Quello che leggerai è un tentativo di spiegare perchè amo scrivere canzoni e musica. E’ la mia storia raccolta per anni significativi di musica, amicizie e amori.

Vita da rockstar: racconto a tempo di musica di un sogno.

1975-1978: non sei più un bambino

Non ho mai cercato di capire perchè sin dalla prima chitarra che mi sono comprato (usata e mal ridotta naturalmente) mi sia venuta la voglia di scrivere canzoni.

A prescindere dalle solite ipotesi (diventare una rockstar) che allora non erano ben chiare e delineate nei miei acerbi e spensierati pensieri, passavo le giornate mettendo insieme accordi, arpeggi, testi e melodie.

La mia non è una famiglia di musicisti, anzi la musica non la si ascoltava proprio in casa.

Io ero l’unico che impossessatomi del giradischi della Reader’s Digest (presto sostituito) a mettere qualche disco ereditato (mi ricordo tanta classica e una raccolta di Domenico Modugno) cercando di dimenticare le mie preoccupazioni.

Penso che non sia vero che a 14 anni si sia solo scanzonati: ci sono preoccupazioni anche a 14 anni.

Il mio background musicale è nato allora. Ascoltando i primi dischi rock e di qualche cantautore dell’epoca (l’unico rimasto praticamente è De Gregori, gli altri si sono “evoluti” o “involuti”).

Ricordo perfettamente quella chitarra dove andai a prenderla. Era un gruppo di case popolari degli anni 50, ma erano già fatiscenti allora (vi parlo dei primi anni 70). E dovevano proprio essere messe male perchè mi ricordo questo particolare e non mi ricordo la faccia di chi mi ha venduto la chitarra. Evidetemente il nostro incontro è stato breve e tutto sommato poco interessante. Forse voleva sbarazzarsi semplicemente di quella Eko fatta di un materiale che sembrava compensato della peggiore qualità. Chi si sbarazza di uno strumento (e non lo rimpiazza) forse non merita un mio particolare interessamento.

Verona in quei primi anni 70 penso fosse come tutte le città di provincia di allora, ma aveva qualcosa che la rendeva per me speciale. In fondo è la città dell’amore, dell’opera e soprattutto è ricca di monumenti che attirano milioni di turisti durante tutto l’anno.

Era bello viverci. Ho bellissimi ricordi anche se ero talmente scemo (e con me i miei compagni di giochi) che forse non sono riuscito a viverla per quello che veramente poteva offrire.

D’altronde vivere in periferia alla fine ti tiene lontano dal cuore cittadino: allora era un po’ come essere cittadini di serie B. Ti riconoscevano subito. Figli di un DO minore.

Già non c’era l’appiattimento come oggi. Si riconosceva subito chi viveva in periferia. Si riconosceva la sua estrazione sociale ad un kilometro di distanza. Ora tendiamo a confonderci.

Le tensioni non mancavano e anche tra noi adolescenti era tempo di fare delle scelte: stare con i rossi o con i neri. Guelfi o ghibellini? Sinceramente non mi interessava tanto la politica, mi interessavano molto più le ragazze, la musica e il motorino (l’ordine non è casuale).

Anzi di politica non capivo proprio niente. A casa non c’erano libri da leggere (costavano troppo) e ci rimaneva solo la televisione che potete ben immaginare cosa fosse (magari anche meglio di quella di adesso).

Comunque ero talmente scemo che abbandonai anche il calcio (non ero niente male come mezz’ala) e mi buttai a capofitto nella vita del branco.

Allora si chiamava compagnia. Evidentemente in questi anni è avvenuta un’involuzione dell’aggregazione giovanile.

Era il 1975 e quell’estate mi innamorai perdutamente. Compagno di scuola di Venditi e Rimmel di De Gregori è stata la nostra colonna sonora.

Claudia (la chiamerò così) era bellissima. Introversa. Imprevedibile. Sincera. Speciale.

Viveva in un enorme palazzone al di là del canale (se sei veronese sai di cosa sto parlando). Piano terra. Prima della nostra storia quell’estate passavo sotto le sue finestre almeno 20 volte al giorno per riuscire a scorgerla anche per un solo attimo. Nemmeno dovessi allenarmi per una gara di endurance con il motorino.

E sognavo. Sognavo lei, i suoi occhi. La cosa che mi sembrava strana era che nessuno aveva messo gli occhi su di lei. Forse non era nei sogni dei miei coetanei, che si illudevano di trovare sempre delle “sventole” che solo sulle riviste di allora esistevano. Poi alla fine si accontentavano anche loro di quello che era a portata di mano. Per una cosa eravamo tutti d’accordo su di lei. Già i soliti discorsi tra maschiacci (ma che ci volete fare l’ho premesso: eravamo scemi e lo siamo ancora): aveva un seno perfetto. Non esagerato. Diciamo che era molto armonioso con il resto del corpo. La conferma ce l’avevo ogni volta che la portavo sul motorino con me con quegli shorts che portava così corti che tutti si giravano per guardare le sue gambe (almeno io penso che fosse per quello, o magari perchè scandalizzati da quell’abbigliamento).

Eravamo innamorati entrambi. Ci piacevamo. E ci piaceva starcene per conto proprio ogni tanto.

Non era di molte parole. Ma aveva infiniti sguardi. E poi parlava con il corpo. Tutto era armonioso in lei ai miei occhi.

Ascoltavamo musica e sognavamo. Ci amavamo anche se non facemmo mai l’amore. Eravamo tremendamente platonici. Tremendamente illusi. Pazzamente felici di essere. Di esserci e basta. La nostra timidezza era immensa quanto la nostra paura di amarci.

Il ricordo di Claudia significa per me ricordare quella stanza dove per la prima volta ci baciammo. Significa non dimenticare quegli anni. Quella musica. Il mio primo cassetto riempito di amore.

Le emozioni, le passioni aiutano sempre a ricordare. Segni indelebili di una vita che troppe volte scorre via senza lasciare segno, che ci scivola quotidianamente addosso.

Da allora forse ho capito che non sarei mai stato disposto a rinunciare a vivere una passione, un’emozione. Senza compromessi.

“Davanti alla scuola tanta gente, otto e venti prima campana, e spegni quella sigaretta, e migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale …”. Poi cominciò la scuola. E finì la nostra storia. Allora non era come oggi. Diventava impossibile frequentarsi. Persino incontrarsi se non eri nella stessa scuola.

“E confondo i miei alibi e le tue ragioni … Ora la tue labbra puoi spedirle ad un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro …”.

A volte le canzoni segnano la tua vita. Quelle canzoni sono state la nostra colonna sonora. Nel bene e nel male. Era il nostro destino.

Quando il nostro amore “non” finì ricordo che quei due LP girarono per settimane e settimane. E quelle due canzoni consumarono la puntina del mio nuovo stereo. Ricordo quei vinili. Li avevo comprati di nascosto chiedendo un prestito a lunga scadenza al più ricco della compagnia. Consumai quei due LP. Consumai quegli ultimi mesi del 1975 nei ricordi di quell’amore.

E fu allora che cominciai a maturare l’idea che in banca non ci sarei mai andato a finire (nemmeno per una rapina) e che piuttosto avrei preferito fare il pianista di piano bar.

