Crisi di impresa e controllo dei lavoratori

Preambolo

Attualmente non esiste un compendio scientifico che analizzi la crisi di impresa in una prospettiva labor-oriented, cioè secondo il punto di vista dei lavoratori effettivamente coinvolti nella crisi o che potrebbero esserlo.

In un'ottica di ricerca-azione partecipativa e di conricerca sui luoghi di lavoro, nel presente scritto si affronta la tematica sia sul piano teorico e normativo che su quello pratico finalizzato ad un intervento non meramente solidaristico all'interno dei luoghi di lavoro (specialmente del lavoro produttivo, ma non solo).

1. Prospettive alternative dell’ideologia giuridica

A tenore delle mie attuali conoscenze, non esiste un compendio scientifico sulla crisi economica dell'impresa che non sia viziato, nell'analisi del fenomeno giuridico, dalla presunzione sulla valenza positiva del libero mercato indotta dall'ideologia liberista, che descrive una realtà mitizzata che <<non solo non esiste se non in momenti casuali o in singole nicchie economiche, ma che non può nemmeno essere accettata dal sistema capitalistico in quanto creatrice di condizione per la progressiva riduzione del saggio del profitto e cioè per la sua eliminazione>> (Ferrari:2012, 13).

In generale, i manuali di diritto commerciale più diffusi - salvo rare eccezioni come il Galgano - diffondono un'analisi degli istituti giuridici fondata su di una preminenza del fattore Capitale sul fattore Lavoro e la difendono pur in assenza di appigli testuali nella Costituzione, così legittimando sul piano accademico una lettura del codice civile non conforme ai principi della Carta del ‘48 e quindi sostanzialmente contra Constitutionem.

Si potrebbe affermare che tale analisi ricada all’interno delle libertà di ricerca e di insegnamento costituzionalmente garantite e l’affermazione sarebbe anche corretta, se tali autori esplicitassero ai loro colleghi e, soprattutto, ai loro studenti che tali interpretazioni non trovano riconoscimento nella Carta e che, piuttosto, corrispondono a opinioni dottrinarie, fondate scientificamente nella eccezionalità dei casi e  ideologicamente nella generalità.

Cionondimeno è dovere del giurista leggere le norme codicistiche ereditate dal precedente regime fascista, e vieppiù le nuove disposizioni approvate in costanza del regime repubblicano, secondo una prospettiva costituzionalmente orientata, cioè necessariamente di tipo labor oriented, proprio perché la Costituzione, nel fondare la democrazia repubblicana sul Lavoro inteso tanto nel suo significato oggettivo (come attività) che soggettivo (i lavoratori), vuole che l’inciso dell’art.1 comma 1 abbia il ruolo giuridico di criterio generale di interpretazione della Carta (Mortati:1954 e 1975) che conferisce <<una particolare coloritura politica allo Stato italiano>> (Olivetti:2006, 31) quale diretta conseguenza del riconoscimento costituzionale della <<speciale posizione>> rivestita dalla classe operaia, protagonista di un <<grandioso moto storico di emancipazione>> e, pertanto, meritevole di assurgere al ruolo di <<classe generale, perché rivolta alla tutela di interessi trascendenti quelli più immediatamente suoi propri>> (Mortati:1954, 153; 1975, 12).

Alcuni tra gli autori che accettano tale sbilanciamento lo considerano una sorta di <<pre-visione ideologica>> (Di Gaspare:2008, 866), mentre la predisposizione della classe lavoratrice a classe generale è un dato scientificamente provato all’interno del modo di produzione capitalistico, nel quale <<la classe dei proprietari della sola forza lavoro è in crescita continua. [...] I lavoratori aumentano non solo perché i capitalisti si eliminano a vicenda con la concorrenza (anche perché calando il saggio di profitto in seguito all’accumulazione si può comunque guadagnare tanto restando in pochi a dividersi il plusvalore) ma soprattutto perché il modo di produzione capitalista si espande continuamente e elimina, col tempo, le attività non capitalistiche e le figure che le svolgono>> (Patta:2012, 207-208). Un fattore chiaro fin dalla metà dell’Ottocento e che ancora è in cerca di smentite è che “la piccola borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i titolari di piccole rendite, gli artigiani ed i piccoli contadini precipitano nel proletariato: da una parte perché soccombono nella concorrenza con i grandi capitalisti, poiché i loro piccoli capitali non consentono l’utilizzo dei metodi e delle procedure della grande industria; e dall’altra parte perché la loro particolare specializzazione viene svalorizzata dall’introduzione di nuovi metodi di produzione. Di conseguenza, il proletariato viene reclutato in seno a tutte le classi della popolazione>> (Marx:1848).

