Capitolo Quattro: Prospettiva

“Non so perché si sia interessato a te ma starei attento. Non ha mai aiutato nessuno prima d’ora.

Stupida!

Una raffica di fulmini si abbattè dietro di me, distruggendo un vecchio orologio sul retro dell’ufficio di controllo in cui mi ero rannicchiata. La Guida alla Sopravvivenza nelle Terre Devastate era zeppa di consigli utili. Guide per la ricerca di cibo. Un intero capitolo sulle mine. Ed altro ancora! E poi c’erano quelli non-così-utili. Dopo aver letto il capitolo sul “Far Lavorare per Te la Tecnologia Pre Bellica dei Pony Terrestri”, il mio primo pensiero quando capitai fra le rovine delle Armerie Ironshod[1] fu di ficcare il naso dentro per vedere se ci fosse della tecnologia che avrei potuto far lavorare per me.

Invece mi ero ritrovata intrappolata in un labirinto pieno di robot ponycidi e torrette automatiche, ed ero scappata fino a quando ero riuscita a rintanarmi in un angolo di un bugigattolo in alto sopra l’area di lavoro. Quasi senza munizioni. Se non avessi trovato quella cassetta medica nel bagno degli impiegati sarei morta già cercando di attraversare il secondo piano.

Come avevo fatto ad essere così tanto stupida?

Sotto, tre di quei robot stavano gironzolando, cercandomi. Erano dei cosi cingolati, fatti per assomigliare in qualche modo ad un pony, con evidenti teste bombate che contenevano veri cervelli. Mi rifiutavo di credere che i pony che li avevano costruiti potessero avere usato il cervello di altri pony nel montaggio. Il pensiero era troppo terribile. Anche farlo col cervello di un animale era orripilante. E chiaramente due secoli di funzionamento continuo non avevano fatto nulla di buono per la loro sanità mentale.

“Vieni fuori. Vogliamo solo ucciderti per violazione di domicilio!”

Giustappunto.

Il fatto che la loro voce assomigliasse a quella di una giovane puledra, nonostante fosse chiaramente artificiale, li rendeva ancora più inquietanti. Per fortuna le ringhiere delle passerelle che portavano all’ufficio erano troppo strette per permettere ai robocervelli di salire.

Una voce molto più profonda ed autorevole rimbombò per la stanza. “Arrenditi in nome del Ministero della Tecnologia, feccia di una zebra!”

Mi ritrassi dietro una riga di armadietti metallici mentre la stanza veniva riempita da un’ondata di fiamme!

Sfortunatamente la stessa cosa non valeva per l’altro tipo di guardia robotica in cui ero incappata lì. Quella che sembrava un grande ragno metallico dalle molte zampe, numerose delle quali sembravano terminare in armi, tra cui una sega circolare ed un lanciafiamme. E quel che è peggio è che la dannata cosa poteva volare!

Feci scivolare entrambe le mie granate fuori dalle bisacce ed aspettai che le fiamme scomparissero. Gli armadietti metallici stavano cominciando a diventare spiacevolmente caldi contro la mia schiena, ed il calore dell’aria mi bruciava i polmoni. Nell’istante in cui il lanciafiamme si spense mi sporsi con la testa oltre l’angolo e feci levitare entrambe le bombe dritte contro il mostro metallico, rimuovendo le sicure nel tragitto. Quando mi vide il robot alzò una pulsante arma verde che assomigliava al corno di un unicorno. Un fuoco arcano eruppe da esso, passandomi abbastanza vicino da bruciacchiarmi la guancia. La fiammata colpì un vecchio ventilatore posato sulla scrivania dietro di me; s’illuminò di verde per un momento, poi si fuse! Tornai a nascondermi appena rilasciai le granate.

L’esplosione scosse l’ufficio. Sentii un terribile stridore metallico mentre la passerella all’esterno cedeva. Guardando indietro, il robot era un ammasso di rottami. Il passaggio fuori era ancora abbastanza intatto, ma ondeggiava malamente. Non ero sicura che potesse reggere il mio peso.

Recuperando quello che potevo dai rottami del ragno robotico considerai le mie opzioni. Non potevo stare lassù per sempre. Se mi fossi mossa molto velocemente avrei potuto correre lungo la passerella senza che i robocervelli mi colpissero. La loro artiglieria non sembrava molto precisa. Ma i primi metri della passerella erano parzialmente scardinati, ed ondeggiavano in maniera allarmante. Più li guardavo e meno volevo metterci zoccolo sopra.

Non avevo mai provato a levitare me stessa, prima d’ora. In teoria avrebbe dovuto funzionare, ma non avevo mai visto nessun pony farlo. Concentrandomi, ci provai. Potevo sentire la luce del mio corno tendersi per avvolgere il mio intero corpo. Si fece più forte quando tentai di sollevarmi. Stavo brillando come una dozzina di lanterne quando sentii il mio corpo sollevarsi, appena appena, dal terreno. Stavo sudando. Era tutto quello che riuscivo a fare, ma ci stavo riuscendo. Ora un passo avanti... ed un altro... ed un altro...

