CHE FOTOGRAFO SEI?
viaggio alla scoperta di un nuovo linguaggio
Lewis Wicker Hine (1874-1940) è considerato uno dei grandi maestri della fotografia sociale. Laureato in sociologia, ha fatto della fotografia uno strumento di studio e denuncia. Il sottotitolo della mostra lo mette in evidenza: «Le immagini che turbarono l’America». Il suo esordio dietro la camera avviene con uno studio condotto con gli studenti della Ethical Culture School sull’immigrazione a Ellis Island, luogo di approdo degli immigrati a New York.�Dal 1907 l’impegno di Hine si intensificò; con le sue immagini ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica il dramma del lavoro minorile, evidenziandone gli aspetti più crudi. Con il suo lavoro Hine è stato anche un lucido testimone del contributo umano pagato allo sviluppo della società industriale. Rientrano in questo ambito le immagini degli operai al lavoro sulle travi dell’Empire State Building in fase di costruzione nel 1931 raccolte sotto il titolo di «Men at work».
Dorothea Lange, nel 1902, a soli 7�anni, fu colpita dalla poliomielite, �che le causò un deficit permanente�alla gamba destra. Reagì studiando�fotografia a New York. �Nel 1918 partì per una spedizione�fotografica attraverso il mondo.�Quando i soldi finirono si fermò a �San Francisco, aprendo un suo �studio personale e diventando parte �integrante della vita della città�Sposò il pittore Maynard Dixon ed �ebbe due figli, Daniel e John. �La Lange frequentò alcuni dei �fotografi fondatori del Gruppo F/64,�ma non aderì mai formalmente al �gruppo. È invece sicuramente una �fotografa che aderì alla filosofia della�straight photography. �Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione di immigrati, braccianti e operai. Il 1935 fu anche l'anno in cui Dorothea divorziò da Dixon, sposando Paul Taylor: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Nel 1947 collaborò alla nascita dell'agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture. �Alcuni scatti diventarono molto famosi. Su tutte, Migrant mother fu probabilmente quella che tutt'oggi viene considerata un'icona della storia della fotografia: il soggetto è Florence Leona Christie Thompson, una donna di 32 anni, madre di sette figli, immortalata nei pressi di un campo di piselli in California (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker). Morì a 70 anni per un cancro alla trachea
«Vidi e mi avvicinai alla madre affamata e disperata. Non mi ricordo come spiegai la mia presenza o la mia macchina fotografica, ma ricordo che mi chiese di non fare domande.
Feci 5 scatti, avvicinandomi. Non chiesi il suo nome o la sua storia . Mi disse la sua età , trentadue anni. Si è seduta in quella tenda con i suoi bambini rannicchiati introno a lei, e sembrava sapere che le mie foto potevano aiutarla, e così mi ha aiutato. C’era una sorta di uguaglianza a questo proposito»
Ansel Adams è stato uno dei maestri della fotografia del XX secolo, uno dei padri fondatori della fotografia paesaggistica, un innovatore le cui idee ed il cui stile sono ancora attuali. �L'anima di questo fotografo è il riflesso della sua infanzia. Nato nel 1902 a San Francisco, si ritrova a subire la violenza distruttrice della natura a causa del terribile terremoto che colpisce la città nel 1906. Durante questo avvenimento, il piccolo Ansel cade e si frattura il naso procurandosi una lieve deformità che lo contraddistinguerà per tutta la vita, finirà col cedere costantemente al fascino dell'ambiente che lo circonda.�A 14 anni visita il Yosemite National Park, ricevendo una Kodak Brownie per poter fotografare i paesaggi. Fu questo il suo inizio concreto, la scintilla che fece scoccare tutto, l'alpha della sua carriera fotografica. La passione per i paesaggi, gli ambienti e la natura saranno un'eterna costante, insieme alla prerogativa di una fotografia in bianco e nero.
