELLIGIBILE

IDEE o MODELLI o UNIVERSALI

in sé e per sé immutabili, eterni, principi di conoscibilità

REALTA’ SENSIBILE

COPIE o ENTI MUTEVOLI

soggetti al divenire, alle trasformazioni, al ciclo di nascita-vita-morte, “partecipano” dei rispettivi modelli

Corpo, Anima e Iperuranio

Platone riprende l’antica visione orfica di un’anima rinchiusa nel corpo che, dopo la morte di quest’ultimo, si libera per incarnarsi in un altro corpo (metempsicosi o trasmigrazione delle anime), già sostenuta per altro dai pitagorici.

E tuttavia, prima di ricominciare una nuova vita in un nuovo corpo, l’anima passa un periodo di tempo proprio nell’Iperuranio.

Ma a fare che cosa?

Ancora una volta, Platone ci aiuta a capire la sua filosofia attraverso un mito, quello della “Biga alata”, contenuta nel Fedro

E’ sempre Socrate a parlare, paragonando l’anima umana ad una biga alata trainata da due cavalli: l’uno, di colore bianco, leggero e potente, che trascina la biga verso l’alto, e l’altro, di colore nero, goffo e pesante, che rende il viaggio del primo particolarmente difficoltoso.

Il cavallo bianco rappresenta tutte le nostre virtù, mentre il cavallo nero rappresenta tutti i nostri vizi.

Il mito della
biga alata

Ecco perché Platone afferma che:

“la vita è una preparazione alla morte”

Quanto facciamo in questo mondo influenza ciò che faremo nella vita successiva, quando cioè la nostra anima si sarà incarnata in un nuovo corpo.

Ma come si decide il futuro della nostra anima e che cosa c’entra tutto ciò con l’Iperuranio?

Il mito della
biga alata

Per rispondere a queste domande si può fare riferimento ad un altro mito, presente ne La Repubblica. Esso narra di un soldato di nome Er, che racconta una straordinaria avventura che l’ha visto protagonista.

Er viene ferito in battaglia. Gli dei però lo credono morto e così liberano la sua anima, che si libra in cielo fino a raggiungere un altro mondo.

Qui egli assiste ad uno spettacolo drammatico e straordinario al tempo stesso, che riferirà allorquando gli dei, accortisi dell’errore, rimanderanno l’anima del soldato nel corpo al quale appartiene.

Quello che Er ha visto ci viene raccontato ancora una volta da Socrate:

Il mito di Er

“Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali, dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch'essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso”

Il mito di Er

Sembra di trovarsi di fronte al Libro dell’Apocalisse della Bibbia. Ma è bene stare molto attenti a simili paragoni: a parte che in Grecia nessuno è a conoscenza di un libro religioso chiamato, appunto, Bibbia, il mito di Er non ha alcuno sfondo religioso, ma solamente filosofico: serve a spiegare perché questa vita è preparazione ad un altra vita. E infatti, quello che appare come un giudizio universale, in realtà non è che uno degli infiniti giudizi ai quali le anime vengono sottoposte nel corso della loro, infinita, vita.

Il mito di Er

Er vede quello che succede nell’Iperuranio, vale a dire quella dimensione che Platone decide di sottrarre al divenire per poterci collocare le sue idee. Ma che genere di idee sono quelle che dimorano in questa dimensione?

Se per entrare in Accademia occorre essere matematici, stando almeno alla scritta che compare all’entrata, allora si è autorizzati a supporre che queste idee altro non siano che enti matematici ovvero figure geometriche. Dunque, l’Iperuranio si configurerebbe come una dimensione matematico-geometrica. D’altro canto, un triangolo sarà sempre un triangolo.

L’Iperuranio

E tuttavia Platone ci descrive l’Iperuranio come una sorta di appuntita piramide, al cui vertice c’è l’Idea del Bene: così come il Sole produce la luce e permette che le cose sensibili possano essere viste, allo stesso modo l’Idea del Bene produce le verità e permette all’intelletto di conoscere le cose intelligibili, vale a dire tutte le altre idee. Di più: come il Sole, con il suo calore, permette la vita delle cose, così l’Idea del Bene è condizione dell’essere delle cose.

Ma l’idea del bene è un ente matematico-geometrico o piuttosto non si tratta di qualcosa che ha a che fare con altre dimensioni come quella etico-morale?

L’Iperuranio

L’idea del Bene è al di là di tutte le idee anzi è la condizione per l’esistenza stessa di tutte le altre idee. Che si tratti o meno di un ente matematico, nessuna conoscenza sarebbe possibile perché nulla esisterebbe senza la sua luce.

La nostra anima, una volta liberatasi dal corpo, si leva in cielo e raggiunge comunque l’Iperuranio. E tuttavia - come ci ha mostrato il mito della biga alata - le anime non sono tutte uguali: alcune sono più pesanti delle altre e non potranno che contemplare le idee più basse della piramide iperuranica. Viceversa, le anime migliori potranno librarsi fino al vertice e finiranno per incarnarsi in un corpo perfetto.

L’Iperuranio

La “Teoria della linea”

Il rapporto tra scienza (episteme) e opinione (doxa)

Si prenda in considerazione il segmento AB

A B

Esso prappresenta l’intera conoscenza. E tuttavia, la conoscenza può essere di tipo sensibile o intelligibile e si tratta di due conoscenze profondamente diverse. Il segmento andrà quindi diviso in modo da ottenere altri due segmenti non eguali:

A C B

AC = conoscenza sensibile (doxa)

CB = conoscenza intelligibile o scienza (episteme)

A loro volta, entrambi i segmenti andranno ulteriormente suddivisi:

Il rapporto tra scienza (episteme) e opinione (doxa)

A D C E B

Doxa:

AD = immaginazione (eikasia)

DC = credenza (pistis)

Episteme:

CE = pensiero discorsivo (dianoia)

EB = intellezione (noesis)

Questa l’espressione che ne deriva :

AC:CB = AD:DC = CE:EB

Il rapporto tra scienza (episteme) e opinione (doxa)

Quello che abbiamo visto è la nota “Teoria della linea” di Platone, presente nel VI Libro de La Repubblica, e che conferma in maniera inesorabile il ruolo centrale che la matematica assume nella filosofia dell’autore. Tale teoria spiega i rapporti che sussistono tra la scienza propriamente detta (episteme) e l’opinione (doxa): così come l’immagine ha un grado di essere e di verità inferiore rispetto all’oggetto reale che rappresenta, così quest’ultimo ha un grado di essere e di verità inferiore rispetto all’intelligibile.

Pensiamo al mito della Caverna: l’immagine è ciò che osservano gli uomini incatenati (le ombre), mentre l’oggetto reale rimanda a quanto accade alle loro spalle e che essi non possono vedere; questo oggetto, a sua volta, non essendo la realtà, rimanda a sua volta all’intelligibile, vale a dire al modello, alla forma, all’idea al quale esso corrisponde.