1.1. La lettura market oriented dominante nella dottrina giuridica

Nonostante le evidenze, i più importanti manuali universitari di diritto commerciale assumono una prospettiva market oriented, cioè fondano le proprie analisi "scientifiche" su di una precisa (anche se spesso non esplicita) scelta di politica del diritto, alla quale piegano l'interpretazione delle norme.

Tra i tanti, un caso macroscopico, per via dell’assai ampia diffusione del testo citato nelle università, è nella facilità con cui, a partire dal riconoscimento della proprietà privata e della libertà di iniziativa economica disposta negli artt. 41 e 42 della Costituzione, l’autore sostiene che è la Carta stessa che <<inserisce il nostro paese fra quelli che prescelgono un modello di sviluppo economico basato sull'economia di mercato>> e che ciò presuppone: <<a) la libertà dei privati di dedicarsi alla produzione e alla distribuzione di quanto necessario per il soddisfacimento dei bisogni materiali della collettività (di svolgere cioè attività di impresa); b) la libertà di competizione economica fra quanti sul mercato operano secondo scelte ispirate dalla logica del tornaconto personale (massimo guadagno)>> (Campobasso: 2010, 1).

Se è vero quanto dimostrato nel precedente paragrafo, non si può non condividere l’impressione che, in questo caso ben rappresentativo della dottrina mainstream, l'attività dell'interprete giuridico sia viziata da un pregiudizio ideologico che porta ad affermazioni quantomeno opinabili (se non decisamente false) al cospetto del testo costituzionale.

In particolare, ammantare di scientificità una visione market oriented della Costituzione c.d. economica desumendo dai citati articoli una scelta dei costituenti a favore di un modello capitalista di economia di mercato quale modello naturale di sviluppo economico è un’operazione esattamente equivalente a negare il senso dei principi generali della Carta e tutto il Titolo III Parte Prima che mostra, invece, un legislatore costituzionale particolarmente attento nel limitare (se non proprio ad escludere) una costituzionalizzazione dei presupposti di tale modello economico. Sembra, questo atteggiamento, riecheggiare quelle antiche e ormai obsolete posizioni che nella fondazione della Repubblica sul lavoro vedevano una <<espressione di retorica costituzionale>> (Giannini:1948, 19), alle quali si contrappone l’ormai accertata precettività di tutte le disposizioni costituzionali, a seguito dell’opera di Crisafulli (19XX).

Sono sempre motivi di politica del diritto (e di divisione del sapere accademico “per cattedre”) a presiedere alla generalizzata scelta di espungere dai manuali di diritto commerciale una prospettiva labor oriented, dunque conforme a Costituzione, anche dall'analisi degli istituti legati proprio a quei fenomeni che, come la crisi di impresa, pongono seri dubbi sulla scientificità dell'interpretazione liberista.

Tale prospettiva è, pertanto, relegata alle sezioni dei manuali di diritto del lavoro che trattano deulla sospensione collettiva del rapporto di lavoro, della sua estinzione e degli ammortizzatori sociali, secondo una logica che ritiene che nel sistema economico capitalista a libero mercato la riduzione dell'occupazione sia un fenomeno patologico e non invece fisiologico, e che, pertanto, l’orientamento labor oriented sia giustificato solo con riferimento al principio processual-lavoristico del favor prestatoris.

La gravità di tali scelte interpretative, che, si sottolinea nuovamente, sono dovute a motivi di politica (e non di scienza) del diritto, è ancora maggiore ove si noti che l'inerzia del legislatore ordinario ha lasciato ampio spazio proprio all'interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale nell'individuare la compatibilità costituzionale di molte norme codicistiche invero non conciliabili con l'ordinamento repubblicano: ma un'operazione di esegesi del diritto minata nella premesse non può che portare ad un sillogismo interpretativo viziato anche nelle sue conclusioni.