«Non c’è niente di peggio
di un’immagine nitida di un
concetto sfuocato»
�Joe Rosenthal inizia a lavorare per il San Francisco News nel 1932; allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è già nello staff della Association Press di San Francisco, dal 1943 è al seguito dell’United States Marittime Service. Fotografa il conflitto nel Pacifico. Dal 1945 sarà alla Times Wide World Photos e poi al San Francisco Chronicle dove lavorerà per 35 anni, quando si ritirerà dalla vita attiva.�Quella di Iwo Jima è una tra le più note battaglie del Pacifico. Rosenthal è lì, fotografa per l’AP. Sale sul monte Suribachi: dei marines issano una bandiera, l’isola è stata conquistata. Scatta. Si accorge di un altro gruppo: anche questo alle prese con una bandiera, più grande. Si volta e scatta di nuovo. Capisce che sarà un’ottima fotografia, ma non che sarà la fotografia più famosa della guerra, con cui vincerà il Premio Pulitzer lo stesso anno. È perfetta: il vessillo è in diagonale, la brezza dà volume alla bandiera, il gruppo sostiene l’asta in un unico movimento. Cosa altro occorre perché diventi subito la fotografia della Vittoria? Non vedere i volti fa si che tutti i marines possano identificarsi nel gruppo. Raising the flag sarà pubblicata già il 25 febbraio sulle prime pagine dei giornali e in seguito sarà utilizzata molte altre volte: stampata sui bonds per il 7° prestito di guerra, replicata come gruppo scultoreo del Marine Corps War Memorial, nonché soggetto del film Flag of our Fathers di Clint Eastwood.�
Alfred Eisenstaedt�Improvvisamente un bacio tra la folla che festeggia la fine della Guerra, a poche ore dall’annuncio del Presidente Truman della firma della resa del Giappone. È il giorno della Vittoria. Ma chi sono i due protagonisti di questo bacio col casquet? Non è questo che conta e Eisenstaedt non ha avuto tempo per chiederlo. L’energia che sprigiona la coppia effimera, incurante di chi guarda sorridendo, è la forza della vita dopo anni di guerra e morte. È la gioia del ritorno a casa per sempre, ed è questo che cattura Eisenstaedt con la sua abilità di grande fotografo. Un’immagine che diventa simbolo di pace proprio grazie ai 2 protagonisti, un marinaio e un’infermiera, in cui tutti gli Stati Uniti si riconoscono. La fotografia, scattata a New York sulla 5th Avenue,l’arteria principale della città dove sfileranno i soldati per la parata della Vittoria, diventerà tra le più celebri di ogni tempo, fino ad essere il soggetto di una statua, spunto per numerosissime pubblicità e citazioni cinematografiche. È una delle fotografie più note di Alfred Eisenstaedt.�Immagine in alto: V-J Day a Times square, New York, 15 agosto 1945 – The LIFE Picture Collection/ Alfred Eisenstaedt/ ©Gettyimages
Henri Cartier-Bresson – l’occhio del secolo��(Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è stato uno dei più importanti fortografi del ‘900.�Pioniere in ambito fotografico, fa sorridere pensare che già nel 1946 il MoMA di New York lo considerasse morto in guerra, decidendo di dedicargli una mostra “postuma”. Chissà la sorpresa quando ricevettero la sua telefonata!�Il colpo di fulmine tra Cartier-Bresson e la macchina fotografica fu intorno agli anni ’30, grazie ad un viaggio in Costa d’Avorio e grazie soprattutto ad una fotografia di Martin Munkacsi che lo ispirò: da quell’istante decise di guardare la realtà attraverso l’obiettivo, rendendo la macchina fotografica un’estensione del suo stesso occhio.�Acquistò la prima fedele macchina fotografica nel 1932, una Leica 35mm con lente 50mm, e prese così avvio la sua avventura nel mondo della fotografia di strada, viaggiò molto e conobbe varie personalità di spicco del mondo dell’istantanea tra cui David Seymour e Robert Capa. Diventarono molto amici e nel 1947, alla fine della guerra, fondarono insieme a George Rodger e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos destinata ad essere una delle agenzie fotografiche più importanti al mondo.�Non solo il suo ruolo nella fotografia lo ha reso famoso, ma il suo stesso impegno in patria arruolandosi nella resistenza francese. Venne malauguratamente catturato dalle truppe naziste nel 1940 ma al terzo tentativo, riuscì a scappare dal carcere e continuò a collaborare con la resistenza, unendosi anche ad un’organizzazione che forniva assistenza ai prigionieri evasi.�
«Ho capito
all’improvviso che la fotografia poteva fissare l’eternità in un attimo»
Un vero e proprio teorico dello scatto e dell’immediatezza, si meritò l’appellativo di “occhio del secolo”, Cartier-Bresson sfruttò l’impatto che la fotografia dava per raccontare la storia. La sua fama crebbe sempre più, fece numerose mostre e nel 1952 uscì il famoso libro che raccoglie le sue opere: Images à la sauvette (The Decisive Moment).�Nel 2000 la sua popolarità raggiunge le stelle e inaugura assieme alla moglie e alla figlia la Fondazione Henri Cartier-Bresson per raccogliere le sue opere e per realizzare uno spazio espositivo aperto agli artisti.
«Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi. Sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi»
H. Cartier-Bresson�
Un istante: Einstein è in auto, dopo il ricevimento in suo onore al Princeton Club di New York; non ha voglia di fermarsi con i giornalisti e i fotografi per commentare la ricorrenza, posando per le fotografie di rito. Arthur Sasse punta l’obiettivo all’interno dell’auto provando a catturare un sorriso; Einstein, con rapidità e genialità, con l’allegria e l’irriverenza che ci si aspetta da un bambino, gli regala una linguaccia. La sua chioma scapigliata, le sopracciglia alzate e l’espressività del volto completano il ritratto. Sasse lo ferma per sempre, realizzando una fotografia straordinaria per la spontaneità e l’improvvisazione. Lì per lì gli stessi redattori dell’UPI sono incerti se sia o meno un ritratto da divulgare, trattandosi del premio Nobel per la Fisica, ma tolte le esitazioni la stampa periodica non mancò di apprezzare la posa e renderla famosa. Lo stesso Einstein ne rimase così soddisfatto da richiederne 9 copie. Albert Einstein mentre fa la linguaccia diventerà una vera e propria icona del ‘900 non solo per ricordare lo scienziato. Rielaborata e trasfigurata in innumerevoli occasioni, riprodotta su ogni tipo di supporto, dalle tazze alle t-shirt, alle pubblicità di marchi multinazionali. Una delle stampe originali vintage, autografa dallo stesso Einstein, è stata battuta all’asta per circa 72.000$. �
Arthur Sasse (1908-1975) fotografo americano del Bronx di New York sapeva che per scattare una buona fotografia doveva avere pazienza e prontezza, quella stessa rapidità che gli permise di immortalare lo sberleffo di Einstein.�Uno dei volti più popolari nel suo ritratto più celebre. Lo scienziato premio Nobel Albert Einstein nel giorno del suo 72mo compleanno (14 marzo 1951).
«Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino»��
Robert Capa nasce a Budapest nel 1913. Il suo vero nome era Endre Ernő Friedmann, che fu costretto a cambiare durante un periodo di clandestinità in Francia. E‘ considerato il primo e piu’ famoso fotografo di guerra, e documentò cinque diversi conflitti : la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941- 1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).
Studiò Scienze all'Università di Berlino fra il 1931 ed il 1933, quando dovette lasciare la Germania nazista a causa delle sue origini ebraiche. Autodidatta, iniziò come assistente di laboratorio e iniziò a fare il fotografo freelance quando si trasferì a Parigi.
La sua fama esplosa durante la guerra civile spagnola, grazie alla famosa foto “ Il miliziano colpito a morte”, di cui ancora oggi si discute l'autenticità.
Robert Capa si interessò anche di cinema. Nel 1936 girò alcune sequenze per il film di montaggio "Spagna 36" diretto da Jean Paul Le Chanois e prodotto da Luis Bunuel. · La relazione con l'attrice Ingrid Bergman permise a Capa di scattare alcune foto sul set del film "Notorious" (1946) di Alfred Hitchcock. ·Nel 1947 tra i fondatori dell’ agenzia fotografica "Magnum Photos". Come la storica compagna Gerda Taro, morì facendo il suo lavoro, saltando su una mina in Vietnam nel 1954.
