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Giorgio Felini

GIULIO FRANCESCONI A CIVITA CASTELLANA:
SCULTURA E CERAMICA A CONFRONTO

                                                                

Una ricerca condotta per il Comune di Vasanello mi ha permesso di conoscere ed apprezzare le opere di Giulio Francesconi, artista nato a Viareggio nel 1894 e morto nella località viterbese, dove  trascorse gli ultimi due decenni della propria vita e dove riposa dal 1970.

La sua produzione, pur essendo poco nota e pressoché inedita, presenta delle valenze stilistiche ben definite ed apprezzabili; fu trascurata, però, dalla critica passata per la difficoltà di "fissare" un artista poco incline alle celebrazioni e con opere disperse, oltre che in varie regioni italiane, anche in Francia ed in Albania. Giulio Francesconi, inoltre, apparteneva a quella categoria di personaggi, tipici dei primi anni del nostro secolo, disposti ad accettare una vita difficile e scomoda, purché ricca di interessi artistici.

Le origini versiliesi, d'altra parte, avevano segnato sin dalla nascita il suo carattere forte e ribelle: quel mondo locale, così denso di provocazioni culturali, dove stazionavano pittori e scultori1 di grande fama, non poteva non incidere sull'animo del giovane Francesconi, subito attento e sensibile al richiamo liberatorio del messaggio estetico. La conoscenza e l'apprezzamento di Lorenzo Viani, anarchico leader degli artisti viareggini, lo spingevano, poi, in quel clima di "... sperimentazione e di formazione ...di biennali veneziane, di scissioni romane, dei grandi appuntamenti parigini..."2.

Inizia così quel lungo peregrinare che porterà l'artista in varie parti d'Italia, in Francia ed in Albania, in cerca di quella pace che solo la scultura saprà, in qualche modo, dargli.

Il contatto di Francesconi con l'ambiente civitonico si colloca proprio al rientro dalla terra francese: quando giunse a Civita Castellana, infatti, era appena tornato da Parigi, dopo sei anni di permanenza difficile ma ritenuta indispensabile da chi,in quei tempi, si fosse voluto dedicare alla pratica artistica. Nella capitale d'oltralpe era arrivato nel 1922, dopo un concreto apprezzamento di Lorenzo Viani per una mostra viareggina3 e ne aveva riportato impressioni ed esperienze di notevole valore.

La produzione civitonica, quindi, riveste enorme importanza per ricostruire l'itinerario stilistico dell'artista: si pone, infatti, come riscontro immediato dell'avventura parigina e base di partenza per le successive, lusinghiere prove.    

Giulio Francesconi sostò ed operò a Civita Castellana sul finire degli anni '20 e nei primi del '30, attratto dall'attività ceramica delle numerose fabbriche operanti nel centro falisco4: lo scultore, infatti, sin dalla giovinezza aveva manifestato interesse per il modellaggio e la progettazione plastica, lavorando come decoratore e disegnatore a Venezia, Rimini, Bari, Brindisi e nella stessa città natale.

Dalle opere eseguite prima di giungere a Civita Castellana traspare già la sua poetica: continuità formale con la tradizione italiana, fermezza strutturale, senso del volume e potenza espressiva. A queste prerogative va unita la sicura perizia tecnica, capacità che gli permetteva di lavorare con varie materie; era stato proprio quest' amore per le diverse espressioni plastiche a spingere l'artista nella terra dell' argilla e della ceramica.

Dai cenni autobiografici e dalle foto tramandateci dallo stesso autore5 possiamo stimare in almeno una decina il numero delle opere eseguite da Francesconi a Civita Castellana; una bella produzione davvero, considerando anche la dimensione e la complessità tecnica di alcune di esse.

Non tutti i lavori, però, hanno superato le insidie del tempo e degli uomini: finora, infatti, sono state individuate solo quattro composizioni del periodo civitonico, alle quali sono da aggiungere sei manufatti documentati soltanto da foto e che si spera di rintracciare in seguito.

