1. Per costruire insieme il concetto di improprietà

All’indomani dello sgombero del Leoncavallo è apparso evidente come il governo italiano abbia scelto di dichiarare guerra alle realtà autogestite, al dissenso, al conflitto sociale. Un percorso iniziato con il decreto Rave, proseguito con la direttiva Piantedosi e con il pacchetto sicurezza, accompagnato da discorsi d’odio e di critica alle forme di lotta – da quelle sindacali a quelle in difesa dei territori – nel nome della presunta difesa della legalità.

Ma oggi legalità non è sinonimo di giustizia. Rappresenta sempre più l’idea di stabilità e continuità con gli interessi del potere. Le leggi, come ogni appendice dell’essere umano, non hanno valore universale e possono essere sbagliate. È dunque un dovere poter lottare per trasformare il presente, cambiare ciò che è sbagliato, e in questo usare strumenti che stiano a cavallo della legge ma all’interno della legittima giustizia sociale.

L’attacco al Leoncavallo apriva una campagna di sgomberi. Gli sgomberi di Vicenza e Torino sono una continuazione di quella strategia. L’inconsistenza dei governi cittadini di centro-sinistra, la loro paura di mostrarsi più vicini alle esperienze occupate e autonome che agli interessi del governo e del privato, emerge con drammaticità. Il governo mette le mani sulle città, i sindaci mugugnano ma non agiscono uno scontro istituzionale e non riescono a rispondere in tempi politici agli attacchi. È ancora dal ventre dei movimenti che deve nascere una risposta.

A Milano prende forma una parola: improprietà.
Non coincide con l’idea di beni comuni. È un’idea diversa, da sostanziare, costruire, alimentare. Un’idea che prevede l’uso collettivo di spazi e aree urbane, un uso legato al possesso ma non alle logiche di proprietà e del privato.

Per questo lanciamo una call aperta e pubblica per costruire assieme il concetto di improprietà, dotarci di un nuovo strumento di lotta che tenga insieme pratica e teoria.

Per sostanziare il concetto proponiamo due interventi introduttivi, che sono la base per la discussione. Possono e devono essere distrutti e ribaltati, completati se serve, superati, colmati. Abbiamo bisogno di strumenti nuovi e attuali da affiancare a quelli di sempre: occupazione, resistenza, conflitto sociale, intelligenze, imprevedibilità, coraggio.

I contributi al dibattito devono essere inviati entro il 7 febbraio 2026 all'indirizzo: segreteria@leoncavallo.org

Dalla proprietà all’improprietà

Le ragioni di un cambio di passo della prassi e della teoria.

È bene tener presente la cornice in cui è maturata questa iniziativa, ovvero di essere il primo atto di un convegno che abbiamo definito diffuso e infinito. Il caso, che ha determinato questa come tante altre manifestazioni, è stato lo sgombero del Leoncavallo. Ma nessuno pensi che l’unico problema da risolvere sia trovare una sede per  il Leoncavallo. Ciò di cui si tratta è indicare una strada per trovare le soluzioni adeguate onde affrontare e risolvere  tanti problemi delle città, tra i quali vi sono la sede del Leoncavallo e degli altri spazi autogestiti minacciati di sfratto. La strada che ci ostiniamo a indicare, pur tra tante difficoltà e tanti fraintendimenti, è quella di pervenire a una piattaforma di idee e di proposte collettive - degli spazi sociali autogestiti e delle opposizioni – che costituiscano la base delle lotte future non solo per qualche sparuto gruppo di militanti, ma per l’intero Paese. Se avremo le idee in grado di generare un movimento di trasformazione di questo livelllo troveremo una sede adeguata al Leoncavallo e a ogni altro spazio sociale autogestito. Se non ne saremo capaci, il Leoncavallo e tanti altri luoghi simili rimarranno privi di sede o anche se sede avranno non potranno svolgere neanche la più infima parte del ruolo che inveve hanno avuto per tanti decenni. 

Il metodo è quello di affrontare le difficoltà e i problemi di parte come problemi universali. Solo affrontando il problema universale del bisogno di casa e di spazi sociali riusciremo a trovare soluzioni adeguate per i singoli spazi. 

Dunque, in questa piattaforma che si intende costruire non c’è soltanto il diritto del Leoncavallo, della Fornace o del Cantiere ad avere una sede. C’è invece, ben altra  rivendicazione: il riconoscimento del sapere, della casa, degli spazi sociali come diritti universali. 

Sapere, casa, spazi sociali come diritti universali, dunque. Questa è la vera posta in gioco.

Tali diritti dovranno essere agiti nella pratica delle lotte del futuro fino a divenire elementi della costituzione del Paese.  

Solo tenendo conto di questa cornice si possono affrontare con lenti nuove le questioni legate al concetto di proprietà e verificare se la teoria e la prassi dell’improprietà possono costituire un grimaldello importante per conseguire i diritti universali indicati. 

La proprietà deriva da proprio, l’improprietà da improprio. Il proprio, nella lunga tradizione culturale ereditata, non è soltanto ciò che appartiene a se stesso, ma anche, e soprattutto, ciò che è bene, ciò che è buono, ciò che è legittimo e giusto.

L’improprio, al contrario, è il male, il cattivo, l’illeggitimo, l’ingiusto e l’errato. 

A testimonianza di quanto detto si prendano a esempio le Upanisad, testo massimamente sacro della tradizione filosofica orientale, in cui, letteralmente, l’eccellente corrisponde al proprio, cioè al se stesso, il male all’improprio.

Il Terzo Brahman recita così: “Tale è il male: quando si pronuncia l’improprio, quello è il male”.......”Tale è il male: quando si annusa ciò che è improprio, quello è il male”.....”Tale è il male: quando si percepisce qualcosa in maniera erronea, quello è il male”....”Tale è il male: quando si ode qualcosa di improprio, quello è il male    Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male”.

Il proprio è ciò che appartiene a qualcuno, che è di sua proprietà o pertinenza.