Le sue foto raccontavano di sofferenza, miseria e caos. Capa non perse mai l’occasione di essere al fronte, pronto ad affrontare la morte per raccontare la guerra. Il suo sguardo è completamente immerso nella realtà che vuole rappresentare, cerca di limitare al minimo i filtri e le barriere tra fotografo e soggetto. Si fa contaminare dalla vita e dall’uomo. L’importante e’ stare dentro le cose.
Elliot Erwitt è un fotografo universalmente
riconosciuto per la delicata ironia del suo sguardo,
che ha sempre preferito rivolgere alle assurdità presenti nella nostra società piuttosto che alle sue malattie. Pur prendendo estremamente sul serio la fotografia, ha sempre sostenuto l’estrema importanza dell’umorismo nelle sue fotografie.
L’ ironia di Erwitt scaturisce dalla sua capacità di cogliere nella quotidianità degli accostamenti paradossali, che allo stesso tempo mettono in mostra e smitizzano le borie e le ansie della societa’ contemporanea. Ma sempre bonariamente e con una buona dose di accondiscendenza. I cani sono uno dei suoi soggetti preferiti. Non perché’ ne sia particolarmente affascinato ( almeno così lui sostiene), ma perché’ con i loro atteggiamento naturale e irriverente, fungono da perfetto contraltare alla pomposità ed alla ricercata compostezza dei loro padroni.
«Far ridere le persone è uno dei più grandi traguardi che si possano raggiungere. E’ molto difficile, per questo mi piace»
Neil Armstrong, astronauta ed aviatore statunitense, primo uomo sulla Luna il 20 luglio 1969. Ufficiale delle marina militare statunitense partecipò alla guerra di Corea, entrò poi in aviazione e alla NASA nel 1962. Viaggiò nello spazio 2 volte: con la missione Gemini 8 nel 1965 e con l’Apollo 11. Dopo di allora divenne uno degli uomini più famosi della Storia.�Una delle fotografie più famose della storia fu scattata da un astronauta. Neil Armstrong testimonia l’arrivo della missione Apollo 11 sul suolo lunare. Per la prima volta un uomo è su una superficie non terrestre.�Dopo millenni di osservazioni astronomiche, letteratura, leggende, la conquista della Luna è realtà. Dei tre astronauti – Collins, Aldrin e Armstrong – solo due scendono dal modulo lunare Eagle e solo Armstrong scatta delle fotografie. Non è un selfie, come si userebbe dire oggi, ma sceglie di fotografare ciò che vede davanti a sé: Buzz Aldrin che, a sua volta, mostra cosa ha di fronte grazie al riflesso sul casco, e cioè il suo comandante, la navicella con cui sono giunti fino a qui e qualche pezzo di attrezzatura. L’eccezionalità dell’evento e delle immagini scatenò, oltre alla curiosità, il sospetto che l’allunaggio non fosse mai accaduto se non in uno studio cinematografico hollywoodiano. È la cosiddetta teoria del complotto lunare.�Immagine in evidenza.��
« That's one small step for [a] man, one giant leap for mankind.»
«Questo è un piccolo passo per [un] uomo, un gigantesco balzo per l'umanità.»
Neil Armstrong
Neil Armstrong fotografa Edwin “Buzz” Aldrin e i primi passi sulla luna – © Courtesy NASA
Sebastiao Salgado nasce in Brasile nel 1944. Si forma come economista prima in Brasile poi in Francia. Agli inizi degli anni ‘70, mentre lavorava per l’ Organizzazione Mondiale del Caffè, inizia ad interessarsi alla fotografia. Da passione amatoriale, in breve tempo la fotografia diventa una vocazione e un progetto di vita. Salgado trova subito una nicchia di cui diventa protagonista, documentando come i cambiamenti ambientali, economici e politici condizionano la vita dell’essere umano. �
«Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito.»�
C'è una sorta di paradosso nella fotografia di Steve McCurry. Sul piano tecnico, le sue foto risultano praticamente perfette, serene, caratterizzate dalla forza e dalla vivacità del colore, ma raccontano di storie inquietanti di povertà e sradicamento, di fame e disperazione. Potrebbe sembrare mancanza di empatia con i soggetti fotografati, ma in realtà è il contrario. Le sue immagini sono frutto di una scrupolosa ricerca, realizzata attraverso lunghissimi viaggi ed estenuanti attese del momento perfetto. Così racconta come è riuscito scattare la famosa foto in cui ritrae dei pescatori dello Sri Lanka in equilibrio su canne di bambù: “Prima ho studiato i luoghi e le tecniche di pesca, poi ho trovato il posto giusto ed un punto di vista convincente e prima di scattare ci sono tornato tre volte: nel tardo pomeriggio, al mattino presto e dopo il tramonto. Alla fine ho scelto la luce delle 7 del mattino con il cielo completamente coperto”.�L’approccio di McCurry è prevalentemente antropologico, nelle sue immagini sono presenti cultura, religione e tradizioni. McCurry non ricerca lo scatto folgorante ed esplicito, le sue fotografie raccontano gli eventi collocandoli in un ampio contesto.
«Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo»
�Nick Ut, il fotografo che vinse il Pulitzer per l’immagine della bambina nuda che fugge dalle bombe al napalm americane, diventata simbolo della guerra in Vietnam. La fotografia simbolo della guerra in Vietnam condurrà alla ritirata l’esercito ameriCano. La ragione per cui divenne un fotografo è perché suo fratello lavorava per l’Associated Press quando fu ucciso da un proiettile dei Viet Cong. Dopo il funerale Ut, che aveva 15 anni, si presentò all’ufficio di Saigon dell’agenzia americana a chiedere di prendere il suo posto e, all’iniziale rifiutò, rispose: «Non ho nient’altro, siete la mia famiglia ora». Suo fratello aveva lasciato il lavoro di attore per fare il fotografo, e gli aveva parlato del potere delle immagini di trasformare i cuori e le menti. �Pochi conoscono il suo lavoro, a parte la foto della bambina del napalm, Kim Phuc. Anni fa l’ha rivista: è fuggita in Canada, si è sposata, è diventata mamma e ambasciatrice Onu. Quest’estate, consegnando al 66enne «zio Ut» un premio alla carriera del Los Angeles Press Club, Kim ha ribadito che «basta una foto, una foto è più potente delle bombe». Tema attuale più che mai oggi che le immagini di bimbi coperti di sangue e cenere non riescono a fermare la guerra in Siria
«Una Foto è più potente delle bombe» Kim Phuc
Jeff Widener – Tank Man�Esistono 4 foto che ritraggono questa scena. La versione di Widener, scattata per Associated Press, fu tra le quattro, probabilmente quella che circolò maggiormente. Venne scattata da un piano più basso dell’hotel, vicino alla piazza, e catturò un incontro faccia a faccia tra l’uomo solo e l’autista del primo carro armato.�Widener era stato ferito la sera precedente a questo avvenimento, mente documentava le proteste, da una pietra che lo aveva colpito in volto. Grazie al cielo il colpo era stato assorbito in gran parte dalla sua fotocamera, salvandogli la vita. Si era quindi trascinato negli uffici di AP trovando un cartello che chiedeva ai fotografi di andare a fotografare i disordini in Piazza Tienanmen. Con una bicicletta riuscì a raggiungere il posto e con l’aiuto di un giovane studente (Kirk Martsen) riuscì ad introdursi con la sua fotocamera nell’hotel, superando i controlli di polizia.�Dopo aver scattato diverse immagini dal sesto piano si rese conto che stava finendo i rullini e chiese sempre allo stesso studente di aiutarlo a trovare delle pellicole. All’interno dell’hotel c’era solo un turista a cui chiederne. Il ragazzo riuscì quindi a trovare soltanto un rullino Fuji a colori 100 ASA, mentre Widener normalmente scattava con pellicole a 800 ASA, ma non c’erano alternative.�Quindi si mise in posizione per lo scatto, cercando la giusta inquadratura e la composizione perfetta, quando un uomo in camicia bianca entrò nella sua inquadratura. Widener si arrabbiò gridando che l’uomo gli avrebbe rovinato la composizione, non rendendosi conto inizialmente di quanto stava succedendo.�Improvvisamente si rese conto che la sua lente da 400mm non gli consentiva di zoomare quanto lui avrebbe voluto e corse quindi a recuperare un duplicatore di focale. A quel punto cominciò a scattare, salvo poi rendersi conto a posteriori che i tempi a cui aveva scattato erano lunghissimi, 1/30 e 1/60 di secondo, incompatibili con una focale da 800mm e senza cavalletto. Purtroppo il momento era perso.�Il giovane studente che lo aveva aiutato in precedenza riuscì a consegnare il rullino agli uffici della AP senza destare sospetti grazie al suo aspetto non propriamente professionale.�Qualche ora dopo il foto-editor chiese a Widener con che tempi avesse scattato, perchè la foto non era molto nitida, ma l’avrebbero utilizzata lo stesso.�Nonostante l’imperfezione tecnica, l’immagine cominciò a rimbalzare ovunque e la reazione fu travolgente.� �
«Kirk ha rischiato la vita. Se non fosse per tutti i suoi sforzi le mie foto non si sarebbero potute vedere»