Le quattro opere di Giulio Francesconi rimaste a Civita Castellana, comunque, rappresentano un sufficiente esempio delle sue capacità tecniche e delle sue valenze estetiche, permeate di precisi richiami stilistici. E' interessante anche notare che le realizzazioni civitoniche spaziano dal campo religioso a quello celebrativo, dalla ritrattistica alle opere di carattere "famigliare", a conferma della natura eclettica dell'autore e della sua chiara duttilità operativa.

Nella chiesa della SS. ma Vergine delle Grazie, posta in fondo al viale di accesso all'Ospedale "S. Giovanni Decollato - Andosilla", sull'altare maggiore, sono collocate due statue, a grandezza naturale, raffiguranti Santa Chiara (Tav. 1) e Santa Paola (Tav. 2). Eseguite in gesso6, probabilmente con la tecnica della "forma persa", e patinate, poi, in color ocra, hanno assunto l'aspetto delle composizioni fittili. L'arcaicità conferita da quest'ultimo espediente permette alle statue di inserirsi perfettamente nel contesto  dell'altare, composto di elementi diversi per tecniche ed epoca di realizzazione.

Allo stato attuale delle ricerche non si hanno notizie relative ai committenti ed anche i documenti d'archivio tacciono per quanto riguarda l'incarico conferito all'artista; ipotesi probabile è che il lavoro sia stato affidato a Francesconi dal vescovo Zaccherini, l'alto prelato che lo scultore ebbe modo di conoscere e del quale tratteremo in seguito.

L'iconografia scelta per la statua di Santa Chiara richiama uno degli episodi più conosciuti della sua vita: la religiosa, reca in mano la pisside, contenente l'ostia consacrata, con la quale allontanò dalla città di Assisi i Saraceni, spintisi fino alla chiesetta di San Damiano.

Difficile da identificare sarebbe stata la figura della seconda opera se non fosse intervenuto lo stesso Francesconi a ricordarcene il soggetto in una delle sue memorie autobiografiche: si tratta, infatti, di Santa Paola, la patrizia cristiana vissuta nella seconda metà del IV secolo. L'abito monacale che indossa rievoca la comunità religiosa da lei stessa avviata a Betlemme ed il libro che porta in mano richiama le meditazioni sulla Sacra Scrittura e la conoscenza di San Girolamo, il monaco dottore della Chiesa. Il culto di questa santa non è tanto diffuso e le sue immagini sono, di conseguenza, piuttosto rare; questa nostra potrebbe riferirsi ad una precedente effigie scultorea o pittorica che i committenti fecero riprodurre dal Francesconi perché dispersa o consunta.

A queste due statue era da affiancare, probabilmente, una Santa Teresa (Tav. 3), a me nota soltanto in fotografia7, molto vicina per stile, dimensioni ed aspetto tecnico alle due opere precedentemente citate.  

Queste tre realizzazioni di carattere sacro denunciano la formazione classica dell'autore, conservando intatto il sapore della scultura toscana del XV secolo; la leggera torsione della Santa Chiara ed ancor più quella della Santa Teresa richiamano modelli senesi e pisani, già permeati dall'equilibrio rinascimentale ma con astute citazioni di ascendenza goticheggiante. Avvicinandoci, poi, ai tempi in cui furono eseguite, si notano le forme misurate del "déco" o "Stile 1925", che Francesconi ebbe modo di apprezzare a Parigi durante l'Esposizione dello stesso anno.

In tutte prevale un'esecuzione accurata nei dettagli e nella definizione volumetrica; le positure, anche se naturali, suggeriscono ritmi ed andamenti di grande eleganza, accompagnate da un morbido dinamismo.