Il rapporto tra scienza (episteme) e opinione (doxa)

Il Demiurgo

L’esistenza di un mondo sottratto al divenire e dunque perfetto e che, tuttavia, è in stretto rapporto con il nostro mondo, soggetto a corruzione, pone non pochi problemi, alcuni dei quali già evidenziati dall’autore stesso nel Parmenide. Problemi che rimandano tutti alla imperfezione delle copie di questo mondo. La questione è la seguente: come fanno tali copie a partecipare alla perfezione dei modelli? Oppure, detto in altri termini, è possibile che enti imperfetti siano stati generati da modelli perfetti? Insomma, chi ha creato gli enti di questo mondo?

La questione è complessa e infatti la soluzione adottata da Platone, per quanto logica, potrebbe far storcere il naso a qualcuno.

Egli infatti introduce una nuova figura, il Demiurgo (demiurgos), che in greco significa “artigiano”: è lui il creatore dei modelli e dunque anche il “responsabile” della loro imperfezione. Ben inteso, non si tratta di un dio paragonabile a quello della Bibbia: egli, infatti, non crea il tutto dal nulla. Al contrario, il Demiurgo si trova davanti sia la materia, sia le idee: e così modella la prima ispirandosi alle seconde, creando il nostro mondo.

Ma il Demiurgo, per quanto divino, non appartiene all’Iperuranio, al quale infatti si ispira: esso si colloca - per così dire - a metà strada tra l’Iperuranio e la materia.

Un creatore sui generis, che non può sicuramente modificare i modelli, ma solamente plasmare la materia ispirandosi ad essi.

Anche in questo caso si notano alcune affinità tra il pensiero platonico e quello cristiano, vale a dire la dicotomia tra la perfezione dell’eterno (nel caso di Platone dei modelli non certo del Demiurgo) e l’imperfezione del nostro mondo.

La dottrina della reminiscenza

Conoscere è ricordare

Un’opera che spiega molto chiaramente quali sono i rapporti tra questo e l’altro mondo platonico, è il Menone.

In quest’opera, di facile lettura, si narra di come Socrate aiuti uno schiavo (e, come tale, totalmente privo di qualsivoglia formaizone culturale) a dimostrare il Teorema di Pitagora.

Come avrà fatto?

Il “Menone”

E’ bene ricordare che tutte le anime, una volta liberatisi dei rispettivi corpi, tornano nell’Iperuranio, anche l’anima di uno schiavo, che nell’ottica sociale del tempo rappresenta quanto di più basso possa esistere tra gli esseri umani (praticamente paragonabile ad un animale). Se questo è vero, è vero anche che tale anima farà però molta fatica a levarsi in cielo, riuscendo ad osservare sole le idee più semplici dell’Iperuranio. E tuttavia, un’altra caratteristica di questo straordinario mondo, è che tutte le idee sono tra loro collegate.

Di qui la nota teoria della reminiscenza platonica: basta poco per mettere in movimento la nostra conoscenza. Nel caso specifico dello schiavo, per quanto poco chiara, l’idea di triangolo è ben presente nella sua anima e così Socrate può accompagnarlo verso una verità ben più alta, quella del Teorema di Pitagora appunto.

Questo significa che la scienza è alla portata di tutti, proprio come pensava non solo Socrate ma anche gran parte della Sofistica.

“La Repubblica”

“Ad un certo punto mi feci l’idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato. I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l’umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia”

[Lettera VII]

Lo Stato ideale

Il Platone filosofo nasce nel momento stesso in cui Socrate muore. E’ a partire da quel momento che egli si dedica anima e corpo alla ricerca di un sistema politico che possa evitare il ripetersi di simili tragedie. E tale sistema, che si configura come un modello, dovrà essere governato proprio da chi solitamente, per il suo ruolo, finisce per essere perseguitato: i filosofi. Naturalmente tale modello non potrà essere democratico, perché è stata la democrazia a mandare a morte Socrate. E poi, il sistema democratico non si basa tanto sulla qualità bensì sulla quantità, sul numero, sulla maggioranza. Ma per raggiungere l’obiettivo finale, delineare il modello di Stato ideale, occorrerà seguire, passo dopo passo, quanto accade nel dialogo più importante dell’opera platonica: La Repubblica

“La Repubblica”

Il titolo originale dell’opera è è πολιτεία (politeia) che significa “ordinamento politico” o “costituzione”. Saranno i latini a dargli un nuovo titolo, La Repubblica, decisamente un po’ forzato e, soprattutto, adatto al contesto della Roma, appunto, repubblicana piuttosto che alla Grecia dell’epoca.

Il dialogo si svolge a casa di un tale di nome Cefalo e vede presenti Socrate, Trasimaco, Glaucone, Polimarco e Adimanto.

La scelta dei personaggi, il linguaggio semplice, il ricorso ai miti concorrono a fare di quest’opera un vero e proprio capolavoro, accessibile ancora oggi al grande pubblico.

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Trasimaco: “la giustizia è l’utile del più forte”

La discussione si apre intorno al significato del termine “giustizia” e se essa sia più utile del suo opposto, l’ingiustizia. Per il padrone di casa, Cefalo, la giustizia consiste, molto semplicemente, nel “pagare i debiti”, mentre secondo Polemarco “giusto è beneficiare gli amici e danneggiare i nemici”. Di ben altra portata la posizione di Trasimaco, che nella finzione letteraria assume le posizioni della Sofistica più radicale, secondo il quale “la giustizia è l’utile del più forte”. Con Trasimaco la discussione, che rischiava di arenarsi su un piano piuttosto elementare, si sposta su un piano politico: egli infatti afferma con forza che la giustizia è una variabile, che si lega ha chi è più forte; va da sé che l’ingiusto sarà colui che forte non è.

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Glaucone: “nessuno è giusto di sua volontà, ma per costrizione”.

Interviene Glaucone, con il quale la discussione prende invece una piega più squisitamente filosofica. Anche Glaucone è un sofista, secondo il quale la natura dell’uomo è profondamente egoista, per cui se un uomo è giusto lo è perché vi è costretto, altrimenti sarebbe ingiusto.

Una posizione molto radicale, che Glaucone spiega ricorrendo ad un mito, quello di Gige.

Che cos’è la giustizia?

Glaucone:

Il mito di Gige

“Si racconta che egli serviva, come pastore, l'allora sovrano di Lidia. Un giorno, a causa delle forti piogge e di un terremoto, la terra si spaccò e si produsse una fenditura nel luogo in cui teneva il gregge al pascolo. Gige si meravigliò al vederla e vi discese; qui, tra le altre cose mirabili di cui si favoleggia, vide un cavallo di bronzo, cavo, con delle aperture. Egli vi si affacciò e scorse là dentro un cadavere, che appariva più grande delle normali dimensioni di un uomo e senza avergli tolto nulla tranne un anello d'oro che portava a una mano, uscì fuori”

Che cos’è la giustizia?

Glaucone:

Il mito di Gige

“Quando ci fu la consueta riunione dei pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato delle greggi, si presentò anch'egli, con l'anello al dito; quindi, mentre era seduto in mezzo agli altri, girò per caso il castone dell'anello verso di sé, all'interno della mano, e così divenne invisibile ai compagni che gli sedevano accanto e che si misero a parlare di lui come se fosse andato via. Egli ne rimase stupito e toccando di nuovo l'anello girò il castone verso l'esterno, e appena l'ebbe girato ridiventò visibile”

Che cos’è la giustizia?