Ero a metà strada quando i robocervelli iniziarono a sparare genericamente nella mia direzione. Uno dei bulloni cedette, facendo piegare la passerella. Mi sentii molto fortunata per non starla realmente toccando. Ma ero anche quasi esaurita. Davanti a me la passerella si fermava appena prima delle finestre che lasciavano passare la doppiamente filtrata luce solare (una volta dalle nuvole e l’altra dallo sporco del vetro stesso) ed illuminavano il pavimento della fabbrica, sommandosi alla luce dei pesanti dispositivi appesi al soffitto. La passerella correva nei due sensi rimanendo parallela al muro. Una era la direzione da cui provenivo. L’altra portava ad una porta chiusa. Solo che quella porta non aveva un serratura da forzare. Poteva invece venire aperta con un comando da un terminale.

Un’altra scarica mi mancò di poco, attraversando una delle finestre rotte dell’ufficio di osservazione ed andando a friggere il terminale che avevo usato, non più di cinque minuti prima, per sbloccare quella porta.

Era un sacco di passerella metallica. Ed i dannati robot sotto di me sparavano fulmini. Grugnii nello sforzo di tenermi sollevata, mentre la mia vista si scuriva ai bordi. Dovevo fermarmi o sarei svenuta. E sarebbe stata la mia fine.

Rilasciando la mia magia mi lasciai cadere sulla passerella. Ondeggiò, ma tenne. Lasciai andare il fiato che non mi ero accorta di stare trattenendo ed iniziai a galoppare.

“Non correre! Vogliamo essere tuoi amici!”

Altre scariche. Mi irrigidii, aspettandomi di rimanere paralizzata mentre l’elettricità lacerava il mio corpo partendo dagli zoccoli. Invece sentii uno schianto, una forte esplosione ed una vibrazione metallica provenire da qualche punto in alto. Guardando su mentre correvo vidi che una delle scariche aveva colpito una delle lampade appese sopra, facendo esplodere la lampada ronzante. E quella fu, paurosamente, l’ultima goccia. Si staccò malamente dal vecchio soffitto crepato e penzolò giù, schiantandosi sulla passerella dietro di me. L’intera passerella si scosse. E poi la sezione alle mie spalle si strappò via con un urlo lacerante di metallo abusato.

Oh, che mi scopino con gli zoccoli di Celestia!

Lo ammetto, il mio repertorio di espressioni colorite era divenuto molto più profano dopo l’esperienza coi razziatori; ma mentre galoppavo lungo la passerella col cuore in fiamme, cercando di stare al passo con i pezzi di camminamento che cominciavano a cadere verso il pavimento della fabbrica come un fragoroso e letale domino, l’espressione mi parve totalmente appropriata.

Ero quasi arrivata alla porta quando il camminamento metallico mi cedette da sotto i piedi. Mi lanciai in avanti, avanzando solo per inerzia, e mi aggrappai alla sezione finale con nient’altro che gli zoccoli anteriori. Rimasi appesa lì, con gli zoccoli penzoloni su una vecchia catena di montaggio di fucili rimasta distrutta dal crollo della passerella. Lottai cercando di tirarmi su centimetro dopo centimetro. Usai la mia magia per cercare di sollevare le mie bisacce e trascinarmi in avanti. Il cuore mi batteva all’impazzata. Lottai per allontanare dalla mente immagini della mia caduta -- cercando di non pensare alla mia schiena che si rompeva atterrando sul nastro trasportatore sotto di me. Almeno i dannati robocervelli non mi stavano ancora sparando contro, essendosi allontanati per cercare riparo.

Mi sembrò un’eternità, ma centimetro dopo centimetro riuscii a trascinarmi sul tratto finale della passerella. Ondeggiava pericolosamente sotto di me, sporgendo dal muro come un trampolino, tenuta a posto da bulloni allentati in fori usurati. Cautamente mi rimisi sugli zoccoli e camminai delicatamente verso la porta.

Una scarica elettrica centrò la passerella, colpendomi le zampe e facendomi cadere in dolorose convulsioni. Collassai tremante sul passaggio, con i peli della criniera e della coda ritti. La passerella rispose con un pianto metallico e si spostò di svariati centimetri, minacciando di scaricarmi nell’abisso sottostante.

Mi rimisi tremante in piedi. Un’altra scarica mi passò poco sopra, mancando il camminamento di un palmo e colpendo il soffitto sopra di me. Piovvero pezzi di intonaco bruciacchiato. Provai a spingere la porta e fui enormemente sollevata nel vederla aprirsi. Poi la passerella cedette ulteriormente. Barcollai e mi aggrappai alla cornice della porta per non scivolare giù dalla piattaforma metallica, ormai decisamente inclinata. Una terza scarica elettrica saettò nell’aria, colpendo un’altra linea di lampade da illuminazione, facendole oscillare pericolosamente.