La chiesa della SS.ma Vergine delle Grazie, dove erano collocate le statue appena citate, apparteneva alla Parrocchia di San Benedetto ed è proprio per quest'ultima struttura8 che Giulio Francesconi eseguì la terza opera civitonica tuttora visibile, anche se non in loco: Madonna col Bambino e cherubini (Tav.4), una lunetta di terracotta policroma eseguita sullo stile dei Della Robbia9. La composizione era collocata originariamente sul portale della chiesa ma dopo il rifacimento della facciata fu murata nell'ingresso della casa parrocchiale, posta appena di fronte al sacro edificio.

La Madonna, raffigurata seduta e di tre quarti, ha, sulla gamba destra, un cuscino sul quale è seduto il Bambino; quest'ultimo, tenendosi con la mano sinistra al velo della Vergine, carezza, con la destra, la mano della madre celeste, in un intimo colloquio ricco di affetti e sentimenti.

Il lavoro conferma la conoscenza che Francesconi aveva della tradizione scultorea italiana; il rilievo, infatti, nelle figure principali, riproduce in modo palmare l'opera nota come Madonna del cuscino, eseguita attorno al 1495 da Giovanni Della Robbia e collocata dal 1868 nel Museo fiorentino del Bargello10. Francesconi aveva certamente visto il rilievo in uno dei suoi molteplici viaggi ed a Civita Castellana aveva deciso di riproporlo con alcune sapienti innovazioni: contornando le due figure centrali con otto cherubini, ma realizzandoli di misure diverse e gradualmente sempre minori, salendo nella composizione. E' evidente la ricerca dell'accorgimento prospettico, teso a garantire profondità e spazio ad un'opera collocata sopra il portale della chiesa; con questo espediente l'esecutore riesce a movimentare, opportunamente, un lavoro realizzato con minore aggetto sul piano, rispetto all'opera robbiana. Francesconi, infatti, aveva ridotto il rilievo, rendendo più compatta la struttura e limitando il calligrafismo rinascimentale, ed aveva compensato questa diversità con un modellato corposo e vellutato. La stessa cornice, un sèrto policromo di foglie, frutta e fiori, è priva del consueto nastro e del tradizionale bordo bianco, restando delimitata dai soli colori; anche in questo caso la variante ha conferito al lavoro quella giusta patina di modernità che ogni "riedizione" deve avere per assurgere a livello artistico. Il fatto di riproporre un'opera, d'altra parte, era già stato sperimentato da Giovanni della Robbia quando aveva preso il modello di questo lavoro da suo padre Andrea, che aveva realizzato lo stesso soggetto alcuni anni prima11.

La composizione, pur rifacendosi ai prodotti dei famosi ceramisti fiorentini, denota tuttavia perizia tecnica e competenza strutturale nell'assemblaggio corretto delle varie parti; il rilievo interno è, infatti, composto di tre pezzi e la cornice di cinque. Questa matrice, non presentando sottosquadri, lascia intuire la possibilità di ulteriori calchi, come era nella tradizione della bottega robbiana; nelle copie si interveniva, poi, con piccole varianti determinando, di fatto, creazioni in qualche modo originali.

La collaborazione delle maestranze civitoniche è, in questo caso, facilmente ipotizzabile dato che la lunetta era stata realizzata per la chiesa madre della parrocchia, nella quale erano comprese alcune industrie ceramiche e la scuola professionale.

Il contatto con quest'ultima realtà formativa è testimoniato anche dalla quarta opera rimastaci: il Ritratto di Ulderico Midossi (Tav. 5), un busto in bronzo posto su una colonna di marmo e collocato nel giardino dell'Istituto d'Arte di Civita Castellana.

Ulderico Midossi12, avvocato e notaio, aveva fondato quella che un tempo era definita "Scuola Professionale per la Ceramica"13 e l'aveva presieduta per alcuni anni; alla morte lasciò all'istituzione, per disposizione testamentaria (redatta l'8.11.1925), la somma di lire 20.000 da destinare ad un premio annuale per il miglior alunno; allo stesso Istituto donò molti oggetti in ceramica e porcellana antica, tra cui un raro servizio da tavola della fabbrica Wedgwood, famosa manifattura inglese di terraglie14.