Glaucone:

Il mito di Gige

Riflettendo sulla cosa, volle verificare se l'anello aveva questo potere, e in effetti gli accadeva di diventare invisibile quando girava il castone verso l'interno, visibile quando lo girava verso l'esterno. Non appena si accorse di questo fece in modo di essere incluso tra i messi personali del re; una volta raggiunto l'obiettivo divenne l'amante della sua sposa, congiurò assieme a lei contro il re, lo uccise e in questo modo si impadronì del potere”

Che cos’è la giustizia?

Glaucone:

Il mito di Gige

“Nessuno è giusto di sua volontà, ma per costrizione”

Glaucone conclude con queste lapidarie parole:

“nessuno è giusto di sua volontà, ma per costrizione”

Che cos’è la giustizia?

La forza di Glaucone

Glaucone non rappresenta il pensiero di Platone, questo è certo, se non altro perché egli rappresenta la sofistica più radicale, che Platone combatte. E tuttavia è evidente che il racconto di Glaucone non rappresenti una semplice parentesi della narrazione, come dimostra il fatto che ci vorrà del tempo prima che il racconto possa nuovamente riprendere fiato, con l’entrata in scena di Socrate. E quest’ultimo non è che si spenda a smontare passo dopo passo le tesi di Glaucone, ma sposta radicalmente il problema su un altro piano. E tuttavia, la visione dell’uomo di Platone non è poi così diversa da quella di Glaucone: anche il filosofo di Atene, infatti, è convinto che l’uomo, quanto meno, non sia (per usare una definizione del suo discepolo Aristotele) un “animale sociale”:

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Socrate: “L’uomo non basta a se stesso”

Socrate entra in scena invitando i suoi interlocutori a convenire sul fatto che la giustizia abbia a che fare con i bisogni e i desideri degli uomini, perché è di questo che si è discusso fino ad ora, pur nella eterogeneità delle posizioni.

Se questo è vero - e tutti i presenti concordano - allora il problema è che:

“L’uomo non basta a se stesso”

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Socrate: “L’uomo non basta a se stesso”

Seguiamo Socrate-Platone nel suo ragionamento:

“Ora il primo dei bisogni è il cibo, il secondo l'abitazione, il terzo il vestiario e così via. Ci sarà allora bisogno, nel nostro Stato, almeno di un agricoltore, di un muratore, di un tessitore e via dicendo. Ciascuno, dunque si specializzerà nel proprio lavoro, producendo per sé e per gli altri, giacché per raggiungere la massima efficienza è necessario che ciascuno faccia il proprio mestiere e non quello di un altro. Ogni categoria, però, avrà anche bisogno di attrezzi per potere lavorare, di aratri, di cazzuole, di cesoie e quindi di carpentieri, di fabbri e di tanti altri artigiani”

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Socrate: la specializzazione del lavoro

In questi pochi passaggi, Socrate ha descritto il passaggio dallo stato naturale a quello civile dell’uomo. Il tutto nasce dunque dalla impossibilità dell’uomo di vivere in solitudine: egli, infatti, non basta a sé stesso. Insomma, a spingerlo verso i suoi simili sono ragioni di opportunità non certo di amore, amicizia o solidarietà, a conferma di una visione non propriamente positiva dell’essere umano da parte dell’autore. E non appena entra in società, si determina la divisione del lavoro: gli uomini dediti all’agricoltura scambiano i propri prodotti con coloro che gli forniscono gli strumenti per coltivare.

Che cos’è la giustizia?

La posizione di Socrate: la specializzazione del lavoro

Ma una volta soddisfatti i bisogni primari, ecco che ne emergono altri. Anche in questo caso emerge il pessimismo di Platone, secondo il quale i desideri, una volta generatesi, tendono a moltiplicarsi. E così la società si fa sempre più complessa. E se non si riescono più a soddisfare tali desideri? Allora bisognerà scambiare i nostri prodotti con quelli prodotti da altre società. Ma per potersi muovere al di fuori del nostro contesto sociale, occorrono carri e navi e quindi chi li guida, come anche strade, punti di ristoro, alberghi e via dicendo. Ecco allora che nascono altre classi …

La società si fa sempre più articolata

E tuttavia, questi settori, vengono da Platone collocati alla base della piramide sociale, sotto la voce “lavoratori” o “produttori”. Una base molto vasta, dato che i lavoratori/produttori rappresentano la stragrande maggioranza dello Stato ideale che Platone vuole edificare.

Socrate - ancora una volta in maniera straordinariamente efficace - ha delineato la nascita dei tre settori economici tradizionali: quello Primario (l’Agricoltura), quello Secondario (l’Industria) e quello Terziario (i Servizi)

Che cos’è la giustizia?

L’obiezione di Glaucone: “è uno Stato dei porci !”

Che Glaucone rappresenti - almeno in queste prima pagine - il personaggio più vivace intellettualmente ormai è chiaro al lettore. Non deve dunque stupire se sia proprio lui a interrompere Socrate e con toni decisamente duri:

“Fino ad ora. Il tuo Stato non è che uno Stato dei porci. L’uomo, infatti, è ambizioso e vuole sempre di più: bisogna tener conto delle abitudini in uso presso gente dabbene: bei letti dove sdraiarsi, pasticcini, fichi”

La posizione di Glaucone è chiara: l’uomo anela anzi deve anelare al lusso.

Che cos’è la giustizia?

Socrate e la spiegazione delle cause della guerra. La classe sociale dei militari e dei custodi

La risposta di Socrate:

“in tal caso avremmo bisogno di un territorio più vasto per nutrire tutti questi abitanti e saremmo costretti a sottrarlo ai nostri vicini”.

Ecco spiegata la natura della guerra e la nascita di una nuova classe di uomini, i militari. Si tratta di una classe sociale molto particolare, in quanto il loro fine non è di soddisfare i propri interessi o quello delle categorie alla quali appartengono (come avviene con i lavoratori/produttori) bensì di difendere lo Stato, il bene pubblico. E tuttavia al vertice di quella che si delinea come una ripida piramide sociale, ci deve essere chi comanda, chi coordina, un’altra classe che ha come obiettivo il bene pubblico: i custodi.

Lo Stato ideale

Lo Stato platonico può essere paragonato ad una piramide piuttosto appuntita, dove ogni classe sociale, e in essa ogni individuo, trova la sua collocazione secondo ben determinate proporzioni geometriche. Una società cristallizzata, dove non esiste alcuna mobilità, come accade alle forme geometriche tradizionali: al vertice ci sono i governanti, i custodi, e un gradino più in basso i militari; alla base, la gran massa dei lavoratori/produttori.

Un sistema che la moderna scienza politica ha definito come “Stato organico”, vale a dire dove ogni sua parte ha senso solo nel e per il tutto in cui è contenuta. Uno Stato paragonabile ad un corpo vivo, dove ogni organo svolge un proprio compito e solo quello, pena la morte del corpo. Cosa accadrebbe, infatti, se un polmone si mettesse a pompare sangue e il cuore a pompare aria? E che senso avrebbero questi due organi al di fuori del corpo che li contiene?

Lo Stato ideale

Ecco perché lo Stato, realizzando se stesso, realizza anche le aspirazioni individuali. E chiunque dovesse ribellarsi al sistema, contestando, per esempio, la propria collocazione sociale, finirebbe per mettere in pericolo il corpo sociale nel suo complesso. Ma questo non sarebbe possibile, in quanto ogni individuo si realizza pienamente nello Stato lavorando per lo Stato.