L’improprio invece è il non proprio, ciò che non ha proprietà ma anche il proprio non proprietario, il proprio che non esercita il suo diritto proprietario o lo sospende sui suoi stessi beni. L’improprio è ciò che esula, ciò che stride nelle regole e nei rapporti sociali gerarchicamente dati. 

Il concetto di proprio, nella tradizione storica e culturale, è stato vincolato, condannato si potrebbe dire, alla proprietà, ma occorre invece svincolare la nozione di proprio da quella di proprietà.  

La pertinenza del proprio non è obbligata a trasformarsi nella sua proprietà. 

Al concetto di proprio è accaduta la stessa torsione linguistica del termine lavoro. Il lavoro è diventato unicamente ciò che viene scambiato con un reddito, ma ciò che si scambia con il reddito è solo una minimissima parte di tutto il lavoro svolto. Ciò che viene pagato è solo ciò che la società, lo stato presente delle cose, riconosce come lavoro. Ci sono lavori che un tempo mai sarebbero stati considerati come tali, viceversa ci sono lavori un tempo retribuiti e oramai non più. Confondere ogni attività con il lavoro scambiato con il reddito è un’aberrazione sociale che origina una quantità enorme di discriminazioni. 

Identicamente, si tende a ridurre ciò che è proprio alla proprietà. Ma il regime proprietario riguarda solo una piccolissima parte del mondo che appartiene al proprio. 

Il proprio mondo, per esempio, è un’unita di riferimento in parte concreta, in parte astratta, che afferisce all’insieme di relazioni che ciascuno ha con il resto del mondo, quello suo proprio, quello di prossimità e quello più esteso. Il fatto che ciascuno abbia un proprio mondo non implica in alcun modo che egli sia proprietario di ogni cosa che è o accade in quel mondo. La sua sfera proprietaria, per quanto estesa, è sempre un’infinitesima parte di quella improprietaria. 

Così quando si afferma il mio Paese, la mia famiglia, mio marito, la mia amica, la relazione che in ognuna di questa sfera si ha con il proprio non implica in alcun modo la proprietà. Ci sono tanti beni propri, materiali o immateriali, affettivi e relazionali, che non hanno alcun rapporto col regime proprietario se non nell’ideologia di chi intende catturare il proprio alla proprietà, che è un ideologia di dominio. 

Dunque, così come occorre rivendicare come lavoro ogni attività svolta, identicamente si tratta di riappropriarsi del proprio come luogo prediletto dell’improprietà. 

Il mio amico è mio, mi appartiene, mi è proprio, ma certamente non ho alcuna proprietà su di lui. Il mio testimonia di un sentimento, di un affetto, di un legame che non vanno confusi mai con la proprietà o con il diritto esclusivo alla cosa, in questo caso l’amicizia.    

Gli aggettivi possessivi sono stati trasformati nell’uso sociale di massa in aggettivi proprietari, ma la proprietà è solo una declinazione parziale, marginalissima, di tutto il campo del proprio. Il possesso, l’uso, la relazione non prevedono obbligatoriamente il regime proprietario il quale deve essere marginalizzato molto più di quanto già non lo sia. 

Questa è una condizione fondamentale per ridurre le disuguaglianze e ancorare la proprietà ai beni d’uso propri in esclusiva ( la casa in cui si abita, le scarpe,  i calzini etc.). 

Il concetto di improprietà nasce, dunque, per separare il proprio dalla proprietà, per confinare la proprietà entro spazi definiti, espressioni fondamentali di un proprio che non può essere altruizzato in forma proprietaria. 

L’improprietà è l’istituto che nega, sospende o interdice, parzialmente o totalmente, il regime di proprietà e gli annessi diritti.

L’improprietà nega il diritto di proprietà quando nasce come tale ab origine.​​​

In tutti gli altri casi, l’improprietà comporta l’abdicazione volontaria o indotta, a titolo parziale o totale,  provvisorio o permanente, dall’esercizio della proprietà. 

L’improprietà non nega la proprietà, anzi la com/prende, la assume cioè come affermazione all’inesercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto individuale o gruppale a beneficio di un esercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto collettivo i cui benefici possono riverberarsi sia sulle singole persone sia su intere comunità. Per collettivo non si intende, infatti, solo lo Stato, o la Regione o il Comune, ma qualsiasi individuo o  moltitudine di persone afferenti, in questo caso, al regime improprietario. 

L’improprietà contempla la necessità di fondare un diritto improprietario tutelato almeno quanto  il regime proprietario che costituisce il fondamento essenziale del diritto privato. 

Proprietà e improprietà possono essere reversibili o intangibili. La reversibilità è diversa dall’alienazione. Con l’alienazione un bene si può vendere e comprare. Con la reversibilità, un bene proprietario può essere trasformato in improprietario o, viceversa, un bene improprietario può trasformarsi in bene proprietario. 

Accanto al diritto privato proprietario occorre fondare un diritto privato improprietario. Ciò implca il superamento delle equazioni diritto privato=proprietà, diritto pubblico=proprietà collettiva.

Per comprendere come l’improprietà agisce già nella realtà, si analizzano tre casi di specie e, in seguito, alcuni concetti, quali il no logo, il no copiright, il creative commons, il copyleft, l’open access, il pubblico dominio, il bene comune, rispetto ai quali l’improprietà si presenta dissimile.

I tre casi di specie sono: 1) la produzione di opere d’arte, 2) l’occupazione di spazi pubblici e/o proprietari, 3) la produzione di dati. I primi due casi si sono palesati molteplici volte, ma recentemente sono emersi alla cronaca con la vicenda dello sgombero del Leoncavallo. Il terzo caso, invece, afferisce all’intero regime di produzione digitale della contemporaneità.

1) Nel caso specifico del Leoncavallo, degli artisti hanno dipinto dei graffiti nello spazio dauntaun. La produzione di opere d’arte normalmente è soggetta al diritto d’autore. Il problema del diritto d’autore non si è posto fino a quando il Leoncavallo non è stato sgomberato. Dopo lo sgombero, il problema si è posto, eccome.