Grugnendo mi sollevai nella stanza. Mi girai e mi sedetti sulla porta, guardando il robocervello in basso che girava in cerchio cercando un modo per raggiungermi. Poi, con un forte colpo di zoccoli, feci cadere l’ultimo pezzo di passerella. Cadde raschiando il muro fino a sfasciare il contenitore del cervello del robot, spiaccicando l’organo all’interno e continuando oltre, fino a spaccare la macchina grosso modo a metà. Devo ammettere che provai a quel suono una soddisfazione immensa.

***        ***        ***

Realizzai che se la stanza che avevo raggiunto a costo di tanti pericoli non avesse offerto un’altra uscita avrei avuto dei grossi problemi.

Chiudendo la porta dietro di me mi sentii immediatamente più tranquilla. La stanza era tinteggiata con un arancione sgargiante, e la pittura non aveva perso del tutto il suo calore col tempo. I pannelli di legno probabilmente una volta avrebbero dato un’aria piacevole e familiare a quello che ero convinta fosse l’ufficio della capogiumenta della fabbrica. Ora quel legno era marcio e cadente. Sul muro dietro la scrivania c’era un’enorme targa in bronzo, fortemente brunita:

ARMERIE IRONSHOD

Che ne dici di quelle mele?[2]

Non colsi la battuta.

Ignorandola mi guardai attorno. Scrivania grande e decorata. Una sedia. Classificatori. Un poster in una cornice retroilluminata - lo stesso poster che avevo visto molte altre volte nella fabbrica, ma quello era in migliori condizioni e mostrava graziosi pegasi che si impennavano nel cielo, con arcobaleni che esplodevano dietro di loro mentre abbattevano oscure e demoniache figure a strisce con occhi cattivi e luminosi (Meglio lisce che a strisce![3] Entra oggi nelle Forze Armate Equestri!). Un armadio.

I miei occhi si posarono appena su quelle cose, fermandosi prima su quelle importanti. L’ufficio aveva un terminale a cui potevo accedere, una cassaforte a muro che potevo forzare ed un ascensore personale che, se avesse funzionato, mi avrebbe potuto portare in sicurezza al primo piano e fuori da quella trappola mortale. C’era una scatola di munizioni sotto la scrivania. Poi i miei occhi caddero su qualcosa di unico. Montata sul muro di fronte c’era una teca di vetro. E nella teca c’era un bellissimo e perfettamente conservato revolver. Un modello simile al mio, ma realizzato con quello che doveva essersi avvicinato all’amore. Aveva un mirino telescopico ed un morso in avorio modellato per essere estremamente confortevole in bocca. Sul manico c’era un emblema, tre mele.

Per prima cosa misi zoccolo (per così dire) sulla cassaforte. Fu difficile e mi richiese un po’ di tentativi, ma dopo aver rotto una forcina capii meglio come evitare ulteriori perdite. La cassaforte si aprì con uno scatto generoso. L’impressionante quantità di oggetti mi fece chiedere se dopotutto la mia escursione nelle Armerie Ironshod non fosse valsa la pena. Iniziai a separare i tesori dalla spazzatura. Dentro c’erano un sacchetto di monete risalenti alla guerra, una copia dell’Esercito Equestre Oggi, una pila di giornali finanziari che avevano smesso di significare qualcosa centinaia di anni prima, una confezione di quelle che sembravano gomme da masticare (non riuscii a decifrare le scritte su di essa), una batteria Magiscintilla ed infine uno strano dispositivo tecnoarcano da legare allo zoccolo che sembrava fatto per interfacciarsi al mio PipBuck. Curiosa lo indossai e lo feci analizzare dal mio PipBuck.

StealthBuck[4]. Incantesimo di Invisibilità. Una carica.

Che figata!

Poi c’era il terminale. Tirando fuori la mia bardatura da lavoro presi i miei attrezzi da manutenzione ed iniziai a lavorare. Quel terminale era più difficile da forzare rispetto ai precedenti. Anche coi miei attrezzi dovetti abbandonare la procedura diverse volte per evitare di farmi bloccare fuori. Tirai fuori un’altra mela dalle mie borse e l’addentai, osservando lo schermo, trovandomi a morsicare qualcosa di dolorosamente duro. Levitando la mela ad altezza d’occhio vidi un proiettile incastrato dentro. Guardando in basso, in efetti nelle saccocce c’era un piccolo buco, anche se mi occorse qualche minuto per ricordarmi quando fosse successo.

Una volta dentro scoprii un vero casino di vecchie annotazioni e messaggi. In aggiunta, il terminale aveva una chiave di spegnimento per tutta la sicurezza robotica. E poteva aprire da remoto sia la cassaforte che la teca. Alzai gli occhi al cielo, ringraziando l’universo per avermi concesso quella opzione potenzialmente salva vita solo adesso che avevo combattuto lungo tutto il percorso fino alla fine e non mi serviva più. Realizzai anche che avrei pure risparmiato una forcina se avessi lavorato prima sul computer.

Ordinai al terminale di aprire la teca. Ciò attivò un messaggio.