Alla fine dell’inverno e dopo un capodanno da dimenticare o comunque da non sottolineare, ricordo un pomeriggio a casa di un amico mentre strimpellevamo si presentò un ragazzo più vecchio di noi. Suonava il basso in una band (per noi era un mito). Dieci anni più tardi sarebbe diventato famoso in televisione. Una breve meteora che dalle prime tv locali arrivò al primo network nazionale commerciale che stava nascendo allora. Non come musicista. Come presentatore. Ma svanì presto. Invischiato in storie di droga.

Ci portò un LP. Ricordo ancora perfettamente la copertina. Il disco non era nuovo. Aveva qualche anno. Ma fu fulminante. John Barleycorn Must Die - Traffic (1970).

Consumammo anche quello. Ce lo scambiavamo periodicamente. Una settimana a turno. Tutto era magico in quel disco. C’era tutto dentro. Soprattutto il genio di Steve Winwood. Quell’arpeggio iniziale ce lo sognavamo la notte.

La musica stava diventando la mia “passione”. Passavo pomeriggi di fronte alle vetrine dei negozi di dischi. Le copertine erano stupende. La musica ancora di più.

Fu per caso che mi capitò tra le mani in prestito dall’amico facoltoso, Picture at an exhibition - Emerson Lake & Palmer (1970). Folgorazione.

Il tentativo di quei tre superbi musicisti capelloni di tradurre in rock quasi 100 anni più tardi una composizione pianistica di Musorgskij. Album insuperabile per innovazione tecnologica, coraggio artistico.

Emerson divenne famoso per le masse qualche anno più tardi per quella Honky Tonky Train Blues, sigla di un famoso programma RAI. Ma io amavo un altro Emerson e quella commercializzazione del suo talento mi deluse profondamente. Ancora oggi non amo ascoltare quel pezzo. Mi piace ricordare Keith Emerson con il suo imperioso Moog. Amavo gli EL&P.

Intanto facevamo a gara a chi era più scemo. Non perdevamo occasione per misurarci sul campo. Al Liceo tutto procedeva senza preoccupazioni se non per le tumultuose manifestazioni che cominciavano a nascere e che dopo qualche anno si rivelarono fatali per me.

Amavo la matematica. Mi divertiva e appassionava. E mi piaceva Storia dell’Arte.

I compagni di Liceo per la maggior parte venivano tutti da famiglie facoltose (avevo scelto il Liceo più rinomato della città, ma solo perchè era il più vicino a casa) e questo non aiutava a sentirmi completamente a mio agio durante i primi due anni.

Però la vita del “branco” aiuta. Quando non hai nulla e quel nulla devi pure condividerlo con qualcuno la cosa aiuta. Di lì a pochi mesi avrei avuto il mio riscatto.

Comunque eravamo tanto scemi ma anche tremendamente “sognatori”. Ho malinconia oggi di quei giorni. Pur con mille difficoltà c’era una visione del mondo che suggeriva ottimismo comunque, c’era voglia di crescere, di creare. La tensione di “essere”, di sentirsi parte di qualcosa. Di voler fare qualcosa. Non è mai esistita rassegnazione tra nessuno di noi. Questo ci legò profondamente. Furono pochi a dire il vero, ma furono anni veri. Indelebili e determinanti nel futuro di ciascuno di noi. Dopo che le nostre strade si divisero, non ci rincontrammo mai più, ma io so che ognuno di noi è nei ricordi reciprochi di quelli che ancora ci sono. Non so che fine abbiano fatto. Di nessuno di loro. Voi penserete che è triste questo. Non credo. E’ la vita. A volte non puoi farci niente di fronte a queste cose. Allora non era così facile mantenere i rapporti. Oggi sembra impossibile che questo possa accadere. Eppure è successo.

Tornando alla primavera del 1975 Claudia era ormai un ricordo (non credevo che potesse rimanere indelebile a tal punto da esserne forse ancora innamorato oggi) e mi interessava di più sognare di metter su una band. Ci mancava solo il batterista (vai a trovarlo nel 1975 un batterista adolescente: ma chi avrebbe mai comprato la batteria a suo figlio, per metterla dove?). Avevamo persino trovato il posto dove suonare. Intanto il batterista non si trovava. E tra un arpeggio nuovo e qualche timido assolo mi innamorai molto “platonicamente” di Chiara (la chiamerò così). Compagna di classe. Mora. Viso scolpito. Lineamenti forti. Carnagione scura. Non era bellissima. Era sensuale. Allora non capivo che cosa significasse. Ora posso dire che lo era. Lo erano soprattutto le sue labbra. Da fare invidia alle siliconate odierne. Figlia di un chirurgo giocava a fare la hippy. Ma nemmeno tanto. Lo faceva soprattutto con quei vestitini leggeri che sembravano persino trasparenti e tremendamente ispirati alla moda indiana tanto di voga allora. Bravissima in italiano era una frana in matematica. Io l’aiutavo. Le stavo simpatico. Ma la nostra differenza sociale aveva già scavato un solco non valicabile tra noi. Sapevo che dovevo stare al mio posto. Non me lo disse mai. E io me ne innamorai. Lei non so. Era profondamente radical-chic (diremmo oggi). Allora dicevamo che era piena di soldi e gnocca.

Di quando andavo ad aiutarla in matematica (visto che gli scrutini si avvicinavano) mi ricordo la sua bellissima casa (villa direi) dei primi del ‘900. Proprio sotto le colline di Verona. Non avrei mai potuto ospitarla a casa mia. Mi sentivo un verme per questo. Ma non avevo il coraggio. Forse ero ipocrita. Forse lo sono ancora. A 16 anni la vergogna è uno dei problemi maggiori da superare.

Nella sua casa si respirava un’aria sofisticata, ma tremendamente intrigante. Non so se erano i profumi, gli odori, gli arredamenti. Ricordo che non c’era molta luce. Non ce n’era bisogno. Era lei la mia luce. Chiara oltre a giocare a fare la hippy giocava anche a fare la spudorata. In verità era tremendamente timida ed insicura. Quasi quanto me.

Era anche maledettamente vera. I suoi occhi ti trafiggevano. Quegli occhi scuri e quelle labbra con nel mezzo un naso deciso (dritto che sembrava tirato con la pertica) ma giusto. Era un insieme di armonia e decisione. E poi i suoi capelli lunghi. Neri. Lisci. La sua pelle era pesca, qualche pelo scuro sulle braccia. Amavo ed ho amato per mesi il suo odore. Chiara mi ricordava il mare. Il caldo. Il sole. Era l’incarnazione mediterranea del mio concetto di bellezza.

Aveva voglia di cambiare. Aveva però anche poca voglia di studiare matematica.

Non c’era una colonna sonora in quell’amore unilaterale. Per Chiara ho scritto la prima canzone incompleta e mai suonata in pubblico. La scrissi per lei e per me. Per nessun altro. E così sarà per sempre. Forse sognavo “le luci che si accendono lì sul palco …” e “la voglia ancora di cambiare” che 10 anni dopo avrebbe cantato al posto mio sempre Venditti.