In questa vicenda, che ne è del diritto di proprietà? Come esso si modifica con il cambiamento di status del Leoncavallo?

Gli artisti, titolari normalmente e giuridicamente del diritto di autore,  hanno dipinto i graffiti in uno spazio occupato dal Leoncavallo, in accordo con il Leoncavallo, ma senza alcun contratto di remunerazione. Così facendo, hannoabdicato al loro diritto d’autore cedendo il diritto di fruizione delle loro opere al Leoncavallo. 

Hanno abdicato provvisoriamente a un loro diritto senza tuttavia cedere il diritto di proprietà al Leoncavallo. Avessero ceduto tale diritto, il Leoncavallo avrebbe potuto alienare le loro opere, cosa chiaramente inavvenibile e contraria alla cooperazione in essere tra artisti e Leoncavallo.

Dopo lo sgombero, quel diritto di proprietà, sospeso dalla concessione gratuita delle opere al Leoncavallo, si ripropone. La proprietà, infatti, con lo sgombero, è rientrata in possesso dello spazio, ma non può godere del diritto di proprietà pienamente e totalmente su ogni bene presente in quello spazio poiché c’è qualcosa che glielo impedisce: le opere di dauntaun, gli archivi del Leoncavallo, altro.  La proprietà non può rivendicare il diritto di proprietà sulle opere d’arte dipinte nel tempo dell’occupazione, tempo nel quale non solo il regime di proprietà delle opere è stato sospeso, ma anche quello di fruizione dello spazio da parte della proprietà, la quale, è bene ricordare, in tutto il tempo trascorso non si è vista alienata la proprietà del bene, che avrebbe potuto tranquillamente vendere, ma l’esclusiva fruizione del bene stesso che è passataobtorto collo agli occupanti. 

Attualmente, dunque, gli artisti, che a tempo debito hanno abdicato a un loro diritto, il diritto d’autore - caso inscrivibile pienamente e totalmente nel diritto di proprietà – dopo lo sgombero del Leoncavallo, dopo cioè la fruizione non commerciale, improprietaria della loro opera, possono rientrare nel loro diritto di proprietà. Volontariamente, così come hanno abdicato a un diritto, possono riprendersi l’esercizio di quel diritto. 

Fin qui il problema giuridico. 

Il problema politico, invece, riguarda il come riprendersi quel diritto, se in modo proprietario individuale o in modo improprietario individuale ocollettivo. Il modo proprietario individuale prevede che gli artisti vendano alla proprietà le loro opere o le cedano a titolo gratuito. In tal caso, un’opera concepita per divenire d’uso collettivo improprietario ridiventerebbe bene di proprietà esclusivamente individuale. Ciò sarebbe legittimo, anche seincoerente con i princìpi che avevano ispirato la facitura delle opere. 

Il modo improprietario invece emergerebbe nel momento in cui gli artisti, con il Leoncavallo, rivendicassero l’improprietà collettiva delle loro opere, la loro non cedibilità e la loro non alienabilità alla proprietà. 

In tal caso le opere dovrebbero rimanere intangibili, fruibili senza pecunia alcuna, sottoposti alla tutela della sovraintendenza alle belle arti. Ciò aprirebbe alla possibilità di chiedere la tutela non solo delle opere in oggetto ma dell’intero spazio, inteso come opera d’arte collettiva. Tra i motivi fondamentali per i quali gli artisti hanno deciso di prestare gratuitamente il loro ingegno creativo al Leoncavallo vi è stata la convinzione che la loro operasarebbe stata inserita in uno spazio considerato artistico nell’insieme, nella sua totalità. Dunque, lo spazio intero del Leoncavallo è da ritenere bene artistico da restituire al regime di improprietà.

 

Il caso di specie analizzato dimostra come il regime di improprietà assuma rilevanza quando l’opera, e l’intenzione, individuale non solo non contrastano ma agiscono in cooperazione con l’opera, e l’intenzione, collettiva. 

 

2) Proprietà e improprietà del Leoncavallo.

Di chi è la proprietà del Leoncavallo? La risposta non è così banale come sembra. Si potrebbe dire che il Leoncavallo è proprietà privata di una società, L’orologio. Ma non è così semplice. L’aspetto giuridico formale non coincide con l’aspetto sostanziale.

Al momento dell’occupazione del Leoncavallo, e per tutto il tempo trascorso finora, lo spazio del Leoncavallo è rimasto parzialmente in regime di proprietà privata. La proprietà infatti non ha perso la sua alienabilità, cioè la sua vendibilità, ma la sua fruizione, che è passata agli occupanti. I quali non sono diventati, ovviamente, proprietari del bene, ma fruitori. Solo la fruizione del bene è passata dal regime di proprietà al regime di improprietà.

La fruizione del bene da parte del Leoncavallo ha comportato modifiche sostanziali delle forme degli immobili e degli spazi di via Watteau oltre che degli usi. In più di 30 anni lo spazio del Leoncavallo è stato valorizzato enormemente sul piano sociale e ha contribuito sostanzialmente a valorizzare socialmente tutto il quartiere di Greco e l’intera città di Milano. 

 

Le iniziative culturali e artistiche, le attività di solidarietà, le molteplici sperimentazioni sul piano musicale, politico, alimentare, agricolo, di formazione, di accoglienza, di sostegno e di impulso delle culture underground e di ogni aspetto della socialità non mercificata, hanno reso il Leoncavallo un unicum valoriale, una Repubblica informale dell’attivismo e della creatività rivoluzionaria in ogni campo dell’esistenza, non solo in quello politico. 

In sintesi, si può senz’altro affermare che il Leoncavallo ha trasceso se stesso, il suo spazio, la sua storia, per divenire una forma improprietaria e collettiva dell’agire urbano in dialettica e in antagonismo sia con l’agire istituzionale sia con l’agire proprietario. 

