Capitolo Tre: Guida

“Libri! Ho letto molto sull’argomento.”

Giorno.

Non avevo mai visto prima il sole, ed era corretto dire che ancora non l’avevo fatto. Ma la forza della sua luce filtrava attraverso la spessa ed incollerita coltre di nubi, prendendo un colore malato ma restando lo stesso più luminosa e calda di quella delle ronzanti lampade della Scuderia Due. L’aria stessa sembrava in qualche modo sbagliata in quella luce, scolorita. Ma tutto era illuminato. Potevo vedere i granelli di polvere e cenere muoversi nella stanza (mi chiesi quanto fosse salutare respirarli), e per la prima volta mi resi realmente conto di quanto esteso fosse l’esterno.

Volevo nascondermi sotto la finestra.

Mentre cercavo la volontà per mettere zoccolo (nel molto, molto grande) fuori, mi accinsi ad aprire il baule sigillato che avevo scoperto la notte prima. Mi costò due forcine, ma ne valse la pena! Dentro c’era il più bel vestito che avessi mai visto! Quelle linee, quelle pieghe del tessuto, ed i colori -- eleganti e regali -- ma alla stesso tempo la stoffa era leggera, ariosa e per nulla cadente! Era un sogno! Tristemente, però, un sogno per un altro pony, qualcuna più alta di me.

Felicità e disappunto si mischiarono in egual misura. Ma anche se non potevo indossarlo (almeno non senza qualche grosso intervento di sartoria) era la cosa più bella ed allegra che avessi visto da quando avevo abbandonato la Scuderia. Piegandolo accuratamente lo infilai nelle mie bisacce.

Ricordandomi del pony cecchino della notte prima feci un passo indetro, usando come copertura un tavolo rovesciato, ed usai la mia magia per aprire la porta. Una campanella brunita appesa sopra tintinnò allegramente. La luce del sole si riversò silenziosamente all’interno. I suoni dell’esterno fluirono nella stanza. Il cinguettio degli uccelli, il lontano scorrere del fiume. L’aria più fresca spinse via quella stagnante.

Cautamente mi mossi sulla porta e guardai intorno. La Ponyville post apocalittica era uno scheletro marcescente di una piccola cittadina un tempo accogliente. Tra le costruzioni collassate e le case bruciate, le strade erano disseminate di macerie e rifiuti. E dappertutto disegni depravati e grotteschi in colori brillanti. I graffiti non erano limitati all’esterno; i razziatori avevano deturpato la Carousel Boutique con un fervore quasi estatico. Volsi lo sguardo dalla porta, seguendo le linee di bestemmie che si curvavano dai muri verso le travi del tetto. E mi ritrassi, soffocando di disgusto a quello che la luce del sole aveva rivelato sopra di me -- dozzine di gatti morti ed essiccati erano stati appesi al soffitto come decorazioni. Avevo dormito proprio sotto tre di loro.

Feci involontariamente un passo indietro, mettendo uno zoccolo posteriore fuori dalla porta.

BIP.

Che cos’era?

BIP.

Mi voltai e scorsi un disco arancione mezzo sotterrato nel terreno, appena fuori dalla porta. Una piccola luce rossa pulsava su di esso. BIP. BIP. BIP.

“CHIUDI LA PORTA!” La voce venne fuori dal nulla, metallica e meccanica ma in qualche modo carica di urgenza. Il mio cuore perse un colpo e saltai all’interno, sbattendo la porta con violenza.

L’esplosione all’esterno strappò via la porta dagli infissi, scagliandola assieme a me in fondo alla stanza! Caddi attraverso un separè a brandelli, e la porta fumante cadde sopra di me. “Ugh!”

Mentre mi trascinavo via da sotto la porta ero più scioccata che ferita. Mi ronzavano le orecchie. Una trappola. Non c’è da meravigliarsi che i razziatori non mi avessero attaccata mentre dormivo. Avevano lasciato un regalo, invece.

“Sbrigati. Ce ne sono altri in arrivo.” Potevo appena sentire la voce; le mie orecchie mi sembravano imbottite di zucchero filato.

“Chi sei?” chiesi, ma mi mossi per mettere le borracce attorno al collo mentre magicamente estraevo il fucile da combattimento. Ero costernata dallo scoprire che avevo ancora soltanto un colpo rimasto; ma se un pony razziatore fosse entrato dalla porta intendevo farlo valere tutto.

Una voce completamente differente replicò “Vieni fuori, vieni fuori, chiunque tu sia!”. La testa di una razziatrice si infilò nel vano della porta, ridendo maniacalmente con qualcosa tra i denti. Sembrava una mela metallica. Scosse la testa, lanciandola nella stanza verso di me, ma il picciolo le rimase tra i denti.

Un ricordo mi tornò in mente: ero una giovane pony e trotterellavo verso la scuola della Scuderia, quando un pony più vecchio saltò fuori da una porta e mi lanciò un gavettone. Era esploso contro il mio corno, inzuppando completamente me ed i miei compiti a casa. “Ehi, non essere così triste, fianchibianchi! Stavo cercando di aiutarti. Sai, nel caso il tuo cutie mark dovesse essere un bersaglio!” Il pony più anziano si era messo a ridere ed era corso alle lezioni, lasciandomi gocciolante e miserabile nel salone.

Lezione appresa: quando un pony lancia qualcosa verso di te, non farti colpire. Non lasciarla nemmeno cadere vicino a te, perché potrebbe schizzare. Il fucile da combattimento sferragliò a terra mentre concentrai la mia magia sulla mela metallica, prendendola al volo e rilanciandola fuori dalla porta. La granata riuscì a malapena ad uscire dalla stanza quando esplose. Polvere e pezzi di legno volarono contro di me, finendomi negli occhi. Un tintinnìo scoppiò ai miei piedi. Guardando in basso, strabuzzando gli occhi per i detriti che mi ci erano finiti, vidi la piccola campanella che da sopra la porta era atterrata, piegata, ai miei zoccoli.