Dopo gli scrutini, promossi alla seconda liceo e dopo l’estate per alcune circostanze fortuite (ma non troppo) riuscimmo anche a fare l’amore. Un amore che cominciò un mattino e finì la sera stessa. Chiara ed io eravamo profondamente diversi. Venivamo da mondi e  cose troppo diverse. Avevamo un futuro completamente diverso. Cioè lei lo aveva un futuro. Io dovevo ancora inventarmelo. Non avrebbe funzionato comunque. Mi ha amato prodondamente per meno di 12 ore. Io l’amavo da qualche mese. Mi lasciò piangendo. E lasciò un enorme vuoto e la voglia di cambiare il mondo.

Chiara è stata la mia “Collina dei Ciliegi - Battisti (1974)”. Era il volo fatto “planando sopra boschi di braccia tese” che io avrei voluto fare insieme a lei.

Forse fu proprio Chiara che mi fece incazzare verso la fine del 1976. Incazzare con il mondo. Con lei era impossibile incazzarsi. Era ingiusto non poter amare. Era oltremodo ingiusto non poter essere amato.

Queste erano le ingiustizie di quegli anni. Le diversità invalicabili delle classi sociali esistenti. L’inaccessibilità a mondi parallelli. Da tanta violenza di quegli anni è nata la consapevolezza del bisogno di abbattere quei muri. Ci sono voluti anni per capirlo. Forse troppi morti inutili per una ingiustizia che rimane ancora parzialmente tale o forse peggiore.

E la musica cambiò. Per me cambiò profondamente. Amai Made in Japan - Deep Purple (1972). Dannatamente dura quella musica. Era tempo di hard-rock e di rompere tutto. Di sfasciare il mondo. E cominciai a farlo a modo mio.

Da bravo ragazzo di seconda liceo con la media dell’8 verso la fine del 1976 diventai quello che sfidava i professori inequivocabilmente “arteriosclerotici” che credevano di essere in trincea, ma che in fondo erano dei maledetti privilegiati. Ce n’erano di buoni, ma ce n’erano tanti di pessimi. Arretrati nelle idee e nelle metodologie. Ancorati ad un sistema scolastico antico e ormai superato. Avevo sempre la media dell’8 in matematica, ma 4 in latino e inglese. Occupammo la scuola. Mi sospesero. Minacciai una professoressa. Alla fine mi bocciarono (passai le ultime settimane dell’anno scolastico ai giardini comunali facendo finta di leggere il giornale). Ma quell’anno fu memorabile per il “branco”.

Dall’idea di una band scalcinata, ci ritrovammo con uno scantinato a disposizione. Dopo democratica decisione (anche se il tutto non fu così semplice) decidemmo che quel posto poteva diventare qualcosa di nostro. Non sapevamo ancora cosa. E fu musica. Musica da sentire. Lavorammo duramente quel settembre del 1976 ma alla fine avevamo il nostro “club” privato. Eravamo riusciti in un impresa. Sfruttando anche chi tra di noi era un po’ più adulto e magari aveva qualche possibilità (soprattutto economica). Eravamo anche tremendamente  inventivi: riuscimmo a recuperare la moquette facendocela regalare; i pochi mobili (un banco tipo DJ) li prendemmo da un negozio di dischi che stava cambiando l’arredamento. L’unico problema era che dovemmo andare a prenderceli noi e così l’unico che aveva un mezzo a quattroruote si prestò come traslocatore temporaneo. Per farla breve nel giro di un mese avevamo un locale di circa 40 mq che sembrava una piccola discoteca. Sapete cosa significava questo? Avere un nostro posto spendendo solo un esiguo affitto.

Fu la svolta del “branco”. A ripensare fu anche la sua fine. Da quel momento in poi cambiarono molte cose. E’ strano. Era come se avessimo raggiunto il nostro scopo “sociale”. Il nostro assetto sarebbe definitivamente mutato e avrebbe modificato le vite di ciascuno di noi. Questo periodo transitorio durò quasi un anno: fu un anno meraviglioso. Feste, festini, casini. Il tutto era però a numero chiuso. Esisteva il controllo reciproco sulle persone che alla fine frequentavano il nostro posto. Oggi non sarebbe possibile realizzare quello che noi riuscimmo a fare. Troppe limitazioni. Certo era un mondo forse meno “sicuro” ma sicuramente era anche più vero.

Le cose che si facevano si facevano per il “branco” e non era tollerato sfruttare la situazione per esclusivi scopi personali se non per situazioni eccezionali. L’unica regola era questa. E anche invitare la propria classe durante lo sciopero doveva essere comunque un’eccezione vagliata dal “branco”.

Successe qualche volta, e fu una di quelle che dopo aver passato la mattina con Chiara e parte della mia classe in quel posto che faceva maledettamente “figo”, che le mie azioni al liceo ebbero un’inaspettata impennata. Così il pomeriggio mi ritrovai da solo con Chiara. Non voleva andarsene. Rimanemmo da soli ad ascoltare musica. Cominciava in quel periodo la “febbre del sabato sera”. Era un giovedì se non ricordo male. E la febbre era alta. Nel tardo pomeriggio se ne andò. Piangendo. Ci eravamo amati. Restammo amici. Ma stare in classe con lei per altri 7 mesi fu duro. Rimanere a distanza non era facile. Forse fu anche per Chiara se l’ultimo mese di scuola lo passai più ai giardini comunali che a scuola. Ero incazzato con il mondo. Almeno non avrei sofferto ulteriormente. Mi avrebbero bocciato. E lei anche se la matematica ancora non le andava a genio sicuramente sarebbe stata promossa. Così ci saremmo in ogni modo separati. La mia reputazione era alle stelle, ma a quel punto si dimostrava essere alquanto inutile e tanto meno potevo sfruttarla a mio vantaggio.

All’inizio dell’estate anche il nostro club fu smantellato. Non tanto per l’affitto che era aumentato,  ma soprattutto perchè il “branco” non esisteva più. Ognuno in qualche modo aveva preso o stava prendendo una strada diversa. Nuove amicizie. Nuovi amori. Anche nuovi guai.

Passai quasi tutta l’estate al mare. Ma non era più lo stesso. Vivevo le vacanze con un senso di vuoto. Avevo quasi voglia che tornasse la scuola al più presto per poter rivedere Chiara. Sapevo che non sarebbe successo più niente tra di noi. Mi piaceva pensare che mi bastava rivederla ogni giorno a scuola. Stupido illuso.

Era l’anno del tormentone “Ancora Tu - Lucio Battisti (1976) da LUCIO BATTISTI, LA BATTERIA, IL CONTRABBASSO ECC). Era un album innovativo per Lucio Battisti. Ma era anche l’anno di Sandokan … quanto l’ho odiato. Non lo sopportavo Kabir Bedi.