Ma perché un individuo dovrebbe realizzare pienamente sé stesso nello Stato?

Perché lo Stato è strutturato esattamente come l’anima umana!

L’Anima

RAZIONALE

IRASCIBILE

CONCUPISCIBILE

CUSTODI

GUARDIANI

LAVORATORI

Lo Stato

Lo Stato ideale

Dunque, sia lo Stato sia l’Anima sono tripartite e prevedono ciascuna una sorta di “centrale di comando” (la parte razionale per l’anima, i custodi per lo Stato), degli uomini con il compito di difendere (la parte irascibile per l’anima, i militari per lo Stato) ed una parte volta a soddisfare le esigenze materiali del corpo al quale appartengono (la parte concupiscibile nell’anima, i lavoratori/produttori dello Stato).

Lo schema che segue rende bene l’idea:

La classi sociali nello Stato ideale di Platone

Dunque, ogni classe sociale ha un proprio ruolo nello Stato ideale di Platone:

  • i Custodi, che corrispondono alla parte razionale dell’anima individuale, dovranno governare lo Stato
  • i Guardiani, che corrispondono alla parte irascibile dell’anima individuale, dovranno difendere lo Stato
  • i Produttori o Lavoratori, che corrispondono alla parte concupiscibile (=essere dediti alla soddisfazione dei bisogni materiali) dell’anima individuale, dovranno produrre, lavorare

La Giustizia per Platone

Ecco dunque spiegato il significato della “giustizia” per Platone: si tratta della giusta collocazione di ogni individuo in una ben determinata classe sociale e di ogni classe sociale in un altrettanto ben determinato ruolo all’interno del corpo sociale.

L’ingiustizia, per contro, sarebbe violare tale equilibrio, una situazione di sostanziale caos che porterebbe alla morte dello Stato come di qualsivoglia altro corpo vivo.

E gli schiavi?

La prima cosa che si nota è che in questo Stato ideale non vi sono schiavi e questo non per chissà quale spirito progressista dell’autore, ma perché in uno Stato in cui tutti devono compiere il proprio dovere, cioè lavorare per lo Stato stesso, non può esistere chi non lo fa delegando ad altri, gli schiavi appunto, ciò che dovrebbe fare lui.

D’altro canto, uno Stato perfetto non potrebbe nemmeno tollerare esseri che gli antichi greci (e non solo) non considerano nemmeno esseri umani.

Di che sistema si tratta?

Ma a quale sistema si ispira Platone?

Sicuramente non al modello democratico, dato che è stata la democrazia ateniese ad assassinare il suo maestro e Platone ha fatto di tutto per eliminare ogni elemento di democrazia dal suo Stato ideale.

Si tratta allora di un sistema aristocratico?

Di che sistema si tratta?

Se si intende per “aristocrazia” il “governo dei migliori” allora sicuramente la risposta non potrà che essere affermativa: i custodi non sono altro che i filosofi, vale a dire la classe sociale che non ha avuto alcun potere in Atene, altrimenti Socrate sarebbe stato tra i governanti e non condannato a morte. Se si intende, invece, un “governo dei pochi”, un sistema modellato, per esempio, su quello spartano, allora il discorso è più complesso: l’essere nemica di una città che ha mandato a morte il suo maestro deve avergli fatto maturare una certa simpatia. E in effetti a Sparta il sistema sociale è rigido e piramidale. Ma a comandare non sono i filosofi bensì i militari.

Di che sistema si tratta?

Il sistema platonico è difficilmente assimilabile ad altri a lui contemporanei perché è assolutamente originale, come d’altro canto sono originali quei sistemi totalitari che secondo alcuni studiosi si sono ispirati al suo modello.

Insomma, la questione sulla natura dello Stato platonico è piuttosto complessa. Ma per avere un quadro il più chiaro possibile non resta che analizzare questo modello di perfezione politica.

La classi sociali nello Stato ideale:

i lavoratori/produttori

Lavoratori/produttori

Le classi sociali che occupano i gradini più bassi della piramide, i lavoratori/produttori, hanno una funzione determinante: sono loro, infatti, a fornire al corpo sociale la linfa per potere continuare a vivere, basta che ogni classe (e al suo interno ogni individuo) svolga esattamente le mansioni che è chiamato a svolgere e nient’altro che quelle.

Alla base della piramide ci sono gli agricoltori e questo conferisce loro un’importanza fondamentale: fornire i beni primari ai cittadini dello Stato: settore primario. Inoltre, la classe contadina garantisce quella stabilità che è fondamentale per lo Stato ed è per questo che essa rappresenta le sue fondamenta. Man mano che si avanza verso l’alto, si incontrano gli altri due settori: il secondario (industria) e il terziario (servizi)

Lavoratori/produttori

Ebbene, queste tre classi perseguono ognuno i propri interessi: essi sono liberi di possedere beni, di commerciarli, di arricchirsi e via dicendo. Questo vuol dire che a loro Platone garantisce le fondamentali libertà di impresa, commercio e movimento, purché non vadano mai a intaccare l’integrità dello Stato.

La vita dei lavoratori/produttori non è molto dissimile da quelle che molti di noi conducono al giorno d’oggi: si lavora, ci si diverte, si mette su famiglia e via dicendo. Ma perché sottolineare un aspetto così banale?

Per rispondere a questa domanda è bene analizzare le altre due classi: guardiani e custodi.

La classi sociali nello Stato ideale:

guardiani e custodi

La classi sociali nello Stato ideale: guardiani e custodi

Guardiani e Custodi rappresentano due classi sociali molto particolari: ad essi, infatti, è affidato il compito rispettivamente di difendere e governare lo Stato. In una parola, entrambi perseguono il bene pubblico. Di conseguenza, pur occupando posti prestigiosi nella piramide sociale, essi non potranno godere delle medesime libertà garantite a lavoratori e produttori. La cosa pubblica (res publica in latino), infatti, necessita in primo luogo di gente estremamente preparata. Ecco allora che chi aspira alle vette della piramide sociale dovrà, in primo luogo, studiare tantissimo e, fin quando si è giovani, prestare anche il servizio militare (guardiani). Tempo per divertirsi non ce n’è. Ma non è tutto. Guardiani e custodi non potranno arricchirsi in alcun modo, avendo garantito vitto e alloggio a spese della collettività. Vivranno in una sorta di enorme caserma, senza possedere nulla, in quanto il loro unico obiettivo è quello di difendere e/o governare lo Stato (=bene pubblico).

