l’angolo delle famiglie di Sara Rossi Guidicelli A quanti anni si è pronti per lo smartphone? Tutti i genitori prima o poi si confrontano con queste domande: quando è il momento di regalare un telefonino all’adolescente? E da più piccoli: sarà giusto metterli davanti a un video? Quanto è il tempo giusto da trascorrere davanti agli schermi (tv, consolle, cellulare, computer)? Ovviamente è difficile farsi dare le ricette da un’esperta, anche se noi tentiamo sempre a farci dare le risposte più concrete possibile... oggi ci abbiamo provato con Anne-Linda Camerini, docente e ricercatrice dell’Università della Svizzera italiana in Scienze Biomediche. Si occupa in particolare dello sviluppo dei giovani legato ai media digitali. «Un tempo per la salute dei giovani si temevano gli usi di sostanze come alcol, fumo e droghe; oggi invece ci concentriamo sulla dipendenza da telefono e da videogioco», esordisce. Questo la dice già lunga sulla pericolosità di questi strumenti. Ma perché si è arrivati a questo punto? Mi spiega che le cause possono essere varie: alcuni genitori usano il telefonino come ciuccio, perché calma il bambino, anche se in realtà lo rimambisce. Certo, ci sono bambini difficili e genitori che non ne possono più, ma bisognerebbe trovare un altro modo per intrattenere il figlio, uno che non crei dipendenza. Alcuni genitori di figli più grandi, poi, danno il telefono per offrire maggiore autonomia, ma in realtà non vogliono rinunciare al controllo sul figlio. Oppure hanno paura che esca in città e così lo lasciano a casa da solo con un telefono, dimenticando che ci sono più criminali online che per la strada. «Non sono i media digitali il problema», mi dice Anne-Linda, «è l’uso che se ne fa. Così come un’automobile diventa pericolosa quando a guidarla è una persona senza la patente. Qualche decennio fa, alcuni bambini crescevano con ore e ore di televisione al giorno; oggi però usiamo questi televisori portatili dove si trova di tutto. Per fortuna se ne parla molto e si considera questa situazione un ‘problema di salute pubblica’. Sono dunque fiduciosa che si possano trovare strategie per prendere il buono delle tecnologie senza perdersi la vita nella sua interezza». Prima di tutto: rendersene conto La professoressa mi racconta la storia della cipolla. Quando nasciamo conosciamo solo l’utero della mamma. Poi incontriamo la nostra famiglia, la nostra casa; dopo qualche anno aggiungiamo strati di scuola, amici, docenti, il quartiere, la valle, poi mano a mano che cresciamo il mondo diventa sempre più grande... Ecco, con internet possiamo raggiungere il mondo – qualsiasi aspetto del mondo – molto prima, molto più velocemente. E questo può essere un bene, una fonte di scoperta; oppure un male, perché possiamo spaventarci o anche proteggerci dai troppi stimoli con l’indifferenza. Ci sono così tante cose, troppe, quindi che cosa è veramente importante? Se tutti gridano informazioni davanti a me, chi ascolto, cosa mi interessa? Non lo so più, mi confondo, mi sconcentro, e lascio perdere. «I genitori», spiega la ricercatrice, «dovrebbero far conoscere ai loro figli prima di tutto il mondo reale. I bambini hanno bisogno di tempo, tantissimo tempo, per giocare in modo costruttivo e creativo, devono relazionarsi, piano piano, con altri più grandi, più piccoli o coetanei, fare esperienza, mettersi in gioco, sperimentare questa cosa difficile ma fondamentale che è stare faccia a faccia con qualcuno che ha una sua diversa personalità, un diverso corpo, una diversa opinione...». Ma allora quando? Sulla questione dell’età, cioè quando è il momento giusto per possedere un telefono personale, non c’è una risposta definitiva. «Molti esperiti dicono 14 anni», spiega Anne-Linda Camerini, «ma può esserci un bambino pronto a 13 e un altro che a 16 non si sa ancora gestire... Su una cosa però posso dare una risposta netta: niente social media fino ai 16 anni. Lo dico più da mamma che da ricercatrice: non se ne trae niente di positivo, si resta passivi a guardare la vita degli altri. Si chiamano social ma non ti fanno socializzare affatto. Ci sono invece gruppi di interesse, mezzi di comunicazione, giochi da condividere, attività creative come realizzare dei video: ecco, quelli sono gli aspetti stimolanti dei media digitali». Stress e ansia da prestazione I giovani d’oggi soffrono di crisi di panico, si spaventano delle proprie paure, sono una popolazione ansiosa. Non vogliono sbagliare, fare brutte figure, danno grande importanza alla loro immagine. Che stress. Un adulto posato li può accompagnare nella navigazione ricordando sempre loro che non tutto quello che vedono corrisponde al vero. E facendo in modo che continuino sempre comunque a vedere più gente ‘vera’ che personaggi costruiti. I nostri figli crescono con due realtà ormai parallele: quella virtuale e quella reale. In una puoi essere chi vuoi, parlare senza impappinarti, vedere solo influencer ricche e bellissime, diventare come loro... nella vita reale invece ci sono gli smacchi, i difetti, le imperfezioni, gli altri. Veri, vulnerabili, fagili, come tutti noi. Non possiamo lasciare soli i nostri figli a decidere in quale dei due universi vogliono stare, dobbiamo accompagnarli, provare a farli innamorare di questa vita terrena piena di limiti ma talmente più intensa e profonda. Come va a scuola? E su internet? «La questione dell’accompagnamento è fondamentale», sottolinea Anne-Linda Camerini. «Genitori, curiosate insieme ai vostri figli il mondo del web! Chiacchieratene a tavola, chiedete informazioni, scherzateci su se a voi non interessa un argomento e ai vostri figli sì! E insegnate loro a controllare le informazioni, a sviluppare spirito critico, a continuare a pensare con la propria testa (anche se, con l’intelligenza artificiale, diventa sempre più difficile sapere di cosa ci si può fidare e di cosa no). E molto molto lentamente lasciate che sperimentino un po’ di autocontrollo, ma non dimenticate quanto è difficile anche per noi adulti restistere alle tentazioni. Spiegate loro che voi avete il diritto e il dovere di proteggerli dai siti non adatti alla loro età e spiegate come bloccare o segnalare chi li contatta con richieste inopportune (sapete quante ragazze delle medie ricevono domande da sconosciuti che le pregano di mandare loro fotografie dei loro piedi o altro?). «In fondo», conclude l’esperta, «lo abbiamo già fatto varie volte: ci ha fatto piacere che imparassero a sciare o ad andare in bicicletta... gli abbiamo detto bravi, andate, divertitevi. Ma gli abbiamo sempre messo un casco». Sette consigli in sintesi
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