Mi facevano male gli occhi, e continuavo a sbatterli per pulirli. Cautamente, solevando di nuovo il fucile da combattimento, mi sporsi fuori dalla porta. Potevo appena vedere la zampa anteriore del pony razziatore dietro lo stipite della porta, completamente immobile. Ripensandoci, levitai il tavolo in modo che formasse una barricata nella metà inferiore della porta, e strisciai dietro di esso. Sporgendo rapidamente la testa, sbirciai per controllare se il pony era ancora cosciente.

La gamba non era attaccata al resto del pony.

Impiegai un momento per individuare il resto lacerato del corpo, misericordiosamente morto. Mi lasciai cedere dietro la copertura, sentendomi assalire da una strana sensazione. Avevo appena ucciso un pony!

***        ***        ***

Uscire di nascosto da Ponyville fu un’impresa straziante.

Realizzai rapidamente che stavo ignorando l’Eyes-Forward Sparkle. Quando accesi il mio EFS fu molto più facile determinare dove fossero i razziatori e come evitarli. Nonostante mi stessero attivamente cercando, quei pony si dimostrarono dei cacciatori tutt’altro che capaci. Usare la mia magia per sbattere lo sportello di una cassetta della posta in fondo alla strada o rompere una bottiglia contro una ciminiera solitaria a svariati metri di distanza si dimostrò una distrazione sufficiente per riuscire a superarli. Ero quasi riuscita a superare l’ultima casa quando il pony cecchino ricominciò a spararmi contro. Il tiro più preciso mi graffiò il fianco -- un’ondata di dolore e scorrere di sangue. Fortunatamente la ferita sembrava più grave di quanto non fosse, ed anche le mie scarse competenze mediche furono abbastanza per fermare il sanguinamento e bendarla.

Mi accovacciai in un fossato, riparata dagli alberi, e cercai di riprendere fiato. Sentivo nuovamente una musica che suonava in distanza. Il brontolio del mio stomaco era molto più forte, ricordandomi che non avevo ancora mangiato in quasi una giornata. Levitai una mela fuori dalla bisaccia mentre stappavo una delle borracce. Naturalmente non avevo bevuto più di un sorso quando il mio PipBuck accese una danzante luce rossa sulla bussola del mio EFS. Non proveniva dalla città di razziatori ma da più in alto, dalla profondità della collina boscosa. Ovviamente. Qualcos’altro stava venendo a cercarmi. Perché le terre devastate chiaramente mi odiavano.

Ritappai la borraccia e mi alzai, trasalendo al bruciore del mio fianco ferito. Sollevai il fucile da combattimento, ancora col suo colpo singolo, e tesi le orecchie in ascolto.

I dintorni erano tranquilli. Anche la musica non c’era più. Poi cominciai a sentire un debole ronzio. Abbassai il fucile a livello degli occhi e misi a fuoco la punta della canna, allineandola col pallino rosso sul mio EFS. All’inizio non vidi nulla. Poi la scorsi, una brutta e piccola creatura volante, gonfia e grottesca, che si librava tra gli alberi. Anche lei mi vide, e sputò un piccolo dardo spinoso contro di me. Mi mancò (quasi, poiché mi rimase impigliata nella criniera).

Presi la mira ma esitai. Il maledetto nanerottolo era così piccolo, e riusciva a scattare così casualmente, che non avevo nessuna possibilità di colpirlo. Non volevo sprecare il mio unico colpo. Quindi feci la successiva scelta migliore. Mi spostai dietro un albero e mi preparai al galoppo.

Un altro marcatore apparve sul mio EFS seguito da un suono saettante e crepitante diverso da qualsiasi avessi mai sentito prima. La luce rossa si spense, lasciando solo quella nuova, che il mio PipBuck aveva individuato come “amichevole”.

“Sono veramente dispiaciuto per quello che ti è successo prima a Ponyville. Ma quella razziatrice non ti ha lasciato altra scelta. Ti avrebbe ucciso.” Era la stessa voce meccanica e metallica che aveva urlato l’avviso che di sicuro mi aveva salvato la vita poco prima.

Con un misto di sollievo e smarrimento vidi la robofatina volare verso il mio nascondiglio.

“Chi sei?” (“Cosa sei?” era la domanda che voleva scapparmi dalla bocca, ma sospettai sarebbe stata scortese).

“Un amico.” Alzai un sopracciglio. “Va bene, un conoscente di passaggio. Ma uno che non ti farà nulla di male.” Dopo una pausa significativa, “Chiamami Osservatore.”

Guardai la robofatina con occhio critico. “Osservatore. Va bene...” Uscii da dietro l’albero ed iniziai a cercare dove fosse rotolata la mia mela quando l’avevo lasciata cadere. Poco distante, vicino a dove si trovava la creatura volante, vidi un mucchietto di cenere rosa incandescente. “Sei stato tu?”

“Paraspiritastri. È quello che ottieni se mescoli i paraspiritelli con la Corruzione. Non li reggo. Felice di essere d’aiuto.”

Ritrovai la mela e la feci levitare di fronte a me. “Grazie. E grazie per avermi avvisato di quella... cosa nel terreno.”

“Mina.”

Battei le palpebre. “V-vuoi la mia mela?[1]

La robofatina rise, cosa molto strana da sentire poiché la voce artificiale non aveva alcuna inflessione. “No. È come si chiama. L’esplosivo nel terreno. Si chiama mina. Si attiva quando le passi vicino.”

“Oh.” Morsicai la mela. “È un nome veramente stupido per un’arma.”

La robofatina rise di nuovo. Era un po’ snervante. Poi, stranamente, mi ritrovai a ridacchiare anch’io. “Avevo davvero pensato che volessi dire che la mela era tua. L’avrei divisa se l’avessi voluta, anche se non so cosa ne avresti fatto visto che non puoi mangiare.”