Tony Gentile�Ci sono persone che sembrano segnate da un destino particolare. È come se nelle loro esistenze le coincidenze e gli incontri confluissero ineluttabilmente verso un’unica direzione, anche se basterebbe pochissimo per scombinare le carte in tavola. Questa è l’impressione che si avverte quando si parla con Tony Gentile, fotografo nato a Palermo nel 1964 e membro dell’agenzia di stampa Reuters. All’età di ventott’anni, Gentile scatta la fotografia più importante della sua carriera: il ritratto in bianco e nero di Giovanni Falcone che si avvicina sorridente a Paolo Borsellino per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Era il 27 marzo del 1992. Un’immagine sincera, rappresentativa di un rapporto di amicizia e di complicità, destinata a trasformarsi in un’icona suo malgrado quando, qualche mese dopo, i due magistrati perdono la vita assassinati dalla mafia. La fotografia che è diventata l’icona di un’idea di stato, di diritto, di onestà, di serenità e volontà di giustizia, è curioso da sapere, non fu pubblicata sul quotidiano: c’erano altri relatori e non si poteva far torto a nessuno. A Tony Gentile non sono stati riconosciuti i diritti per questa foto, perché secondo i giudici non era d’autore.
Letizia Battaglia�Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando con il �giornale palermitano L'Ora. Letizia si trova ad essere�l’unica donna tra colleghi maschi. Nel 1970 si trasferisce �a Milano dove incomincia a fotografare collaborando con varie testate. Nel 1974 ritorna a Palermo e crea, con Franco Zecchin, l'agenzia "Informazione fotografica. Nel 1974 si trova a documentare l'inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto dei delitti di mafia per informare l'opinione pubblica e scuotere le coscienze. Comprende di trovarsi nel mezzo di una guerra civile. Nello stesso anno un suo scatto della “bambina con il pallone“ nel quartiere palermitano della Cala fa il giro del mondo.�Diviene una fotografa di fama internazionale, ma non è solo "la fotografa della mafia". Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, Letizia Battaglia predilige i soggetti femminili, i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città dalle mille contraddizioni. Durante la mostra della fotografa nella piazza di Palermo, dove mette in mostra i suoi scatti sui padroni della Sicilia, nessuno osa avvicinarsi.�Dopo l’assassinio del giudice Falcone, il 23 maggio 1992, Letizia Battaglia si allontana dal mondo della fotografia, ormai stanca di avere a che fare con la violenza. La Battaglia si trasferisce nel 2003 a Parigi, delusa per il cambiamento del clima sociale e per il senso di emarginazione da cui si sentiva circondata[senza fonte], ma nel 2005 è tornata nella sua Palermo.��Nel 2017 inaugura a Palermo all'interno dei Cantieri Culturali della Zisa il Centro Internazionale di Fotografia da lei diretto, metà museo, metà scuola di fotografia e galleria.�
Jodi Cobb è specializzata in grandi storie globali che spaziano dai temi come la schiavitù del 21° secolo alle storie più intime all’interno di mondi chiusi e segreti. È una fotografa della National Geographic, ha lavorato in più di 50 paesi, principalmente in Medio Oriente e in Asia. È l’autrice e fotografa del libro Geisha: The Life, The Voices, The Art.�La fotografia di Cobb è stata premiata più volte dalla National Press Photographers Association, e nel 1985 è stata la prima donna ad essere nominata “the White House Photographer of the Year”. Cobb è stata una dei primi fotografi ad attraversare la Cina dopo la sua riapertura all’occidente nel 1970, un viaggio durato due mesi e lungo 7000 miglia (11,262 km) i cui scatti si possono trovare nel libro dalla National Geographic: Journey into China.��Una piccola curiosità, Jodi Cobb in un’intervista ha dichiarato che quando usava le fotocamere a pellicola si portava dietro cinque obiettivi, adesso invece, grazie alle innovazioni tecnologiche sia in campo digitale che ottico preferisce usare due obiettivi zoom Nikon VR, lavora prevalentemente sul grandangolo e sul medio tele, ha usato il teleobiettivo solo in occasioni particolari, per esempio in “21st-Century Slave” ha usato focali fra 300 e 400mm.