1.2. La differente tutela della "iniziativa" e della "intrapresa" (impresa) economica.

Un attento esame delle disposizioni costituzionali conduce ad escludere qualsivoglia concessione della Carta in favore della libertà d'impresa tout court, atteso che l’unica garanzia effettivamente presente riguarderebbe l'iniziativa economica. Si tratta di una nozione che dal punto di vista linguistico rimanda a quella di impresa, sulla base delle parentele lessicali esistenti tra "iniziativa economica" ed "intrapresa economica", ma che effettivamente rappresenta solo una parte del fenomeno indicato con il secondo concetto e che è alla radice del moderno concetto di impresa. La parentela lesica segue <<la sequenza 'intrapresa economica - impresa economica - impresa senza aggettivo, che è alla radice dell'odierno concetto di impresa (l'impresa economica essendo riguardata come «impresa» per antonomasia)>> (Galgano: , ).

La precisa locuzione di “iniziativa economica” usata nell’art. 41 sottolinea sul piano linguistico il momento «propulsivo» e «creativo» dell’attività dell’imprenditore, un momento che era presente nell’originario concetto di intrapresa, ma che l’odierno concetto di impresa, oggettivato (come negli art. 43, 46 e 47, comma 2, Cost.), ha perso e che la cultura industriale odierna recupera utilizzando la schumpeteriana qualificazione dell’imprenditore come «innovatore» (Galgano:2010, 599).

Anche questa valutazione si fonda su di un ragionamento scientificamente fondato. La nostra Costituzione, infatti, non <<presceglie>> un sistema economico, bensì lo <<riconosce>> come esistente al momento della sua fondazione e, per quanto palesemente ne dia un giudizio negativo (o non positivo, se si preferisce), non può prescindere da una valutazione dei suoi meccanismi.

Proprio da questa analisi dei meccanismi del sistema capitalistico di mercato deriva una condizione naturale da cui discende il combinato disposto degli artt. 41 e 42 discende in modo quasi obbligato.

E’ noto che ad un certo grado della accumulazione di capitale produttivo i rapporti di produzione non sono più in grado di garantire un ulteriore sviluppo. In questo senso, Marx sviluppava delle considerazioni sul ruolo ricoperto dalle società per azioni, che permettono “un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese quale non sarebbe stato possibile con capitali individuali. Al tempo stesso tali imprese, che precedentemente erano governative, divengono ora sociali [...] Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale e presuppone una concentrazione sociale dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro, acquista qui direttamente la forma di capitale sociale (capitale di individui direttamente associati) contrapposto al capitale privato, e le sue imprese si presentano come imprese sociali contrapposte alle imprese private. E’ la soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso [...] Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore del capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Nelle società per azioni la funzione è separata dalla proprietà del capitale e per conseguenza anche il lavoro è completamente separato dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal plusvalore. Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è uun momento necessario di transizione per la ri-trasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali>> (Marx:1894, L. III, cap.27).

Con il combinato disposto degli artt.41 e 42, la Repubblica assume l'unico impegno che effettivamente possa garantire, in positivo come in negativo, cioè la libertà nel momento propulsivo, cioè della ideazione di una nuova impresa economica, perché da un lato la stessa <<accumulazione capitalista, raggiunte certe dimensioni, è incompatibile con la proprietà del capitalista individuale, la supera e subentra, già dai tempi di Marx, la società per azioni; il capitale diventa sociale e la funzione svolta dal capitalista (il famoso padrone) viene assunta da semplici dirigenti e amministratori di capitale altrui>> (Patta:2012, 205), ma anche perché <<la stessa funzione di sopprimere il capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso venne svolta, in maniera estesa soprattutto dopo la crisi del 1929-33, dallo Stato. Anche in questo caso la funzione svolta dal capitalista venne assunta da dirigenti>> (Patta:2012, 205-206).