“Eh?” Per non avere emozione nella sua voce, la robofatina faceva un buon lavoro ad esprimere confusione.

“Non mangi. Cibo. Perché sei un robot, e non hai una bocca.”

Una risata per la terza volta, anche se era più un ghigno leggero. “Oh! Volevi dire la robofatina.” Beh, almeno non ero l’unico confuso dalla conversazione. “Io non sono realmente una robofatina. Io sono da qualche altra parte. Ho solo imparato come hackerare queste cose per comunicare. E guardare in giro.”

Stavo iniziando a cogliere il quadro. “Allora quella musica...”

“Perbacco no. Spengo quella merda nel momento in cui prendo il controllo di una di queste, non hai idea di quanto vecchia sia quella musica.” Come ripensandoci l’hacker-nella-robofatina continuò “Non ancora.”

Finii la mia mela. Il mio stomaco stava molto meglio ora. Ed anche il mio spirito, avendo finalmente avuto una conversazione civile (anche se decisamente bizzarra).

“Oh, il tempo è quasi finito. Guarda, ci sono un paio di cose di cui avrai bisogno se vuoi sopravvivere qua fuori. Un’arma (o almeno un sacco di munizioni in più per quella che hai già), una bardatura corazzata, una guida... e più importante, hai bisogno di farti qualche amico.”

La corazza, almeno, non dovrebbe essere cosa troppo difficile, anche se rabbrividii violentemente al pensiero di mettermi la bardatura di un pony morto. Però, quel colpo radente... Ero stata fuori per meno di un giorno intero ed ero già arrivata terrificantemente vicina a morire. Probabilmente sarei potuta strisciare indietro fino al ponte e spogliare quei cadaveri.

Un’arma? Se l’idea di spogliare della corazza un cadavere mi faceva rabbrividire, la possibilità di uccidere di nuovo mi fece fermare il cuore. Ed amici? In quello non ero stata fortunata quando ero puledra nella Scuderia. Che possibilità avevo in un mondo dove salvare un pony da razziatori e schiavitù non ti faceva ottenere nemmeno uno straccio di amicizia? Se quello era ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, non ero sicura di poter essere all’altezza del compito.

“Cosa intendi per guida?”

L’ondeggiante robofatina rimase in silenzio per un istante. “Sparo alla cieca e tiro ad indovinare che ti piacciono i libri. Ho ragione?”

“Beh, sì. Io...”

“C’è un ottimo libro per la gente che viaggia attraverso le Terre Devastate d’Equestria. Sono praticamente certo che ce n’è una copia nella Biblioteca di Ponyville. Dammi solo un secondo... Fatto, ho mandato la sua locazione al tuo PipBuck.”

I miei occhi si allargarono in allarme. “La Biblioteca di Ponyville. Vuoi dire quel posto da cui sono a malapena scappata? La città piena di pony malati e psicopatici? Stai cercando di farmi uccidere?”

“Guarda, devi pur fidarti di qualcuno.”

Il ricordo di Monterey Jack si affacciò alla mia memoria. “Perché dovrei fidarmi di te? Non ti ho nemmeno mai incontrato. Ti stai nascondendo dietro ad una radio robot.”

“Oh, chennesò. Che ne dici del io-che-ti-salvo-la-vita? Se sto cercando di ammazzarti perché avrei dovuto farlo?”

La voce, Osservatore, aveva ragione. Ma, prima che potessi dire alcunché in risposta, la robofatina ruttò scariche di statico e cominciò nuovamente a suonare musica (che era eseguita da svariate armoniche e tromboni). Volò pigramente via, come se non si curasse del fatto che io fossi lì.

***        ***        ***

La Biblioteca di Ponyville era in un albero. Non una casa su un albero, ma letteralmente dentro un albero. Un massiccio e nodoso albero più grande della maggior parte delle altre costruzioni era stato fatto crescere nel mezzo della città, chiaramente frutto di un progetto magico, ed era stato svuotato per diventare la biblioteca pubblica. Il lato sud era carbonizzato e morto. Ma c’erano ancora alcune foglie verdi sui rami opposti. L’albero era circondato da un ampio spazio aperto senza assolutamente alcuna copertura.

Qualsiasi speranza che la fortuna alla Carousel Boutique continuasse sfumò quando guardai il balcone più alto e finalmente scovai il cecchino -- una pony di terra armata con un fucile dall’aspetto potente. Il fucile era attaccato alla ringhiera del balcone mediante un giunto girevole, permettendo alla razziatrice di mirare qualsiasi cosa potesse vedere. L’unica via di accesso sicura era da direttamente dietro di lei, dove la porta del balcone e la retrostante punta dell’albero bloccavano la sua linea di tiro. Sicuramente c’erano altri pony razziatori all’interno.

Muovendomi di nascosto dall’unica direzione che non significasse morte istantanea, raggiunsi la porta tremando per la tensione. Più velocemente e silenziosamente possibile mi lasciai alle spalle Ponyville... ed entrai direttamente nell’inferno dei pony![2]

Cadaveri di pony dappertutto! Non come sul ponte dove i pony erano caduti in combattimento; quei pony erano stati mutilati, dissacrati e messi in mostra! Il corpo di un qualche povero pony pendeva dal soffitto, con la testa e gli zoccoli mozzati e la pelle recisa e tirata via per mostrare la carne e le ossa al di sotto. Teste e zampe pendevano da catene come perverse decorazioni da party. La carcassa putrescente di una pony rosa e dalla criniera violacea era stata affissa con le zampe divaricate su una libreria, e crocifissa con picchetti da ferrovia. Due le erano stati martellati negli occhi. Su un altro muro un torso era stato scuoiato ed aperto, e le interiora del pony erano state tirate fuori per decorare le scaffalature come stelle filanti.