Venivo fuori da un inverno ballato a ritmo di Love To Love You Baby - Donna Summer. Beh ballarlo con Chiara era stato speciale. La disco era esplosa. Barry White imperversava ed il rock stava mutando. Ma mi capitò proprio quell’anno tra le mani il disco che sarebbe diventato per me l’intramontabile. The Dark Side of The Moon - Pink Floyd. Da allora niente fu più lo stesso. Non mi aiutò a dimenticare Chiara, anzi. Dimenticai tutto il resto però. Il rock mi avrebbe comunque accompagnato per sempre nella mia vita. Imparai a conoscere i Pink Floyd e recuperai anche il nuovo album uscito l’anno prima Wish You Were Here: la imparai subito. Dovevo impararla. Non amavo suonare covers, ma quella canzone mi aveva segnato. Ancora oggi è una delle poche cover che suono.

Quel rock penso sia stata la massima espressione di un periodo musicale esplosivo sotto tutti i punti di vista. Ci avrebbe preparato al 1977-78. L’anno della seconda rivolta nelle scuole e nelle università. Lo chiamarono il nuovo ‘68. Ma quell’estate del 1977 non avevo sentore assoluto di quello che sarebbe poi successo.

Le mie vacanze procedevano svogliatamente se non per l’occasionale conoscenza di una “ragazzina carina”. Mi ricordo era di … non mi ricordo nemmeno. Paola (la chiamerò così). Era tremendamente stronza. Faceva la preziosa. Cioè se la tirava. Non che me ne fregasse tanto. Ma avevo scoperto il suo punto debole. Era terribilmente romantica (io dico che era terribilmente sola); vaneggiava circa un suo presunto fidanzato (lo descriveva manco fosse Robert Redfrod, ma non l’ho mai visto quindi non posso dirvi nulla a riguardo) ma io non ci credevo molto. Era “fan”atica per Baglioni. Penso che Questo Piccolo Grande Amore di qualche anno prima aveva contribuito a farla diventare così. Bastava mettere al jukebox (alcuni di voi lo riterrano un oggetto arcaico, ma io ci sono cresciuto) una canzone di Baglioni e lei andava in trance. A quel punto potevi chiederle tutto. Non le chiesi mai niente. Sono sempre stato gentleman.

La sua indisponenza nei momenti di lucidità però mi irritava. Mi annervava proprio. Certo con la maglietta fina non stava niente male. La sopportai per tutta l’estate praticamente. Successe però una cosa strana. Alla fine dell’estate quando ormai mancavano pochi giorni al ritorno a casa, all’inizio del liceo (sigh che classe di trogloditi avrei trovato?), una sera mi prese da parte con una scusa e mi baciò. Tra me e me pensai. E questa che vuole? No non lo pensai affatto. Baciava bene. Baciava tremendamente bene. La mattina dopo come nulla fosse successo. Non feci domande. Non feci nemmeno considerazioni. Però baciava bene.

La nuova classe era un covo di sfigati. Ero retrocesso anche di sezione. Dalla B alla C. Non mi ricordo nessuno di quella classe. Ma proprio nessuno. Quell’anno avvenne la catastrofe.

Seppure nelle intenzioni volevo riprendermi l’anno di Liceo (avevo pensato persino di recuperarne 2 in una scuola privata ma il budget familiare non lo permetteva), il ritorno fu ancora più traumatico.

Gli stronzi di prof che avevo lasciato l’anno prima me li ritrovai ancora più stronzi. Forse erano solo invecchiati. E avevano passato una brutta estate.

Fu così che le cose andarono male sin dall’inizio. Anzi peggio. Ci fu l’occupazione scolastica quell’anno. Non me ne fregava niente sinceramente. Rimasi a casa una settimana a studiare i Pink Floyd e Ciao 2001 (mitica rivista musicale di quegli anni).

Era anche uscito il primo album di quello che sarebbe diventato il mio musicista italiano preferito: Terra Mia - Pino Daniele (1977). Era l’album di “Na Tazzulellla ‘e caffè” e di “Napul’è”: come raccontare una città, un popolo … un amore in 3min e 47. E Pino sarebbe stata la colonna sonora di un nuovo amore l’estate seguente.

Ma siamo all’autunno del 1977 e dopo l’occupazione ci furono assemblee a non finire e la cosa buona era che riuscivo a vedere Chiara più spesso e più a lungo. Lei mi salutava ma tutto finiva lì.

Il liceo era diventato proprio un supplizio. Mi era passata la voglia di studiare. Mi avevano fatto passare la voglia. Non ho mai avuto problemi a riguardo. Troppe cose però non andavano in quella scuola. Cominciai a maturare l’idea di cambiare. Non so cosa a dire il vero.

I miei pomeriggi non andavano meglio. Il “branco” era ormai sciolto, se non per qualche uscita per una partita a biliardo. La musica era ormai solo una passione personale che non condividevo con nessuno.

Avevo occasione di farmi prestare ogni tanto qualche nuovo LP ma le mie canzoni languivano. Mi era passata la voglia di tante cose. Non era colpa di Chiara, della scuola o degli amici. Forse era una fase di cambiamento che porta con se sempre tante incognite e sconvolgimenti anche personali. Sentivo che stava per succedere qualcosa che mi avrebbe definitivamente staccato da tutto quello che era stata la mia vita allora.

Non mi sbagliavo. In primavera i miei decisero di trasferirsi praticamente in campagna. Per me fu un dramma. Dovevo ricominciare da zero. Abbandonare tutto. Non me ne facevo una ragione. Ero talmente incazzato con il mondo che ci mancava anche questa.

Appena trasferiti abbandonai la scuola praticamente subito. Cercai un lavoro. Trovai dopo un po’ una vetreria. Praticamente catena di montaggio. Ci feci qualche mese. Era alienante. Umiliante. Rispetto chi ancora lavora in catena di montaggio. E’ il lavoro più duro che io abbia mai fatto. A casa cercavo di non starci mai, anche se non avevo praticamente amici, a parte i miei cugini vicini di casa. Me ne andavo in giro senza meta. Ogni tanto tornavo in città (non era proprio vicino), tornavo in quei posti dove ero cresciuto e mi veniva una malinconia che mi faceva scappare subito. Non avevo il coraggio di andare a cercare qualche vecchio amico. Avevo capito che quello che fino ad allora era stato il mio universo era finito e non sarebbe più tornato. In questo momento ricordo perfettamente com’era quel mondo. Ricordo i colori, gli odori, le strade, il campo dove giocavamo a calcio, i palazzi, i negozi. Ricordo ancora tutto. Non ho mai cancellato quei ricordi. Non ho fotografie ho solo immagini fissate nella testa.

Tutto sembrava andare male. Anzi malissimo.

Decisi che dovevo fare qualcosa. Cambiare aria. Allora andai a lavorare con mia sorella che ai tempi gestiva un ristorante albergo. La cosa non era male. Un nuovo modo di vivere praticamente.

Certo il lavoro era duro e gli orari peggio. Almeno c’era soddisfazione. Ma fu anche l’occasione di conoscere tanta gente nuova. Qualcuno diventò anche amico e cominciai a passare con loro il mio tempo libero. Erano quasi coetanei. Alcuni di qualche anno più grande. Lavoravano quasi tutti. Lavori duri. Operai in cava o in fabbriche di lavorazione del marmo. Ora forse capisco perchè avevano voglia solo di divertirsi finito il lavoro. Praticamente quello che guadagnavano lo spendevano tutto. Non che biasimassi questo, certo non si facevano mancare niente di quello che potevano permettersi.

