V settimana di quaresima – Giovedì

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».

Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».

Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

 

Quando Gesù parla, sempre chiede una fede assoluta. Nessun dubbio deve sorgere sulle sue parole, di nessun genere. Si deve credere con purissima certezza. Quanto lui dice è verità, è la nostra verità. Dalla sua parola è la nostra vita eterna. Oggi Gesù dichiara ai Giudei che non vedrà la morte in eterno chi osserva la sua parola. È come se Cristo Signore portasse l'umanità a prima del peccato di Adamo ed Eva. La sua parola è come se fosse dichiarata in tutto simile all'albero della vita che era al centro del Giardino dell'Eden. Ma Gesù è veramente il nuovo albero della vita. La stessa affermazione la troviamo nel suo discorso sull'Eucaristia nella sinagoga di Cafarnao.

I Giudei prendono alla lettera le parole di Gesù e ribadiscono la loro accusa su di Lui. Solo un indemoniato può dire queste cose. Uno che è schiavo e prigioniero di Satana. Una persona normale, di intelligenza normale, di sentimenti normali mai potrebbe dire tali cose. Sulla terra regna la morte, non la vita e tutti muoiono. Abramo è morto. Mosè è morto. Tutti i profeti sono morti. Può solo Gesù vivere in eterno? Dove attinge Lui la sua eternità? Ma Gesù è eterno. È immortale. È Dio nella sua persona. È il Verbo eterno del Padre. Lui lo ha già detto: "Io sono di lassù, voi siete di quaggiù". Lui l'eternità la possiede per natura e per figliolanza dal Padre, vera figliolanza di generazione, non di creazione e neanche di adozione. Lui parla dall'eternità del Padre che è anche la sua eternità. È il Padre che ogni giorno lo glorifica. Come lo glorifica? Rendendo vera, reale, efficace, immortale ogni sua parola. Gesù non parla da sé. Dice ciò che il Padre gli dice di proferire e come il padre glielo ordina. Se la sua parola è del Padre di certo è vera. È vera come sono veri tutti i segni da Lui finora operati.

Gesù parla dal seno del Padre e dal seno della sua eternità. Abramo è dal tempo, Lui è dall'eternità. Lui è prima di Abramo. Questi viene dopo di Lui. Abramo in visione di spirito vide uno solo dei giorni di Gesù. Lo vide e fu pieno di gioia. Per i Giudei ogni parola di Gesù si sta rivestendo di assurdità inaudita. Gesù non risponde affermando che Lui è prima di Abramo, dice invece: Prima che Abramo fosse. "Io sono". Lui è Dio e in quanto Dio è prima di Abramo. Ogni parola di Gesù ha un peso eterno. La si può anche non accogliere, ma essa rimane stabile e immutabile nella sua verità. La sua è parola di vita eterna che dona eternità di vita a chi l'accoglie nella fede più pura, santa.

V settimana di quaresima – Mercoledì

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?».

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».

Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro».

Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato».

 

Ditemi se vi sentite liberi dalla cupidigia, dall'alcool, dalla droga, dalla bramosia di potere, dal voler tenere tutto sotto controllo, liberi di dire la vostra opinione qualunque essa sia in qualunque circostanza a qualunque persona, fosse anche il vostro datore di lavoro o colui che può decidere se darvi un permesso o meno per la vostra attività.

No, non siamo completamente liberi, ci illudiamo di esserlo perché "libertà" è una bella parola, suona bene, ti fa credere di poter fare qualunque cosa. L'adolescente lo impara alla svelta, è su questo valore che si gioca la vita. Quante volte un ragazzo di circa sedici, diciotto anni decide di prendere un bivio piuttosto che un altro, quante volte decide se studiare o ascoltare la musica, giocare al computer, evitare la scuola per uscire con gli amici. Una volta rappresenta un'eccezione, la seconda un piccolo svago, ma ripetere costantemente questa scelta, anche se in piena libertà, lo condurrà ad essere schiavo della propria ignoranza, perderà l'occasione di farsi una cultura, imparare un mestiere, costruirsi il proprio futuro.

Una volta cresciuto sarà imprigionato, schiavo dell'errore fatto da ragazzo, gli mancherà qualcosa, avrà poca libertà di poter scegliere un lavoro e dovrà accontentarsi di svolgere mansioni che avrebbe volentieri evitato, costretto ad accettarle per necessità, per sopravvivenza. Quelle catene le ha costruite lui e solo lui potrà spezzarle riprendendo in mano i libri di studio e migliorando le proprie conoscenza. Più tardi lo farà e maggiore sarà il peso che dovrà sopportare.

La mia mamma smise di studiare a sedici anni, andò a lavorare, poi un giorno la provincia le disse "signora lei è un'ottima professoressa di stenografia e dattilografia, ma per continuare ad insegnare deve prendere un diploma". Con grandissima fatica, io avevo otto, dieci anni, il lavoro, la casa da mandare avanti, un marito ed un figlio da accudire si iscrisse alle serali. Quei due anni che la portarono a prendere il diploma in maniera forzata le insegnarono quanto fosse bello studiare, approfondire, imparare al di là del proprio ambito, così si iscrisse all'università conseguendo la laurea in lettere quattro anni dopo con un voto vicinissimo al massimo. La laurea le aprì nuove opportunità lavorative e si sentì libera di decidere della propria vita, libera di andarsene da un ambiente ostile, libera di fondare una scuola per aiutare tanti ragazzi in difficoltà, sogno che si infranse contro il muro del cancro, ma è morta da donna libera.

E' così per tutti noi. Siamo legati a mille debolezze e solo abbandonando, non senza lotta e senza fatica, il nostro peccato saremo veramente liberi di poter agire a testa alta senza doversi nascondere, senza la paura che qualcuno ci punti il dito contro e infici il nostro operato.

V settimana di quaresima – Martedì

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?».

E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre.

Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.

 

Nella prima lettura di oggi, abbiamo l’episodio di Mosè nel deserto dove, con il popolo attaccato da serpenti velenosi, riceve l’ordine dal Signore di formare un serpente di bronzo e metterlo sopra un’asta, coloro che avrebbero guardato il serpente, avrebbero attenuto la salvezza. Una scena simile avviene con le parole di Gesù quando afferma che quando sarà innalzato attirerà tutti a lui. In un altro passo dice che come Mosè nel deserto innalzò il serpente, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo. Oggi ci dice un qualcosa di più: quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono! Una volta crocifisso, sapremo che lui è Dio. Il compito di Dio è proprio quello di dare la vita, in maniera particolare a colui che sta morendo. L’episodio del libro dei numeri con i serpenti, e questo passo, fanno riferimento alla missione propria di Gesù, in quanto Dio, di dare la vita all’umanità. In questi giorni risuona forte la parola “vaccino”, il riferimento al serpente su di un’asta fa pensare allo stemma della farmacia, ma l’azione salvifica di Gesù è proprio un vaccino nei nostri confronti, per renderci immuni davanti alla morte. Come infatti nel vaccino, si sua proprio il veleno che ti da la morte, il batterio che può stroncare la propria vita, indebolito in laboratorio ti viene iniettato, così il tuo corpo può fare gli anticorpi, in ugual maniera il nostro battesimo, ci immerge nella morte di Cristo, perché possiamo anche noi avere gli anticorpi e con la sua Grazia affrontare la morte per uscirne vittoriosi. Se non crediamo che Gesù Cristo è Dio, moriremo nei nostri peccati, tutto diventa lecito e non saremo più capaci di distinguere ciò che è bene e ciò che è male. Questa è la grande morte che il diavolo costantemente ci propone. Combattiamolo con l’obbedienza a Dio e l’abnegazione di noi stessi, specie in questo tempo di conversione. Coraggio! Dio ha vinto il mondo, siamo alleati con l’uomo forte!