Sangue fresco e rappreso era ovunque, gocciolando dal soffitto e dipingendo i muri assieme ai graffiti, che in qualche modo erano diventati ancora più denigratori e crudeli. Tra le librerie erano affissi poster risalenti alla guerra montati in cornici ormai distrutte. Un qualche razziatore aveva dipinto sopra uno di essi (“Leggere è Magia”) una rappresentazione cruda ma efficace dell’esplosione di un megaincantesimo. Un altro (“I pony più belli hanno belle menti!”) era coperto da un disegno che era semplicemente pornografico. I libri erano stati bruciati in mucchi. Il pavimento era ricoperto da cenere e sporcizia. Il fetore era insopportabile.

La stanza era dominata da tre gabbie, due quadrate e grandi a terra, ed una più piccola che pendeva dal soffitto a malapena sufficiente a contenere un pony. Dei prigionieri -- sporchi, percossi ed abusati -- erano accoccolati all’interno, con gli zoccoli legati da corde colorate. I due nelle gabbie più vicine mi guardarono con espressione miserabile ed il mio cuore si spezzò dolorosamente.

I miei occhi continuarono ad allargarsi fino a che mi costrinsi a serrarli ed a mordermi uno zoccolo per impedirmi di urlare. Arretrai contro la porta, ansante, incapace di respirare normalmente, non volendo respirare per niente quell’aria. L’orrore di quella stanza mi si rovesciò addosso, facendomi annegare. Tolsi lo zoccolo a malapena in tempo per evitare di vomitarmi addosso la mela. La sua puzza si mescolò al fetore della stanza, assalendomi ulteriormente.

“Per favore”, un sussurro da una delle pony, terrorizzata di alzare la voce, “aiutaci.”

Quello era oltre l’orrore! Mi schiacciai gli occhi sempre più forte... poi li aprii mentre un’ondata di brutale determinazione spazzava via la debolezza.

“Ti prego... aiuto!”

Quella non era una voce disincarnata ed intrappolata in una ripetizione infinita, proveniente da un qualche segnale radio che rimbalzava nell’etere. Quelli erano pony viventi; erano lì di fronte a me, ed avevano bisogno di aiuto. E sarei stata dannata come quei maledetti razziatori se li avessi fatti implorare una volta di più.

Feci uscire il cacciavite ed una forcina ed immediatamente iniziai a lavorare sulla serratura più vicina. La porta della gabbia metallica si aprì con uno scatto. All’interno due pony, legati e sdraiati sui loro stessi escrementi. Realizzai con disagio che non avevo niente con cui tagliare le corde. Provai a snodarle con la mia magia; le corde della prima erano talmente impregnate di sangue che riuscii ad aprire il nodo, ma il secondo era troppo stretto.

“Lo... lo fai sul serio?” La prima pony si alzò tremante. “S-sono libera?”

Annuii, poi guardai gli altri pony. Non avevo idea di come avrei potuto raggiungere quello nella gabbia sospesa. “Se potessi aiutarmi con...”

La pony sbiancò e scosse la criniera. “Oh no, non riesco a stare ancora qua dentro. Ma, ecco, prendi queste provviste. Sono riuscita a nasconderne un po’...” La pony scavò nel fango del pavimento con lo zoccolo, rivelando quel mucchietto di scarti assolutamente patetico chiuso in uno straccio sporco a cui ammontavano tutti i suoi averi. Una lattina di carote a dadini, una scatola monodose di torta prebellica, qualche tappo di bottiglia. Mi si spezzò il cuore.

“No, tienile tu. Ne avrai più bisogno di...” Mi interruppi, notando una singola cartuccia da fucile nel mucchio. “In realtà ti prendo questa cartuccia. Grazie!” Aprii magicamente il mio fucile e la misi al suo posto. Ora ne avevo due.

La pony aveva già chiuso lo straccio, lo aveva stretto tra i denti ed era rapidamente scivolata fuori dalla porta prima che io potessi dire altro. Mandai una preghiera a Celestia per lei e mi concentrai a salvare gli altri. Guardai il secondo pony, che non aveva detto una parola, e mi ritrassi quando vidi il sangue che incrostava l’interno dei suoi fianchi. Cosa avevano fatto quei razziatori!?!

Guardandomi attorno studiai la forma della stanza, cercando di ignorare gli onnipresenti orrori (davanti alla porta principale c’era un vecchio affresco di una bellissima unicorno alata -- Celestia? -- insolitamente grande ed aggraziata, con un libro che levitava di fronte a lei, le sue ali distese su un arcobaleno di puledri sorridenti che ascoltavano la sua lettura. Non solo i pony erano stati coperti da disegni di sangue e pugnali e violenza, ma l’affresco era stato usato come bersaglio da allenamento per qualsiasi cosa, dalle pallottole al lancio di escrementi, ed ora era distrutto ed indicibilmente macchiato). La stanza aveva una forma strana, con balconi e stanze che si ramificavano (letteralmente) in ogni direzione. Potevo sentire le voci dei pony razziatori nelle altre stanze. E, a giudicare dalle decorazioni, i coltelli non sarebbero stati troppo distanti.

“Torno subito”, promisi in un sussurro. Poi, sollevando il fucile da combatimento, mi mossi verso la stanza interna più vicina.

Saltai indietro quando la porta si aprì verso di me. Un razziatore vi passò attraverso e si fermò, fissandomi con aria assente. Il suo manto era nero scuro sotto la sua corazza di fortuna, e la sua criniera era selvaggia. Aveva delle fondine legate ai fianchi, una con una piccola pistola e l’altra contenente un coltello il cui filo era stato seghettato, per infliggere ferite più gravi. In una rigida, inorridita incredulità vidi che il suo cutie mark era realmente un torace squarciato.