Così quella primavera fu veramente spensierata. Piena di nuove avventure e di tante risate. Ero spensierato e cominciavo ad avere qualche soldo guadagnato in completa autonomia. La cosa non era da poco. L’autonomia economica ti da una libertà senza eguali. Come essere padroni del proprio mondo.

La musica l’avevo messa un po’ da parte. Non tanto nell’ascoltarla. Quella c’era sempre. Al lavoro, in auto, in camera mia … era solo la chitarra che era in uno stato di semi-abbandono.

Forse troppi cambiamenti. E’ anche vero che non avevo nemmeno molto tempo, e quel poco che avevo libero lo spendevo cercando di non pensare a niente e di divertirmi.

Poco prima dell’estate ricevetti un invito ad un matrimonio. 800 Km. Al sud. Beh mi piaceva l’idea. Quella di rivedere la terra dove sono nato (anche se non ci ho mai abitato). E poi una piccola vacanza ci voleva.

L’occasione poi di vedere qualche cugino che non vedevo da tempo non era una brutta cosa. Insomma una rimpatriata. E’ che quando non li vedi da qualche anno, e soprattutto l’ultima volta che c’ero stato giocavamo come ragazzini, beh è diverso. E’ come ritornare all’infanzia. Ricordare quello che fino a poco tempo prima era il tuo unico mondo. E ti rendi conto che tutto era cambiato. Ricordi che allora volevi diventare “grande”. E accorgersi di esserlo quasi diventato mi faceva pensare … era meglio restare ragazzini.

Non tutto viene per nuocere. Anzi a volte capitano cose che mai ti saresti aspettato, soprattutto visto l’andazzo del momento.

Beh … mi innamorai ancora. Penserete che fossi malato. Penso che sia successo a tutti noi. Chi più e chi meno. Maschietti e femminucce comprese.

Certo era uno schianto di ragazza. Se Chiara era l’incarnazione mediterranea … beh Rosy (la chiamerò così) era l’incarnazionde della sensualità. Punto. Quando la reincontrai rimasi senza parole per almeno un quarto d’ora. Stessa età ma sembrava ormai una donna. Mi raccontava delle sue peripezie al classico. Le piaceva studiare. Non era secchiona. Era intelligente. Bella e intelligente. Avrei voluta rapirla subito.

Insomma ci fu l’occasione di rivederci spesso durante quella settimana che rimasi nella terra madre. Ricordo quei giorni … tra i più belli della mia vita. Lei chiacchierava, parlava ma mai a vanvera. Si sentiva un po’ limitata dal posto dove viveva e mi diceva che non vedeve l’ora di andare all’università a Napoli per aprire i suoi orizzonti. Per vedere la vita vera. Non aveva tutti i torti. Scoprimmo che amavamo tutti e due Pino Daniele. Quel modo nuovo di cantare Napoli, il sud in fondo, era una vera rivoluzione in tal senso. Era come sentirsi rappresentati da una voce innovativa, che dava speranza per il futuro. Non era una cosa da poco. Abituati ad essere sempre rapportati alla tradizione della musica napoletana, insomma Pino rappresentava un’intera zona d’Italia che sembrava dimenticata.

A dire il vero lo è ancora un po’ dimenticata. Ma il movimento musicale napoletano di quegli anni fu una vera iniezione di novità, originalità. Una sapiente lettura di una terra vista anche con altri occhi. Veri. Sentiti. C’era la volontà di volersi affermare in ogni modo anche come “terra di cultura e passione”. Non che ce ne fosse bisogno. Per me lo è sempre stata. Insomma De Filippo, Totò, e tanti altri contemporanei ce l’hanno dimostrato. Arte e cultura ai massimi livelli. Ma Pino e con lui Napoli Centrale, la Nuova compagnia di canto popolare, Tony Esposito, Edoardo Bennato erano e sono stati la dimostrazione di quanto il Sud ha dato e possa dare a tutti noi.

Con Rosy parlavamo di tutto. Soprattutto di musica. Ma anche di amori. Mi raccontava che era difficile essere innamorate (che si dice “fare l’amore”) al Sud. La famiglia esercitava allora un controllo stretto e non c’erano molte occasioni per stare insieme alla persona che ti faceva vibrare. Forse per questo in quel periodo era disillusa, ma soprattutto delusa.

Quando la salutai il giorno prima di partire mi chiese se ci saremmo mai più rivisti. Io le dissi sicuramente sì. Mi baciò sulla fronte e scappò via. Lì per lì non capii.

A quei tempi stare in contatto non era così semplice. Il telefono costava. Soprattutto in interurbana. Non potevamo permettercelo. E non c’era la posta elettronica e nemmeno skype. Si scrivevano cartoline e lettere. Ripensandoci la romanticità di scrivere o ricevere una lettera è una delle cose che abbiamo perso. Cioè è ancora possibile farlo. Ma chi lo fa? Abbiamo dimenticato quelle abitudini. Alcune troppo velocemente.

E quando ricevetti la sua lettera dopo nemmeno 7 giorni dal mio ritorno, capii che l’aveva scritta quel giorno stesso che ci eravamo salutati. Mi ricordo ancora perfettamente quella busta. Forse devo ancora averla in un cassetto da qualche parte. Si stava aprendo un nuovo cassetto della mia vita. Era una busta leggermente colorata (molto leggermente) e quello che ricordo erano due cose: la calligrafia perfetta e il sigillo della chiusura. S.C.U.B. Scrittura da sms direte voi. No. Si usava anche allora. Sigillata Con Un Bacio. Solo che un conto è scrivere un sms che viaggia tra due telefoni, e un conto è scriverlo su una lettera che può passare attraverso tante mani. E scrivere questa cosa su una busta …. beh per me significava molto.

La lettera non era assolutamente sdolcinata. Era tenera. Il suo modo di essere si rispecchiava perfettamente in quello che scriveva e come lo scriveva. Era vera. In quella lettera c’erano parole sentite. Anche se tra quelle frasi traspariva un po’ di disillusione, erano di una lucidità disarmante.

Sapevamo entrambi che non ci sarebbe potuto essere un domani tra di noi. Troppo distanti. Sarebbe stato insopportabile restare a lungo lontani cercando di vivere un seppur minimo rapporto.

Dopo 2 mesi, in pieno ferragosto tornai. Tornai da lei. Solo per lei. Andai con un amico, che vedendomi smarrito, un giorno mi disse: “ti accompagno io. Non posso vederti così scombinato”.

Restammo qualche giorno. Io praticamente stavo sempre con lei (ogni volta che era possibile). Fortunatamente i suoi genitori conoscevano la mia famiglia e si fidavano. Le lasciarono un po’ di libertà. In fondo me ne sarei andato dopo pochi giorni. Che male potevo fare?

In effetti non facemmo nulla di male. Ci siamo piaciuti sin da subito. Forse ci siamo anche amati a modo nostro. Provammo ad amarci a distanza. Ma sapevamo che non poteva  funzionare. Non potevamo stare così. Dopo due mesi di lettere e brevi telefonate … ci lasciammo. Non la rividi mai più anche se ci sarebbe potuta essere l’occasione. Avrebbe fatto male ad entrambi. All’inizio persino i genitori non vedevano male la cosa. Poi anche loro si resero conto che non era possibile una situazione del genere.