Un primo ritratto, eseguito in gesso15 dopo la morte del Midossi (30 marzo 1930), costituì il modello originario per l' opera in bronzo, fusa da Giuseppe Sacchetti nel 193116, come attesta la scritta incisa nel cavo posteriore17.

Il benefattore è raffigurato in effigie così come appare in due ritratti eseguiti ad olio da Sante Ciani nel 1931 ed oggi di proprietà dell'Avv. Vittorio Cancilla-Midossi18; sulla cravatta Francesconi ha riprodotto il magnifico cammeo, con volto di donna, che il notaio aveva l'abitudine di portare abbinato a due gemelli con la stessa immagine.

La modellatura è accurata ed il segno si presenta nitido e deciso; la vitalità del dettaglio conferisce originalità all'opera e gli effetti chiaroscurali determinano soluzioni volumetriche di forte spessore. L'espressione del soggetto è calma ed accorta, in un atteggiamento solenne e pensieroso, tipico di chi sa di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere; la controllata vitalità, infine, non condiziona la carica emotiva del volto, caratterizzato da uno sguardo sereno e coinvolgente.

L'esecutore, pertanto, è riuscito a racchiudere nel metallo quello che doveva essere l'intendimento dei committenti: celebrare, nella modestia di un giardino di scuola, la figura del fondatore, senza ridondanze retoriche e pleonastiche. Ancora oggi lo snello monumento, nella piacevole penombra offerta dagli alberi vicini, richiama pensieri di rispetto e di approvazione.

Le fonti autobiografiche e documentarie, a questo punto, ci sostengono in una ricerca che si sarebbe presentata sterile, in assenza delle opere.

Francesconi ricorda di aver preparato, durante il periodo civitonico, alcuni lavori per un'esposizione romana da lui definita "Quindicennale"; ora, una mostra di tal nome non fu mai fatta a Roma, ma la data e la consultazione dei cataloghi di allora ci confortano nell'indagine. L'artista partecipò, infatti, nel 1929 alla "Prima Mostra del sindacato laziale fascista degli artisti", che si svolse dal 1 marzo al 30 maggio nel Palazzo delle Esposizioni, in Via Nazionale; di Francesconi, che aveva inviato alla selezione diversi lavori19, è ricordata però una sola opera, Vecchio (Tav. 6), nella Sala 15a, dove, tra altre composizioni scultoree, era esposto il dipinto Fiori, di Corinna Modigliani, zia del più celebre Amedeo.    

La partecipazione alla Mostra fu un evento di rilevante interesse artistico, dato che alla stessa presero parte, tra gli altri, anche gli scultori Arturo Martini, Ettore Colla ed Arturo Dazzi; dei pittori meritano un cenno Antonio Donghi, Virgilio Guidi, Francesco Trombadori, Riccardo Francalancia, Mario Mafai, Antonio Mancini ed Aristide Sartorio.

L'opera presentata da Francesconi è da identificarsi, probabilmente, con il busto raffigurante un personaggio di Civita Castellana, eseguito nella stessa città e del quale possediamo la documentazione fotografica con brevi annotazioni della moglie dell'autore; il pathos espresso dal volto era tale che lo scultore prese a modello il soggetto per un San Giovanni. A differenza dei precedenti ritratti, in questo, compare una certa violenza tattile nella trattazione della materia informe, segno di un coinvolgimento emotivo intenso e di una potente creatività.

Lo stile e le valenze estetiche avvicinano tale opera a quelle di Domenico Rambelli, lo scultore faentino che tanto incise sulla formazione artistica di Francesconi20; in maniera particolare notevoli richiami si possono rintracciare nel Ritratto di Francesco Beltramelli21, vicino al manufatto civitonico per la carica espressiva e la perizia tecnica.