«Vai fuori, esplora, scopri cosa c’è dietro l’angolo e continua a rimanere curioso, continua ad imparare»
Vivan Majer nata a New York nel febbraio del 1926 e scomparsa nel 2009, Vivian Maier, fino a soltanto qualche anno fa sconosciuta al grande pubblico, offre un lavoro di grandissima qualità, che abbraccia circa 30 anni, dai primi anni Cinquanta, fino agli ultimi scatti degli anni Settanta, e racconta come hanno saputo fare pochi la vita di New York e Chicago di quel periodo.
Se la Maier, deve il suo successo postumo al caso, che ha fatto sì che il suo lavoro venisse ritrovato abbandonato in alcuni scatoloni dentro ad un garage del Bronxn. Nulla nella fotografia di Vivian Maier è casuale.
Tutto racconta. Ogni elemento incluso nell’inquadratura ha un suo peso specifico narrante ed interagisce in modo raffinato e per nulla scontato con gli altri elementi presenti, svelando una visione fotografica squisita ed un intento chiaro, oltre ad una capacità narrativa ficcante.
Le foto di Vivian Maier sono un racconto breve, uno spaccato di vita delle periferie della Grande Mela tra gli Anni ’50 e gli Anni ’70. Ogni scatto vibra, è raro incappare in qualcosa di banale o di scontato nella produzione della fotografa americana.
Vivian Maier conosceva profondamente le strade che fotografava, le viveva, ci lavorava. Questo dovrebbe aiutarci ancora di più: non si può fare street photography senza essere locali.
Scoperta nel 2007 da John Maloof, che acquistò un box zeppo degli oggetti più disparati, espropriati per legge proprio alla Maier che aveva smesso di pagare i canoni di affitto. Mettendo ordine tra le varie cianfrusaglie, Maloof reperì una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Maloof si è adoperato per rendere pubbliche le sue fotografie e per promuoverle. La Maier non è mai stata una fotografa professionista ed ha riscosso un successo planetario solo dopo la sua morte.
Charles O’Rear�L’immagine più antipatica e inflazionata della storia della fotografia – e contemporaneamente la più vista al mondo, ogni giorno per anni da miliardi di persone – è indubbiamente questa, dell’americano Charles O’Rear, nato a Butler (Missouri) nel 1941 e fotografo, tra l’altro, per il National Geographic.�La sua fotografia intitolata Bliss (Beatitudine) è stata per anni l’immagine predefinita del desktop per gli utilizzatori di Windows Xp, il sistema operativo causa d’impazzimento, ira e nevrosi per la lentezza, per i blocchi improvvisi, per la facilità con cui prendeva ogni genere di virus, almeno nelle sue primissime versioni.�La fotografia fu scattata da O’Rear con una fotocamera Mamiya 6×7, in California, nel gennaio del 1996, a una verde e lussureggiante collina sul lato della statale 12/121 tra le contee di Napa e Sonoma, durante un trasferimento in automobile.�Microsoft scelse l’immagine di O’Rear per il suo nuovo sistema operativo nel 2002.��Con un certo umorismo involontario, uno scarno comunicato dell’azienda parlava di valori come “libertà, possibilità, serenità” richiamati da questa fotografia e associabili a Windows Xp.�Malgrado all’epoca molti pensassero che la fotografia fosse stata pesantemente manipolata e addirittura creata assemblando parti di immagini diverse, essa è uno scatto assolutamente originale: solo una combinazione di caso, occhio e pellicole Fuji che esaltano i verdi.�Le uniche modifiche furono un taglio dell’inquadratura apportate da Microsoft sul lato sinistro e una leggera accentuazione del colore della collina.�
�Così vicino al papa da conoscerne i suoi sentimenti più profondi. Fu il primo a fotografare Wojtyla dopo la sua l’elezione il 16 ottobre 1978 Se oggi parla della santità�di questo papa è perché le sue immagini hanno già detto tutto o quasi. Ora però che ha posato gli arnesi del �mestiere (dopo gli ultimi tre anni con Benedetto XVI), si gode la pensione in un mare di ricordi . Alcune di queste �sue emozioni sono qui raccontate, aggiungendo quei dettagli che rendono ancora più esile la distanza tra il �papa umano e quello oggi venerato.��
«Tante le emozioni, ma la più vivida resta per me un fuori programma. Fu l’abbraccio struggente di un giovane scampato alla sorveglianza durante la veglia di agosto del 2000 a Tor Vergata (Roma). Ero a una decina di metri dall’altare e vidi il giovane piangere e Giovanni Paolo II asciugargli le lacrime. Se non è umanità questa!»