Pertanto, atteso che, trattandosi di un processo sociale, il socialismo non può essere imposto per decreto, il legislatore costituente non fa altro che assumere la preesistenza del sistema capitalista rispetto alla nascente Repubblica, riservandosi la possibilità (e dunque affatto garantendo il contrario) di tollerare o meno che il processo di soppressione del capitale come proprietà privata, cioè del fattore fondamentale della libertà di iniziativa imprenditoriale, venga svolta dal sistema capitalistico (e dunque a beneficio dei monopoli e delle grandi concentrazioni capitalistiche a cui esso tende) anziché dallo stesso Stato, che all’uopo può estendere la sua potestà fino alla gestione dell’impresa, in via diretta a seguito di esproprio per motivi d’interesse generale (nazionalizzazioni ex art. 42 c.2.), ovvero  in via indiretta, mediante la leva regolatoria e modulatoria della programmazione economica, in entrambi i casi sempre ai fini di assicurare la funzione sociale della proprietà.

E’ questa la negazione sul piano giuridico, dovuta all’impossibilità sul piano economico, della piena libertà dei privati di gestire, dall’inizio alla fine, la propria impresa: una libertà che la dottrina mainstream di ispirazione liberista vorrebbe garantita dalla Costituzione a presidio di una supposta scelta a favore dell’economia di mercato, la quale invero, proprio per i suoi propri meccanismi, non può contemplare una siffatta libertà.

Per concludere, la Carta nulla può garantire in ordine al rispetto di presupposti che la stessa economia di mercato non riconosce. Semmai, in virtù della ritenuta preminenza costituzionale del Lavoro sul Capitale (anche, ma non solo, quale conseguenza del meccanismo capitalistico che porta ad una tendenziale riduzione del numero dei componenti della classe capitalisti e conseguente aumento del numero dei componenti della classe dei lavoratori dipendenti), al comma II dell'art.41 introduce un limite preventivo all'iniziativa economica privata che <<non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana>>, anche a quella degli stessi ottimistici aspiranti all’accesso a quel 0,15% della popolazione mondiale (9-10 milioni di persone) che compongono l’attuale classe capitalistica transnazionale (Gallino:2009) e che, come nel caso della gig economy, si mostrano disposti a raggiungere tale obiettivo prevedendo, fin dalla fase creativa dell’ideazione della propria impresa, modelli di business immediatamente capaci di porsi in contrasto con l'utilità sociale e/o di recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.

2. La prospettiva labor-oriented nella fase patologica e nella fase fisiologica dell’impresa

2.1. La gestione ordinaria della crisi come fase solo patologica ed eventuale della vita dell'impresa

Studiare la crisi dell'impresa equivale ad analizzare il più rappresentativo dei fallimenti di quel sistema di economia di mercato, che i suoi difensori ideologici vorrebbero presiedesse alle scelte della Costituzione del ‘48. Perché tale incongruenza tra le loro premesse e le conclusioni non si appalesi, i giuristi liberali leggono la fattispecie della crisi economica dell'impresa secondo un atteggiamento T.I.N.A. (There Is No Alternative), che assume, sempre ideologicamente, l’assenza di alternative alla gestione ordinaria della crisi e che, soprattutto, espunge il fattore lavoro dalle proprie trattazioni accademiche in ossequio dottrinario alla strutturale "priorità della conservazione e della crescita del saggio del profitto - che è cosa diversa dalla conservazione e dalla crescita del capitale - che relega inevitabilmente in secondo piano il lavoro sino a eliminarne la presenza con la speculazione finanziaria" (Ferrari:2012, 13).

Nei testi di diritto commerciale, la crisi economica dell'impresa è presentata quale fase patologica dell’impresa, dunque solo eventuale e transitoria, in una economia di mercato, sebbene l'espulsione progressiva dal mercato degli imprenditori marginali sia una conseguenza della naturale tendenza del sistema alla concentrazione dei capitali.

L'interprete giuridico, tuttavia, non se ne cura, così come non si cura dei dati economici che, per stare al decennio 2002-2012 (particolarmente significativo, perché equamente diviso tra un “prima” e un “dopo” la crisi economica globale), dimostrano la morte, in media, del 7% delle imprese per ogni anno e della concomitante nascita di altrettante, sicché <<il turn over annuo è quindi del 14-15% circa>>, sulla base dei dati Istat (Patta:2012, 202).