V settimana di quaresima – Lunedì

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adultèrio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Una donna sorpresa in flagrante adulterio… e l’uomo dov’è? L’adulterio si fa in due… già questo ci dovrebbe far pensare sulla mentalità dell’epoca, prettamente maschilista, ma non solo questo, anche sul fatto che non è il problema l’adulterio, ma trovare un pretesto per condannare Gesù. Infatti, analizzando il testo, ci sono delle cose che non quadrano. La legge giudaica prevede la pena della garrota come pena di morte per il peccato di adulterio, e non la lapidazione. Inoltre non solo lei, ma tutti e due dovevano essere condannati alla medesima pena. Gesù non si scompone davanti questo fatto, ma mette tutti nella stessa situazione: una donna sorpresa in adulterio non poteva essere toccata, chi la toccava doveva essere lapidato… quindi tutti coloro che avevano portato la donna da Gesù avrebbero dovuto subire la lapidazione. Qui viene la risposta di Gesù: “chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Cosa che ovviamente non era possibile in quanto tutti i presenti erano in pieno peccato.

Anche a noi spesso viene da guardare l’agire dell’altro… Gesù ci chiama a salvare l’altro, così come troviamo scritto nel profeta Ezechiele dove dice che chi corregge il fratello lo ha salvato. Questa è l’azione della misericordia infinita di Dio, non condanna né chi accusa la donna né la donna stessa. La trasformazione che lo spirito opera in ciascuno di noi, di misericordia in misericordia ci porta ad un amore che non ha confini. Grati a Dio di tanto amore nei nostri confronti (e chi ha visto i propri peccati perdonati sa bene a cosa mi riferisco), anche noi siamo chiamati a fare altrettanto. “Va e non peccare più” sono parole che possono sembrare assurde, ma se il Signore lo dice, vuol dire che è possibile. Con la grazia di Cristo possiamo abbandonare tutto ciò che ci è di peso e il peccato che ci affligge…

V settimana di Quaresima - Domenica

Lazzaro

 

Se andiamo indietro con la memoria abbiamo visto le tentazioni, prove dove possiamo perdere la fede. Nella seconda domenica abbiamo imparato che la vera fede è l’ascoltare; nella terza domenica la Samaritana e abbiamo visto che fare di Cristo la nostra fede e la nostra morale vuol dire fare un percorso: Signore, Profeta, messia, salvatore del mondo.

La settimana scorsa, l’altra tappa, il cieco nato che ci ha mostrato molto bene cosa il cristiano deve affrontare se vuole vivere bene la propria fede: l’abbandono.

Oggi ci poniamo davanti la domanda: ne vale la pena? La domanda della gente: “lui che ha dato la vista al cieco, non poteva far si che costui non morisse?”. Nel caso della morte di una persona cara, come anche in tanti fatti della nostra vita questa domanda risuona nelle nostre orecchie: “Se Dio può, perché non fa? Perché permette?” Domanda che mette in crisi la nostra fede.

Tutti noi davanti alla morte e alla sofferenza, scappiamo! Ci rifugiamo dietro frasi del tipo “ci deve essere pure qualche cosa, dopo”, abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa. Già Marta nel vangelo alla domanda di Gesù “Credi che tuo fratello risorgerà?” lei dice che sa che risorgerà nell’ultimo giorno, che già è un passo avanti! Gesù insiste: “io sono la risurrezione e la vita, credi questo?” La risposta è precisa: “Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio che deve venire nel mondo!”

Cristo ci dice: “chi crede in me vive in eterno!”. Tutti siamo fatti per la vita, per noi la morte sarà un passaggio! Se scegliamo di credere in Dio è solo per questo!

La nostra fede è principalmente per questo: avere la vita eterna! Marta, che voleva bene a Gesù, chiude il suo dialogo con questo: “io credo”, come il cieco e la samaritana.

Il battesimo, è avvenuto proprio per questo: siamo stati immersi nella morte di Cristo, siamo morti al peccato per vivere per sempre della vita di Dio, una vita che sfida il passaggio buio della morte.

Oggi è l’ultima tappa. La nostra fede non è fondata su idee ma su un legame con una persona che si chiama Gesù Cristo! Tutto il resto è commento!

Credere in lui è un qualcosa di impegnativo e non di intellettuale. La nostra fede non è solo di testa ma di tutta la persona, perché nel momento in cui uno decide di credere, gestisce tutta la vita come se fosse Gesù stesso a vivere con le nostre membra. Questa è la fede.

Riceviamo uno Spirito che ci dà la vita. Nella seconda lettura San Paolo dice che tutti siamo abitati dallo Spirito Santo! Lo vediamo nella creazione; in Ezechiele, dove lo spirito dà la vita a tutte le ossa; è lo spirito che dà la vita a Gesù dentro il grembo di Maria e, San Paolo dice, quello stesso spirito che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi e ha il compito di darci la vita (risuscitarci come con Gesù).

Lo puoi vedere in tre modi: 1. Professando che Gesù è il Signore, (nessuno lo può fare se non sotto lo spirito); 2. Nel servizio all’altro (solo lo Spirito non far tener conto del proprio interesse); 3. Nella preghiera (lo Spirito ci dà la capacità di chiamare Dio papà). Sono piccole cose, ma se le cogliamo, abbiamo la certezza che lo spirito abita in noi e quindi anche la certezza della risurrezione!

IV settimana di Quaresima – Sabato

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.

Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».

Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

 

Gesù è stato mandato dal Padre sulla terra per ricolmare le menti della sua luce più vera, più pura, più divina, per rivestire le anime della sua grazia, che dona vita e rinnova il cuore, per rifare l'uomo nuovo, interamente nuovo attraverso lo Spirito Santo, operatore di una nuova creazione, ancora più mirabile di quella antica. Scribi, farisei, capi dei sommi sacerdoti, per allontanare la gente da Cristo Signore in modo che nessuno potesse credere in Lui non solo espellono dalla sinagoga coloro che attestano una qualche vicinanza a Gesù, ma anche si fanno forti della loro non fede in lui e la propongono come unico e solo criterio di verità per tutto il popolo sotto le loro cure.