 

Il Leoncavallo era proprietà privata, ma oggi non dovrebbe esserlo più. Se risulta di nuovo proprietà privata è solo in virtù di una forma della proprietà che non è più adeguata ai tempi, oltre che di una forma della società che fatica a riconoscere, o non riconosce affatto, il diritto improprietario.

 

Il ripristino della proprietà privata del Leoncavallo può avvenire solo in offesa alla storia degli ultimi 50 anni; non è un ripristino della legittimità proprietaria, ma della legge proprietaria. Qualcosa di simile è accaduto in Francia, quando i nobili e il clero hanno preteso il ripristino delle loro proprietà intaccate dalla Rivoluzione dell’89.

 

Il Leoncavallo non può essere ritenuta mera proprietà privata dopo 31 anni di occupazione. 

Il ripristino della proprietà privata tentato dallo sgombero di Agosto può diventare effettivo solo perpetrando un’ingiustizia permessa dalla forza militare di Stato. Ma la partita è ancora aperta.

 

Si è detto: se le istituzioni della Città e del Paese non sono stati capaci di acquisire lo spazio di via Watteau per il Leoncavallo, sarà il Leoncavallo che acquisirà lo spazio di via Watteau per la città e per il Paese

Come si riuscirà ad acquisire lo spazio del Leoncavallo di via Watteau è questione aperta per superare la quale è necessario uno sforzo creativo notevole sia dal punto di vista giuridico, sia dal punto di vista politico sia da quello finanziario.

Sia Dauntaun, sia l’archivio del Leoncavallo godono già o vanno a godere di forme di tutela e di vincolo dichiarati dalle sovraintendenze dei beni artistici e archivistici.

Ma ancora non basta. L’arte espressa al Leoncavallo o i suoi archivi non sono paragonabili ad altri beni. L’elemento fondamentale del Leoncavallo è lo spazio in cui vive. Non c’è punto dello spazio che non possa essere dichiarato bene artistico o archivistico. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire altrove. È uno spazio vivo il cui interesse e il cui valore crescono di minuto in minuto, di giorno in giorno in diretta corrispondenza con le iniziative, gli eventi che implementano la sua produzione complessiva e che comprendono a pieno titolo la produzione artistica. 

 

Il problema attuale del Leoncavallo è come restare in via Watteau ripristinando su quello spazio il regime improprietario, provvisoriamente inibito dallo sgombero. 

Dunque, si tratta di acquisire il Leoncavallo per rispristinare il regime improprietario contro il regime proprietario. Si tratta anche di dimostrare che la città nel suo insieme deve essere percorsa da una nuova stagione di lotte che individuino nel regime improprietario la possibilità d’esistenza di movimenti collettivi tesi al soddisfacimento dei bisogni e dei desideri non solo degli individui ma dell’intera comunità.

A questo fine, è importante specificare il più dettagliatamente possibile in che cosa consiste l’improprietà. 

È fondamentale comprendere che l’imroprietà non riguarda esclusivamente gli spazi sociali, le opere d’arte, i dati personali o sociali, ma si applica a ogni sfera dell’agire sociale e a ogni tipologia di bene. 

Riguarda, ovviamente, anche la questione dell’abitare. La rivendicazione del diritto universale alla casa e le lotte affinché tale diritto sia inserito nelle costituzioni di ogni paese è nucleo fondamentale del diritto improprietario.

 

3) La proprietà dei dati. 

Nella contemporaneità vi è un proprio non proprietario, i dati per esempio, che viene trasformato in regime proprietario dalle piattaforme. L’appropriazione avviene mediante espropriazione. L’appropriazione espropriatrice viene definita comunemente estrattivismo.

L’estrattivismo risulta essere un modello socio-economico basato sulla rifunzionalizzazione dei territori a favore dell'estrazione intensiva o estensiva di una specifica risorsa, allo scopo di commercializzarla nei mercati globalizzati.

Questo furto generalizzato a danno della generalità della popolazione del pianeta tecnicamente sarebbe meglio definirlo espropriazione proprietariaanziché estrattivismo. Infatti con l’espropriazione, il proprio della generalità degli abitanti del pianeta viene reso proprietà privata di poche società. 

I propri dati, la propria forza lavoro, il proprio sapere più che estratti vengono appropriati tramite una lunga catena di espropriazione. 

 

Ci sono forme di proprietà la cui funzione non è quella di valorizzare il propriodi ciascuno, il proprio proprio, ma di appropriarsi del proprio altrui, o per lo meno di quel proprio altrui che può essere digitalizzato: informazioni personali, pareri personali, saperi personali, spostamenti, modalità di consumo e di vita, attività di qualunque tipo svolte secondo per secondo. La ricchezza cumulata con l’espropriazione del proprio altrui è tale che ogni altra forma di ricchezza è divenuta marginale. Essere proprietari del proprio altrui, passare dalla proprietà del proprio alla proprietà dell’altrui, dalla proprietà trasformata in altruità proprietaria, è diventata la forma più lucrosa d’attività economica e la forma di dominio globale più estesa e oppressiva nell’intero pianeta. 

Tale espropriazione non avviene tanto per costrizione ma soprattutto per induzione. Attività formalmente volontarie, formalmente libere, diventano involontariamente proprietà privata del più esteso esercito d’oppressione della contemporaneità. 

 

La produzione indotta e volontaria di dati avviene in modo gratuito. I lavoratori dei dati, cioè tutta la popolazione del pianeta, donano la loro forza produttiva gratuitamente pagando inoltre a chi si impadronisce dei loro dati anche i mezzi di produzione per produrli e l’energia necessaria per attivare i dispositivi digitali. 

 

Si tratta dunque di lavoratori gratuiti che per lavorare gratis pagano i mezzi di produzione del loro lavoro e l’energia necessaria per poter lavorare. Il loro lavoro non conosce orari, festività e pause. Tutta la giornata di 24 ore è messa a lavoro volontariamente e gratuitamente. 