Dati che dimostrano, dunque, che tra un sesto e un settimo delle imprese è coinvolto in processi critici per il lavoro, dovuti all’instabilità della propria attività (poco importa se a seguito di una recente nascita ovvero di una prossima morte). In ogni caso, l’interprete giuridico classico non se ne cura e continua ad assumere come interessi preponderanti quello dell'imprenditore e quelli dei suoi creditori, prevalentemente imprenditori: <<la crisi economica dell'impresa ed il conseguente dissesto patrimoniale dell'imprenditore sono eventi che coinvolgono una gran massa di creditori [i quali] sono a loro volta in gran parte imprenditori (fornitori, banche, ecc.) e la mancata realizzazione del credito concesso può provocare, di riflesso, la crisi economica delle loro imprese>> (Campobasso:2010, 575).

In questo ambito disciplinare, i lavoratori assumono rilevanza prevalentemente nel caso di grandi imprese, le cui crisi potrebbero rappresentare un problema per l'ordine pubblico, perché <<coinvolgono interessi collettivi ulteriori e talvolta confliggenti con quelli dei creditori. Primo fra tutti, l'interesse alla salvaguardia dell'occupazione attraverso il risanamento dell'impresa e la continuazione dell'attività quando la crisi è temporanea e reversibile>> (Campobasso:2010, 575).

Tale approccio è condiviso dalle stesso organizzazioni di resistenza economica dei lavoratori, i sindacati, i quali per ovvi motivi di tutela della propria ragione sociale sono maggiormente improntati ad assumere una impostazione difensivista, cioè conservativa dell’esistente in termini di posti di lavoro, anche a costo di una revisione degli accordi contrattuali in danno degli stessi dipendenti, sia sul piano normativo che economico. Unica possibilità affinché l’imprenditore, spesso il vero soggetto in crisi, possa rivalutare la propria convenienza a rinvestire nell’impresa secondo nuove prospettive di profitto: in questo senso "la legge della variazione del saggio generale del profitto resta la chiave di lettura [...] dello stesso sistema capitalistico e della sua instabilità, tanto maggiore quanto più rifugge dagli interventi correttivi o di programmazione. Il fatto è che le crisi conseguenti devono essere superate con il fine di ristabilire le condizioni di sviluppo del tasso di profitto perché altrimenti chi non fa profitto deve portare i libri contabili in tribunale." (Ferrari:2012, 13)

L'economia di mercato, improntata al mantenimento del saggio generale di profitto, necessariamente subordina il Lavoro al punto di vista del Capitale ed è quanto fa l’interprete (e il legislatore ordinario), nel limitare l’intervento dei lavoratori, e dei loro rappresentanti, alla tutela, se possibile, del posto di lavoro, senza che venga messa in dubbio, ex art. 41 Cost., l'opportunità di garantire ulteriormente la tolleranza gestoria che ha condotto alla crisi e senza, dunque, considerarla quale opportunità di messa in discussione del potere all'interno del processo produttivo, pur di fronte al palese fallimento dell'iniziativa privata dell'imprenditore.

Sul piano economico, l'interprete giuridico si limita ad accompagnare la gestione ordinaria della crisi, che segue generalmente un iter scandito da tre fasi temporali (Gaddi:2010, 107-108):

  1. Fase della contrazione degli organici
  2. Nel momento in cui si iniziano a sentire i primi effetti della crisi, le imprese sono portate a ridurre gli organici al fine di ridurre i costi di produzione.
  3. Si ricorre, pertanto, al mancato rinnovo dei contratti dei lavoratori precari, presenti tanto nel ciclo di produzione (diretti) quanto nelle produzioni indirette. Similmente si procede con i lavoratori (di società terze o cooperative) che gestiscono alcuni servizi connessi al ciclo produttivo (ad es. la logistica), le cui mansioni vengono attribuite ai dipendenti dell'impresa.In questa fase, dunque, ai lavoratori occupati nell'impresa può non essere ancora sufficientemente chiara l'entità della crisi: i livelli occupazionali, infatti, non diminuiscono tra i lavoratori occupati nell'impresa a tempo indeterminato, ma solo riguardo a figure precarie ovvero esterne.
  4. Fase di sospensione della produzione
  5. In seguito al ridimensionamento occupazionale derivante dalla riduzione di lavoratori precari ed indiretti, la crisi è affrontata con la sospensione della produzione: il rallentamento produttivo e la gestione delle giacenze di magazzino (che producono scorte di prodotto per vari mesi) inducono l'impresa a richiedere l'attivazione degli ammortizzatori sociali. Questa fase è possibile, dunque, grazie al ricorso (spesso massiccio) alla Cassa integrazione.
  6. Fase di riassetto strutturale
  7. Infine può seguire un processo di pesante ristrutturazione per definire un assetto successivo alla crisi che, a seconda della situazione strutturale, può portare alla contrazione occupazionale oppure alla chiusura dell'impresa.
  8. In genere, le imprese si propongono di realizzare dismissioni di stabilimenti per concentrare la produzione in un numero ridimensionato di siti produttivi oppure, se i problemi finanziari sono seri (ad es. sussiste un problema di sottocapitalizzazione), piuttosto che intervenire si preferisce ricorrere alla liquidazione dell'impresa, con l'intento di evitare il pagamento dei debiti o alla formula del concordato preventivo.
  9. Spesso, a seguito dei fallimenti nascono nuove società (NewCo) che subentrano alle precedenti senza tuttavia assumersi i costi pregressi, grazie alla ristrutturazione ovvero alla riduzione del debito derivante dalla procedura di concordato.

