LUIGI CIMARRA
I civitonici… blasonati

       Per ironia della sorte i folcloristi hanno denominato “blasoni popolari” i soprannomi etnici o meglio i soprannomi locali “in cui vengono presi di mira, ridicolizzati, calunniati, scherniti, gli abitanti di un’altra regione o di un’altra provincia o di un altro paese, o gli appartenenti ad un’altra categoria, quali i pecorai o i marinai, i mugnai o i contadini e così via, poiché tutte le categorie sociali vengono di volta in volta schernite e ritenute inferiori”. Per ironia della sorte dicevo, perché hanno preso in prestito un termine peculiare dell’aristocrazia di antica origine, correggendo magari mediante l’aggettivo “popolare”. I meccanismi vari e complessi che stanno alla base dei blasoni “sociocentrici” o “etnocentrici” si possono ridurre, adottando la terminologia di Ossowski, ad una “concezione dicotomica della struttura sociale” che si ripropone fino ai minimi termini. Esempi di blasoni sociocentrici possiamo vedere all’inizio del secolo nell’antagonismo tra la categoria dei contadini e quella emergente dei ceramisti, quando a Civitacastellana si avvia un processo di trasformazione economica e produttiva. I contadini erano soliti dire dispregiativamente: “co’ sti paini ce ‘nghargheremo i sergi” oppure: “Sò’ ‘rrivati i paini, sò’ ffeniti i quatrini”. Se una giovane andava in sposa ad un ceramista, sentenziavano: “Chi sposa ‘m biattoretto nun gi-avrà mmai ‘n detto” oppure: “Hai sposato ‘m biattoretto? Magna l’ajetto!”. I ceramisti non ci andavano certamente con mano più leggera: “Pòj stà cend’anni sotto ‘n gammì, puzzi sèmpre da condadì” o “cani e villani ‘n gambagna” e simili.

       Non va sottaciuto l’atteggiamento nei confronti degli immigrati: tutto ciò che è diverso, che è “altro” rispetto ai costumi codificati di una comunità, è sempre giudicato e trattato con sospetto e diffidenza, con ostilità e disprezzo. Pensiamo all’ondata dei “marchiciani”: “E’ mejio ‘n morto dendro casa che ‘m marchiciano su pp’a pòrta”; pensiamo ai perugini: “Peruggì, cané rrabbì”; pensiamo agli aquilani che scendevano in pianura e spesso si portavano a casa come ricordo la malaria: “Aquilano arza forte e mmena piano”. In tempi più recenti la presenza di immigrati meridionali ha portato ad una riutilizzazione, con nuovi adattamenti, di vecchie forme proverbiali. Nell’uso linguistico dei locali, l’etnonimo “leccese” ha assunto, mediante slittamento semantico, il significato di “terrone”, “cafone”, “zappaterra”; serve a designare indiscriminatamente tutti gli immigrati dal sud, qualunque sia la regione di origine; e viene impiegato ormai, con intenzioni offensive, anche tra civitonici “de streppo”.

Semo de Civituccia e nun tremamo

paura nun avemo de nessuno

ciavemo bboni curtelli e bbone mano.

       Inteso per lo più in maniera autoironica è “burattini” nella filastrocca che segnava i vari centri che i carrettieri e i birocciai dovevano toccare lungo il percorso che dall’Umbria conduceva fino a Roma:

Foligno ‘nfòjja

Spoleto spòjja

Terni i tiranni

becchi cornuti sò’ cquelli de Narni

a Orte i scortichini

a Borghetto i pertichini

a Civita i bburrattini

a Nepi i sapièndi

a Monterosi i prepotèndi

a Stòrta rindòrta

e sse ppiù bbuffi li volete

‘nnate ar Cuppolone che lli troverete.

       Non si deve pensare che blasoni siano soltanto residui del passato:

       Per illustrare i “blasoni” etnocentrici, tralasceremo quelli che fanno riferimento ad altri paesi e riporteremo soltanto quelli relativi a Civita. Funzione blasonica autoelogiativa hanno senz’altro alcuni stornelli:

Civituccetta che l’è quadra e tonna

in mezzo forma il giòco della palla

chi m’ha rubbato ‘r còra qui ritorna.

Semo de Civituccia e cche volete

a ttredici a ssòrdo le damo le curtellate

de pungalate quante ne volete.

Giù ppe’ Ppanico ci-ho ppiantato ‘n livo

a ssan Gremente ce ne penne ‘n ramo

a Piazza Quintana sta llo bbello mio.

In realtà l’attività creativa è continua, certamente gli elementi di riferimento cambiano col cambiare delle condizioni economiche, storiche e sociali. Ad esempio su un bel cartiglio di ceramica anni addietro veniva scritto:

Civita, paese dell’uguaglianza

produce cacatori in abbondanza.

       Il rione “Guadamello” non ha avuto nome da “guadare”, dice una scherzosa pseudoetimologia del poeta e cantatore Ulberto Di Stazio, ma da un etnico usato con valore blasonico. Su questa zona più recente di Civita esistono blasoni adattati:

Guadamello paese d’o sconforto

o piove o tira vento o passa morto

riferito anche a Viterbo e a Tivoli e per il quale il Gragorovius ricorda

Avenio ventosa

sine vento venenosa

cum vento fastidiosa.

Oppure giocando su un’allusione sessuale si dice:

A Catamello ci-hanno la gabbia

ma nun gi-hanno l’ucello

quelli de Stabbia

ci-hanno l’ucello

e nun ci-hanno la gabbia

che ci rimanda con la memoria ad una rima medievale anonima in cui è impiegato lo stesso gioco metaforico:

For della bella càiba

fuge lo losignolo…

Da: L’Informatore Civitonico, n. 2, 1981

[Trascritto da Sergio Carloni]