Giulio Francesconi aveva inviato alla selezione per le opere da esporre alla Mostra sopra citata anche una maternità22, intitolata Per le vie del mondo (Tav. 7) e strettamente legata alla vicenda personale dell'artista; a Civita Castellana, infatti,  il 23 febbraio 1928 era nato il suo primogenito Franco.

L'opera, caratterizzata da un netto linearismo e da un geometrismo in parte surreale, assolve la propria funzione espressiva con ombre e bagliori alternati in un ritmo sapiente e modulato. La coerenza formale e la severa definizione dei volumi, pur restando in un contesto arcaizzante, permettono di collocare la scultura in un preciso ambito estetico: la creazione richiama, infatti, nel largo modellato e nelle ampie pieghe concentriche, le opere realizzate negli anni Venti da Arturo Martini23 ed alcune assonanze, evidenti a livello compositivo e stilistico, lasciano intuire, inoltre, la vicinanza a "Valori Plastici", il movimento artistico sorto proprio in quel periodo; il richiamo alla tradizione scultorea italiana, inoltre, viene temperato, nelle forme, dalle semplificazioni futuriste, in stretto collegamento con la ricerca cubista.

Alla nascita del figlio sono da collegare altri due importanti lavori di Giulio Francesconi; il primo, da ricordare per il taglio plastico basato tendenzialmente sulla contrapposizione di superfici curve, raffigura il piccolo Franco (Tav.8) nell'atto di sorreggere un frutto. Si può collocare nei primi mesi del 1929 basandoci sul fatto che l'artista ricorda i primi passi autonomi del figlio; la frase apposta sulla foto24, l'unica testimonianza dell'opera, lascia trasparire il naturale affetto dello scultore per la sua creatura, sentimento confermato dalla dolce realizzazione; è altresì evidente la compattezza delle pur tenere movenze infantili, così pronte a trasmettere il senso del volume. Quest'ultima prerogativa caratterizzerà in maniera palpabile tutte le opere di Francesconi, comprese quelle pittoriche; l'artista, infatti, proporrà anche nelle realizzazioni in piano figure massicce, sommariamente definite e dotate di evidente potenza plastica.

Il figlio Franco, subito dopo la nascita, fu battezzato da Monsignor Zaccherini (Tav. 9), vescovo di Civita Castellana, nella cappella privata nel Duomo; la conoscenza dell'alto prelato da parte dell'artista viareggino è testimoniata, oltre che dalla cerimonia religiosa appena ricordata, dalla scultura a tutto tondo che ritrae per intero lo stesso vescovo. Anche di questa opera possediamo la sola documentazione fotografica, dalla quale comunque si può intuire il valore della creazione estetica. La solennità dell'atteggiamento e la fermezza espressiva del volto hanno delineato perfettamente il ruolo del soggetto, così solido nelle semplici forme, appena sfiorate dalla luce cadente sulle nitide superfici.

Il periodo trascorso a Civita Castellana, come abbiamo precedentemente evidenziato, fu caratterizzato da una discreta attività ritrattistica, segno della notorietà raggiunta dall'artista viareggino nell'ambiente cittadino e della stima che lo stesso raccoglieva tra le diverse componenti sociali; prima del busto Midossi, infatti, Francesconi aveva realizzato un altro Ritratto(Tav.10) in bronzo per un personaggio di Civita Castellana, opera esposta e premiata in un'Esposizione tenuta a Viterbo sul finire degli anni Venti25. Questo lavoro, collocato inizialmente in una piazza di Civita Castellana, è oggi scomparso tra le pieghe inclementi del tempo, dalle quali speriamo riemerga per tornare a quella destinazione originaria che fu, chissà per quanto, pubblica.