Se loro non credono, nessuno deve credere. La loro non fede è attestazione, certezza, verità che Cristo Gesù non è da Dio. È questo uno strano modo di pensare, agire, argomentare, dedurre. Io non credo, Gesù è falso. Io non ho creduto, tu non devi credere. La mia fede è certezza per la tua. Se io credo, tu credi. Se io non credo, tu non puoi, non devi credere. Questa argomentazione non è stata solo di ieri, è anche di oggi. Ho conosciuto un ministro del Signore che disse ad un suo penitente: "Se tu credi in questa storia, io non ti assolvo. Io non credo, tu non devi credere. Io non aderisco, tu non devi aderire, pena la non assoluzione dei tuoi peccati". Il proprio cuore diviene criterio non solo di fede o di non fede, ma anche criterio per dare o non dare la grazia di Dio che non è proprietà del ministro. Della grazia lui è solo amministratore.

Ho conosciuto anche altre persone, per il mondo e per la Chiesa ragguardevoli, che sempre si sono serviti della loro posizione per allontanare dalla fede nella vera profezia. Io non credo, tu non devi credere. Io non l'accolgo, tu non la devi accogliere. Io mi dissocio e tu ti devi dissociare. Non vi sono argomentazioni oggettive, ma solo soggettive. Io non voglio e tu non devi volere. Quando un ministro di Dio compie queste cose, è certo che non lavora per il Signore. Da ministro di Dio si è trasformato in ministro di Satana. Lavora per il principe di questo mondo e per incrementare il suo regno. A volte bastano poche, piccole, semplici decisioni perché uno manifesti per chi lui lavora, se per il Signore o per Satana, se per Cristo Gesù o per l'inferno.

Quando i capi decidono che il loro pensiero è il solo criterio di discernimento del vero e del falso, anche la Scrittura perde il suo valore. Essa non è più fonte certa, sicura per giungere alla verità. Nicodemo viene accusato di non conoscere la Scrittura. Dalla Galilea non sorgono profeti. Isaia profetizza che proprio dalla Galilea viene la luce.

IV settimana di Quaresima – Venerdì

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.

Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».

Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».

Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Quando il popolo si impossessa di qualsiasi notizia, anche della più santa e perfetta, conservarla intatta diviene assai difficile. Ogni trasformazione è possibile. Il popolo afferma, anzi sostiene, argomenta che Gesù non è il Cristo, perché si conosce che Lui viene da Nazaret. "Invece quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove sia". È questa una notizia priva di ogni fondamento scritturistico, perché la Scrittura Santa afferma con precisione l'origine di Cristo. Il Messia sarebbe nato a Betlemme.

Non è questa verità che Gesù vuole affermare, ma un'altra molto più essenziale, vitale. Lui non viene dalla terra, viene dal Padre. Lui è dal Padre. È eternamente dal Padre. Nell'eternità è dal Padre. Nel tempo è dal Padre. Dalla sua volontà. Dal suo cuore. Dai suoi desideri. Dai suoi pensieri. È dal Padre per natura ed è dal Padre per obbedienza eterna. È Lui che lo ha mandato, che lo manda. Se Lui oggi è a Gerusalemme, lo è per obbedienza al Padre. Anche se Lui non dovesse conoscere il motivo della sua presenza nella città santa, il Padre di certo lo conosce. Secondo questa sua scienza divina lo muove perché la sua volontà sia fatta senza omettere nulla di essa.

Non si obbedisce perché si comprende, ma perché si ascolta. A volte non si comprende, sempre però si deve obbedire. La comprensione verrà dopo, ad opera compiuta. Questa scienza dell'obbedienza è giusto che noi la apprendiamo ed anche con una certa sveltezza e rapidità. A volte facciamo passare anni prima di obbedire. È tutto tempo sottratto alla grazia, alla verità, alla giustizia, all'amore, alla redenzione. Gesù in questo è perfettissimo. La sua obbedienza è immediata, subitanea, repentina. Nessun intervallo, neanche minimo, tra l'ascolto e la risposta. Lui è sempre dal Padre. Mai è da se stesso. Noi invece siamo sempre da noi stessi, raramente dal Padre.

Anche per rapporto alle intenzioni omicide dei Giudei Gesù è dal Padre. Questi ha su di Lui una sua particolare volontà e nessuno potrà mai agire differentemente. Il Padre ha sotto la sua custodia il Figlio e il Figlio si è lasciato prendere. Dal Padre Gesù è reso imprendibile, inafferrabile. Ma anche Gesù vi mette tutta la sua prudenza, la sua saggezza, la sua particolare intelligenza. Evita tutti quei luoghi isolati dove una imboscata è sempre possibile. È il tempio il luogo del suo ministero. Quanto il Padre opera per Gesù, lo opera per ogni altro suo figlio che si consegna a Lui con la stessa intensità di obbedienza e di ascolto. Chiunque si consegna al Padre, è da Lui, si pone nelle sue mani, non deve temere l'uomo. Il Padre sempre vigila su di Lui perché solo la sua volontà si compia. Questa fede deve sempre governare la nostra vita. Noi non siamo dagli uomini. Siamo dal Padre. Non siamo dagli eventi. Siamo da Dio. È Lui il Signore, mai l'uomo. Quando il cristiano perde questa fede, diviene dagli uomini.

IV settimana di Quaresima – Giovedì

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei:

«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.

Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.

Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.

E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.

Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.

Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?

Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

 

“Vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza”. La guarigione operata in giorno di sabato a favore del malato della piscina di Betzatà, dà occasione ai giudei di suscitare una violenta polemica contro Gesù, che assume quasi la forma di un processo. Gesù risponde indicando le testimonianze a suo favore: le parole del Battista, le opere che il padre gli concede di compiere, la Scrittura. Ma ha davanti avversari molto cocciuti. Il fondamento della nostra fede è la testimonianza dell’Antico e del Nuovo Testamento. Testimonianza della verità che non si può apprendere né provare scientificamente, e neppure codificare in una legge. Noi tutti ci impuntiamo su come il Signore dovrebbe agire e operare, ci aspettiamo che Dio compia le cose nella maniera che noi abbiamo ipotizzato e siamo convinti che quella sia l’unica soluzione plausibile. Siamo contenti quando le cose ci vanno come vogliamo e diciamo che siamo bravi, se le cose non vanno come noi pensiamo, allora la colpa è di Dio! Una cosa certa è che a Dio non manca la fantasia! Anche nei periodi in cui sembra si sia distratto nei confronti dell’umanità, come nella prima lettura di oggi in cui Dio parla con Mosè e il popolo, stanco dell’attesa, subito provvede a farsi un dio da adorare che corrisponda ai loro criteri. Sembra che Dio sia “occupato” in altre faccende (dialogando con Mosè) e non abbia avuto modo di pensare che c’è un popolo che lo attende. Nella preghiera di colletta il Signore ci invita a camminare fedelmente nella via dei suoi precetti, per giungere rinnovati alle feste pasquali. Chi tra i fidanzati non ha chiesto una prova di amore al proprio amante? Chi non si è fatto desiderare dell’amato/a? Questo è un po’ il modo di porsi di Dio in questo tempo di quaresima… il Signore ci chiede una prova d’amore.