“Cugino Braeburn, so che non abbiamo parlato molto negli ultimi tempi, ma lo sforzo bellico sta arrivando ad una svolta paurosa e potrei non avere più la possibilità di vederti ancora. Voglio riparare i recinti. Ora, non voglio rovinare tutto con le parole. Sappiamo tutti quanto sia andata bene l’ultima volta. Invece ti mando la Piccola Macintosh come regalo e come scusa. Per mostrarti che sono sincera. Tienila al sicuro per me, vuoi?[5]

L’accento era molto simile a quello della voce che avevo trovato sul PipBuck di Velvet Remedy, anche se chiaramente questa volta non era lo stesso pony. Ma era il tono onesto della registrazione che mi fece fermare. Duecento anni prima, una pony aveva dato quella pistola come segno di scusa e come tentativo di riavvicinarsi alla famiglia. Ed il cugino di quella pony aveva fatto come lei aveva chiesto, conservando l’arma per generazioni dopo la sua stessa morte.

Non l’avrei lasciata lì, intoccata da alcun pony fino a quando l’edificio non le fosse crollato sopra. Ma quando la presi, lo feci con rispetto.

Quello che rimaneva era guardare nel resto dell’ufficio. La scatola di munizioni conteneva proiettili per la Piccola Macintosh, e non in piccola quantità. Nell’armadio trovai delle vecchie tute da manutenzione che avrei potuto usare per riparare i buchi della mia bardatura da lavoro, ed altri indumenti che mi lasciai alle spalle.

Alla fine mi volsi verso l’ascensore e premetti il pulsante. Nulla.

Naturale che non funzionasse. Le terre devastate proprio non potevano concedermi respiro. Tirando fuori i miei attrezzi aprii il pannello laterale e cercai di capire cosa ci fosse di rotto e se potevo aggiustarlo da lì.

Per mio grande sollievo, potevo. L’ascensore si dimostrò in condizioni impressionanti, particolarmente considerando il resto della costruzione. Ma la batteria del pannello era morta. Per grazia di Celestia c’era quel rimpiazzo nella cassaforte. Dopo un cambio di batterie ero sulla mia strada. Mentre le porte si chiudevano, un pensiero mi attraversò il cervello, “Macintosh? Ma non era...”

***        ***        ***

Trotterellai tra gli edifici collassati che occupavano l’area intorno alle Armerie Ironshod, senza nessuna direzione particolare da prendere. Non avevo trovato alcun segno di civiltà... civiltà civile, intendiamoci. Avevo praticamente rinunciato a trovare Velvet Remedy. Per adesso mi soddisfava l’esplorazione casuale, anche se si era appena dimostrata eccezionalmente pericolosa.

Nella Scuderia Due sapevo esattamente quale sarebbe stato il mio futuro (e pure quanto insopportabilmente noioso sarebbe stato). Là fuori, nell’enorme ed aperto esterno, dovevo lottare proprio con l’opposto. Non avevo mai considerato che avere un posto assegnato potesse essere tanto un sollievo quanto un peso.

Le mie orecchie si rizzarono al suono di una musica trionfale e troppo elaborata. Guardai la robofatina svolazzare giù per una strada trasversale. Correndole incontro, mi portai di fronte a lei. “Osservatore?”

Si limitò a galleggiarmi verso il fianco.

Le scattai di nuovo di fronte. “Ciao?” La musica continuò a suonare. Agitai uno zoccolo di fronte alla sua non-faccia. Mi danzò attorno e continuò a muoversi.

Beh, decisamente un grande aiuto.

Presi una direzione a caso e ricominciai a trottare. Pensai ai consigli dell’Osservatore. Corazza, fatto. Armi, fatto e rifatto. Guida? Guardai indietro verso l’edificio della Ironshod. Un po’ approssimativamente, ma fatto. Amici?

“È abbastanza dura fare amici dove pare non esserci alcun pony in giro!” La mia voce esasperata rimbalzò tra i cadenti muri di cemento. Se quella era una missione, era una missione sfigata. Avevo seriamente bisogno di trovare qualcosa da fare. Preferibilmente diversa da “schivare” e “abbassarsi”. Nella Scuderia Due mi ero sentita dolorosamente ordinaria. Desideravo essere speciale; ora desideravo essere qualsiasi cosa.

Con gli occhi bassi notai per caso un monopattino Red Rider tra le rovine. Tirandolo fuori con uno zoccolo lo rimisi sulle ruote e lo spinsi avanti ed indietro un paio di volte. Tre rotelle erano bloccate dalla ruggine, ma con mia sorpresa una girava ancora.

Alzando lo sguardo mi ritrovai sul bordo di un parco giochi. Le altalene e lo scivolo si protendevano nell’aria stranamente colorata, anneriti da un antico incantesimo di fuoco, come ossa di un’enorme bestia morta. La giostra era deformata ed inclinata. Lo scheletro di un pony bambino era ancora accoccolato da un lato.

Mi invasero la tristezza ed un’enorme vergogna. Mi ero dispiaciuta per me stessa in mezzo a tutto ciò? Un altro piccolo scheletro era posato contro la corteccia bruciata di un albero, con tre pattini sul terreno vicino ai suoi zoccoli. Il quarto? Dubitai che qualcuno lo avrebbe mai saputo.