Una sintesi stilistica sull'attività civitonica di Giulio Francesconi è, a questo punto, possibile e doverosa: l'armonia evidente tra linee, volumi e piani è di chiara ascendenza classica, ma la potenza plastica di certi elementi conserva echi arcaici, etruschi, primitivi. Si può ben dire, quindi, che la visione "toscana" delle forme scultoree passò indenne tra le avanguardie europee, presenti nel contesto parigino, ma seppe assorbire la realtà espressionistica di Barlach ed il nuovo linguaggio di Picasso, tutto rivolto alla schematizzazione della forma ed al diverso trattamento di piani e superfici.

Nelle opere civitoniche, poi, si compie la sintesi tra quelle che abbiamo indicato come le figure preponderanti nella formazione stilistica di Francesconi: Lorenzo Viani e Domenico Rambelli. Dal primo carpì l'invito sottile alla ribellione, pur nel rispetto dei principi della tradizione italiana, dal secondo apprese il senso della solidità costruttiva e della monumentalità celebrativa, così chiara nelle statue religiose e nei ritratti.

Tali caratteristiche, ancora embrionali nelle opere realizzate a Civita Castellana, si esplicheranno in misura completa negli anni successivi, ma conserveranno inalterate le valenze materiche suggerite dall'argilla e le luminosità terse della ceramica.

Quest'ultima tecnica, d'altra parte  aveva segnato in maniera determinante l'attività di Francesconi; in Francia, ad Oissel (Normandia), aveva lavorato per una fabbrica di ceramica e tale predilezione lo aveva spinto, come abbiamo visto, a Civita Castellana. Dopo la permanenza in quest'ultima città, durante il soggiorno abruzzese nella seconda metà degli anni '30, aveva fondato a Chieti la "Scuola Teatina Ars", finalizzata a far conoscere l'arte fittile, ed aveva lavorato nella vicina Rapino presso le fabbriche artigianali Bontempi e Bozzelli. A Vasanello, inoltre, nel 1952, aveva proposto l'istituzione di un "Cantiere scuola per l'arte della ceramica"26, segno evidente che l'amore per l'argilla e la terracotta lo aveva contagiato inesorabilmente.    

I contatti con le ceramiche di Civita Castellana, infine, ripresero negli anni '60, durante il periodo vasanellese; Francesconi, infatti, collaborò a lungo con la MAISC (Manifattura Artistica Italiana Sciarrini e Cirioni), con sede nella città falisca, in Via Terni 71. Per tale laboratorio eseguì anche opere di un certo impegno tecnico, utilizzando le ottime attrezzature disponibili e l'esperienza dei titolari; il rapporto con questi ultimi fu, inoltre, caratterizzato da familiarità ed affetto, come testimoniano alcuni ritratti eseguiti dallo stesso artista: a titolo esemplificativo, posso ricordare la piacevole immagine in terracotta di Gabriella Sciarrini, realizzata nel 1962 e conservata con cura dai genitori della stessa.

Nello scritto Giulio Francesconi viene definito in diverse maniere( artista, esecutore, modellatore, ceramista, scultore,...) ma il vocabolo al quale affidare il suo ricordo è quello di "artista", nel senso di maestro dell'arte, o, meglio ancora, di "artefice", termine che prevalse fino al XVIII secolo. Luigi Grassi27, trattando della definizione appena riportata, dice che "tale prevalenza si spiega perché nel termine artefice è implicito il senso della bravura artigianale e della esigenza di una perfetta esecuzione dell'opera d'arte, anche dal lato tecnico del mestiere". Riteniamo che tale precisazione possa adattarsi bene a Francesconi e che puntualizzi in modo soddisfacente l'ambito nel quale collocare la sua produzione: lavori di un buon livello artistico, eseguiti con cura e perizia professionale.

E' in questa chiave, allora, che devono essere lette le composizioni dell' "artefice" viareggino: opere create per restituire funzione espressiva al linguaggio plastico e perciò capaci di svelare, con le forme, l'intimo impulso estetico e spirituale.