 

I lavoratori digitali, cioè tutta la popolazione del pianeta, non solo lavorano gratis ma pagano per essere messi nella condizione di poter lavorare

 

È la prima attività di lavoro che si scambia non con il reddito ricevuto in cambio del proprio lavoro ma con quello donato per lavorare.  

 

Tutto ciò che, pur essendo proprio, una volta rilasciato nelle relazioni sociali, dovrebbe rimanere in regime di improprietà viene invece appropriato dalle piattaforme secondo un metodo di espropriazione che è il più totale mai registrato nella storia. Gli schiavi lavoravano sotto regime proprietario, ma quella forma di proprietà prevedeva almeno il mantenimento degli schiavi. L’appropriazione dei dati invece non determina nessun obbligo verso i produttori dei dati, coloro i quali dovrebbero essere considerati legittimi proprietari. Anzi, i lavoratori digitali sono costretti anche a pagare per produrre. 

 

Le forme della proprietà che occorre risolutamente combattere nella contemporaneità non sono più soltanto quelle che si formano mettendo alla catena, incatenando le persone, ma lasciandole formalmente libere non solo di vendere la propria forza lavoro ma di donare gratuitamente ogni elemento della propria vita. 

La libertà, una libertà chiaramente indotta e delimitata dall’ideologia proprietaria, è lo strumento di produzione e di accumulazione più importante della contemporaneità. In essa si attua l’ennesima e più raffinata fase di ciò che un tempo si definiva il comunismo del capitale. 

 

Contro questa assurdità stiamo tentando di formare un sindacato universale assieme ai compagni di NINA. Il sindacato universale digitale è parte del proposito di costruire un’intelligenza autonoma di specie antagonista di quell’intelligenza artificiale propinata dal macchinismo imperante che pretende di ridurre il pianeta a cenere, algoritmi e idiozie

 

Limitarsi al lamento sarebbe letale. Il lamento è funzionale al perpetuarsi delle forme di dominio. Occorre invece un conato creativo che, oltre a sabotare e boicottare le forme date di dominio, consenta percorsi di autonomia e di liberazione universali.

 

Ma in che cosa si sostanzia il diritto improprietario?

Nel regime improprietario, il problema fondamentale non è di chi risulta essere il bene, ma cosa si può fare con quel bene e chi ne può godere; quali sono i vincoli, le ragioni d’uso e i benefici eventuali di quel bene.

Vi sono già molte esperienze improprietarie: beni tangibili o intangibili la cui proprietà viene sospesa per rendere possibile l’uso individuale o collettivo. Terreni, immobili, saperi, opere artigiane o d’ingegno concesse temporaneamente all’uso improprietario. Si tratta di generalizzarle e di farle divenire prassi consuetudinarie diffuse prima che regole giuridiche.

La destinazione d’uso generalmente riguarda, per ciò che concerne un immobile, l’uso abitativo o commerciale o industriale o agricolo, ma la destinazione d’uso che interessa alla improprietà trascende questi aspetti riguardando invece chi, come e a quale fine sociale deve essere utilizzato un qualsiasi bene

Nel caso del Leoncavallo, quindi, come nel caso di ogni altro bene improprietario, il problema sarà di indicare con precisione non solo l’architettura della improprietà – una forma giuridica la più diversa e la più diffusa  possibile, tale per cui nessuno possa esercitare il diritto esclusivo di proprietà – ma soprattutto i vincoli d’uso. 

Più la proprietà è diffusa più l’improprietà si può diffondere.

Più la proprietà è concentrata meno l’improprietà si può diffondere.

Le rivoluzioni e i movimenti hanno avuto un rapporto complicato con il regime proprietario. 

Per lungo tempo si è pensato che qualunque forma di proprietà privata  fosse un furto e che ogni bene immobile o mezzo di produzione, per evitare tale furto, dovesse appartenere allo Stato. 

Solo in epoca recente, dopo la disfatta dei regimi socialisti, i movimenti postsessantottini e le teorie autonome hanno provato a ragionare sulla sfera pubblica non statale, sulla democrazia extraparlamentare, sul privato è politico, sul partire da sé, rompendo così i diaframmi pubblico=socialista, privato=borghese.

In più, l’ondata di lotte sui diritti civili ha costituito un terreno fertile per ancorare i diritti individuali a quelli sociali collettivi senza relegarli a una contrapposizione fuori luogo e fuori tempo.

Sulla questione proprietaria non è stato ancora fatto molto. Si continua a pensare che la proprietà sia o un diritto divino o un furto, a ritenere che la proprietà, qualunque essa sia, sia il cardine di ogni società o, al contrario, vada negata in ogni sua forma come residuo di una società borghese, capitalistica e individualistica

Ma esistono diverse forme della proprietà. 

Proprietà come frutto

Proprietà come furto. 

La proprietà come frutto del proprio lavoro, del proprio sudore, del proprio risparmio, della propria fatica, del proprio bisogno di sicurezza. Quella proprietà proletaria non la toccheremo mai, anzi la rivendichiamo come diritto universale all’abitazione. Ma le grandi proprietà è giusto che vivano qualche preoccupazione, che sentano il fiato del Movimento sul collo, che mettano in conto che i loro immobili possono essere in ogni momento occupati. Se c’è qualcuno che possiede centinaia o migliaia di immobili, non c’è nessuna fatica che è stata messa al lavoro, ma soltanto la più spregevole delle speculazioni. Per ogni grande proprietà vi sono infiniti furti compiuti contro la generalità della popolazione

Le occupazioni di grandi proprietà, di immobili sfitti da decenni, di spazi pubblici  abbandonati al degrado o in attesa di cicli speculativi più remunerativi sono azioni di autodifesa sociale. 

Con queste azioni il Movimento fa quello che lo Stato non vuole fare e che i Comuni non vogliono o non hanno la possilità di fare, ovvero garantire il diritto universale alla casa, il diritto sociale all’uso di spazi autogestiti. I Movimenti dovrebbero essere ringraziati per questo.