Arturo Mari Fotograficamente parlando è stato l’ombra, ma soprattutto la “luce” di Giovanni Paolo II. Arturo Mari, classe 1940 è conosciuto come “il fotografo ufficiale del papa”, figura-ponte tra il sacro papale e il profano della stampa mondiale. Il mestiere del fotografo l’ha fatto per ben cinquantatre anni al servizio di sei papi, da Pio XII a Benedetto XVI. Ma con nessuno prima è stato così a contatto come per Giovanni Paolo II e i suoi ventisette anni di pontificato. Quasi in ogni istante, nella vita pubblica e privata del pontefice, come mai si era visto fare prima, Arturo Mari scatto su scatto tanto ne ha costruito la più credibile delle biografie.
GRAZIE
NOTE...�Martin Munkácsi, nato Mermelstein Márton (Cluj-Napoca, 18 maggio 1896 – New York, 13 luglio 1963), è stato un fotografo ungherese. Lavorò principalmente fra la Germania e gli Stati Uniti, e divenne celebre nel campo della fotografia di moda. Il suo lavoro è stato d'ispirazione per celebri fotografi come Richard Avedon e Henri Cartier-Bresson. �Iniziò la propria carriera come reporter sportivo per un quotidiano ungherese. Grazie a questa esperienza, si specializzò a catturare le immagini in movimento, e la applicò nella fotografia di moda, che fino a quel momento era principalmente basata su pose statiche. Munkácsi fotografò le modelle in pieno movimento, rivoluzionando del tutto lo stile fotografico ed istituendo i canoni utilizzati negli anni successivi da tutti i fotografi del genere. Nel 2012 la rivista The Times l'ha citato come una delle cento personalità che più hanno influenzato il mondo della moda nel corso del secolo. RITORNA����United Press International�(UPI), agenzia d'informazione statunitense fondata (1907) da E. W. Scrips con il nome di United Press (UP). Nel 1958, si fuse con l'International News Service (INS), assumendo la denominazione attuale. Nel 1982, la sede centrale da New York venne trasferita a Washington. Ha uffici presenti in varie città del mondo, tra cui Beirut, Londra e Tokyo. Le sue agenzie diffondono in tutto il mondo notizie, servizi, fotografie e documenti in diverse lingue, tra cui l'arabo e lo spagnolo. RITORNA�����Tank Man: nell’immagine, un ragazzo resta fermo immobile davanti ai carri armati che nella notte precedente avevano ucciso e disperso i manifestanti in Piazza Tienanmen. La foto venne scattata il 5 giugno del 1989, 28 anni fa, sul Cangan Boulevard, a Pechino. L’identità dell’uomo è tuttora sconosciuta, e viene comunemente soprannominato tank man o unknown rebel. Non si sa neanche che fine abbia fatto: un assistente di Ronald Reagan disse che fu giustiziato 14 giorni dopo, altre fonti che venne fucilato in piazza, altre che sia sopravvissuto, ma di certezze non ve ne sono. RITORNA