Il razziatore si riprese velocemente, girando la sua testa ed estraendo la piccola pistola coi denti (che voleva fare, premere il grilletto con la lingua?) un attimo prima che il SATS mi aiutasse ad infilare due pallettoni dritti nella sua faccia. Non provai rimorso mentre la sua testa si trasformava in spaghetti al sugo e si spargeva sul suo corpo istantaneamente senza vita. Non avevo appena ucciso un pony -- quei razziatori avevano rinunciato ad ogni diritto al titolo! Quelli non erano pony, erano mostri malati che andavano abbattuti! E che Celestia mi aiutasse se non avevo intenzione di farlo. Non me ne ero accorta fino a quel momento, ma ero adirata! La pura malvagità di quel luogo mi aveva scosso fino all’anima... e la mia anima era furiosa!

Raccogliendo coltello e pistola, lasciai da parte il fucile da combattimento ormai scarico. La più piccola pistola non sarebbe stata altrettanto potente, ma era completamente carica -- sei colpi in un tamburo girevole. E ciò era un bene, perché era impossibile che il rumore non facesse accorrere ogni altro razziatore presente nei dintorni.

I primi tre pony razziatori galopparono nella stanza principale quasi immediatamente, una di loro urlando insulti concitati. Il SATS mi aiutò a sparare tre colpi alla sua testa. I primi due andarono a vuoto, ma il terzo trovò casa in uno dei suoi orrendi occhi rossi e lei cadde. Il secondo cominciò a sparare con un’altra piccola arma da fuoco (che ne sapevo, sparano davvero con la lingua!), ed i proiettili colpirono la cornice della porta. Uno trapassò una mia bisaccia, ma non colpì la carne.

Mi inginocchiai ed allungai la testa, levitando il revolver dentro la porta aperta. Sparai due colpi al secondo pony, ma l’incantesimo di puntamento del mio PipBuck si stava ricaricando, e senza di quello avrei potuto anche sparare al soffitto. Eppure il pistolero sgattaiolò via, usando uno dei pony prigionieri come copertura. La vergognosità dell’azione gettò benzina sul fuoco della mia rabbia. Varcai del tutto la soglia, cercando il terzo e vedendolo in fondo al lato distante della sala principale.

Il terzo razziatore abbassò la testa, con una stecca da biliardo stretta tra i denti, e mi caricò.

Sbattei le palpebre. “Sul serio?” Feci un singolo passo indietro. Il pony correva alla massima velocità, ed era quasi su di me quando l’estremità della stecca si incastrò nella porta, facendolo fermare di botto. Sparai l’ultimo colpo a bruciapelo sul suo collo. Da quella distanza non ebbi bisogno del SATS.

“Voi pony non dovreste essere più furbi di così? Vivete in una libreria!”

Quando il corpo colpì il pavimento, sanguinando dalla ferita che gli trapassava il collo, vidi il pony con la pistola in piedi allo scoperto, che prendeva la mira attraverso la porta. Scattai di lato mentre il colpo stava partendo, ed urlai sentendo la pallottola entrarmi nel fianco. Faceva male! Più di quanto avessi pensato potesse fare.

Mi appoggiai contro il muro, lasciando una scia di sangue e collassando di fianco alla porta. Il dolore mi inondava il fianco, infiammandosi ad ogni respiro. Potevo sentire il suono degli zoccoli del razziatore mentre si avvicinava cautamente. Cercai di concentrarmi sulla mia magia per chiudere la porta, ma il corpo del pony con la stecca era lì in mezzo.

Guardai la stanza. Era una cucina. Su un tavolo, circondato da coltelli, c’era il corpo di una terribile creatura con scaglie e denti. Il razziatore con il cutie mark a torace aperto lo stava macellando per cucinarlo. Un frigorifero. Ed un forno. C’erano libri sparsi, ma tutti antichi, distrutti ed illeggibili (stavo cominciando a dubitare dell’affermazione dell’Osservatore che lì ci fosse un libro come quello che aveva descritto). Poi i miei occhi caddero su quello che stavo sperando di trovare. In un angolo, appesa al muro sopra numerose scatole di munizioni, c’era una sbiadita scatola gialla con simbolizzata una farfalla rosa: una cassetta medica! Doppia fortuna: la cassetta sembrava sigillata. C’erano segni di coltello dove i razziatori avevano cercato di forzarla. Avrebbe dovuto contenere qualche crema medica, e magari anche una pozione curativa!

Ma dovevo sopravvivere al razziatore, prima, ed ero ferita e senza proiettili. Andare alle scatole di munizioni avrebbe significato passare oltre la porta aperta. Strisciando indietro mi guardai ancora intorno. E focalizzai la mia magia nonostante il dolore.

Quando il razziatore entrò, venne raggiunto da uno sciame di coltelli che volavano verso la sua faccia. “Gah!, urlò facendo dietro front. I coltelli o mancarono il bersaglio o colpirono inutilmente la sua corazza. Ero ancora più patetica con le armi da mischia che non con le pistole. Ma lo avevo tolto dai piedi per abbastanza tempo per poter raggiungere le scatole di munizioni. La fortuna era di nuovo con me. Mentre la prima scatola conteneva munizioni per un’arma che non avevo ancora visto, l’altra aveva delle pallottole giuste per il revolver.

Il razziatore mise di nuovo la testa dentro, gridando “Hai finito i coltelli, signorina! Perché non la pianti e vieni fuori. Prometto che ti lascerò morire, eventualmente.”

La sua testa si voltò nella mia direzione ed i suoi occhi si allargarono. Non so se era per il mio sguardo o per il revolver. Il SATS era di nuovo con me, e quel bastardo non avrebbe più avuto la possibilità di usare come scudo prigionieri violentati e picchiati.

***        ***        ***

Dopo un altro razziatore morto, una cassetta medica forzata ed una pozione curativa, trotterellai silenziosamente nella stanza principale, con il coltello seghettato che mi galleggiava di fianco. Andai verso la gabbia aperta e tagliai via le corde che legavano la povera pony. “Vai. Sei libera. Mettiti in salvo da qualche parte.” In un batter d’occhio mi ricordai del pony cecchino, e le dissi velocemente come poteva evitarlo. Annuì silenziosamente e cominciò ad allontanarsi. Andai alla gabbia vicina.