Entrambi soffrimmo. Tanto. Ma questo è l’amore. Sei indifeso di fronte ad esso. E non puoi resistere. Chi resiste non ama (o almeno ha paura di farlo, di provarci a farlo).

I mesi seguenti successero tante cose, ma la maggior parte delle quali non vale la pena raccontare. La mia vita cambiò definitivamente nel 1979. Sarebbe iniziata una lunga pausa. In un certo senso dolorosa o quanto meno difficile. Anche da ricordare. Ci vediamo tra qualche anno.

1982 - 1985: Roma Capitale

Ero a Roma ormai da un paio d’anni. I primi due furono difficili e non c’è molto da raccontare in merito. In fondo sono stati importanti, ma sono stati anni di solitudine. Sembrerà strano aver sofferto di solitudine a 20 anni. Non che mi mancassero le occasioni. Anzi di gente ce n’era pure troppa intorno. Ma tra il 1979 e il 1982 ero concentrato nel trovare un futuro che potesse darmi indipendenza. Ho buttato anima e sangue quegli anni per costruire qualcosa. Non che ci sia propriamente riuscito, ma non rinnego niente. Quegli anni sono solo miei. Li ho vissuti da solo. Lontano da tutti gli affetti. Ho staccato definitivamente il cordone ombelicale. L’ho fatto per scelta, ma soprattutto per esasperazione. Non sopportavo di vivere “in qualche modo”. Volevo poter decidere da solo come vivere. Non sentirmi dire di “come dovevo vivere”.

Ho pagato un giusto prezzo per questa mia scelta. Ho avuto in cambio quello che mi meritavo. Nulla di più. Nulla di meno.

Comunque ero a Roma. Una città che amerò per sempre. Ogni volta che ci torno è speciale. Ho ricordi bellissimi. Vivere una città come Roma è unico. E’ un’occasione che consiglio a tutti. Di viverla. Non da turista. Lo so che non sarà mai possibile per molti di voi. Ma non esiste città al mondo dove poter vivere meglio con se stessi.

Lasciate stare i luoghi comuni. Provate a passare anche solo in auto, con i finestrini abbassati verso le 6 del pomeriggio di mezza estate tra i Fori Imperiali e il Colosseo, per andare verso le Terme di Caracalla. Guardatevi intorno. Nessuna città vi può dare una tale emozione.

Io ci stavo per lavoro. Veramente lavoravo e studiavo. Come non ho mai studiato. Il tempo libero non era molto. Ma quel poco dal 1982 cominciai a godermelo proprio. Le mie preoccupazioni erano diminuite. Vedevo un futuro. Anche se ancora molto incerto, lo vedevo.

Ritornai alla vita sociale. Forse fin troppa vita sociale. Beh date ad un branco di 20enni qualche soldo in tasca, un auto e una città come Roma. Ci si può annoiare? No.

In quegli anni ebbi anche occasione di vedere tra i migliori concerti che abbia mai assistito: Neil Young, Genesis (già orfani di Mr. Peter Gabriel), Bob Dylan, Santana e tanti altri.

Proprio nel 1982 uscì Shot The Monkey di Peter Gabriel e i Van Halen spopolavano.

Raf mi suggerisce, con una canzone di quegli anni, cosa resterà di questi anni 80? A voi non so, ma a me sono rimaste molte cose.

Sono stati anni intensi, cruciali e in un certo senso hanno determinato il mio presente.

Fu proprio in quegli anni che ripresi a suonare. L’occasione fu quella di condividere con alcuni colleghi la passione per la musica. Ci trovavamo a suonare ogni volta era possibile, ed in qualsiasi posto era possibile. Le chitarre non ci abbandonavano mai nemmeno durante quelle poche vacanze che ci potevamo permettere. Forse proprio nel 1982 o 1983 ricordo un ferragosto on the road. In 4 decidemmo di partire con una scalcinata 131 mirafiori bianca alla volta della Sicilia per una breve vacanza. Meta Sicuracusa. Al seguito avevamo poco, praticamente niente, se non per le chitarre e i bongo.

Non eravamo tanto a posto in quel periodo. Le canne erano all’ordine del giorno e non so quanto aiutassero nelle nostre esibizioni artistiche.

Suonavamo di tutto. Dire Straits, Santana, Dylan, America, Eagles … insomma non ci facevamo mancare nulla. Ma soprattutto improvvisavamo. Questo era il vero divertimento.

In quella breve vacanza passamo dalla spiaggia alle villette, persino negli appartamenti di qualche amico continuando a suonare, ad improvvisare. Praticamente erano jam-session acustiche ispirate sicuramente ai nostri riferimenti musicali, ma sempre governate da una insanabile “vena creativa”. In quel periodo ripresi a scrivere qualche canzone di cui ricordo ancora qualche testo.

“Guardo il mare e non so se andare, guardo il sole e non so se è vero questo amore ….” per una sdolcinatissima canzone dai ritmi bossa-nova, fino a qualche testo di “protesta folk” (passatemi il termine, scritta dopo la morte di un militare in Libano): “Morire a vent’anni, morire di guerra, per qualcun altro per un pezzo di terra …”.

Insomma la musica era tornata nei miei interessi.

Se devo scegliere una canzone di quegli anni che ha comunque segnato la mia vita personale (parlo di ricordi musicali) è senz’altro Romeo and Juliet - Dire Straits (da Making Movies-1980). Quei Dire Straits di Mark Knopfler che proprio in quegli anni si divertiva a produrre e suonare in un album di Dylan (Infidels - 1983). In quest’album Knopfler oltre a essere responsabile del sound riuscì a mettere insieme diversi personaggi mica male come musicisti (Mick Taylor e Alan Clark tra i quali).

In quegli anni fu proprio per la musica che mi innamorai di quella che poi diventò anche la mia ex-moglie. Eravamo felici insieme. La mia inquietudine sentimentale non era però diminuita. Trovo difficile spiegare in modo chiaro (se esiste un modo per farlo) come la pensavo e come la penso. Forse il fatto di legarmi inequivocabilmente ad una persona sola non è nelle mie corde. Per questo forse non sono nemmeno fan di nessun musicista. Mi piace farmi influenzare. E mi piace dare e prendere dalle persone. Soprattutto mi piace dare. In modo disinteressato. Ma questo non posso essere io a giudicarlo.

Insomma il fatto di legarmi ad una persona sola non è mai stata la mia aspirazione. Ed infatti quel matrimonio alla fine fu un errore. Non tanto il fatto di vivere insieme che per i primi anni funzionò, ma tanto per dare un assetto al nostro rapporto di tipo convenzionale.

Per questo mi piacevano anche altre persone. Non necessariamente significava che poi ci facessi sesso. Non è una questione di trasporto fisico. La mia è sempre stata una situazione di “necessità di innamoramento continuo”. Non so se riesco a spiegarmi. E’ come essere continuamente alla ricerca di qualcuno. Consapevole del fatto che quel qualcuno non sarà mai l’unica e la sola.

Potete definirmi o etichettarmi come volete. Non mi interessa un vostro giudizio. E’ la mia vita e i conti li faccio con me stesso. Giorno per giorno.