Così come dovrebbero essere ringraziati gli studenti che occupano le scuole, le università, i pensionati studenteschi. Senza quelle occupazioni, senza quel protagonismo, senza il tentativo di autogestire i saperi, gli studenti crescerebbero in un clima di disinteresse sociale, di insensibilità della vita pubblica che li porta inevitabilmente al disagio, all’insensatezza. Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno. 

Chi ha messo piede, anche solo una volta, in un centro sociale non può non pensare a questa importanza delle occupazioni così come è stata declinata. Che dunque si continui a occupare dove c’è la forza e la volontà di di procedere in questa direzione di autodifesa sociale e di sviluppo dell’autonomia soggettiva.

Infine, dopo aver indicato la specificità dell’improprietà, proviamo a tratteggiare le differenze tra l’improprietà e altri concetti usati nel recente passato per contrastare il delirio proprietario globale. 

Copyright 

Il termine significa letteralmente diritto di copia e serve per assicurare all'autore il suo diritto esclusivo di utilizzo dell'opera. In altre parole, un'opera coperta da copyright è un'opera i cui diritti sono tutti riservati. Non è possibile cioè realizzarne una copia senza autorizzazione.

Il no copyright è il movimento che si è opposto a livello internazionale al diritto d’autore indicando la frontiera della conoscenza come bene collettivo non privatizzabile. I problemi che ha incontrato nella sua diffusione derivavano da contraddizioni difficilmente sanabili: se nessuno ha il diritto d’autore, chi paga gli artisti per l’opera che compiono? Chi li tutela del fatto che le loro opere non vengano storpiate, distorte, impoverite utilizzate senza criterio e senza senno da parte dei fruitori? Ma il problema fondamentale è stato di natura teorica, ovvero l’incomprenssione che la proprietà non esercita i suoi diritti tanto sul contenuto ma soprattutto sulla circolazione dei contenuti. 

Se tutti sono liberi di accedere gratuitamente a un’opera a maggior ragione vi accederà chi della circolazione gratuita di quell’opera farà il suo business. Tali aziende, le piattaforme globali, sono diventate proprietarie di moltissimo di ciò che si pensava potesse essere gratuito. Hanno avuto gratis ciò che loro invece vendono a carissimo prezzo. 

Priva o meno di diritti d’autore, l’opera di qualsiasi tipo genera comunque una grande quantità di profitti, in quanto a generarli non è tanto la proprietà dell’opera ma la sua circolazione. Ciò evidenzia un altro problema di cui si ha scarso ricordo o scarsa familiarità, ovvero il fatto che nei rapporti di produzione della contemporaneità la circolazione conta, e vale, quanto o più della produzione, il consumo quanto o più della produzione, la finanza quanto o più più dell’attività lavorativa

Il no copyright è stata l’autostrada sulla quale hanno viaggiato senza incontrare resistenza i carri armati delle piattaforme. Le quali hanno avuto gratis non solo le opere dell’ingegno ma tutto ciò che non è mai stato registrato come dominio proprietario: l’aria, l’energia, il cosmo addirittura. Esse sono riuscite a rendere proprietario tutto ciò che risultava improprietario. La nostra lotta deve invece avere segno opposto. Rendere improprietario tutto ciò che tende a essere privatizzato riconoscendo tuttavia a ogni persona il diritto proprietario sulle cose di universale necessità come la casa. Riconoscendo, anche, al proprio le proprietà inviolabili della persona.

Eppure, per lunghi anni non si è potuto neanche discutere della bontà del no copyright. Sembrava una nozione religiosa intaccabile e intangibile. Bastava riflettere anche un solo secondo sulle opere già per legge prive di diritto d’autore per comprendere come il cuore del problema non fosse quello.

Tutti i tentativi di interdire il copyright sonoi figli del no copyright, ovvero il tentativo di porre una manciata di sabbia sull’argine per impedire che il fiume in piena inondasse la pianura.

Il copyleft è un modello di gestione del diritto d'autore che permette di usare, copiare, distribuire e modificare un'opera liberamente, a patto che le versioni derivate siano anch'esse rilasciate sotto la stessa licenza copyleft. Si contrappone al copyright e viene spesso usato per garantire che il software open source e altre opere rimangano libere e accessibili alla comunità, prevenendo la creazione di versioni proprietarie. 

Weak copyleft: Esistono licenze weak copyleft (come la LGPL e la MPL) che permettono l'incorporazione di software con licenza copyleft in programmi con licenze proprietarie, ma richiedono che il codice originale rimanga sotto licenza libera e open source. 

Creative Commons è un'organizzazione senza fini di lucro con sede a Mountain View dedicata ad ampliare la gamma di opere dell'ingegno disponibili alla condivisione e all'utilizzo pubblico in maniera legale.

Le licenze creative commons forniscono un modo semplice per gestire permessi e condizioni relative al diritto d’autore che si applicano automaticamente a qualsiasi opera creativa protetta dalla legge sul diritto d’autore. Le licenze creative commonspermettono che tali opere possano essere condivise e riutilizzate secondo condizioni flessibili e giuridicamente solide. Creative Commons offre una gamma (suite) di sei licenze. Dal momento che non esiste un’unica, singola licenza Creative Commons, è importante identificare quale delle sei licenze intendi applicare alla tua opera, quale delle sei licenze è stata applicata all’opera che intendi riutilizzare, e in entrambi i casi di quale specifica versione si tratta.

L'Open Access (OA) è un modello di pubblicazione scientifica che rende i risultati della ricerca immediatamente accessibili, gratuiti e liberi da barriere sul web, secondo il principio che le ricerche finanziate con fondi pubblici debbano essere di pubblico dominio.  

Ma, come negli altri casi, tutto ciò che è di pubblico dominio diviene automaticamente proprietarizzazo. 

Il pubblico dominio  indica le opere creative (come libri, musica, film) non più protette dal diritto d'autore, il che significa che chiunque può utilizzarle liberamente, riprodurle, distribuirle o modificarle senza bisogno di autorizzazioni o pagamenti. Un'opera entra nel pubblico dominio in genere dopo la scadenza dei diritti patrimoniali, cioè 70 anni dopo la morte dell'autore, ma ciò può variare a seconda dei paesi e del tipo di opera. 