Arrancai avanti, passando oltre il silenzioso cimitero improvvisato.

Sul lato più distante, protetta da muri che erano ancora abbastanza intatti, trovai un vecchio distributore automatico. La macchina ancora pubblicizzava la “Sparkle~Cola” attraverso gli anni di sporcizia. Mostrava un logo retroilluminato con carote stilizzate. Sorprendentemente pareva ancora funzionante. Tirando fuori qualche moneta risalente alla guerra provai ad inserirle nella macchinetta. Non mi aspettavo avesse ancora della soda dopo tutti quegli anni. Fui stupefatta quando una bottiglia rotolò fuori obbedientemente. Mi accorsi all’improvviso di quanto fossi terribilmente assetata!

La Sparkle~Cola era tiepida ma lo stesso decisamente deliziosa, con un piacevole retrogusto di carota. Il ticchettio del mio PipBuck mi informò che stavo ingerendo piccoli quantitativi di radiazioni con ogni sorso, ma non abbastanza da essere pericolosi. Avevo corso magiori rischi girando attorno alla Sweet Apple Acres. E comunque, se avessi raggiunto il punto in cui l’assunzione di radiazioni avesse iniziato a farmi stare male, avevo un paio di pozioni RadiaVia -- le uniche forniture della cassetta medica della Ironshod che non avevo dovuto usare giusto per sopravvivere all’edificio.

Avevo individuato una panchina proprio dietro il lato della costruzione e decisi di riposarmi un po’ le gambe, magari leggendo il volume di Esercito Equestre Oggi che avevo preso con me. Appena voltai l’angolo mi cadde l’occhio su un vecchio manifesto strappato affisso al muro. L’immagine mostrava il volto di una vecchia pony di un color rosa quasi inopportuno. La sua criniera era striata di grigio (su alcuni pony il grigio nei capelli li fa apparire distinti; sulla maggioranza li fa solo sembrare vecchi. I suoi la facevano assomigliare ad un bastoncino di zucchero). I suoi occhi erano enormi, lo sguardo fisso. Potevo giurare, poster o non poster, che stesse guardando proprio me. Qualche pony aveva strappato il poster proprio nel mezzo; non avevo idea di quale potesse essere la sua espressione, ma non potevo fare altro che sentirmi come se stessi facendo qualcosa di sbagliato. C’erano delle scritte in grassetto sopra e sotto l’immagine, ora profondamente sbiadite, che annunciavano: PINKIE PIE TI OSSERVERÀ PER SEMPRE![6] C’erano altre parole sotto, microscopiche, così piccole e sbiadite che dovetti andare vicino e sforzarmi per leggerle.

“...un felice promemoria dal Ministero della Morale[7].” Mi feci indietro, inclinando la testa mentre guardavo di nuovo il poster. “Che cos’è il Ministero della Morale?”

La voce dell’Osservatore irruppe da sopra la mia spalla, facendomi saltare così in alto che il mio corno bucò il soffitto. “Un’altra idea con ottime intenzioni che sulla pergamena sembrava molto meglio.”

Annaspai cercando di far tornare a battere regolarmente il cuore e provai una fugace empatia per Cannemozze. La robofatina galleggiava proprio di fianco a me. Celestia, quelle cose erano veramente silenziose quando non trasmettevano musica! “Ma stai cercando di farmi venire un infarto?!”

“Oh. Scusa.” Diedi un’occhiataccia al globo volante.

Mi dimenticai della panchina e ricominciai a camminare, cercando di godermi il resto della Sparkle~Cola. La robofatina mi seguì.

“Vedo che hai trovato una corazza...” La voce meccanica sembrava esitante. Non chiesi perché. Nemmeno l’Osservatore si diede cura di spiegare o ripensarci su. Forse il fatto che stavo camminando tra le Terre Devastate d’Equestria in un veste ricoperta dentro e fuori di sangue essiccato l’aveva fatto fermare.

Sarei probabilmente potuta andare da un qualsiasi pony di una Scuderia dicendo “Sono un malvagio e cattivo pony da incubo. Arrrr!” e, nonostante la mia taglia, mi avrebbero dato un’occhiata e sarebbero fuggiti.

Sorseggiai la mia cola e desiderai disperatamente un qualche posto decente per fare un bagno. Il problema era che qualsiasi accumulo d’acqua abbastanza pulita e non radioattiva per farci un bagno sarebbe stata troppo preziosa per essere sporcata. Una delle mie borracce era vuota, l’altra quasi.

“Forse il motivo per cui stai avendo difficoltà a trovare il tuo posto è che non hai ancora scoperto la tua virtù”, se ne uscì dal nulla l’Osservatore.

Mi fermai. “Cosa? Come fai a sapere... oh, fa lo stesso.” Poi, “Cosa intendi per la mia virtù?”

“Beh,” cominciò la sfera volante, “le grandi eroine di Equestria, pony con indissolubili legami di amicizia durati per tutta una vita, erano riconosciute da tutti come esempi ognuna di una delle grandi virtù dei pony. Gentilezza, onestà, risata..”

“La risata è una virtù?” chiesi dubbiosamente.