Verso la fine del 1984 poi conobbi P (la chiamerò così). Era inglese, laureata ad Oxford. Era la mia insegnante di inglese in un corso avanzato full-immersion in preparazione ad un periodo di specializzazione lavorativa negli USA per la quale sarei partito nel 1985.

Minuta, parlava benissimo italiano, aveva una cultura letteraria di fronte alla quale la mia somma ignoranza cercò solo di apprendere. Ero praticamente una spugna. Veramente le spugne erano loro. Gli inglesi. Sì perchè allora capii quanto bevono. Non è un luogo comune è la verità. Soprattutto se vi ritrovate ad una festa in casa tra di loro (e per loro intendo anche i genitori, fratelli e amici di qualsiasi età praticamente) dove a fine serata non ce n’è uno di sobrio. Praticamente bevono di tutto. Io mi ricordo il Martini Bianco fisso alle 4 del pomeriggio: altro che l’ora del the. Vissi insieme a lei per qualche mese (finito il corso non mi sposai con lei naturalmente, che invece partì qualche mese per Bali per una vacanza di riflessione).

Di quel periodo ricordo tante avventure e l’incontro con tanti personaggi curiosi, pazzi ma anche significativi. In quegli anni nasceva il terrore dell’AIDS e per gli inglesi i cui costumi erano sicuramente più libertini dei nostri c’era già mobilitazione di fronte ad un dramma che stava dilagando tra le giovani generazioni e non.

Ora non se ne parla quasi più. E’ vero che molti passi avanti si sono fatti, ma è anche vero che molte persone ancora si ammalano e muoiono di questa “peste moderna”. Soprattutto penso a quei bambini che nascono “infetti” e che nessuno vuole. Una vera piaga sociale mondiale che fa dimenticare i nostri “quotidiani” problemi che sembrano essere più “finti” problemi.

L’inglese lo imparai. Insomma dopo il matrimonio celebrato in comune la vigilia di Natale, ci trasferimmo entrambi a Parma. Era il mio lavoro. Sapevo che nel 1985 mi sarei dovuto poi trasferire negli USA per un periodo di circa 6 mesi. La cosa era molto alettante e questo ci fece scordare i nostri problemi quotidiani. E non andai da solo. Praticamente decidemmo che la nostra “luna di miele” era quel viaggio profumatamente pagato (certo potevamo solo muoverci durante i weekend, ma ne valse la pena).

Intanto la musica era sempre nella mia testa. I miei vinili (ci sono ancora) continuavano a crescere proporzionalmente alla crescità delle possibilità economiche. E visto che ora avevamo anche una casa mi comprai pure il pianoforte. Era un sogno per me. Quel pianoforte ce l’ho ancora. Cioè è rimasto nella casa della mia ex-moglie ed ogni tanto mi capita di riuscire a suonarlo.

Fu proprio in quegli anni che una lettura mi impressionò ed influenzò profondamente: Saggi Scettici - Bertrand Russell.

Devo dire che sia F (la mia ex-moglie) che P mi avevano insegnato a leggere. Fino ad allora la lettura non era tra le mie passioni “minori”. Loro mi insegnarono a farla diventare tale. P era più mistica. Appassionata di cultura indiana (fu lei a portarmi in uno dei primi ristoranti indiani a Roma). Era anche spiritosa. Le piaceva ridere. Le piaceva soprattutto stare con gli amici. Non ci rinunciava. Per questo casa sua era praticamente un porto di mare. Viveva insieme ad un’altra insegnante australiana e devo dire che in quella casa ho incontrato le persone più strane che abbia conosciuto in quegli anni. Era come vivere all’estero. Si parlava inglese. Italiani pochi. Amava l’Italia, ma giudicava gli italiani tremendamente provinciali e inutilmente gelosi. Con me stava bene (penso). Non sono mai stato geloso e il mio provincialismo credo di averlo perso quando a 18 anni me ne andai di casa. Poi la nostra storia era nata per caso. Anzi per scherzo. Io venivo da un corso precedente di inglese e nella specializzazione mi misero per errore in una classe di “absolute beginners” (a proposito David Bowie qualche anno dopo … 1986).

Il primo giorno di corso, lei entrando in classe fece una battuta naturalmente in inglese pensando che nessuno l’avrebbe capita. Fui l’unico che rise. L’avevo capita.

Lei rimase sconcertata, spiazzata e arrossì. Gli altri non capivano niente di quello che era successo. Lei mi guardò e sorrise. Poi mi fece cenno di … tacere.

All’intervallo mi prese da una parte e mi chiese cosa ci facevo in quella classe visto che l’inglese comunque lo sapevo. Le risposi con un semplice “Who knows?”. Poi mi spostarono, ma lei rimase una delle mie insegnanti comunque. Avevamo preso l’abitudine di farci l’aperitivo insieme ogni giorno all’uscita delle lezioni. Naturalmente Martini Bianco. Beh insomma per farla breve dopo qualche settimana durante le lezioni in aula tecnica (cuffie ed esercizi fonetici) lei che aveva il controllo di ogni postazione, entrò nel mio audio e sussurrò un semplice … I like you. Anche questo avevo capito. Non avevo capito bene cosa significasse in sostanza. Lo capii quando mi invitò a cena con altri corsaioli. Alla fine della cena mentre gli altri se ne tornavano chi a casa e chi in albergo … io rimasi a casa sua.

Beh devo dire che le ore di aula tecnica erano le più belle. Lei ne approfittava per sussurrarmi sempre qualcosa. Ho sempre pensato tra me e me … speriamo che non si sbagli con qualche altra postazione altrimendi succede un casino. Sussurrava tremendamente bene. Maledettamente bene. Fu un periodo intenso. Vissuto fino in fondo. Ci siamo amati. Tanto. Quando ci lasciammo fu per sempre. La rividi un paio di volte. Ora è felice. Penso. Credo. Siamo stati felici insieme. Anche se fu per poco.

1985 : è nata una rockstar

Dal maggio 1985 la mia vità si incanalò su binari che potrei definire convenzionali.

A parte l’esperienza della “vacanza US” mi sembra che sia stata una parte di vita come tante altre, normale, con alti e bassi, speranze ed illusioni, gioie e dolori.

Voi direte fino a qui non ci vedo molto da raccontare. Anzi la cosa potrebbe risultare quasi noiosa ed insipida, ma una vita per quanto “piatta” non può essere mai noiosa ed insipida. Almeno io non sopporterei che diventasse tale. E cercando di capire quegli anni devo dire che non lo sono stati noiosi ed insipidi.

Certo era cambiato tutto. E tutto sembrava essere “incanalato” nel migliore dei modi possibili. Non esiste per me un modo “solo” per vivere la propria vita. Certo quando decidiamo di “condividerla” le cose possono sembrare più difficili o per lo meno richiedono “mediazioni” che facilitano il vivere quotidiano.

Penso di essere un buon “mediatore”, ma non della mia vita. E questo ha significato che in qualche modo il mio modo di essere ha influenzato poi la vita di chi mi è stato e mi sta vicino.