Il cosiddetto
“comunismo platonico”

Per questi motivi si parla di una sorta di “comunismo platonico”. Una definizione decisamente forzata. Platone, infatti, è molto lontano da qualsivoglia prospettiva di eguaglianza sociale, come d’altro canto dimostra la piramide sociale del suo Stato ideale. Il cosiddetto “comunismo”, inoltre, vale solamente per le classi a cui è affidato il compito di difendere e custodire lo Stato, ma non per gli strati sociali più bassi, dove vigono libertà di impresa e proprietà privata, divisione del lavoro e conseguenti ineguaglianza che non è possibile denunciare o contestare in alcun modo. Insomma, questa sorta di “comunismo dei vertici” non ha nulla a che vedere con il comunismo propriamente detto (quello

marxista, né con qualsivoglia ideale di egualitarismo sociale. Il cosiddetto “comunismo etico” non è un sistema economico-sociale ma un’esigenza etica: uno strumento per evitare che i governanti possano approfittare delle posizioni di potere, che possano cioè anteporre i propri interessi a quelli dello Stato. Ancora una volta Platone mostra tutto il suo pessimismo nei confronti della natura umana e questo lo spinge a propendere per provvedimenti decisamente drastici nei confronti di militari e custodi.

Lo Stato ideale di Platone dovrebbe rappresentare l’esatto opposto della decadente democrazia ateniese che ha mandato a morte Socrate: lì a governare era il mero numero, la maggioranza, qui i migliori, scelti dopo un durissimo apprendistato.

“Ad un certo punto mi feci l’idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato.

I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l’umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia”

[Lettera VII]

Platone e la famiglia

Platone e la famiglia

A militari e custodi Platone nega anche la possibilità di farsi una famiglia. Perché?

Platone e la famiglia

Perché la famiglia è per Platone una sorta di unità produttiva (come la definirà Hegel nel XIX secolo) ed è per questo motivo che, tra i lavoratori e produttori, essa è consentita.

Ma per coloro che perseguono il bene pubblico, essa non può che configurarsi come un bene privato.

Per chi detiene il potere il rischio di anteporre gli interessi della propria famiglia a quelli collettivi è molto forte, come d’altro canto dimostrano anche i sistemi politici odierni.

Platone e la famiglia

Ma se anche questo non dovesse accadere, il peso di appartenere a famiglie prestigiose e di potere si farebbe sentire negli strati bassi della popolazione, finendo per minare l’unità dello Stato e la giustizia sulla quale esso si basa. Lo Stato di Platone è un organismo vivente e nessuna sua parte potrà mai godere di privilegi rispetto ad altre parti, pena la morte dell’equilibrio geometrico complessivo.

Il Femminismo platonico

Per essere un conservatore, se non addirittura un reazionario, per avere, con il suo Stato ideale, fornito - secondo alcuni storici- il materiale per edificare le peggiori dittature del XX Secolo, Platone appare fin troppo rivoluzionario: elimina la proprietà privata e la famiglia (fondamento di qualsivoglia sistema conservatore o reazionario, in una parola di destra) dalle classi che devono occuparsi della cosa pubblica, tra coloro cioè che devono dare l’esempio al resto dei cittadini, e per quanto riguarda le donne ...

“Le donne sono pari agli uomini”

Questa affermazione, pronunciata da Socrate nel corso del lungo dibattito seguito alla questione della giustizia e alla descrizione dello Stato ideale, la dice lunga sull’assoluta originalità del pensiero platonico. Nessuno si era mai spinto così in avanti e ci vorranno non meno di duemila anni perché altri seguano la stessa strada.

“la donna è in grado di svolgere le stesse funzioni dei custodi, in modo che l'unica differenza esistente sta nel fatto che le donne sono più deboli e gli uomini più rigorosi”

Se uomini e donne pari sono, allora anche a loro spetterà di difendere e custodire lo Stato, sebbene Platone pensi che le donne siano “più deboli” degli uomini. Per quanto tale affermazione appaia, oggi, decisamente fuori luogo, da essa non si determina alcuna discriminazione di genere.

La famiglia è un fardello per la donna

La famiglia non è solamente un bene privato e, come tale, potenzialmente molto pericoloso per chi ha il compito di mandare avanti lo Stato, ma anche un fardello soprattutto per la donna, a cui spetta, in buona sostanza e ieri come oggi, il compito di accudirla.

Il rapporto tra uomini e donne negli alti ranghi dello Stato

Platone tra rivoluzione sessuale ed eugenetica

Platone: gli accoppiamenti tra i migliori

Uomini e donne, guardiani e custodi, studiano, si allenano, mangiano, bevono e dormono insieme e tutti i loro beni sono in comune. “Dunque anche le donne?”. A fare questa domanda, con un misto di curiosità e terrore, è il solito Glaucone, forse il più contrariato dalla piega presa dalla discussione.

La risposta di Socrate è lapidaria: non si tratta di avere donne in comune, dato che donne e uomini vivono già insieme avendo tutto in comune, ma di generare i migliori a partire dai migliori. Si tratta, dunque, di farli accoppiare.

Non avrebbe senso, infatti, se a generare figli fossero solamente uomini e donne delle classi inferiori. Anche guardiani e custodi dovranno farlo, ma senza metter su famiglia.

Platone: gli accoppiamenti tra i migliori

Si tratta di una vera e propria pratica eugenetica, termine greco che significa “buona nascita” o “buona parentela”. I greci non conoscono il termine “razza”, per cui ogni paragone con il moderno razzismo e l’eugenetica nazista è fuori luogo.

Insomma, si tratta di fare con gli esseri umani quanto questi ultimi da secoli fanno con il regno animale, selezionando cioè gli individui migliori.

Da questo punto di vista, lo Stato platonico appare davvero aristocratico, nel senso letterale del termine, come governo dei migliori.

Il mito delle Stirpi

E a proposito dei migliori, nel III Libro della Repubblica è presente un altro importante mito, un “mito fenicio”, lo definisce Socrate: il “mito delle Stirpi”.

E tuttavia - afferma - non è altro che una “nobile menzogna”.

Ma perché mentire? Perché gli uomini possano accettare la propria condizione e con essa la struttura gerarchica dello Stato ideale.

Il mito delle Stirpi

“il dio, quando ha plasmato gli uomini, ha mescolato l’oro, in quelli capaci di esercitare il potere, l’argento, nei guardiani, ferro e bronzo nella classe dei lavoratori e dei produttori.”

Questa è la nobile menzogna narrata da Socrate. Questo significa, dunque, che la gerarchia non è opera di alcun dio bensì di una precisa scelta degli uomini.

Platone si rende conto che il sistema piramidale del suo Stato ideale è talmente radicale da poter risultare indigesto ai più e così ricorre alla suggestione che solo un mito può offrire.

Uno Stato pedagogico

I tre gradi della formazione

Lo Stato platonico si configura sempre più come un sistema “rivoluzionario”, non nel senso politico del termine, in quanto l’autore è lontanissimo da qualsivoglia ideologia progressista, quanto perché quasi nulla di simile si riscontra nella sua epoca.

Lo stesso sistema gerarchico, che altrove si fonda sostanzialmente sul sangue e l’ereditarietà delle cariche, in Platone è frutto di una educazione molto rigida e affidata completamente allo Stato.

Non potrebbe essere altrimenti, dato che gli individui che vengono istruiti dovranno governare lo Stato, un corpo sociale vivo e come tale particolarmente delicato.

I tre gradi della formazione

Il problema più complesso è come collocare nel giusto ruolo ogni individuo. Il mito delle Stirpi, per quanto nobile, rimane una menzogna e dunque non è dio ad occuparsi dell’edificazione di una società di questo tipo. L’unico che può assolvere a questo compito è lo Stato medesimo, attraverso un efficace e al tempo stesso rigido sistema di istruzione.