Quello che vidi mi fece stare male. Una pony era stata chiusa assieme ad un cadavere in decomposizione. La pony si agitava nel sonno, e stringeva con la coda l’orrendo corpo come fosse un orsacchiotto di peluche.

A differenza degli altri cadaveri, non riuscivo a capire come quella fosse stata uccisa, perché non era stata squartata. Il corpo aveva perso tutto il suo manto e la pelle era un disgustoso mosaico di macchie rosse e grigie, in desquamazione. Gli occhi erano aperti, asciutti e puntati in direzioni differenti. I denti erano orribilmente ingialliti, dello stesso colore dei pochi resti della criniera e della coda. Strane escrescenze carnose pendevano dai suoi fianchi. All’inizio li scambiai per mutilazioni, ma poi realizzai di stare guardando le ali della pony! Era il cadavere di un pegaso. Spogliate di pelo e piume, le ali sembravano strane, addirittura repellenti.

Urlai, un grido di terrore a pieni polmoni, quando il cadavere cambiò posizione e si sedette, con gli occhi che ruotarono fino a focalizzarsi su di me. Era un pony zombie!

Il pony zombie battè le palpebre e cercò di mettersi in piedi, solo per cadere su un fianco alato poiché i suoi zoccoli erano legati con corde come gli altri. Quel... Lei mi fissò tristemente.

La mia mente vacillava. Tra i pezzi vaganti di pensiero che mi giravano per la testa, quello di “slegare la cortese zombie così non si arrabbia con me” dimostrò essere il più coerente, se non il più sano.

Deglutendo mossi il coltello verso le sue corde. “Stai ferma.” La guardai negli occhi ma dovetti immediatamente volgere via lo sguardo. Uno di essi stava di nuovo roteando via. Il suo fiato era fetido. “Se ti lascio andare, e tu cerchi di mangiarmi il cervello, dovremo arrivare a male parole.”

***        ***        ***

Avevo liberato i secondi due prigionieri, inclusa la pony zombie, entrambi i quali fuggirono via senza offrire di aiutarmi (anche se la zombie almeno mi sorrise, il che fu... profondamente spiacevole), e stavo cercando di capire come arrivare alla gabbia appesa quando comparvero altri due razziatori da un balcone soprastante. Uno era un pony unicorno con un’arma dall’aspetto veramente spaventoso. Mi tuffai nel rifugio di una tromba delle scale quando l’unicorno aprì il fuoco. Il mitra emise una terrificante cacofonia di colpi in fuoco rapido mentre riempiva la sala principale di pallottole.

Almeno adesso avevo scoperto per che tipo di arma fossero i grossi caricatori.

Aspettai fino a che non lo sentii ricaricare, quindi schizzai nella stanza e ruotai per affrontarlo, concentrando tutta la mia magia... né sulla mia arma né sulla sua, ma sulla libreria dietro di lui. La luce del mio corno si fece sempre più forte mentre lui sollevava il fucile da assalto e prendeva di mira la mia testa.

CRASH!

La libreria gli cadde addosso, gettandolo a terra privo di coscienza. Il fucile da assalto cadde a terra in una pioggia di libri distrutti. Qualcos’altro era caduto allo stesso modo, lanciato dalla caduta della libreria. Scalciando via un libro che era caduto sopra di esso, vidi che era un antico, polveroso paio di binocoli anteguerra. All’inizio mi sembrò veramente strano che qualcuno potesse aver bisogno di binocoli in una biblioteca -- avrebbe voluto significare un problema di vista veramente forte -- ma misi da parte quel pensiero bizzarro.

Non riuscivo a vedere dove fosse andato l’altro razziatore. Rapidamente aggiunsi il mitra alla mia crescente collezione, ed i binocoli per buona misura. Poi guardai il balcone, considerandolo come via per arrivare al pony ingabbiato che pendeva dal soffitto. Sarei stata abbastanza vicino per poter vedere cosa stavo facendo mentre avessi forzato la serratura.

Il secondo pony ricomparve alla ringhiera, con un ghigno malvagio sul volto. Con uno zoccolo spinse avanti una scatola di munizioni, poi la fece inclinare. Il coperchio si aprì di scatto ed una mezza dozzina di dischi arancioni caddero nella libreria sottostante.

BIP! BIP! BIP!

BIP! BIP!

BIP! BIP! BIP! BIP!

BIP!

BIP! BIP! BIP!

BIP! BIP!

Oh cazzo!

Schizzai via veloce per quanto le mie gambette mi permettessero, saltai il cadavere del pony con la stecca e mi misi sotto il tavolo, usando la mia magia per girarlo a mo’ di scudo. Il radigatore scuoiato cadde a terra con un tonfo viscido.

Oltre il mio scudo, il mondo diventò solo fuoco e luce accecante!

***        ***        ***

Quando riemersi la sala principale era un disastro. Sangue fresco mi gocciolò sul manto. Guardando in alto vidi i resti squartati del pony nella gabbia metallica, ora contorta. Oh, che Celestia li maledica all’inferno!

Più determinata che mai ripulii i corpi dei razziatori (quel poco che era rimasto di loro) dalle loro armature. Le corazze erano triturate ed a brandelli, ma con qualche sforzo riuscii a rappezzare assieme qualcosa che mi desse una protezione maggiore della mia bardatura da lavoro della Scuderia. Il risultato non aveva praticamente tasche, per cui avrei dovuto tirar fuori la mia bardatura dalle bisacce per raggiungere la maggior parte dei miei attrezzi, ma era un compromesso accettabile.