IV settimana di Quaresima – Mercoledì

(Solennità dell’annunciazione)

 

Dal Vangelo secondo Luca

 

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

La partenogenesi ricorre spesso nella mitologia pagana, è però pura immaginazione, fantasia, non realtà. La Scrittura Sacra narra tanti parti avvenuti da donne sterili avanzate negli anni, o anche da giovani donne. Esse sono il frutto di un intervento dell'Onnipotente Signore. Dio è il Creatore dal nulla di tutte le cose. Anche un grembo sterile e avvizzito Lui può far concepire e partorire.

Ciò che avviene nella Vergine Maria, nel cui grembo si compie l'unica vera, autentica partenogenesi, non è solo un concepimento verginale. È molto di più, infinitamente di Dio. In Lei si compie il vero miracolo della partenogenesi per opera dello Spirito Santo. Chi però viene concepito in Lei non è un uomo, è il Figlio Unigenito del Padre Celeste. Siamo nell'umanamente impensabile, irrealizzabile, inconcepibile. Siamo nel soprannaturale, nel divino, nel celeste più puro e più santo. Siamo nella più pura verità di Dio. Siamo nell'irripetibile. Mai più vi potrà essere un simile parto. L'Apostolo Giovanni nel suo Vangelo così narra il mistero che si compie nella Vergine Maria. Ecco Colui che oggi viene concepito nel suo seno: il Verbo eterno.

Vi potranno essere nella storia donne eccellenti. Per sviluppo della scienza, domani potranno esistere anche vergini che concepiscono. È una cosa immorale, ma possibile. Nessuna donna domani però potrà generare Dio nel suo grembo. Questa gloria è solo di Lei, di Maria, della Vergine di Nazaret.

Maria dice il suo sì e il Verbo di Dio si fa carne in Lei, si fa vero e perfetto uomo, rimanendo vero e perfetto Dio. Una è però la persona che nasce, eternamente da Dio, nel tempo dalla Vergine Maria, il Figlio eterno del Padre. Da oggi Dio non è più solamente Dio, non è solo il Creatore dell'uomo, è anche vero e perfetto uomo.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci la fede pura in Gesù.

IV settimana di quaresima - martedì

Dal Vangelo secondo Giovanni

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.

Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.

Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.

Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Secondo un'antica credenza si pensava che un angelo venisse dal cielo ad agitare l'acqua. Il primo che scendeva in essa, dopo l'agitazione dell'angelo, veniva guarito. Il paralitico non può muoversi. Ha bisogno di un aiuto. Nessuno glielo offre. Ognuno pensa al suo male e alla sua guarigione. Gesù vede quest'uomo e ne ha compassione. Lo guarisce non conducendolo nell'acqua, ma solo ordinandogli di alzarsi, prendere la sua barella e camminare. Non appena l'ordine è stato impartito, subito il paralitico si alza e inizia a camminare, portando con sé la sua barella. Era però un sabato quel giorno.

Letto in chiave allegorica, il Vangelo di oggi ci insegna una grandissima verità. L'uomo non pensa all'altro uomo. Non ne ha le capacità per natura. Un paralitico non può soccorrere un altro paralitico e un povero cosa potrà mai donare ad un altro povero? Non è però solo per motivi di volontà. Si tratta di vera impossibilità di natura, di essenza. L'uomo è sostanza povera, misera, incapace. Giace dinanzi alla piscina e li vi rimane per molti anni. Questa è la condizione della nostra natura umana.

Perché noi possiamo fare il bene, sempre, verso tutti, è necessaria la trasformazione, la guarigione, il risanamento di natura. Quest'opera è solo di Cristo Gesù e del suo Santo Spirito. Se Cristo non passa accanto a noi e non ci guarisce, se lo Spirito di Dio non entra nel nostro cuore e non lo cambia, nessuno di noi potrà fare il vero bene. Abbiamo il desiderio di farlo, ma non la capacità. Cristo oggi deve essere portato, veicolato. Chi deve veicolarlo è il cristiano. È lui oggi il solo vero portatore di Cristo.

IV settimana di Quaresima – Lunedì

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.

Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.

Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.

 

Mi ha sempre incuriosito l'annotazione che lega il racconto della samaritana con la resurrezione del figlio del funzionario reale. Un'annotazione all'apparenza innocua e che, pure dice molto. Nessuno è bene accetto in patria, lo sappiamo bene, lo sa anche Gesù. Ma, inaspettatamente, quando torna a casa riceve un'ottima accoglienza. Che cosa è successo? I suoi compaesani hanno scoperto che Gesù è piuttosto famoso e, incuriositi, si sono finalmente decisi ad ascoltarlo senza pregiudizi. Da un punto di vista letterario, il “paese natale” di Gesù è Nazaret, un villaggio della Galilea poco conosciuto. Per questo motivo Giovanni insiste su questa osservazione, per sottolineare la testimonianza missionaria di Gesù. Gesù è stato inviato al popolo di Giudea, il cui centro religioso era Gerusalemme, tuttavia non vi fu ricevuto (Gv 1,11). La salvezza, la redenzione per mezzo della fede va molto al di là dei privilegi legati alla razza e ad ogni altro particolarismo. Gesù, dunque, ha svolto la sua attività non soltanto in Galilea ma anche nelle regioni pagane. E, in questo brano di Vangelo, il mondo pagano è rappresentato dal funzionario di Cafarnao, che non è ebreo. Egli, pagano, ha creduto alla parola di Gesù, dando prova di una fede pura e sincera che deve servirci di esempio. A volte succede anche a noi così: abbiamo accanto delle persone che non valutiamo con attenzione poi, magari, veniamo a sapere da altri quanto valgono! Cerchiamo di avere uno sguardo aperto e disponibile nei confronti di tutti, senza pregiudizi, sapendo che Dio usa chiunque per aiutarci a raggiungere la verità. Un cuore chiuso può impedirci di accogliere quello che il Signore sta per dirci! Un cuore che, invece, sa accogliere anche chi non la pensa come noi, può farci scoprire delle inattese verità. Impegniamoci, in questa quaresima, ad essere più ricettivi, e accoglienti magari proprio con le persone maggiormente vicine (addirittura il nostro coniuge!) e ne vedremo delle belle!

IV settimana di Quaresima – Domenica

 

 

Il cieco nato

 

Stiamo facendo un percorso quaresimale attraverso il quale stiamo ripercorrendo il nostro battesimo. Tentazioni, ascolto, titoli divini.

Oggi ci viene detto a cosa andiamo incontro se accettiamo le domeniche precedenti.

Cosa succede? Ci vengono aperti gli occhi!