Si tratta di capire quali siano le capacità di ogni singolo individuo sin dai primi anni di vita, quindi farli procedere attraverso tre gradi almeno altamente selettivi affinché solamente ai migliori vengano affidati i compiti più delicati.

I tre gradi della formazione

Dunque, la scuola ha un duplice ruolo: quello di formare e di selezionare la classe dirigente. Si tratta do un sistema fortemente meritocratico, che alla fine premia quei pochi che dovranno letteralmente sacrificare la propria vita per il bene dello Stato. Nessuno di loro avrà mai fama e ricchezza, ma potrà vedere scolpito il suo nome nei libri di scuola e nella memoria dei posteri.

I tre gradi della formazione

I primi gradi di formazione, che si possono chiamare elementari, servono a collocare i lavoratori e i produttori secondo le proprie capacità. Ai livelli superiori, invece, verranno insegnate discipline come l’aritmetica, la geometria, la stereometria (geometria dei solidi) l’astronomia e soprattutto la dialettica, che corrisponde alla filosofia, oltre alla ginnastica, strumento necessario per formare i guardiani.

Saranno poi i più meritevoli tra i guardiani, una volta giunti in età avanzata e, come tale, privati dalle più elementare passioni, ad assurgere al ruolo di custodi.

Un sistema meritocratico

Platone ritiene che l’educazione debba essere nelle mani dello Stato. Attraverso di essa, sarà possibile collocare gli individui secondo le loro capacità. Questo non significa, tuttavia, che Platone pensi che alla nascita gli uomini siano tutti uguali. Al contrario, il processo di reincarnazione mostra molto chiaramente come vi siano anime migliori delle altre. Questo significa che vi saranno uomini e donne che, sin dalla nascita, mostreranno di avere attitudini al comando, come anche altri che mostreranno di avere attitudini per lavori generici. E tuttavia tali capacità dovranno necessariamente emergere nel corso di studi, pena il rischio di non avanzare di un gradino nella ripida scala sociale dello Stato.

I figli dei custodi

Dato che i custodi e i militari non possono metter su famiglia, i loro figli verranno collocati sin dalla nascita in speciali scuole e nulla sapranno di chi li ha generati. Questo per evitare che possano in qualche modo essere favoriti ovvero che non sudino per ottenere successo nella società come tutti gli altri individui.

Dunque, non è detto che i figli dei migliori finiscano per seguire le orme dei loro padri e delle loro madri. Sebbene sia poco probabile che possano finire per allargare la schiera dei lavoratori/produttori (in quanto, comunque, collocati sin dall’infanzia in scuole dove si formano le classi dirigenti del futuro), essi dovranno sudare, e parecchio, per accedere agli alti ranghi dello Stato, quelli del comando.

La Dialettica

La Dialettica

I custodi sono letteralmente “maestri della dialettica”. Ma che cosa intende Platone con questo termine già per altro in uso ai suoi tempi (si pensi a Zenone di Elea)?

Per rispondere a questa domanda, abbandoniamo per un attimo La Repubblica, per concentrarci su quanto riportato nel Fedro, laddove si legge che Dialettica è:

  • Riportare ad un’idea unitaria con uno sguardo complessivo i singoli elementi ovunque dispersi, affinché questa distinzione di ciascuna entità consenta di chiarire il concetto che di volta in volta si vuole portare a conoscenza.

  • Suddividere per specie, seguendo l’ordine naturale delle giunture e tentare di non spezzare alcun membro col procedimento di un cattivo cuoco

La Dialettica

Il primo significato di dialettica rimanda alla Sintesi, il secondo alla Analisi, due procedimenti fondamentali della matematica. Dunque, i custodi sono, in primo luogo, maestri di matematica e questo spiega la scritta che compare all’entrata dell’Accademia.

La dialettica consente da un lato di partire dall’Idea del Bene per addentrarsi via via verso le idee più basse dell’Iperuranio e da qui verso gli enti del nostro mondo, dall’altro di procedere in maniera inversa, partendo proprio dalle copie per risalire fino alle idee iperuraniche.

Si tratta dunque di un duplice processo: di “unificazione” (dal basso verso l’alto cioè dal “particolare verso l’universale”) e di “moltiplicazione” (dall’alto verso il basso cioè dall’”universale verso il particolare”).

Le degenerazioni dello Stato

Analisi storica dei sistemi politici esistenti

Dallo Stato ideale ai sistemi reali

Quanto Socrate è andato descrivendo fino ad ora a proposito dello Stato è un modello politico e, come tale, sottratto al divenire. Ma com’è possibile che da un regno di perfezione si possa giungere ai sistemi corrotti di questo mondo?

Dallo Stato ideale ai sistemi reali

L’analisi della cosiddetta “degenerazione” riporta ancora una volta alla visione della natura dell’uomo da parte di Platone, che è tutt’altro che positiva.

Timocrazia

Oligarchia

Democrazia

Tirannide

La degenerazione, infatti, ha inizio quando i custodi non perseguono più solamente il bene pubblico, ma anche l’onore, che, per quanto immateriale, è pur sempre inferiore al bene pubblico. Nasce così la “Timocrazia”, il cui termine deriva dal greco timé, che significa appunto onore. Successivamente, in questa casta comincia a serpeggiare qualcosa di molto più pericoloso: il desiderio della ricchezza. Ecco che allora spiegata la nascita della “Oligarchia”, nella quale - scrive Platone - “si plaude e si ammira il ricco”. Una classe sociale avida al potere non può che scatenare forti reazione negli strati più bassi della popolazione, che rivendicano maggiore giustizia ed eguaglianza. E così si perviene alla “Democrazia”. Ma gli eccessi del “governo dei poveri” - come lo chiama Platone - alla fine portano al caos, alla quale si pone rimedio con la “Tirannide”.

Stato ideale

Timocrazia

Oligarchia

Democrazia

Tirannide

onore

desiderio di ricchezza

giustizia ed eguaglianza

eccesso di libertà

nessuna libertà

Il passaggio dalla democrazia alla tirannide

Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi storica (perché la degenerazione si determina nel corso del tempo) riguarda il passaggio dalla democrazia alla tirannide. Come è possibile che da un sistema giusto e “liberale” si passi ad una dittatura dove non esistono più giustizia e libertà?

Perché già nella democrazia si annidano i germi della tirannia: l’eccesso della libertà:

“E così vi nasce l'anarchia e si insinua nelle dimore private e si estende fino alle bestie [...] il padre si abitua a rendersi simile al figlio e a temere i figlioli [...]”

Il passaggio dalla democrazia alla tirannide

E ancora:

“[...] in un simile ambiente il maestro teme e adula gli scolari e gli scolari se ne infischiano dei maestri e così pure dei pedagoghi. In genere i giovani si pongono alla pari degli anziani e li emulano nei discorsi e nelle opere, mentre i vecchi accondiscendono ai giovani e si fanno giocosi e faceti, imitandoli, per non passare da spiacevoli e dispotici”

E quindi:

“L'eccessiva libertà, sembra, non può trasformarsi che in eccessiva schiavitù, per un privato come per uno Stato”

Il passaggio dalla democrazia alla tirannide

L’analisi storica di Platone è molto attuale: secondo il filosofo ateniese, è il caos determinato dall’eccesso di libertà garantite dalla democrazia a generare timori anche nelle classi che hanno sostenuto la democrazia, vale a dire i ceti medio-bassi. Il senso di insicurezza genera paura, spingendoli a chiedere ordine, che solo un “uomo forte” può garantire.

