Vi invio alcuni frammenti di interviste registrate anni fa a chi aveva combattuto la seconda guerra mondiale; uomini del territorio arceviese, non più fra noi ma che continuano a parlarci con la voce incrinata, gli occhi lucidi e il cuore stretto. Mi sorprendeva la loro memoria lucida che sapeva riportare il dettaglio, mi inteneriva la loro commozione. E’ giusto e necessario, di tanto in tanto, ascoltarli.

Un pensiero consapevole va a mio padre Enzo, anche lui in guerra per quattro anni nei Balcani.

 “  …sì, una volta sono tornato a casa ma purtroppo per motivi di lutto: mio figlio nato nel 1940, il giorno della mia partenza per la guerra, muore nel 1942 per una polmonite. Io ho ricevuto la notizia per telegramma, sono partito con qualche difficoltà ma quando sono arrivato a casa, già da due giorni era stato fatto il funerale. Io questo mio figlio si può dire che non l’ho conosciuto per niente. Dopo questa licenza, a casa ci sono tornato solo nel 1946…” (1)

 “…poi abbiamo attaccato la Grecia e lì ne sono morti tanti perché i greci avevano la loro base di attacco e di difesa su una montagna e gli italiani avanzando dovevano attraversare un fiume e lì venivano ammazzati come le mosche. Io pregavo sempre a Dio e alla Madonna e quando scrivevo a mia moglie Santa, le chiedevo di accendere una candela davanti alla Madonna. Lei mi rispondeva che lo faceva…” (2)

“…i tedeschi erano già arrivati con Rommel e stavano conquistando la Cirenaica […] Dopo un mese e mezzo, un contrattacco degli inglesi ha fatto prigioniero tutto il battaglione: ci siamo salvati solo in 14, noi che avevamo la motocicletta e i motocarri…era stato dato il “si salvi chi può” e ognuno cercava di evitare il peggio […]  Eravamo nel 1942. Ricordo in quel periodo e nel successivo fino alla mia resa agli inglesi, di aver sofferto la sete e la fame: non mi vergogno di dire che sono stato costretto a bere la mia urina…” (3)

 “…il treno andava pianissimo, ogni tanto si fermava per i bombardamenti, noi urlavamo dalla fame e dalla sete e per il gran caldo […] arrivati in Austria,  un vagone alla volta è stato aperto e siamo scesi. Ci hanno messo a disposizione una tinozza d’acqua gelata per bere e potevamo fare i nostri bisogni sorvegliati dai tedeschi che stavano lì col fucile puntato. […] Il campo di concentramento era quello di Hakenfeld e da lì per arrivare al posto di lavoro impiegavamo un’ora e mezza all’andata e altrettanto al ritorno […] la sveglia al campo era alle 5 del mattino col gelo o col caldo. Mi ricordo che d’inverno il pastrano che portavo era sempre gelato; quando arrivavo alla baracca lo mettevo da una parte e si può dire che rimaneva in piedi da solo, pronto ancora gelato la mattina dopo. […] i panni erano quelli che avevamo ricevuto dall’esercito italiano e abbiamo portato sempre quelli […] anche la gavetta era quella, ma capirai con quello che ci davano da mangiare… […] Quando i tedeschi si sono accorti che stavano perdendo la guerra, sono diventati più feroci con noi e questo dal gennaio del 1945. Volevano che firmavamo una dichiarazione per passare con loro e spesso, messi in posizione di fucilazione, ci minacciavano coi fucili spianati. Addirittura eravamo costretti a camminare sui carboni accesi messi intorno alle baracche: ci ricattavano in questo modo. Io però mi sono sempre rifiutato di firmare. Quel periodo è stato terribile e dicevo spesso: Cristo facciamola finita, tanto non ci salviamo! […] Ho visto soldati morti dappertutto, soldati bruciati, s’inciampava nei cadaveri, non si faceva più caso alla morte. Ho ancora l’immagine davanti a me di alcuni soldati russi che cuocevano dentro a un barattolo su un fuoco delle patate e, vicino a loro, accostati a una figuretta, c’erano  quattro soldati morti ammazzati.” […] La data precisa di quando sono rientrato a casa, adesso non me la ricordo ma era la primavera del 1946. Poco lontano da casa, ho incrociato mio fratello con la motocicletta ma non ci siamo riconosciuti. Io quella volta pesavo 37 chili con due chili di pidocchi…” (4)