Note

 

1 Plinio Nomellini e Galileo Chini si incontravano spesso a Torre del Lago con Pascoli e D'Annunzio; a questi sono da aggiungere Lorenzo Viani e tutti gli artisti che si recavano saltuariamente in Versilia: Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Felice Carena, Leonardo Bistolfi ed Arturo Dazzi, solo per indicare i maggiori.

2 GIUSTI Maria Adriana, Viareggio 1828-1938. Villeggiatura Moda Architettura, Milano, Idea Books, [1989], passim.

3 VIANI Lorenzo, Mostra d'arte personale Murri-Francesconi, "Viareggio", a. I, 1.10.1922, n. 10, pp. 8-9: "Nelle sculture del Francesconi vi è del fervore e della passione... un impeto di fede che, radicato come è in lui, darà delle gemme di rara bellezza."

4 Tra le tante ceramiche artistiche da segnalare ricordo la Ceramica Artistica Fratelli Crestoni di Girolamo, la Ceramica Marcantoni Casimiro & C. e la Ceramica Artistica FACI, alle quali sono da affiancare le numerose fabbriche di stoviglierie e di articoli igienico-sanitari del tempo. Per queste ed altre notizie cfr. Marche di fabbrica in uso nelle manifatture ceramiche di Civita Castellana nei sec.XIX-XX, Civita Castellana, [1983].

 

5 Il manoscritto contenente le memorie autobiografiche di Giulio Francesconi è depositato nella Biblioteca Comunale di Vasanello ed affidato alle solerti cure di Maggiolino Fuccellara; lo stesso bibliotecario ed alcuni amministratori del Comune, inoltre, hanno encomiabilmente raccolto documenti, foto e scritti riferibili allo scultore ed alle sue opere.

6 Francesconi, come attestano alcuni suoi scritti, preferiva eseguire opere in terracotta, secondo la tradizione storico-artistica della terra etrusca , ma era spesso costretto a ricorrere al gesso per le difficoltà legate alla cottura dei pezzi.

7 Era tra le opere inviate a Roma per l'Esposizione di cui alla nota 19 e non più ritirate.

8 ADCC (= Archivio Diocesano Civita Castellana), I Visita pastorale di Mons. Santino Margaria (1932-1936). La chiesa parrocchiale di San Benedetto, intitolata a San Giovanni Decollato, era situata nella via allora denominata Andosilla - Corso Umberto I, ed apparteneva alla confraternita

omonima.

9 Lo scultore apprezzava moltissimo la "terra robbiana", come lui la definiva; nel 1966, infatti, propose di realizzare il frontale del cimitero di Vasanello con questa tecnica, usando "formelle cotte a gran fuoco (temperatura 980)".

10 Andrea della Robbia 1: Madonne, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1983, pp. 22-23, cat. n.6.

11 Del lavoro di Andrea della Robbia, conservato nel Museo Nazionale di Palermo, si conoscono sei repliche, eseguite dal maestro o dalla sua bottega; una di queste, in marmo, è nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo. In tutte, però, i capelli della Vergine restano celati sotto il velo, mentre nel rilievo eseguito da Giovanni (ed in quello di Francesconi) escono dal bordo del tessuto, scendendo sulle spalle.

12 Ulderico Midossi era nato il 27.7.1863; abitava ed esercitava la professione al n.3 dell'attuale Corso Bruno Buozzi, una volta Corso Umberto I.

13 Istituto Statale d'Arte "Ulderico Midossi" Civita Castellana 1913 -1993 ..., Civita Castellana, [1993]: "Il primo tentativo di creare in Civita Castellana una scuola d'arte risale al 1893, quando, per iniziativa del Comune, fu istituito un corso di disegno in un'aula dell'attuale seminario vescovile. Promotore fu il sindaco Ulderico Midossi...". Nel 1914 la scuola fu riconosciuta dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio e Presidente fu lo stesso Midossi.

14 Nel testamento è scritto, nei riguardi della Scuola:

"... posso ben vantarmi di averla fondata e per tanti anni presieduta, difesa, sorretta e curata come una delle cose a me più care".