I beni comuni sono beni, sia materiali che immateriali, funzionali al benessere di tutti, come l’acqua, l’aria, il patrimonio culturale, la conoscenza e i beni pubblici in stato di abbandono. La caratteristica principale è che non appartengono a un singolo individuo, né sono esclusivamente di proprietà dello Stato, ma sono curati e gestiti in forma condivisa da cittadini e amministrazioni pubbliche, attraverso un’alleanza di responsabilità e cura reciproca. 

I beni comuni, che potrebbero apparire come il termine più vicino a improprietà, non riguardano tutta la gamma della questione proprietaria. Essi tendono ad arginare la proprietà privata nel momento in cui la proprietà privata ha iniziato ad avere pretese proprietarie su ciò che prima veniva considerato pubblico. Si può considerare un atto di resistenza contro la privatizzazione in epoca postfordista. Ma è questo ramo della sfera economica che interessa maggiormente la deriva proprietaria contemporanea.

Nel regime di proprietà contemporaneo non c’è cosa che non possa essere privatizzata.  

Il concetto di improprietà diversamente da quello di bene comune si applica a ogni sfera privata o pubblica, ma anche non privata e non pubblica, sulla proprietà di tutto e sulla proprietà di ciascuno.

Superare la proprietà 
Diritto positivo e collettività

Il lavoro del giurista, in epoca di de prufundis del diritto internazionale e di appiattimento dei diritti civili e collettivi a fronte di un prurito repressivo sempre più ingombrante, deovrà necessiaramente assestarsi nella ricerca di nuove forme e modalità operative.  Cogente la necessità di ricercare consuetudini collettive in sacche di r-esistenza umane per farle assurgere a forme di regolamentazione del sociale.

Un punto essenziale del tempo odierno è riformulare il concetto di proprietà, disancorandolo da pilastro del patto sociale poichè portatore di disvalore lì dove esacerbato nella sua accezione accumulatrice. Non un lavoro semplice nè tantomeno di pratica risoluzione attesa la stratificazione millenaria che esso ha nella cultura giuridica e non. Ciò che si rende necessario è scovarne un punto critico ricercando nella società forme consuetudinarie degne di assurgere a fonti primarie. In epoca di macchine che temiamo poter prendere il sopravvento sulla specie umana rendendoci superflui alla generazione di plusvalore, si deve inserire un malware nel sistema così da renderlo vulnerabile alla biosfera circostante ed espugnabile nonchè riformulabile nella sua grammatica.

Ritornando sul tema giuridico più cogente, l’improprietà può essere una chiave, una domanda da farsi camminando verso una collettiva ripresa di spazi fisici attraverso una redifinizione del patto sociale che regola a monte il pubblico, inteso come gestione della res pubblica. Il Trojan – mi si perdonerà se le terminologie più prettamente informatiche non sono corrette nella loro declinazione ma in questo caso si vuole enfatizzare questo termine come richiamo al mortifero genio odisseo – lo abbiamo in mattoni e tubature ed è sito in via Watteau: il Leoncavallo. Nell’agosto è stato oggetto di uno sgombero richiesto giudizialmente da parte di chi detiene il diritto proprietario sul suolo e sulle mura che su di esso insistono per rientrarne materialmente in possesso al fine di disporne liberamente. Stante l’attualità, stratificata nel corso dei secoli, il diritto reale principe e che ha ispirato la codificazione che sino a oggi dell’intero corpo normativo è senz’altro la proprietà.

Occorre, pertanto, ridefinire il concetto stesso di diritto favorendone l’alienazione dalla proprietà conducendolo, di contro, verso una sopra realtà. Trascendenza dalla res per renderlo immanente nello spazio. Necessita iniziare un cammino che legga il bene non più appannaggio del singolo in maniera esclusiva e limitante ma che conduca verso una metafisica abbracciando, di fatto, l’universale. Respingere ogni limes scardinandone la mera applicazione ai singoli casi di specie, peraltro già ampiamente limitati e limitanti, permettendo un ritorno verso un positivismo trascendente.

 

Il diritto umano può e deve saper essere sinuoso rispetto al diritto naturale immanente nel tempo. Esso deve potersi ritagliare spazi così da non permettere una repressione di ciò che esiste ma che, secondo il legislatore, non può essere.

Uno spazio a gestione collettiva è già di per sè stesso diritto naturale lì dove liberi il privato dalla sua dimensione singolare e lo renda collettivo per poter essere a tutti gli effetti pubblico. L’estrazione del valore che quella gestione porta alla res lo rende immediatamente di importanza nodale per la generalità dei consociati e, quindi, fondante il pactum tra di loro già stipulato alle origini. Inalienabile poichè non rendibile altrui in quanto non soggetto a una sua mancipatio.

Uno strumento artificiale introdotto negli spazi singoli per alimentarne un raggruppamento (sia esso innaturale per bisogni o naturale per finalità) o soprattutto una sua utilizzazione comune dovrà essere scevro dallo scopo unicamente lucrativo poichè mezzo di sviluppo collettivo che deve necessariamente condurre all’evoluzione universale e non particolare.

In questo si necessita di essere scienziati con applicazione del metodo empirico non trascendendo le norme generali ma permettendone la rivoluzione in senso positivo studiando la realtà. In questo modo si potrà arrivare a un diritto improprietario e surreale oltrepassando la dimensione della res.

Come operare, però, nel caso di specie? Prima di una formulazione novativa del diritto occorre adoperare gli strumenti che ci sono attualmente dati dalle regole comuni. In questo senso potrà di per certo venire in aiuto il tema del possesso che, come da dettato codicistico, altro non è che una proprietà de materializzata, ovverosia priva di quel titolo specifico che ne permette la piena e indiscussa utilizzazione del bene.