“Seguimi su questo,” la robofatina continuò senza battere ciglio, “generosità, lealtà e magia. Quelle pony non conoscevano realmente sé stesse, o le altre, fino a quando una di loro non si accorse che le sue amiche rappresentavano quelle virtù, che insieme presero vita di per sé stesse. Ora, non sto dicendo che quelle siano le uniche virtù, sono solo un...” Il robot si fermò come per cercare le parole. “...insieme particolarmente importante. Sto solo dicendo che se forse impari a riconoscere la virtù dominante nel tuo cuore, riuscirai a trovare te stessa. E non avrai più bisogno di niente e nessuno che ti dica quale sia il tuo posto nel”, la voce dell’Osservatore scomparve con uno scoppiettio ed ancora una volta la musica tornò ad uscire dalla robofatina.

“Brillante.” Guardai la robofatina mentre lentamente navigava via.

Beh, se quello non era un sacco di cagate, non sapevo che altro fossero. Quando finii la mia soda buttai la bottiglia vuota in un mucchio di altre. Le bottiglie vuote riempivano le Terre Devastate di Equestria come erbacce.

Un nuovo pensiero mi stava sovvenendo. Riguardo l’Osservatore. La Guida alla Sopravvivenza nelle Terre Devastate doveva essere stata scritta dopo la caduta dei megaincantesimi. Molto dopo, considerando i suoi vibranti consigli sullo scavare tra le macerie. Quindi quel libro non doveva essere stato nella Biblioteca di Ponyville come parte della collezione originale risalente alla guerra. Arrivò lì in seguito; dalla mancanza di bruciature o scarabocchi e non essendo coperto di sangue, avrei potuto dire anche di recente. Il che mi fece chiedere: l’Osservatore sapeva dei pony che i razziatori tenevano prigionieri? E se era così, era quello il motivo per cui mi aveva convinto ad andare lì? Ero stata manipolata e spinta in quell’orrore perché l’Osservatore sperava che potessi liberarli? Non potevo esserne certa. E considerando che l’Osservatore mi aveva salvato la vita avrei dovuto concedergli il beneficio del dubbio. Ma non potevo fare a meno di pensare che l’Osservatore avesse giocato con me, e non mi piace essere raggirata.

Le mie orecchie si alzarono di nuovo quando la musica si fermò nuovamente e venne rimpiazzata da una voce. Ma non era la voce dell’Osservatore. Quello era un altro pony. Quella voce non era metallica. Era la voce morbida di un pony maschio con un untuoso carisma.

“Amici, pony, gioite! Anche se il mondo attorno a voi è desolante, sfregiato ed avvelenato dalla guerra degli sconsiderati, disonorevoli, inferiori pony del passato, noi non dobbiamo vivere nell’ombra della loro avidità e cattiveria. Insieme, possiamo innalzare Equestria di nuovo alla sua precedente bellezza! Insieme, noi possiamo costruire un nuovo regno dove vivere tutti in perfetta unità! Sta già succedendo, miei buoni pony. Già adesso le fondamenta di un’era nuova e meravigliosa stanno venendo posate. Certo, è un duro lavoro, ma non è nosto dovere, per noi stessi e per le future generazioni di pony, per essere migliori? No, essere il meglio che possiamo essere? Ve lo dico ora, come vostro amico, come vostro leader, che possiamo. Che dobbiamo. E che LO FAREMO!

Che sogno febbricitante era quello?

La musica era ricominciata -- non improvvisamente nel mezzo di una canzone come quando l’Osservatore perdeva il controllo della robofatina, ma all’inizio di un nuovo pezzo, come se quello fosse il modo in cui si supponeva la robofatina dovesse funzionare.

Aspetta, i pony avevano un leader ora? Quella era una seria notizia per me. Per quel che avevo potuto vedere non avevamo nemmeno una nazione. Diavolo, mi sarei accontentata di una città! Od anche solo poche baracche relativamente vicine tra loro, fintanto che avessero dentro dei pony che vivessero in pace. O vicino alla pace quanto le terre devastate permettessero.

Se avevamo un leader dovevamo avere almeno una città, vero?

Trottando più veloce trovai una rovina con scale abbastanza intatte da permettermi di raggiungere quello che era rimasto del secondo piano. Tirai fuori i binocoli e mi guardai attorno. Abbastanza sicura, in lontananza, vidi del fumo. Un certo numero di pennacchi, abbastanza vicini tra loro, da suggerire una sorta di insediamento. Pregai Celestia che il fumo provenisse da fuochi da cucina e non da dei razziatori che distruggevano tutto.

C’era un sentiero che conduceva all’insediamento. Quello mi avrebbe permesso di non perdere la direzione. E c’era del movimento sul sentiero. Il mio corno scintillò mentre mettevo a fuoco i binocoli, portandomi alla vista un piccolo gruppo di pony. Due di loro stavano trainando un carro stracarico. Un giovane pony era sul carro alle loro spalle, e sembrava stare parlando con altri due che conducevano delle bestie a due teste egualmente caricate. Il gruppo stava avanzando verso di me, allontanandosi dalla teorica città. Ma non sembrava stessero fuggendo e nessuno di loro mi pareva ferito, e tutto ciò mi parve un buon segno. Decisamente un ottimo segno.