2.2. La crisi dell'impresa come opportunità per i lavoratori

2.2.1.Il Workers Buyout (WBO)

Il workers buyout è un'operazione di acquisto di una società realizzata dai dipendenti dell'impresa stessa, diffusa soprattutto negli Stati Uniti dove è nata. A seguito della crisi economica del 2008, il fenomeno ha cominciato a coinvolgere anche le aziende italiane, spesso in seguito alla messa in liquidazione o al fallimento dell'azienda. Al fine di creare un'alternativa occupazionale e di salvaguardare il know how acquisito, i lavoratori si riuniscono in cooperativa e si propongono di prendere in affitto o acquisire l'azienda dal liquidatore o dal curatore fallimentare, a volte anche dal datore di lavoro stesso. Per farlo utilizzano propri risparmi e l'indennità di mobilità, se l'INPS riconosce la possibilità di erogare l'anticipo dell'indennità stessa per destinarla alla capitalizzazione da parte dei soci.

2.2.2. Il buon uso preventivo del diritto all'informazione e alla consultazione

Affrontare la crisi dell'impresa quando è già in atto può tutt'al più consentire una mera difesa dei posti di lavoro (si studia da chirurghi prima di entrare in sala operatoria!). Piuttosto, un costante esercizio del diritto all'informazione dei lavoratori, a partire dal momento in cui si sottoscrive il contratto di impiego, può consentire di fronteggiare la futuribile crisi dell'impresa, che nell'attuale sistema capitalistico è tutt'altro che una remota possibilità della fase patologica della stessa, bensì costituisce parte  della sua fisiologia (come dimostrano le riforme delle disposizioni inerenti le società di capitale e quelle sugli effetti pregiudizievoli del fallimento sul piano personale).

Gli attuali obblighi di informazione in capo al datore di lavoro si esplicano tanto nei confronti del lavoratore che del sindacato (D. Lgs. 6-2-2007, n. 25 in attuazione della dir. 2002/14/CE) e riguardano anche la gestione complessiva dell'impresa che, ai sensi dell'art. 41 comma II Cost., non può svolgersi "in contrasto con l'utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà, alla dignità umana". E' indubbio che rientri nel concetto di utilità sociale il principio generale espresso nell'art.3 comma II Cost. in ordine alla rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono [...] l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Pertanto, una lettura degli obbligi informativi del datore rispetto dei suddetti principi costituzionali imporrebbe che all'atto dell'assunzione, e in costanza di rapporto ove vi siano successive modifiche, il lavoratore sia informato sugli assetti proprietari; ruolo delle banche negli assetti proprietari e sul piano dell'accesso al credito; accesso alle materie prime, volumi di merce prodotti e principali mercati di sbocco; ristrutturazioni aziendali e nuove tecnologie, con relativo impatto sui processi produttivi e le possibili conseguenze occupazionali e sociali; processi produttivi interni ed esterni al luogo di lavoro, diversa condizione dei lavoratori e reciproche relazioni; livelli salariali; ruolo del sindacato nelle politiche contrattuali; indotto, in particolare peso e ruolo della piccola e media impresa, livelli occupazionali; qualità della vita.