Nella prima lettura abbiamo ascoltato come viene scelto il più piccolo dei figli di Iesse e abbiamo capito che Dio non guarda l’aspetto esteriore ma guarda il cuore. Avere la fede vuol dire essere in grado di vedere il cuore degli avvenimenti e il cuore delle persone senza rimanere prigionieri di ciò che appare soltanto.

Esempio: “quell’uomo ha fatto una buona azione!” Il fatto è oggettivamente buono, ma con quale interesse? L’ha fatto per generosità, per farsi vedere, per credersi grande… il credente comincia a ragionare così. Cominciamo a formare la nostra coscienza che è la legge più grande delle leggi.

La legge permette tante cose che magari non sono buone per la nostra coscienza; anche se la legge lo consente, cosa ti dice la tua coscienza? La legge dello stato non segue nessuna morale ma mira a che ci sia una pacifica convivenza tra i cittadini, ma la tua coscienza sì! Il bene e il male te lo dice la coscienza: da qui comprendiamo cosa vuol dire avere la fede e vedere.

Quest’uomo del vangelo, quando vede? Gesù fece del fango, lo plasmò sugli occhi (unse in greco) e gli dice: vai a lavarti nella fonte dell’”inviato”. Allusione al battesimo: lavacro, unzione dono dello spirito, inviato è Gesù Cristo.

Poi ci sono delle tappe ben precise:

La prima a cui si va incontro è il disconoscimento degli amici: quando ragioni come cristiano si chiedono è lui o gli assomiglia?

Poi viene cacciato dalla sinagoga: “Sarete cacciati dalle sinagoghe”, e ciò è avvenuto.

Poi viene abbandonato dai genitori”, Gesù lo aveva detto “non sono venuto a portare la pace, ma la spada, padre contro figlio”.

Chi vuole essere suo discepolo, “prenda ogni giorno la sua croce”, che non è prendere le proprie sofferenze ma bensì rimanere soli! Quando uno veniva condannato alla crocifissione e gli veniva caricato il patibolo, nessuno poteva più avvicinarlo, restava solo. Chi vuole essere suo discepolo rimarrà solo, si corre anche questo rischio. L’unica compagnia che gli resta è proprio Gesù Cristo; di conseguenza il rapporto che ne esce è limpido: io credo, punto!

Il racconto è molto ricco, ma l’itinerario è molto semplice: chi crede ha un modo nuovo di vedere la realtà, a causa di questo potrebbe non essere capito dagli amici e essere abbandonato, bandito dai perbenisti della società, potrebbe essere abbandonato anche dai suoi, e si trova solo! A noi forse non accada, ma potrebbe accadere. Siamo capaci, quando tutti ti dicono che sbagli ma la tua coscienza ti dice che la verità è questa a seguire la nostra coscienza e dare ragione della nostra fede? Pensiamo ai martiri: sono tanti, nell’ultimo secolo sono stati martirizzati più cristiani che non nei primi quattro secoli di storia. A noi probabilmente non capiterà, ma c’è un altro modo di essere perseguitati, che è quello che abbiamo ascoltato nel vangelo: abbandono, non comprensione, esclusione!

Allora capiamo cosa voleva dire prendere il battesimo, a cosa si va incontro accettando di essere cristiani pubblicamente.

III settimana di Quaresima – Sabato

 

 

Dal Vangelo secondo Luca

 

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

Non tutti i farisei erano come quello che Gesù presenta in questa parabola; però indubbiamente succedeva spesso che quel tipo di persone coincidesse con quel tipo di fariseo descritto da Gesù.

L'arroganza, la presunzione, la prepotenza, il disprezzo degli altri: tutto è fissato con arte e profonda verità nella descrizione del modo di porsi durante la preghiera. Eccolo lì: ritto davanti a Dio, quasi ponendosi alla pari con Lui. Nel cuore poi affonda sé stesso con un giudizio del tutto negativo sul conto del povero uomo che, come lui, è venuto a pregare.

Per il fariseo infatti gli altri sono tutti "ladri ingiusti adulteri". Eppure questo pubblicano che, per la mentalità di allora voleva dire uomo di cattiva fama, riprovevole da un punto di vista etico e civile, si comporta, nella parabola, in tutt'altro modo.

Già quel suo fermarsi a distanza con aria dimessa, quel suo battersi il petto esprimono anche esteriormente ciò che gli passa in cuore. Prima di tutto eccolo dichiararsi peccatore: esattamente l'opposto di quello che dice di sé il fariseo.

L'icastica descrizione che Gesù fa dei due atteggiamenti (quello del fariseo e quello del pubblicano) sono così efficacemente opposti da impegnarmi a prendere posizione. Non si tratta solo di dichiararmi per chi è autentico nella preghiera perché in essa ha il coraggio di esporre la verità della propria vita. Si tratta inoltre di chiedere per me uno stesso impegno di limpidezza interiore e dunque anzitutto il pentimento di quanto c'è di negativo nella mia vita. Non certo con scoraggiato pessimismo ma con sempre viva fiducia in Colui che è per essenza misericordia perdono amore senza confini.

Signore Gesù, demolisce in me il fariseo che tenta sempre di inquinarmi esistenzialmente, fammi "vero" della tua verità che è anzitutto atteggiamento positivo verso il prossimo.

III settimana di Quaresima – Venerdì

 

Dal Vangelo secondo Marco

 

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

In questa pericope si evidenzia un problema molto serio per gli ebrei: qual è il primo comandamento? Gli ebrei infatti si devono muovere tra 613 precetti e per raccapezzarsi tra tutte queste norme, chiedono a Gesù che devono fare?

L’amore per Dio senza dubbio era indiscusso, inoltre per gli ebrei è fondamentale, tutti gli ebrei conoscono la preghiera del Deuteronomio che mette Dio al primo posto. La recitano almeno due volte ogni giorno. Ma l’amore di Dio non va disgiunto dall’amore al prossimo, perché l’uomo è stato creato a sua immagine. L’esigenza della Chiesa primitiva sul comandamento dell’amore come pieno compimento della legge scaturì dall’insegnamento di Gesù e dal suo esempio di dedizione totale, sino al dono della vita per la salvezza dell’umanità. In effetti, per Gesù, l’amore per Dio si concretizza nell’amore per il prossimo. A questo vangelo viene associata una prima lettura del profeta Osea dove egli ammonisce il popolo che solo nel suo Dio troverà la salvezza di cui sente il bisogno. Perciò è chiamato a riconoscere che non può sperare nei sovrani suoi alleati; al contrario, deve ricorrere al Signore che lo invita a tornare a lui. L’invito della conversione è accompagnato dalla promessa della benedizione divina.

Anche nella preghiera di colletta si chiede che possiamo salvarci dagli sbandamenti umani e restare fedeli alla parola di vita eterna.

III settimana di Quaresima – Giovedì

San Giuseppe, sposo delle B.V. Maria

 

Dal Vangelo secondo Matteo

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.