Guardai in alto verso le nubi spesse e ribollenti, su dove il disco del sole formava una macchia luminosa nel soffitto nuvoloso, e mandai una preghiera di ringraziamento a Celestia.

***        ***        ***

Il percorso non era esattamente una strada. Piuttosto era una lunga striscia arcuata che tagliava attraverso le Terre Devastate d’Equestria. Due linee parallele di metallo rinforzate con tavole incrociate di legno malamente invecchiato. Una mezz’ora prima avevo passato un canalone con un ponte traballante. Dopo il mio divertimento con le passerelle preferii affrontare il dirupo piuttosto che appoggiare gli zoccoli su qualcosa che sicuramente stava trattenendosi dall’inevitabile collasso solo per potervi trascinare anche me.

Risultò essere una buona decisione, nonostante le ferite. Il canalone era la tana di un gruppetto di grosse e deformi creature a forma di maiale con le zanne anteriori decisamente brutte. Uno di essi si attaccò alla mia zampa sinistra, mordendo attraverso la corazza causandomi una ferita profonda.

La Piccola Macintosh non era né silenziosa né delicata. Un singolo colpo da quella piccola e dolce pistola bastò a staccare via la testa del maialastro che mi stava attaccando! E sparava abbastanza velocemente da permettermi di ammazzare gli altri tre prima che il mio incantesimo di mira si esaurisse.

Sotto il ponte c’era l’accampamento di un qualche pony. Sembrava fosse stato abbandonato da tempo ma c’erano vari oggetti abbandonati, tra cui alcune munizioni, una singola lattina di cibo in mezzo ad un mucchio di latte svuotate (“Frutta Magica” annunciava l’etichetta, ma si rivelarono essere solo fagioli) ed una cassetta medica sigillata. Ne aprii facilmente la serratura trovandovi una pozione curativa che bevvi rapidamente, sospirando di sollievo mentre la brutta ferita si richiudeva gentilmente ed il dolore scivolava via. C’erano bende magiche, certo, non potenti quanto una pozione curativa ma ottime per le ferite della carne, ed una scatola di... mentine? (“Ment-ali! Rinfresca la mente ed il fiato!” Fui sorpresa di vedere una zebra sorridente sulla scatola, la prima raffigurazione di una zebra che non sembrasse un cattivo da libro illustrato).

Ora credevo di essere a metà strada verso l’insediamento, forse a due terzi. Cercai di non immaginare quello che avrei trovato (un’intera città di pony felici e civilizzati, magari). Non volevo caricarmi per una delusione. “Anche poche baracche” mi dicevo. Mi misi a passo di trotto.

Sentii il colpo d’arma da fuoco nello stesso istante in cui un proiettile passò attraverso la mia zampa posteriore destra ed un altro fece risuonare la custodia metallica del fucile da cecchino sulla mia schiena. Urlai in agonia, crollando improvvisamente a terra e scivolando sul terreno roccioso, tenendomi la zampa. Stavo sanguinando profusamente da un buco che le passava attraverso. Il proiettile aveva mancato l’osso, e potevo dirlo con dolorosa precisione perché lo potevo vedere! Buttai indietro la testa ed urlai di nuovo.

Disperatamente mi trascinai attorno ad un grosso cumulo di pietre, cercando di ripararmi da un tiratore che non avevo ancora individuato. Concentrandomi per quanto potevo attraverso il terribile dolore, estrassi le fasciature magiche dalle mie borse. Cercai di fasciarmi la zampa sanguinante ma il bendaggio era pensato per tagli ed abrasioni, non certo buchi perforanti. Era inzuppato di sangue e scivolò via ancora prima che avessi finito di fasciarmi. Buttai la benda e riprovai, questa volta stringendo molto di più la fasciatura. Anche quella si inzuppò di rosso brillante, ma almeno rimase a posto.

Tremando di paura e dolore, e capendo dai brividi improvvisi che il mio corpo stava andando in shock, alzai lo sguardo e cercai di individuare il pony che mi aveva attaccato. Guardai tutto attorno, ma non c’era nessuno! E non c’era uno straccio di copertura dietro cui si potesse nascondere. Quelle colline di terra e roccia erano per lo più sterili. Mi sentii come se il cuore avesse appena ingoiato un cubetto di ghiaccio quando immaginai che lì fuori ci fosse un pony con uno StealthBuck! Avrebbe potuto essere proprio di fianco a me, puntandomi la sua arma alla testa, e non l’avrei nemmeno saputo!

Ma poi guardai in alto, e là nel cielo c’era un pony pegaso color ruggine con la criniera arancione sotto un cappello Desperado nero, e con quelli che sembravano due fucili legati ognuno sotto un’ala. Il pony aveva appena finito di aggirarmi e stava mirando dritto verso di me!