Indossarla fu raccapricciante. I miei zoccoli erano scuriti dal sangue solo per averci lavorato sopra. Ogni centimetro era ricoperto dal sangue bruciacchiato dei pony morti. Stavo quasi per abbandonare la mia determinazione e lasciare lì quella cosa orrenda. La indossai; il mio stomaco si ribellò, ma non avevo più niente da vomitare.

Diedi ancora un’occhiata in giro pensando di avere ancora tempo. Il razziatore al piano di sopra ovviamente pensava che fossi morta (io stessa avrei assunto di essere morta). Spogliare i cadaveri mi fece guadagnare qualche munizione. La pistola del precedente razziatore era in cattivo stato fin dall’inizio, ed era stata danneggiata oltre il limite dall’esplosione. Molti pony apparentemente collezionavano tappi di bottiglia, che mi sembrarono una cosa assurdamente strana da conservare. Li lasciai da parte. Il frigorifero della cucina aveva una piccola scorta di cibo: carne cotta di radigatore, qualche spiedino alla griglia di frutta e di quello che il PipBuck identificò come carne di paraspiritastro, una scatola di torta dei tempi della guerra (perché nulla è salutare da mangiare quanto del cibo vecchio di duecento anni) e bottiglie di acqua che sembrava attinta direttamente dal fiume fangoso. Presi tutto tranne l’acqua e la torta; apparentemente il razziatore col cutie mark a torso squartato era un cuoco abbastanza decente. Ripensandoci, guardai gli ingredienti sulla scatola della torta (era riempita con così tanti conservanti che il tuo stomaco sarebbe rimasto intatto anche dopo che il tuo corpo fosse marcito in polvere!) e presi anche quella.

Quando uscii dalla cucina il pony razziatore era nella stanza principale a controllare il suo lavoro. Mi diede un’occhiata (a me ed alla mia crescente artiglieria) e scattò su per le scale. Galoppai dietro di lui, col revolver che fendeva l’aria avvolto nella nuvola di levitazione dello stesso colore della luce del mio corno.

Entrò in una porta al livello superiore. Impiegai un solo istante a raggiungerlo, ma la cautela mi fece fermare prima di irrompere all’interno. Se fossi stata dall’altra parte avrei atteso appena di fianco alla porta, pronta a spaccare la testa del razziatore che fosse corso all’interno. A posizioni invertite non avrei fatto lo stesso errore.

Un grido di una puledra dall’interno, “Aaaah! Aiuto!” cambiò lo scenario.

Rimanendo su un lato spalancai la porta. Non essendoci stato un attacco, schizzai dentro. E mi fermai subito.

La stanza era tappezzata su entrambi i lati da un sacco di libri distrutti, e finiva in una grande finestra che si apriva su una balconata. La stanza era disgustosamente decorata come la precedente, ma era stata riempita di materassi per dormire. Vicino alla finestra, una puledra troppo giovane per avere il suo cutie mark era sdraiata su un materasso inzuppato da così tanto sangue da essere quasi nero. Era stata picchiata e violentata ripetutamente, ed i suoi fianchi erano stati coperti di piccole bruciature proprio dove il cutie mark sarebbe dovuto alla fine apparire.

Le sue corde erano vicine, sul pavimento, e sembravano masticate. E tra lei e me c’era il pony razziatore con un ostaggio che mi lasciò sorpresa: la pony zombie! Impiegai un momento per realizzare che doveva essere volata dentro attraverso il balcone; e (se mi era concesso credere che ci fosse ancora decenza nel mondo) doveva essere stata lei a morsicare le corde della puledra ed a liberarla. Ora era contro un muro, con la lama di un’ascia puntata alla gola.

Una piccola parte di me continuava a distrarmi chiedendosi come la pony zombie potesse volare visto che le ali non avevano piume. Come se fosse un mistero più importante che non il come facesse ad essere viva (in qualche senso) nella sua decadente condizione fisica.

La mia distrazione fu distratta da un tavolo lì vicino. Un posacenere con un sigaro acceso mi mostrò come la puledra avesse guadagnato le sue bruciature. La mia rabbia salì fino a quando sentii che avrebbe potuto esplodermi dagli occhi. Vicino al posacenere, due familiari mele metalliche erano appoggiate su un libro (solo in parte macchiato) col cranio stilizzato di un pony sulla copertina. Un secondo libro, con sopra un revolver praticamente identico a quello che galleggiava vicino a me, era caduto sul pavimento dove rimaneva appoggiato alla gamba del tavolo, assieme ad alcune penne ed un cestino da merenda da puledrina. Una sorridente e gentile unicorno bianca con una criniera rosa e lavanda guardava il logo della Stable-Tec. Mi sembrò sbagliato che qualcosa dall’aspetto così innocente dovesse essere in quel posto.

I miei occhi tornarono al pony terrestre razziatore con l’ascia tra i denti. Per un momento mi limitai ad odiarlo, nella stanza silenziosa eccetto che per gli occasionali singhiozzi della puledra.

Quando mi tornò la voce, fui sorpresa dalle mie parole. “Per Celestia, sei un imbecille. È difficile dire ad un pony di arretrare, o di arrendersi, quando hai un’ascia in bocca, non è vero? Magari, se avessi passato un po’ di tempo a leggere questi libri invece di distruggerli, saresti stato abbastanza furbo da tirare fuori un piano che ti permettesse davvero di negoziarti la fuga.” Le granate levitarono via dal tavolo; le portai in mezzo a noi. “Un piano che non finisse con me che ti infilo una di queste in culo!”

Il razziatore premette più forte la lama dell’ascia contro il collo della pony zombie, abbastanza da tagliarle la carne che si spezzò e ritirò come se fosse stata troppo tesa. Un liquido che una volta forse era stato sangue colò dalla ferita. La pony zombie non battè ciglio o piagnucolò, ma la puledra fece entrambe le cose.

“Giusto. Uccidila.” Il revolver volò in avanti, di fianco alle granate. “Così non ci sarà nulla che possa parare il colpo.”