“…La mattina li chiamavi (i compagni della camerata) e li trovavi freddi, morti. Se commettevamo una mancanza, eravamo costretti a fare la lotta con i cani; ci davano un bastone che però non potevamo usare contro il cane perché erano cani addestrati che alla minima minaccia reagivano feroci, riuscivano a buttarti per terra come uno straccio e a farti crepare di paura. Capirai, io quella volta pesavo 47 chili…” (5)

“…Era una licenza premio che ho avuto a seguito di un fatto che mi è capitato. Durante un combattimento in Montenegro, un mio compagno è morto con una pallottola in fronte e io nonostante i dieci chilometri a piedi col mio fucile e la mitragliatrice sulle spalle, sono riuscito a riportare all’accampamento anche il fucile di questo mio compagno. Per questo ho ricevuto questa licenza premio. Mi volevano dare una medaglia ma cosa ci facevo? Ho preferito tornare a casa perché era da un anno che mancavo…” (6)

 “…Era l’8 settembre quando siamo arrivati al porto di Valona dopo una settimana di marcia su per le montagne e abbiamo sentito alla radio di questo armistizio. “Mo andamo a casa!” si diceva. Io pensavo: stamo attenti che c’è ‘l mare da passà […] Come ho provato ad alzarmi su, due pallottole mi hanno preso nell’elmetto e mi hanno rotto la fascetta sotto il mento…c’era la luna…sentivo un cattivo odore, io ero tutto sporco di sangue e mi sono accorto che avevo vicino a me due soldati morti, uno da una parte e uno dall’altra […] ne sono morti tanti dei nostri quella notte del 14 settembre 1943…” (7)

“…I francesi avevano messo in piedi un’armata di colore e noi siamo stati fatti prigionieri da questa armata. Alla nostra resa ci hanno incolonnati per cinque e scortati dagli arabi che però andavano a cavallo, ci hanno obbligati a raggiungere la città di Costantina e a fare a piedi 560 chilometri… 27 giorni e 27 notti, potevamo riposare solo un’ora per notte. E’ stato così e ne sono morti tanti di soldati italiani in questa marcia […] Mi ricordo di un soldato giovane di Ferrara, stavamo marciando insieme ma a un certo punto poveraccio non ce la faceva più a andare avanti, allora io per un po’ di strada l’ho aiutato quasi trascinandolo ma poi lui mi chiedeva aiuto però l’ho dovuto lasciare perché non avevo più le forze neanche per me. Mi ha fatto molto male vedere che una sentinella con disprezzo l’ha spostato con una baionetta da una parte perché intralciava il cammino degli altri. Queste sono cose che non si possono scordare…” (8)

  1. Bartolomeo Fraboni  n. 1912   intervista del 17/04/2000 - Loretello di Arcevia
  2. Costantini Italiano   n. 1910              “             20/04/2000  - Loretello di Arcevia
  3. Patregnani Romeo  n. 1921              “              26/04/2000  - Palazzo di Arcevia
  4. Baciani Giuseppe     n. 1922             “              10/04/2000  - Palazzo di Arcevia
  5. Garofoli Mario         n. 1923             “               11/12/2000  -  Ripalta di Arcevia
  6. Avaltroni Floriano   n. 1913              “             20/01/2001  -   Magnadorsa di Arcevia
  7. Angeloni Benedetto n.1922             “              01/07/2001  -  San Pietro di Arcevia
  8. Sensoli Fiorino           n.1921            “               07/11/2000  -  San Pietro di Arcevia

Pur riportando solo dei piccoli passaggi delle interviste considerate, potrei essermi dilungata eccessivamente; in questo caso mi scuso e lascio a voi la libertà di un qualche ulteriore taglio.

                                                                                                                             Vi ringrazio e saluto cordialmente

                                                                                                                                       Iosè Avaltroni