2.2.2.1. L'informazione e la consultazione nelle fasi ordinarie della vita dell'impresa

L'informazione e la consultazione dei lavoratori in relazione ai processi decisionali aziendali era, fino a qualche anno fa, una materia prevista e regolamentata soltanto a livello negoziale collettivo (salvo frammentarie disposizioni normative che imponevano obbligatoriamente il coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori), solitamente nella cd. parte obbligatoria del contratto collettivo che ha valore vincolante solo per le associazioni stipulanti e per i loro iscritti.

In attuazione della dir. 20002/14/CE, il D. Lgs. 6-2-2007, n.25 ha disciplinato l'informazione (cioè "ogni trasmissione di dati daparte del datore di lavoro ai rappresentanti dei lavoratori, finalizzata alla conoscenza ed all'esame di questioni attinenti all'attività di impresa", art.2), la consultazione (cioè "ogni forma di confronto, scambio di opinioni e dialogo tra rappresentanti dei lavoratori e datore di lavoro su questioni attinenti all'attività di impresa", art.2) e la partecipazione dei lavoratori nelle imprese o unità produttive che hanno la propria sede in Italia, garantendo un quadro comune di tutela del coinvolgimento die lavoratori nell'andamento delle imprese e nelle decisioni che li riguardano. Il D. Lgs. 25/2007 istituisce un diritto generale di informazione e consultazione delle rappresentanze sindacali, prevedendo anche un apposito apparato sanzionatorio.

Il provvedimento si applica a tutte le imprese pubbliche e private situate in Italia, che esercitino un'attività economica, anche non a fine di lucro, e che impiegano almeno 50 lavoratori. I soggetti titolari di informazione e consultazione sono i "rappresentanti dei lavoratori", cioè le rappresentanze dei lavoratori previste dalla normativa vigente.

Il D. Lgs. 25/2007 garantisce l'informazione dei rappresentanti sindacali in particolare su: andamento recente e su quello prevedibile dell'attività dell'impresa, nonché sulla sua situazione economica; sulla situazione, sulla struttura e sull'andamento prevedibile dell'occupazione nella impresa, nonché, in caso di rischio per i livelli occupazionali, sulle relative misure di contrasto; sulle decisioni dell'impresa suscettibili di comportare rilevanti cambiamenti dell'organizzazione del lavoro, dei contratti di lavoro.

Il diritto di informazione e consultazione trova un limite nelle notizie a contenuto riservato, cioè quelle che siano state fornite ai rappresentanti sindacali o ad esperti che li assistano espressamente in via riservata e qualificate come tali dal datore di lavoro o dai suoi rappresentanti, nel legittimo interesse dell'impresa, per un periodo di 3 anni successivo alla scadenza del mandato.

2.2.2.2. L'informazione e la consultazione nella fase della crisi di impresa

Nei casi di eventi oggettivamente non evitabili che rendano non differibile la contrazione o la sospensione dell'attività produttiva, l'imprenditore è tenuto a comunicare alle rappresentanze sindacali aziendali, la durata prevedibile della contrazione o sospensione e il numero dei lavoratori interessati (art. 5 L. 164/1975). Nel caso di trasferimento d'azienda in cui sono complessivamente occupati più di 15 lavoratori, il cedente ed il cessionario devono darne comunicazione per iscritto almeno 25 giorni prima che sia perfezionato l'atto da cui deriva il trasferimento o che sia raggiunta un'intesa vincolante tra le parti, se precedente, alle rispettive rappresentanze sindacali. Successivamente può essere promosso un esame congiunto (art.47 L. 428/1990). Nel caso in cui le imprese vogliano avviare la procedura di mobilità sono tenute a darne comunicazione preventiva per iscritto alle rappresentanze sindacali, nonché alle rispettive associazioni di categoria (art.4 L. 223/1991).

L'informazione è tanto più importante, perché consentee ai lavoratori una scelta consapevole sulla possibilità di sostituirsi all'imprenditore, rilevando l'azienda, in applicazione anche delle stesse leggi dello Stato (tra cui la c.d. Legge Marcora, purtroppo più volte modificata in senso deteriore, ma ancora esistente) e con il supporto dello Stato.

2.2. La fase fisiologica: il controllo operaio


Bibliografia

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