 

Con la solennità di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, oggi la Santa Chiesa ci invita a contemplare questa figura di un uomo giusto, disponibile e obbediente. Un invito che ci può aiutare molto ad accogliere alcuni doni, virtù e qualità giuste per la nostra vita in questo tempo propizio alla nostra conversione. Il Santo papa Paolo VI, il 19 marzo 1965, nell'omelia rivolta ai fedeli durante la sua visita alla parrocchia di San Giuseppe al Trionfale qui a Roma, parlando ai presenti si espresse così: "Che cosa di più umile, di più semplice, di più silenzioso, di più nascosto ci poteva offrire il Vangelo da mettere accanto a Maria e Gesù?". L'evangelista Matteo nel tessere l'elogio di Giuseppe, lo esaurisce sbrigativamente con una frase: "Giuseppe era giusto", perché si è impegnato ad eseguire la volontà di Dio; non ha mai avanzato la pretesa di rivendicare uno scampo di autonomia personale per attendere a qualcosa di suo. Davvero era un'anima di preghiera, disponibile e obbediente; l'uomo giusto che si abbandonò fiduciosamente al mistero di Dio, e manifestò la sua totale disponibilità. Giuseppe era un uomo "giusto", cioè cercava sinceramente la volontà di Dio, non il proprio interesse. Chiediamo oggi la grazia di avere la stessa fede, la stessa fiducia, la stessa docilità, la stessa generosità e purezza di amore, per noi e per tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa, affinché le meraviglie di Dio si attuino anche nel nostro tempo.

III settimana di Quaresima – Mercoledì

 

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

 

Il Vangelo di oggi insegna come osservare la legge di Dio in modo tale che la sua pratica indichi in cosa consiste il pieno compimento della legge. Anzitutto è importante sapere che Matteo scrive per aiutare le comunità dei giudei convertiti a superare le critiche dei fratelli di razza che li accusavano dicendo: "Voi siete infedeli alla Legge di Mosè". Gesù stesso era stato accusato di infedeltà alla legge di Dio. Matteo ha la risposta di Gesù nei riguardi dei suoi accusatori, così dà una luce per aiutare le comunità a risolvere il loro problema. Gesù aveva detto che la missione della comunità, la sua ragione d'essere, è quella di essere sale e luce! Aveva dato alcuni consigli rispetto ad ognuna delle due immagini, il vangelo d’oggi ci permette di approfondire e riconoscere che Gesù è il compimento della legge. È importante osservare i due brevi versi del vangelo d’oggi: “Neppure uno iota passerà dalla legge”, c'erano varie tendenze nelle comunità dei primi cristiani. Alcune pensavano che non fosse necessario osservare le leggi dell'Antico Testamento, perché siamo salvi per la fede in Gesù e non per l'osservanza della legge (Rom 3,21-26). Altri accettavano Gesù, Messia, ma non accettavano la libertà di Spirito con cui alcune comunità vivevano la presenza di Gesù. Pensavano che essendo giudei dovevano continuare ad osservare le leggi dell'Antico Testamento (At 15,1.5). Allora, Osservando queste tensioni, Matteo cerca un equilibrio tra i due estremi. Le comunità non potevano essere contro la Legge, né potevano rinchiudersi nell'osservanza della legge. Come Gesù, dovevano fare un passo avanti, e dimostrare, nella pratica, qual era l'obiettivo che la legge voleva raggiungere nella vita delle persone, cioè, nella pratica perfetta dell'amore. “Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli". La grande preoccupazione del Vangelo di Matteo è mostrare che l'Antico Testamento, Gesù di Nazaret e la vita nello Spirito non possono essere separati. I tre fanno parte dello stesso ed unico progetto di Dio e ci comunicano la certezza centrale della fede.

La prima lettura ci incoraggia molto in questo combattimento, ci dice che i popoli vedendo il nostro modo di vivere e di agire diranno: “questa grande nazione è il solo popolo intelligente e saggio!”. L’agire cristiano sempre desta stupore e quando è autentico porta alla santità!

Nella preghiera di colletta si chiede che i fedeli, assidui nelle buone opere e nell’ascolto della parola del Signore, possano servire il Signore con generosa dedizione. Questo servizio al Signore è proprio dato dal servizio al povero e al bisognoso.

III settimana di Quaresima – Martedì

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo

 

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

In questo vangelo Pietro pone a Gesù una domanda più che legittima per capire se ha veramente compreso il senso della sequela di Cristo. Il precetto del perdono al prossimo, secondo la legge giudaica, era di tre volte, Pietro chiedendo a Gesù se sette volte fossero sufficienti, già allarga molto quello che era considerato già giusto per gli ebrei. Gesù coglie la palla al balzo e dice: “non solo fino a sette, ma fino a settanta volte sette” cifra per definire un numero illimitato di volte. Oltre al calcolo quantitativo, Gesù propone un cambio di mentalità, che comporta il perdono illimitato, a imitazione del Padre celeste, sempre pronto a perdonare e ad accogliere il peccatore pentito. Un ulteriore chiarimento ci viene dalla parabola subito seguente che ha come fulcro il tema della misericordia che, leggendo il testo in chiave cristologica, la misericordia del Padre si vede nell’invio di suo Figlio nel mondo. Le due scene presentate in maniera identica fanno riflettere proprio sull’ingiustizia e su un Re, che come Dio, deve mettere giustizia, perdona al servo, ma applica la stessa misura che il servo applica all’altro servitore: “Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. C’è la giustizia divina che consegna il servo agli aguzzini. Appare evidente la necessità di perdonare il prossimo in vista della salvezza alla fine dei tempi.

Alla luce di quanto detto ecco che nella prima lettura troviamo il profeta Daniele che chiede al Signore di accogliere un cuore contrito e uno spirito umiliato affinchè la sua grazia non ci abbandoni (colletta) ma possiamo essere sempre fedeli nel suo servizio, come servi obbedienti e gradi di tanto amore e misericordia che non ci meritiamo.

III settimana di Quaresima – Lunedì

 

Dal Vangelo secondo Luca

 In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Il Vangelo di oggi è la seconda parte del discorso che Gesù fa a Nazareth in cui presenta la sua missione e viene rifiutato dai suoi così da spingerlo ad abbandonare la sua patria. Come profeta, Gesù preannuncia la sua sorte che sarà come quella di tutti gli altri profeti. Gesù riporta la salvezza rivolta ai pagani già al tempo di Elia e di Eliseo che vengono riletti tranquillamente come una prefigurazione della Chiesa in mezzo alle genti. Queste parole di Gesù tuttavia suscitano indignazione, il Messia porta una salvezza che è universale, il popolo ebreo sperava una liberazione dall’oppressione romana e l’instaurazione del regno davidico affinchè Israele potesse regnare su tutte le nazioni. Di questo modo lo prendono e lo portano sul precipizio, luogo che dista circa 2 km a sud di Nazareth, troppo lontano per un linciaggio, questo fa pensare che Luca si riferisca alle mura di Gerusalemme, dove poi sarà crocifisso. Anche in questo pericolo di morte, come in altri, Gesù ne passa indenne perché non era giunta la sua ora come dice in altri brani.