Potevo vedere che il razziatore stava vagliando le sue opzioni e non gradiva quelle che stava trovando. Lasciando cadere l’ascia dalla sua bocca piagnucolò pateticamente “Non voglio morire!”, e scattò verso il balcone aperto, saltando oltre la puledra in lacrime.

Il SATS mandò quattro colpi direttamente nel suo culo. Fu un modo patetico di morire.

Guardando la puledra e la pony zombie sorrisi tristemente. “Ce n’è ancora uno. Torno subito.”

Mi girai e continuai a salire le scale verso il balcone superiore ed il pony cecchino.

***        ***        ***

Meglio equipaggiata ed un sacco più confidente, col cuore ancora pieno del fuoco della giustizia, mi feci cautamente strada fuori da Ponyville.

Più avanti vidi un enorme gazebo che copriva la statua di marmo di un pony impennato, vestito con una bardatura da combattimento e con una spada in bocca. Il gazebo era relativamente libero dai graffiti... e guardando coi binocoli potei vedere perché. I campi di erbacce tutto attorno pullulavano di radigatori. Il mio EFS si riempì di puntini rossi appena mi avvicinai un poco.

Tirando fuori il mio nuovo fucile da cecchino ne colpii qualcuno. La loro carne, ora sapevo, era mangiabile quando cucinata (almeno, relativamente rispetto alle altre fonti di cibo delle Terre Devastate d’Equestria). Rimettendo il fucile nella sua imbragatura (un altro “regalo” del pony cecchino), tirai fuori il coltello seghettato e strisciai verso le mie prede.

Un avviso lampeggiò sul mio PipBuck. Controllandolo scoprii che aveva dato un nome al gazebo di fronte a me: il Monumento di Guerra a Macintosh.

La curiosità mi spinse più vicino. Prestando attenzione ai radigatori, mi avvicinai abbastanza per leggere col binocolo le iscrizioni sotto la statua.

“In onore di Big Macintosh, eroe della Battaglia della Cresta Spaccazoccolo, e del suo nobile sacrificio per tutta Equestria”.

Abbassando i binocoli vidi qualcos’altro. Un cerchio di cemento usciva dal terreno, con una botola al centro. Ricordandomi della notte precedente risintonizzai il mio PipBuck sulla prima emittente radio della lista.

“...da quei dannati alberi vicino alla Scuderia ed ora sta terribilmente male. Troppo male per muoversi. Ci siamo rintanati nella cisterna vicino al vecchio monumento commemorativo. Stiamo finendo il cibo e le forniture mediche. Vi prego, se qualche pony è in ascolto, aiutateci... Ripeto il messaggio...

Tirando fuori il revolver e prestando attenzione ai radigatori andai verso l’apertura della cisterna. Ero quasi lì quando una delle bestie mi caricò, con l’enorme bocca aperta a mostrare file e file di denti affilati come rasoi. Gli sparai due volte in bocca. Con orrore ciò non fu sufficiente ad ammazzarlo. Ma lo fece tentennare. Il suono, però, ne aveva fatto avvicinare altri. Abbandonando nella fretta il mio revolver, usai la magia per aprire la botola ed entrai, chiudendo il coperchio sopra di me.

***        ***        ***

Quando mi riebbi dalla mia ira ero esausta. Dopo la battaglia nella biblioteca il mio intero corpo era dolorante per lo sforzo. I miei nervi erano distrutti dall’adrenalina. Mangiando uno spiedino di paraspiritastro, controllai ancora la piccola camera sotterranea prima di coricarmi nel piano superiore di un letto a castello incavato nel muro. Cercai di non pensare allo scheletro di puledro nel letto sotto di me. Lo scheletro del padre era alla porta. Un sorso dalle mie borracce dovette bastarmi per far passare la sete. Erano quasi vuote, dovevo centellinarle.

Pensai a come, quando ero tornata giù dopo aver sistemato il pony cecchino, la pony zombie fosse già andata via ed avesse portato con sé la povera puledra. Sperai che fossero in qualche luogo al sicuro. Trovai strano che la miglior pony che avessi trovato nelle terre devastate fosse sostanzialmente morta. Avevo anche visto che il pony col fucile da assalto era scomparso. Doveva essersi svegliato e liberato dalla libreria crollata. Ciò voleva dire che c’era ancora almeno un razziatore in giro, ma non ero il tipo di pony che uccide qualcuno mentre dorme. Nemmeno un razziatore.

Pensai che se avessi dormito lì la notte avrei dato tempo ai radigatori di allontanarsi dall’uscita. Se ero fortunata sarei anche riuscita a trovare dove avevo abbandonato il revolver.

Fino ad allora mi sarei tenuta occupata coi miei due nuovi libri. Tirandoli fuori dalle saccocce mi soffermai a guardare il primo, quello con la mia pistola perduta in copertina. Pistole e Proiettili[3]. Molto chiaro. Per il momento lo misi da parte.

Il secondo libro, il tomo grigio con un teschio di pony nero sulla copertina, era il vero premio. Aprendolo alla prima pagina, cominciai a leggere:

“La Guida alla Sopravvivenza nelle Terre Devastate[4]. Di Ditzy Doo...”

Nota: nuovo livello.

Nuovo vantaggio: Topo da biblioteca – Presti molta più attenzione ai dettagli quando leggi. Guadagni un 50% punti abilità in più quando leggi libri.


[1] Gioco di parole intraducibile sul doppio significato della parola mine, che significa sia mina che mio, da cui la confusione di Littlepip.

[2] Assonanza intraducibile tra Ponyville -- letteralmente “città dei pony” -- e pony hell, “inferno dei pony”

[3] Nell’originale, Guns and Bullets, riferimento all’omonimo libro presente nei videogiochi.

[4] Nell’originale, Wasteland Survival Guide, riferimento all’omonimo libro presente nei videogiochi.