15 L'originale in gesso rimase di proprietà della famiglia Midossi sino ad alcuni decenni fa; attualmente non se ne conosce la collocazione.

16 Il laboratorio era sito in Via della Repubblica, 32 e vi lavoravano, oltre a Giuseppe, il fratello Aldo ed il padre Francesco; a questi si unì, in seguito, il figlio Gianfranco, che ringrazio di cuore per le notizie fornitemi.

17 L'originale eseguito dall'artista veniva pressato in un letto di terra rossastra, parzialmente refrattaria; questa, una volta consolidatasi, veniva con cura separata in due gusci che, sovrapposti, avrebbero costituito lo stampo nel quale colare il bronzo fuso.

18 L'Avvocato Cancilla-Midossi conserva con cura ed affetto le memorie dell'illustre antenato, favorendone cortesemente la consultazione; in tal senso, lo ringrazio cordialmente per la squisita disponibilità.

19 Dagli appunti di Giulio Francesconi e della moglie Zelinda si apprende che, per la selezione, furono inviate quattro opere: due ritratti non identificati, la Santa Teresa e la maternità Per le vie del mondo, della quale tratteremo in seguito. Queste opere non furono più ritirate e, quindi, in linea teorica potrebbero essere ancora a Roma, magari abbandonate in qualche deposito.

20 Domenico Rambelli, la cui opera fu esaltata, tra gli altri, da Carlo Carrà, aveva realizzato, su bozzetto di Lorenzo Viani, a Viareggio, il Monumento ai Caduti; il legame con Giulio Francesconi era tale che i due autori gli inviarono a Parigi la foto del primo abbozzo dell'opera.

21 Il ritratto, realizzato in gesso, è oggi conservato a La Sisa (Ravenna), dalla famiglia Beltramelli.

22 Anche quest' opera, come abbiamo premesso alla nota 19, non fu più ritirata.

23 La Leda [1922-1929], La moglie del poeta e Maternità [1921], tutte in collezioni private, sono state pubblicate da Giorgio NONVEILLER (La scultura di Arturo Martini negli anni Venti e il confronto con l'Antico, “Arte Documento”, Milano, Electa, 1990, 4, pp. 200-219, figg. 8,11,14).

24 "Questo il tuo ritratto quando stavi appena in piedi, con lo stesso giacchettino della fotografia" (Dalla foto originale).

25 La notizia risulta soltanto dagli appunti scritti sul retro della foto; finora non ho trovato riscontri.

26 Lettera di Giulio Francesconi al Sindaco di Vasanello (13.3.1952) per istituire in quel centro una scuola per l'arte della ceramica, attività che si concretizzò in appresso e che operò per alcuni anni.

27 Luigi GRASSI e Mario PEPE, Dizionario della critica d'arte, Torino, UTET, 1978, pag. 53, voce "Artista".

Didascalie foto

(s.n.) Giulio Francesconi

Tav. 1: Santa Chiara, Civita Castellana, Chiesa della SS.ma Vergine delle Grazie, Altare Maggiore.

Tav. 2: Santa Paola, Civita Castellana, Chiesa della SS.ma Vergine delle Grazie, Altare Maggiore.

Tav. 3: Santa Teresa (da una foto dell'autore)

Tav. 4: Madonna col Bambino e cherubini, Civita Castellana, Chiesa di San Benedetto, casa parrocchiale.

Tav. 5: Ritratto di Ulderico Midossi, Civita Castellana, Giardino dell'Istituto d'Arte.

Tav. 6: Ritratto di vecchio (da una foto dell'autore)

Tav. 7: Per le vie del mondo (Maternità) (da una foto dell'autore)

Tav. 8: Il figlio Franco (da una foto dell'autore)

Tav. 9: Il vescovo Zaccherini (da una foto dell'autore)

Tav. 10: Ritratto di un personaggio di Civita (da una foto dell'autore)