A questo vangelo viene proposta la prima lettura dal secondo libro dei Re in cui viene riportato l’episodio di Naamàn che viene guarito dalla lebbra dal profeta Eliseo. Naamàn si sdegna delle indicazioni che riceve dal profeta per la guarigione, questo un po’ come noi a cui possono calzare strette queste misure preventive per la salute. Ma anche in questo può arrivare la salvezza, non solo fisica ma anche dello Spirito. Nella preghiera di colletta si dice: “purifica e rafforza la tua Chiesa, e poiché non può sostenersi senza di te, non privarla mai della tua guida” questo è un tempo di purificazione per noi, in cui possiamo vedere quello che è veramente importante per noi e per la nostra vita e in tutto questo tempo, a che livello siamo con il nostro rapporto con Dio. Usciamo più forti, non per i nostri meriti, ma perché in noi opera la Sua misericordia.

III settimana di Quaresima – Domenica

 

La samaritana

 

Il testo biblico è molto ricco, sia sotto il profilo umano che teologico. Prendiamo il meglio di questa domenica. Nella prima tappa della quaresima abbiamo visto le tentazioni, nella seconda abbiamo affrontato l’ascolto del Figlio. In questa tappa ci viene proposto un cammino per ascoltare… la samaritana parte da un dato: “tu Giudeo”, parte dalla conoscenza storica di Gesù. Tu oggi credi? Si, perché? Pochi di noi sarebbero capaci di rispondere a questa domanda. Tanti autori erano coetanei di Gesù e hanno parlato di lui (Giuseppe Flavio, Plinio, ecc). La prima tappa per ascoltare Gesù è proprio conoscerlo da un punto di vista umano, quello che lui ha detto e fatto. Come fai ad ascoltarlo se non l’hai conosciuto?

La seconda tappa della samaritana lo chiama in greco Kyrios, Signore (padrone di casa, capo famiglia). Quando viene fatta la traduzione del testo ebraico al testo greco, il nome YHWH viene tradotto con il termine Kyrios. Chiamare uno con questo nome, significa che io sperimento Dio attraverso di te. Nel cristianesimo Kyrios è colui che ha l’ultima parola su di me. L’ultima parola quindi non ce l’ha la moda, non ce l’ha lo stato (a cui sicuramente devo sottostare e obbedire), al di sopra di tutto c’è Lui, perché è Lui che mi da l’ultimo giudizio se io faccio scelte positive o negative. La legge dello stato non sempre riesce a mettere dei fini che sono in piena comunione con il mio essere cristiano, devo sicuramente osservarle ma l’ultima parola spetta alla legge più grande. Quindi questo nostro itinerario non è cosa facile per conoscere Gesù.

Un terzo elemento: è lui il Messia. Oggi magari a noi è un termine che non ci dice molto. Nel racconto di Adamo ed Eva, dopo che hanno mangiato il frutto, Dio subito punisce il serpente e gli dice che porrà “inimicizia tra lui e la donna, tra la tua stirpe e la sua; ella ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. In greco troviamo scritto “Egli ti schiaccerà la testa e tu gli insidierai il calcagno”. Questo “Egli” è il Messia: saremo salvati dalle nostre colpe attraverso la Sua sofferenza.

C’è un’ultima tappa in questo brano che non viene fatta dalla samaritana ma dai suoi compagni dove le dicono, noi non abbiamo più bisogno di te, noi abbiamo visto che Lui è il “salvatore del mondo”. Il messia è colui che ti salva dai peccati, ma noi tutti dobbiamo affrontare la morte: nella lettera agli Ebrei si dice chiaramente che Gesù è morto ed è risorto per dimostrare che la morte è vincibile e se noi siamo innestati a Lui anche noi possiamo vincere la morte.

La grande salvezza che Gesù ci ha portati non è solamente la vittoria sul peccato, ma soprattutto la vittoria sulla morte affinché noi potessimo camminare in una vita nuova.

Questo il percorso, da Gesù storico, a Kyrio, a Messia, profeta (vedremo la prossima domenica), a salvatore del mondo. Non pretendiamo di farlo tutto in questa quaresima, l’importante è cominciare a fare questo percorso. Passare dal Gesù che troviamo nei santini al Gesù che ci parla nel vangelo.

II settimana di Quaresima – Sabato

 

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

 

Questo tempo di Quaresima è senz’altro un tempo in cui noi dobbiamo prendere più consapevolezza dell’opera redentrice di Cristo e a vivere con più intensità quest’opera d’Amore. Oggi il Vangelo ci presenta la parabola del Padre Misericordioso e il figlio che ritorna. Con illusa fantasia e imprudente determinazione, il figlio parte da casa. Dopo un tempo è immerso in una situazione di profonda miserabilità: la fame, l’umiliazione, la vergogna. Allora la coscienza si illumina e incomincia il cammino di ritorno alla casa del padre, che non ha mai cessato di attendere quel figlio sbandato, ma sempre amato, che nel suo ritorno non trova un pur meritato castigo, ma un abbraccio commosso e un gioioso convito. Questa parabola porta un gran sollievo al nostro cuore, principalmente in questo tempo che stiamo vivendo. Il Signore ci vuole come figli. E se siamo figli siamo anche eredi. Così vuole Dio. Che meraviglia! Dopo il peccato siamo stati accolti, baciati, rivestiti nutriti e festeggiati: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” e ancor più: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Abbiamo iniziato la quaresima con un invito: “convertitevi e credete al Vangelo”; oggi il vangelo ci insegna che la via alla conversione comincia se confidiamo nella divina misericordia. La misericordia è ciò che è proprio di Dio.

Diceva bene il profeta Michea nella prima letture: “quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore”. Come dice la preghiera di colletta: “con i sacramenti ci rendi partecipi del tuo mistero di gloria” con le esperienze della vita, ci guida alla splendida luce della sua dimora.

II settimana di Quaresima – Venerdì

 

Dal Vangelo secondo Matteo

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

 

Fare la Quaresima col Signore è acquisire una forza rinnovata per progredire nella vita spirituale, pur in mezzo a pericoli ed a insidie. È sentire e ascoltare la voce di Dio e non indurire il cuore. La parabola, raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, nel Vangelo d’oggi ci mostra la situazione di conflitto che aveva Gesù con i capi dei giudei negli ultimi giorni della sua vita. Gesù cerca di illuminare il buio delle loro coscienza raccontando, con una parabola, i punti oscuri della storia d’Israele. Pronunciando questa parabola dinanzi alle autorità religiose nel recinto del tempio, Gesù denunciò coraggiosamente la loro irresponsabilità. Il figlio del padrone, l’erede, che viene iniquamente eliminato, è figura di Gesù. Egli preannuncia l'assurda condanna e la sua morte. La parabola d’oggi ci invita a riflettere sulla la nostra capacità di riconoscere che Gesù è “la pietra che i costruttori hanno scartato e diventerà la testata d’angolo”, ossia la salvezza intatti poggia tutta su Cristo, morto, risorto e glorificato.