E’ la genesi della moderna dittatura, quanto successo, per esempio, in Germania negli anni Trenta del XX secolo.

Eros e Filosofia

La genesi di Eros

Dal Simposio:

“Il giorno in cui nacque Afrodite, gli dèi si radunarono per una festa in suo onore. Tra loro c'era Poros, il figlio di Metis. Dopo il banchetto, Penìa era venuta a mendicare, com'è naturale in un giorno di allegra abbondanza, e stava vicino alla porta. Poros aveva bevuto molto nettare e, un po' ubriaco, se ne andò nel giardino di Zeus e si addormentò. Penìa, nella sua povertà, ebbe l'idea di avere un figlio da Poros: così si sdraiò al suo fianco e restò incinta di Eros. Ecco perché Eros è compagno di Afrodite e suo servitore: concepito durante la festa per la nascita della dea, Eros è per natura amante della bellezza - e Afrodite è bella”

La genesi di Eros

“Proprio perché figlio di Poros e di Penìa, Eros si trova nella condizione che dicevo: innanzitutto è sempre povero e non è affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude, va a piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle, per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e il bisogno l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca sempre ciò che è bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un cacciatore di prim'ordine, sempre pronto a tramare inganni; desidera il sapere e sa trovare le strade per arrivare dove vuole, e così impiega nella filosofia tutto il tempo della sua vita, è un meraviglioso indovino, e ne sa di magie e di sofismi. E poi, per natura, non è né immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso alla vita e muore, poi ritorna alla vita grazie alle mille risorse che deve a suo padre, ma presto tutte le risorse fuggono via: e così non è mai povero e non è mai ricco”

Eros e la Filosofia

Con questo mito, Platone intende riaffermare, e con forza, la visione della conoscenza socratica come “sapere di non sapere”. Essa, come l’amore, si genera dalla mancanza: solamente chi è conscio di mancare di qualche cosa andrà alla ricerca di ciò che gli manca. Al contrario, chi crede di sapere tutto, sarà talmente pieno di sé da non potere accogliere niente altro nella propria anima.

Ma Amore è anche figlio di Poros, che è un eccellente cacciatore, sfrontato e coraggioso, come tutti i cacciatori. Ebbene, se una persona ti colpisce, se cioè scatta l’amore, occorre muoversi verso di essa, altrimenti si corre il rischio di vederla scappare via. Occorre, dunque, lo spirito di Poros affinché si possano conoscere le cose: bisogna avanzare con coraggio se si vuole cogliere l’amore.

Eros e la Filosofia

Nel medesimo dialogo altri personaggi hanno detto la loro su questo straordinario argomento. Per esempio Fedro, il quale afferma che, se Amore è il più potente di tutti gli dei, allora significa che colui che ama è sempre più felice di chi è amato, giacché è l'unico a potere dire di essere posseduto dalla divinità.

Diversa la posizione di Pausania, secondo il quale esistono almeno due tipi di Amore, uno “celeste”, quello di Afrodite Urania, e uno “volgare”, di Afrodite Pandemia. Ebbene, secondo Pausania gli uomini praticano soprattutto l’amore volgare, correndo dietro le donne. L’amore volgare è, dunque, quello corporale. Celeste, al contrario, è l’amore razionale che può essere soddisfatto solamente tra uomini. Insomma, Pausania esalta l’amore omosessuale (tra soli uomini), considerando le donne prive di intelligenza.

Eros e la Filosofia

Interviene nella discussione anche Essimaco, che non è propriamente un filosofo ma un medico e con il piglio dello scienziato ricorda ai presenti che gli amori possibili sono tanti: “vedo gli amori negli uomini, nelle donne, negli animali, nelle piante e in tutte le specie viventi”.

La posizione di Essimaco è chiara: l’amore si identifica con l’istinto di procreazione, che garantisce la sopravvivenza delle speci.

Eros e la Filosofia

Nel Simposio c’è spazio anche per il commediografo Aristofane, quello che, nelle Nuvole, aveva preso in giro Socrate. Egli narra di un mito che avrà molta fortuna in futuro, al punto da essere citato ancora oggi:

“In origine l'umanità comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e certi strani esseri, chiamati androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Tutti questi individui però erano doppi rispetto a noi altri, avevano quattro gambe, quattro braccia, quattro occhi e via dicendo, e ciascuno di essi aveva due organi genitali, tutti e due maschili negli uomini e tutti e due femminili nelle donne e uno maschile e uno femminile negli androgini. Camminavano a quattro zampe ma potevano procedere in ogni direzione, come i ragni”

Eros e la Filosofia

“Avevano un pessimo carattere e possedevano una forza straordinaria come anche una straordinaria superbia, al punto da sfidare gli dei come se fossero loro pari. Giove, in particolare, era indignato per la tracotanza degli umani: per un verso non voleva ucciderli, per non perdersi i loro sacrifici, per l'altro doveva fare qualcosa per porre un freno alla loro superbia. Un giorno Giove decise di dividerli in due, in modo che “ciascuna parte avesse due gambe ed un solo essere genitale, minacciando che se avessero continuato a comportarsi male li avrebbe divisi ulteriormente in due parti, in modo da costringerli a camminare su una gamba sola”. Da quel momento gli umani diventano esseri infelici: ciascuno di essi sente infatti la mancanza dell'altra metà. I semiuomini cercano i semiuomini come le semidonne ricercano le semidonne e la metà maschile degli androgini cerca disperatamente la sua metà femminile”

Eros e la Filosofia

Aristofane sembra spiegare perché gli uomini e le donne siano sempre alla ricerca della loro anima gemella ...

Dopodiché è la volta di Socrate, che, prima di esordire con il racconto della nascita di Eros, confida ai suoi interlocutori:

“A istruirmi sulle cose dell'amore fu una donna della Mantinea, si chiamava Diotima”

Considerando l’importanza che l’amore assume nella filosofia di Platone, l’aver citato una donna come istruttrice rappresenta sicuramente un bel salto in avanti.

Ma, proposito dell’amore, che cosa significa realmente “amore platonico”?

Il cosiddetto “amore platonico”

Di “amore platonico” si parla ancora oggi e tuttavia in maniera impropria. Stando infatti a quanto racconta Socrate, Eros nasce da Poros e Penìa, ereditando i caratteri dell’uno e dell’altro dio. Coraggio e ricerca di ciò che ci manca non dovrebbero mai mancare ad un innamorato. Dunque, l’amore per Platone non è certo uno strumento di dominio dell’una sull’altra persona e sarebbero quindi da bandire termini come “tu sei mia/io” o “io sono tua/uo”. Di amore platonico, in realtà, si parla allorquando un amore non viene consumato (sessualmente). Vero: per Platone questo è un modo di copie ed è innegabile che se l’amore si riduce ad una mera fusione di corpi, si rimane al livello degli altri animali. E tuttavia, le copie partecipano pur sempre dei rispettivi modelli e, come dimostra Menone, basta il ricordo di una vaga idea affinché l’anima si metta in moto, portando, per così dire, in questo mondo quanto appreso nell’altro.