Nello specifico è un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà ed è costituito da due elementi:  corpus possessionis, cioè il potere di fatto sulla cosa e animus possidendi, ossia la volontà di esercitare sulla cosa una signoria corrispondente alla proprietà.

Paradossalmente l’istituto de qua parrebbe configurasi come idoneo allo scopo che ci stiamo prefiggendo poiché esso va a spiegare giuridicamente ciò che chi attraversava il Leoncavallo poneva in essere tanto soggettivamente quanto oggettivamente. Il primo dei fattori in oggetto ci restituisce in pieno quanto si vuole andare a dimostrare, ovverosia che quell’animus non è stato esercitato da soggetti specifici o singolari bensì dall’intera comunità rendendolo spazio collettivo. V’è più. L’intera comunità milanese ha agito consapevolmente ponendo nel luogo fisico, insistendo sulla res un potere equivalente alla proprietà senza però esercitarne il momento privativo ed esclusivo quanto, altresì, quello inclusivo e comunitario. Tralasciando in questa sede ogni elemento valutativo di tipo processualistico, utile più in altre sedi, si dovrà necessariamente ragionare sull’ontologia che ha portato alla rivendicazione della proprietà di chi, fattivamente, non ponendo in essere alcun tipo di animus se non quello speculativo, si potrà dire che la proprietà rimane svuotata nella sua applicazione codicistica e abbia solamente dato luogo a uno sviluppo squisitamente politico, inteso nella sua declinazione applicativa del potere repressivo. Ancora, questa proprietà assunta e posta come base per lo sgombero non è altro che un mero passaggio verso una parcellizzazione di essa nei confronti di altrettanti soggetti singolari nella loro declinazione politica.

Dunque, appare chiaro che l’istituto stesso della proprietà, intesa come godimento pieno ed esclusivo di un bene nella sua massima espressione, è stato ab origine viziato e lo sarà nel momento del suo smembramento riducendo l’istituto a puro atto materiale di maturazione di plus valore. Diviene, pertanto, un esercizio di potere esclusivamente economico esulante dal potere giuridico venendo, di fatto, meno a sé stesso. Come è possibile porre alla base dell’esecuzione qualcosa che è stato de facto espunto dal sistema giuridico? Come è stato possibile che una procedura processuale, che deve essere posta in moto da un titolo reale, si sia fondata su una proprietà vacua e priva di animus e corpus? La critica che potrà essere mossa riguarda la acquisita cartolarizzazione del titolo proprietario da parte di chi ne ha rivendicato di chi ha ritenuto dare vita allo sgombero già in fase antecedente la presa di possesso dei consociati collettivizzatisi in forma assembleare e, pertanto, formalmente valida. Tale tesi, però, viene a franare lì dove lo stesso incipit documentale non sarebbe stato fatto valere se non per interesse politico estemporaneo del potere precostituito ed espressione della democrazia indiretta (il Governo) a cascata mosso dal timore di ripercussione risarcitoria. Tale meccanismo, si badi bene, era fermo da tempo e lo stesso titolo proprietario non aveva avuto valenza ontologica per la fase applicativa.

 

Qui prodest? Non appare chiaro ed evidente come l’istituto giuridico del possesso sia indubbiamente preponderante, nel caso che ci occupa, giuridicamente rispetto al cartolarizzato interesse proprietario sia temporalmente? Si pensi che l’esercizio del primo è stato portato avanti con una continuità immanente a cospetto di quanto discontinuo e intermittente il secondo sebbene più forte in termine codicistico, si pensi ai fattori animanti e danti vita i due istituti e la loro presenza strutturale nel primo e assenti geneticamente nel secondo.

E’ di tutta evidenza che per ripristinare uno stato di diritto occorre, in prima battuta, far si che esso venga applicato considerato un approccio epistemologico e scientifico sul caso di specie pur matenendo fermo il dettato codicisto che dovrà essere aggiornato considerata la contemporaneità.

 

Il Leoncavallo è grimaldello atto a scardinare l’architrave giuridica del concetto di proprietà, sia essa privata o pubblica.  La longevità ontologica che gli è propria e lo sgombero quale latrato rivendicatorio dei pochi sono occorsi storicamente in un momento chiave per la storia dell’intera generalità dei consociati a cui si rivolge il patto sociale che è fonte ontologica del diritto che soliamo conoscere. Il Leoncavallo è strumento di ricerca della nuova ontologia della gestione comune di un bene fisico, è nuova fonte primaria del diritto privato da cui occorre urgentemente emanciparsi per restituirne una prospettiva millenaria ormai fagocitata dall’interesse particolare. Dal Leoncavallo deve discendere la consuetudine normativa della res. Non più Res Publica come momento normativo dello spazio collettivo e ciò poichè esso è assurto a custode ed espressione di un processo oligarchico legiferatorio della gestione del bene collettivo e quindi volto alla tutela dei pochi e del privato. Occorre immaginare e disegnare una Res Communia così da poter far discendere da essa la capacità di normare ciò che transcende il privato e il collettivo per divenire definitivamente comune, marginalizzando la proprietà privata tout court – confliggente col la gestione del comune ontologicamente, portando a una nuova regolazione della gestione locale che sia capace di contemperare una improprietà del comune. Non appartenente ma discendente da un atto generativo a cui si riconosce la formazione della res o dell’opus ma di cui non dovrà avere il plusvalore ma solo la necessaria retribuzione quale riconoscimento della realtà eterna immaginata e messa in opera così da essere oggetto di scienza. Questa intesa come ricerca della forma giuridica o meta-giuridica a essa più confacente sulla scorta del quadro normativo delineato dalla Res Communia.

Quale il prossimo passo? Immergerci nella consuetudine delle lotte per l’abitare privato e collettivo, ottenerne l’agibilità inalienabile e priva di ogni riconoscimento intestatario per ottenerne la fruibilità collettiva e sociale partendo dall’animus, dalle emozioni di chi vive ogni spazio e ogni luogo e ciò deve partire dalla presa del Leoncavallo, malware che infetterà il sistema trasformando l’idea di diritto particolare in universale.