A questo vangelo è associato l’episodio biblico della vendita di Giuseppe e la sua deportazione in Egitto. l’invidia dei fratelli nei suoi confronti li ha accecati dal male che stavano per compiere al ragazzo. Anche noi molto spesso viviamo di confronti e di paragoni su quello che uno possiede e quello che a noi manca; anche noi molto spesso possiamo venire accecati dell’invidia che ci può portare a compiere azioni poco caritatevoli. Per questo nella preghiera di colletta chiediamo al Signore di rinnovare il nostro impegno penitenziale, dandoci anche in questa giornata la possibilità di ripartire nel nostro cammino.

II settimana di Quaresima – Giovedì

 

 

Dal Vangelo secondo Luca

 

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

 

Il vangelo odierno è diviso in due parti, nella prima parte è descritto il capovolgimento della sorte di Lazzaro e del ricco dopo la morte; nella seconda parte afferma la validità perenne di Mosè e i profeti. Il testo ci da anche un’idea di quello che era il pensiero della vita dopo la morte nella cultura al tempo di Gesù. Il messaggio teologico della prima articolazione è incisivo e trasparente. Mentre l’elemosina procura amici per il giorno del giudizio, la noncuranza verso gli indigenti determina l’esclusione dalla felicità eterna. Nel racconto non si specifica né che il ricco sia un uomo senza Dio, né che Lazzaro sia un devoto, si dice solamente che l’epulone era egoista quindi fa dedurre che trascurava le prescrizioni della legge nei confronti dei bisognosi. Lazzaro appare come uno degli ‘anawîm dell’Antico Testamento perché continuamente bisognosi dell’aiuto di Dio.

La parabola illustra la pericolosità della ricchezza, che porta alla rovina, mentre la povertà favorisce l’apertura all’amore di Dio. L’evangelista non fa riferimenti all’equa distribuzione di patrimonio tra classe benestante e bisognosi, ma mette un serio ammonimento per la condivisione dei beni, e per il soccorso dei fratelli indigenti.

La seconda parte della parabola contiene il punto dottrinale: chi ha il cuore ingolfato nelle ricchezze terrene, non riesce a recepire la volontà di Dio espressa nelle scritture. Neppure l’apparizione d’un morto può convincerlo della sua situazione pericolosa, per condurlo alla conversione.

La prima parte del vangelo è molto essenziale, descrive il ricco con due lineamenti semplici, mentre è più dettagliata nella descrizione del povero. Nella seconda parte Gesù non vuole esplicare come funziona la vita ultraterrena ma semplicemente il rovesciamento della situazione di vita dei sue. Il ricco, in base alla legge del contrappasso, soffriva nell’inferno una sete indicibile. Egli si rivolse inutilmente ad Abramo per avere una goccia d’acqua. La ricchezza aveva reso l’epulone insensibile verso il prossimo e distaccato da Dio. L’illusione dell’autosufficienza costituisce un’empietà. La sorte diversa toccata ai due protagonisti costituisce un’esemplificazione concreta del grido profetico di Gesù nel discorso della pianura “Beati i poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20) e “guai a voi ricchi” (Lc 6,24). Invita i discepoli all’ascolto e all’obbedienza della Parola di Dio, contenuta nelle Scritture e pienamente svelata nella missione di Gesù, per conseguire la salvezza.

Per questo il brano evangelico è associato alla lettura dal libro del profeta Geremia (prima lettura di oggi) dove si dice:

 

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia».

 

Solo Dio sa quello di cui abbiamo veramente bisogno è Lui che volge a sé i nostri cuori

e ci dona il fervore del tuo Spirito, perché possiamo esser saldi nella fede e operosi nella carità (colletta).

II settimana di Quaresima – Mercoledì

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo

 

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

La predizione della passione è collocata nel contesto del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: i discepoli sognano l’imminente inaugurazione del regno di Dio, con l’occasione Gesù prende in privato i discepoli e li prepara lo scandalo della croce. Questa predizione della passione è più dettagliata del precedente annuncio: condanna, la consegna ai “pagani”, gli scherni, la flagellazione, la crocifissione sono elementi nuovi rispetto ai due annunzi precedenti. Questo ci fa capire che Gesù aveva una idea molto chiara della sua tragica fine e sicura della sua gloriosa risurrezione. In questo contesto di tragedia viene la richiesta della madre di Giacomo e Giovanni i quali spensierati pensano ad assicurarsi il primo posto nel regno dei Cieli. Nel chiedere ai discepoli se possono bere il calice che Gesù stava per bere e facendo riferimento al “Padre mio” li rimanda ancora una volta all’evento della passione a cui i discepoli ancora non credono, fanno fatica ad accettare l’idea che Egli avrebbe inaugurato il regno di Dio con la sofferenza e la croce.

Per bocca di Gesù viene preannunziato il martirio dei due discepoli.

Questa domanda presuntuosa dei due discepoli provoca una crisi di ambizione nell’intero gruppo degli apostoli. Gesù pone un insegnamento fondamentale sull’esercizio dell’autorità. Egli non nega per principio l’autorità, ma specifica il modo in cui deve essere esercitata, portando come esempio il suo servizio con il dono della sua vita come “riscatto” per la salvezza di moltitudini si esseri umani, cioè del mondo intero. In questo contesto siamo in Palestina sotto dominazione straniera, i cui oppressori si facevano anche chiamare “benefattori” per il popolo, il Servizio della Chiesa avrebbe assunto un significato diametralmente opposto: per i veri discepoli di Gesù comandare significa servire i fratelli, farsi loro schiavi. La vera grandezza consiste nel servizio disinteressato, non nel dominio. Teniamo sempre presente che Gesù offrì al sua vita in favore (e non “al posto”) di tutti proprio richiamando il quarto canto del Servo di YHWH.

A questo vangelo viene associata la prima lettura di Geremia in cui si dice: «Venite e tramiamo insidie contro Geremìa» il profeta cita queste parole dei nemici e chiede al Signore di ricordarsi di lui, dei momenti in cui andava al tempio per intercedere per il popolo. A noi, ancora oggi, ci scandalizza che nonostante possiamo avere una condotta corretta, soffriamo. Ancora oggi ci lascia turbati il perché la salvezza debba arrivare attraverso la sofferenza (es. coronavirus, quarantena, ecc.) e la croce. Viene in nostro aiuto la preghiera di colletta: «Sostieni sempre, o Padre, la tua famiglia nell’impegno delle buone opere; confortala con il tuo aiuto nel cammino di questa vita e guidala al possesso dei beni eterni», solo Dio può operare questo in noi, solo Lui può insegnarci a portare la nostra croce quotidiana. Tra le varie prove quotidiane, entra il conforto di Dio, con la sua parola che ci disseta dandoci da bere il suo calice.