Il cosiddetto “amore platonico”

Detto in altri termini, è vero che l’amore supremo è quello intellettuale ma è anche vero che tutto parte da questo mondo, dalle forme che, sebbene mai perfette, in qualche modo rimandano a quella perfezione.

E’ forse questo passaggio del Fedro che, più di altri, ha contribuito alla costruzione di ciò che va sotto il nome di “amore platonico”:

“Un essere umano, alla vista della bellezza terrena, rivà col ricordo al alla bellezza vera, mette le ali, e di nuovo pennuto e agognante di volare, ma impotente a farlo, come un uccello fissi l’altezza e trascuri le cose terrene, offre motivo d’essere uscito di senno. Quel delirio, dico, che è la più nobile forma di tutti i deliri divini e procede da ciò che è più nobile, tanto per chi ne è preso quanto per chi ne partecipa; e chi conosce questo rapimento divino, ed ami la bellezza, è detto amatore”

La “condanna” platonica dell’arte

La condanna platonica dell’arte

Se si è compresa la filosofia platonica, si può comprendere perché l’autore condanni l’arte. Se, infatti, in questo mondo vi sono solamente copie di modelli che dimorano nell’Iperuranio, allora l’arte non potrà che copiare tali copie, creando “copie delle copie”. L’arte, allora, è “imitazione di una imitazione” e, in quanto tale, di due gradi lontana dalla verità. Platone si riferisce a tutte quelle arti che, a vario titolo, imitano (mimesis) la realtà. Non si tratta solamente delle arti visive, ma anche della letteratura, della poesia, della sceneggiatura teatrale, veri e propri “manipolatori di emozioni”, capaci - grazie alle loro capacità artistiche - di indurre gli uomini all’immedesimazione.

Arte in greco si dice Techne e Platone la considera a tutti gli effetti come tale: una tecnica, i cui prodotti sono quelli che l’autore chiama eidola, letteralmente immagini ingannevoli.

La condanna platonica dell’arte

Ma l’arte non è solamente mimesis. Dunque, la condanna dell’arte è solamente parziale, sebbene significativa. Come dimostra il fatto che Platone non la escluda dall’insegnamento nel suo Stato ideale. D’altro canto, Platone stesso è uno straordinario artista, come dimostra il successo delle sue opere, la sua capacità di spiegare complessi passaggi filosofici ricorrendo grazie alla sua “techne”, al ricorso ai miti, ad una forma assolutamente perfetta.

Quello che Platone condanna è la degenerazione dell’arte greca, quella del suo tempo. Si prenda ad esempio Omero. Per Platone è necessario che si insegni, soprattutto ai più giovani, perché:

“è molto importante che le prime cose udite dai giovani siano favole narrate nel miglior modo possibile”.

Insomma, Omero è un artista eccellente, capace, come tale, di scrivere in forma eccellente … delle favolette.

Ma nel mirino di Platone c’è soprattutto il teatro. Esso esercita un potere corruttore, a causa dell’identificazione che si determina tra spettatore e attori nell’azione scenica. Nelle commedie così come nelle tragedie, vengono rappresentati individui che si abbandonano senza freni agli impulsi, i medesimi che si riscontrano nella vita privata di ognuno di noi. E così lo spettatore gode e/o soffre con gli attori. A emergere, in una scena teatrale, dunque, è solamente la parte più istintiva dell’uomo e non quella razionale.

Diverso il discorso sulla musica. Essa è infatti prevista nel curriculum degli studenti destinati a diventare filosofi e a governare lo Stato. L’insegnamento della musica viene appaiata a quella dell’astronomia: trattasi, infatti, di “scienze sorelle”, in quanto entrambe hanno a che fare con il moto: l’astronomia con la sua forma visibile, la musica con quella udibile.

Si tratta di una visione che rimanda alla filosofia pitagorica, che vedeva nella musica il suono della natura, un suono perfetto in quanto armonico (ed è per questo che i pitagorici bandivano i numeri irrazionali).

Il mito di Atlantide

Quello di Atlantide è forse il mito più noto di Platone. Anzi, a ben guardare, si tratta di qualcosa di più di un mito, quanto meno per coloro che sono convinti che il filosofo greco abbia narrato una storia vera, quella di una civiltà avanzatissima precedente a tutte quelle a noi note. Ed è per questo che, ancora oggi, alcuni studiosi sono ancora alla ricerca delle sue rovine.

Per tutti coloro che credono alla veridicità del racconto platonico, i progressi di tutte le civiltà a noi note, da quelle americane a quelle asiatiche, passando per quelle europee ed africane, debbono la loro propria esistenza proprio ad Atlantide.

C’è anche chi pensa che Atlantide fosse una colonia aliena.

Comunque la si voglia pensare, il mito di Atlantide è contenuto in uno degli ultimi dialoghi platonici, per altro rimasto incompiuto: Crizia. Crizia è lo zio di Platone nonché uno dei Trenta Tiranni ed è lui a narrare un mito che risale addirittura a Solone, il mitico legislatore di Atene.

Atlantide è scomparsa a causa di una immane catastrofe (“l’umanità ha subito e subirà ancora molte distruzioni per le cause più disparate”) ma un tempo era una civiltà molto avanzata, sorta su un’isola grandissima, situata al di là delle Colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra), che separa il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico:

“una potenza che aggrediva l’intera Europa e Asia”.

“L’isola era più vasta della Libia e dell’Asia messe insieme [...]

Ora, nell’isola di Atlantide vi era un grande e meraviglioso impero che comandava l’intera isola e molte altre e anche parte del continente; inoltre governava parti della Libia al di qua delle Colonne d’Ercole fino all’Egitto e parti dell’Europa fino alla Tirrenia.

La grande potenza, raccolte tutte le sue forze, tentò di soggiogare in un solo colpo il vostro paese e il nostro nonché tutto il territorio al di qua dello stretto”

“Ma successivamente nello spazio di un sol giorno e una sola notte terribili, si verificarono immani terremoti e cataclismi durante i quali l’esercito fu inghiottito tutto quanto dalla terra e anche l’isola di Atlantide si inabissò nel mare e scomparve: ecco perché anche oggi quel mare risulta ormai inesplorabile e inaccessibile, a causa dell’ostacolo creato dal fango dei bassifondi che l’isola depositò inabissandosi”

Atlantide era un’isola splendida, ricca di metalli preziosi e di vegetazione, che permetteva ai suoi abitanti di essere totalmente autosufficienti. I loro re erano ricchissimi e molto potenti. La capitale dell’impero era una città grandissima, governata dai discendenti del dio Atlante. A fondarla era stata Poseidone, scavando una serie di anelli concentrici ricolmi d’acqua. Sicuramente una civiltà molto avanzata, ma non tanto da giustificare i racconti fantascientifici ancora oggi di moda. Ad Atlantide, infatti, non ci sono macchine volanti né armi con i raggi laser o sacerdoti dotati di poteri soprannaturali. La descrizione di questa civiltà non è molto lontana da analoghe descrizioni greche di altre civiltà realmente esistite, come quella egiziana o assiro-babilonese.

“Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone”

Alfred North Whitehead

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