In preda al panico solevai per istinto una grossa pietra a mo’ di scudo di fronte alla mia faccia. Risuonò un singolo colpo in aria, i due fucili avevano sparato simultaneamente! Il primo proiettile colpì la roccia facendo volare via schegge di pietra, e rimbalzò finendo contro le mie borracce. Il resto della mia acqua gorgogliò fuori ai miei zoccoli. Il secondo trapassò la mia corazza e mi si piantò nella spalla sinistra, facendomi barcollare. Collassai nuovamente, ed il dolore ebbe un picco prima di iniziare a svanire lentamente, cosa che sapevo non essere un buon segno. Questa volta non pensavo di potermi più rialzare.

E quindi era quella la morte? Così sopravvalutata.

Gli occhi si fecero pesanti. Li chiusi, non credo per molto. Ma quando li riaprii vidi i pony che trainavano il loro carro, salendo per la collina. Dietro di loro ci sarebbero stati altri pony, che portavano i... cosi da soma a due teste. Mi ricordai del giovane pony sul retro del carro.

Dubitavo che anche uno solo di loro avrebbe guardato in alto.

Forzandomi sugli zoccoli iniziai a trascinarmi all’aperto. Se dovevo morire non l’avrei fatto rimanendo a terra, guardando quei pony venire trucidati! Il mio corpo gridava in agonia nella mia testa, ma continuai a muovermi, camminando sulle zampe malferme fino a che non fui sul sentiero davanti al gruppo in avvicinamento. Girandomi, e concentrandomi nonostante il martellare nella mia testa, sollevai la Piccola Macintosh in aria e la puntai verso il pegaso rugginoso che era scattato indietro ed ora stava di nuovo volando verso di me.

Rimasi direttamente tra lui ed i viaggiatori. La mia visione era confusa per le lacrime ed il trauma. Non ero sicura, anche col SATS, di poterlo colpire. E non avevo possibilità contro la sua mira. Era un tiratore fantastico; tecnicamente non mi aveva ancora mai mancato.

Mettendoci ogni grammo di me stessa, ringhiai minacciosa per come potevo. E sperai che una pony sopravvissuta a quattro colpi potesse essere scambiata per una pony da non sottovalutare. “Sparami quanto ti pare, ma se attacchi quella famiglia, io! Ti! Ammazzo!

Con mia sorpresa gli occhi del pegaso si allargarono, ed invece di sparare ripiegò le ali, fermandosi di fronte a me. “Whoa, bimba!”

Levitare la Piccola Macintosh stava diventando realmente difficile. Persi la sensibilità delle zampe ferite e caddi in ginocchio senza nemmeno accorgermene.

“Non sono io quello che attacca la carovana! Sei tu![8]

Cosa? L’oscurità stava occupando tutti i lati della mia visuale. La mia testa nuotava. La conversazione non aveva alcun senso. Ma almeno stava parlando invece di ammazzarmi. Debolmente, “...non sto attaccando. Tu hai sparato a me.”

“Eh, certo che ti ho sparato! Se vedo una razziatrice che s’avvicina ad una carovana, la perforo fino a che non si muove più!” Il pony color ruggine mi guardò. Poi, con un’aria stranamente orgogliosa, “È la mia politica.”

Sentii le mie zampe anteriori cominciare a cedere. Ero vicina a collassare. Ma le parole del pony accesero un fuoco nel mio cervello. La Piccola Macintosh aveva cominciato a sprofondare verso il terreno ma ora tornò in alto, puntata direttamente in mezzo agli occhi del mio attaccante. “Non sono una razziatrice!

Il pony mi indicò polemicamente. “Di certo assomigli ad una razziatrice!”

Uscendo apparentemente dal nulla, il puledro del vagone galoppò in vista. Cercai di alzare la voce per avvisarlo, ma non uscì nulla. L’oscurità che lottava per sopraffare la mia visione alla fine vinse ed io collassai, affondando in quello che sembrava un sonno profondo.

L’ultima cosa che sentii fu il puledro che piagnucolava, “Calamity, che cos’hai fatto?!”

Nota: nuovo livello.

Nuovo vantaggio: Testa d’Uovo – Aggiungi +2 punti abilità ogni volta che guadagni un nuovo livello.


[1] Nell’originale, Ironshod Firearms; “shod” è la ferratura dei cavalli.

[2] Il motto originale è “How do you like them apples?”, espressione retorica usata in dileggio per notizie sorprendenti o gravi. Maggiori informazioni su queste pagine di Wikipedia e Wiktionary. Grazie a Paragon per la spiegazione, che io tutte queste cose mica le sapevo.

[3] Nell’originale, Better Wiped than Striped.

[4] Riferimento agli Stealth Boy dei giochi, oggetto dalle caratteristiche simili.

[5] L’inflessione e la sonorità di questa parlata era resa con vocali molto aperte ed un sacco di elisioni ed aspirate. L’autrice cercava di rendere, qua come in moltissime parti successive dell’opera, la parlata originale di Applejack.

[6] Nell’originale, PINKIE PIE IS WATCHING YOU FOREVER.

[7] Nell’originale, Ministry of Morale.

[8] Anche la parlata di questo personaggio è basata su quella di Applejack.