A dire il vero mi chiedo (e me lo sono sempre chiesto) se questo vale per tutti. Io penso di sì.

Nel momento in cui sono diventato autonomo economicamente, potendo anche scegliere le cose da dire e da fare, come dirle e quando farle, la mia vita in fondo è cambiata.

Forse allora mi sono reso conto che dentro ero una “rockstar”.

Fino a questo momento mi sono raccontato cercando soprattutto di “ricordare” insieme a chi leggerà queste frasi messe insieme in modo più o meno cronologico, mantenendo le distanze un po’ da tutto e da tutti.

Come succede nei buoni racconti, quali essi siano, deve sempre accadere un colpo di scena che in qualche modo stravolge tutto quello che è sembrato essere sino a ad un certo punto una “storia normale”. Nessuna storia è normale. E questa non lo è. Da questo momento in poi cercherò un “rapporto” con voi che leggete che vada oltre questa storia. Una storia normale non ha ragione di essere raccontata. Nemmeno ricordata. Amara constatazione.

Convezionalmente una rockstar non scende a compromessi.

E’ un compromesso fare musica per soddisfare un “mercato” rinunciando alle proprie convinzioni, idee o aspirazioni, in nome di un risultato che viene identificato come “prodotto”? Sì.

E’ un compromesso rinunciare a combattere le proprie battaglie (piccole o grandi che siano) per un quieto vivere o per convenienza? Sì.

E’ un compromesso dimenticarsi di vivere le proprie passioni per vivere in modo più o meno convenzionale? Sì.

Il 1985 e dintorni erano gli anni della Milano da bere. Se vogliamo gli anni della strafottenza, del “chi se ne frega”.

Tutti noi (chi c’era naturalmente) se n’è fregato. Anche io me ne sono fregato. Ho fatto finta che mi andasse bene. Me la sono proprio “bevuta”.

Sono anche io sceso a compromessi allora? E voi lo siete scesi a compromessi? Tutti noi scendiamo a compromessi, prima o poi. Non lo so.

E’ stato un compromesso forse fare finta che il mio matrimonio non poteva andare avanti poi così tanto perchè mancava qualcosa? Sì.

E’ stato un compromesso cercare di trovare soddisfazione in un lavoro che non poteva dartene per come era organizzato e qualificato? Sì.

I miei compromessi hanno cambiato comunque la mia vita.

Nei primi anni mi sono innamorato almeno altre 3-4 volte. Non riuscivo a farne a meno. Non riesco a farne a meno ancora adesso (per onestà). Ma non ho avuto nessuna storia. Amori platonici e nemmeno tanto manifestati. Nell’estate del 1989 o 1990 (la data non è importante), è nata una storia che ha segnato la mia vita.

Conoscevo Pelle di Pesca (non vi dirò come si chiama veramente) da qualche anno. Penso di essermene innamorato dopo 2 giorni che la conoscevo. Pelle di pesca. Gentile, bella, alla prima impressione poteva sembrare distaccata ma intrigante per questo, ma soprattutto una donna. Donna vera. Fino in fondo.

Amo le donne, quelle vere, quelle che sanno di esserlo. Sovrastano gli uomini consapevoli di esserlo, ma non ne fanno una ragione per combatterli. La consapevolezza è sufficiente ad annullare qualsiasi tentativo di mettere in dubbio una netta e lampante superiorità. Non c’è partita.

E io con Pelle di Pesca non avevo partita. Una donna consapevole di amarti rende i tuoi sentimenti, le tue pulsioni, le tue aspirazioni quasi banali. Ti fa sentire padrone di te stesso e padrone di niente e di nessuno.

L’ho capito da come facevamo l’amore. L’ho capito da come sapeva stupirmi. Col suo amore intendo. Le rivoluzioni, quelle vere, le fanno le donne. Gli uomini fanno solo casini. Questa constatazione non nasce da un’analisi storica. Le donne non amano compromessi. Vanno fino in fondo alle cose. Costi quel che costi. E ci vanno fino in fondo determinate, non hanno paura, non temono i problemi o le insidie. Le affrontano. E non te lo dicono. Non lo sbandierano. Non se ne fanno scudo per farsi accettare. Pelle di Pesca era così. Poteva sembrare una persona diversa all’apparenza. Una volta le dissi che la vedevo bene con i capelli corti e rossi. Era una fantasia dettata più da una valutazione estetica personale del suo corpo. Su come si muoveva e parlava. Il giorno dopo si presentò senza avvisarmi su un campo di calcio dove stavo allenando 30 bambini di 6-7 anni scalmanati. All’inizio non mi ero accorto di lei. Era al di là della rete. Per caso ci passai a 3 mt di distanza e mi accorsi che era lei. Non so da quanto tempo fosse lì. Non diceva niente. Osservava.

E solo quando praticamente ci sbattei il muso contro praticamente, mi disse: “Così vado bene? Come mi vedi adesso?”. Sorrise. Aveva capito che mi aveva colpito e affondato (capelli corti e rossi). Non so che faccia feci. Lei continuò a sorridere. E i suoi occhi si illuminarono. Evidentemente la cosa mi era piaciuta. Era perfetta.

Fu un amore travagliato (non nei momenti in cui stavamo insieme, anzi).

Passammo insieme un’estate indimenticabile che segnò anche però il nostro addio. Ci concedemmo una vacanza di 4 giorni, noi due, da soli. Volevamo dentro di noi poter pensare che avessimo comunque vissuto insieme almeno per qualche ora, senza la necessità di fare le cose di nascosto, o comunque con tempi e modi limitati. Fare la colazione insieme, passare la giornata facendo le stesse cose, andare a letto la sera come se fossimo in una casa nostra. Le cose normali. Forse avevamo proprio voglia di vivere le cose normali. Forse avremmo dovuto perseguire questa volontà. Andare fino in fondo. Non fu possibile. Troppi problemi (alcuni dei quali credetemi realmente insuperabili e di cui non voglio parlarvi) ci costrinsero a prendere una decisione dalla quale sapevamo non c’era possibilità di ritorno. Ci lasciammo. O meglio non ci lasciammo. Forse non ci siamo mai lasciati con il cuore e con il pensiero. Ma non potevamo più incontrarci o vederci.

Il mio racconto finisce qui. Non voglio proseguire. Almeno per adesso. Penso che “capelli rossi” abbia dato una svolta alla mia vita. Mi ha reso consapevole che comunque vada è sempre meglio vivere per “passione” e con “passione”. Che nulla è veramente insormontabile.

Così è nata la mia vita da “rockstar” o meglio la mia “vita da rockstar”.

Quello che poi è successo in seguito potrebbe essere un racconto che ci porta ai giorni nostri. Ma non voglio raccontarvelo. In fondo la mia musica di oggi, rispecchia quello che c’è stato da allora (parlo ormai di 20 anni fa) sino ad oggi di significativo.

Le mie canzoni raccontano proprio quello che sono stato negli ultimi 20 anni e forse ancora sono. Quindi questo racconto prosegue in modo diverso. Con le mie canzoni, che parlano soprattutto di amore, di una disperata e continua voglia e necessità di riuscire a condividere quello che hai dentro.

Questa è la mia vita da rockstar. Forse. Questo è il mio sogno.