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16.Olevano fra il '600 ed il '700: il rilancio dell'agricoltura
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Olevano fra il '600 ed il '700: il rilancio dell'agricoltura.

Nei primi anni del XVII secolo la cura d’anime di Olevano ritornò alla chiesa di San Michele[1] e  il parroco don Pietro Francesco Bonino iniziò a compilare i Libri Parrocchiali che con altri documenti sono ancora conservati nell'Archivio Parrocchiale. L'obbligo di tenere questi registri fu imposto nel 1563 dal Concilio di Trento (per i nati e i matrimoni, per i morti solo nel 1614); essi si presentano stesi in latino, più o meno secondo uno schema prefissato, e solo nel 1838, dopo il concordato tra Santa Sede e Stato Sabaudo, si iniziò a redigerli in italiano. I libri Parrocchiali di Olevano hanno inizio dal 1644 per i battesimi[2], dal 1658 per i defunti e dal 1659 per i matrimoni; sono andati perduti invece gli Stati d'Anime, come del resto in quasi tutte le parrocchie della Lomellina[3]. Fra i tanti testamenti ed atti ecclesiastici di questo periodo ricordiamo il Beneficio concesso il 5 agosto 1654 da Papa Innocenzo X alla Confraternita del SS. Sacramento (di San Roccho) della ecclesia parrocchiali loci Oliuani che concedeva di "liberare un'anima dei confratelli per ogni Messa celebrata nel giorno dei Defunti, o il giovedì di ogni settimana...".

Verso il 1661/62 parte del feudo di Olevano, secondo certi documenti, ritorna in possesso dei Bolognini con la "Fede del giuramento di fedeltà prestato dal Conte Galeazzo Attendolo Bolognini a nome proprio e come procuratore dei conti Cav. Gerosolimitano e Vittorio suoi fratelli e conte Paulo e Carlo Bolognini nelle mani del Gran Cancelliere di Milano per sua Maestà Cattolica". Negli anni seguenti il feudo di Olevano ripassò a Carlo Francesco Beccaria detto Antonio, e quindi ancora ai Bolognini con i feudi di Villanterio, Sant'Angelo, Oleggio e Ceretto. Un'opposizione fatta dalla contessa Giulia Ludovica Beccaria Taverna nel 1664 attesta la "sospensione del rilassamento di detto Feudo stato ordinato per altra sentenza delli 30 agosto 1662 a favore dei Conti Bolognini". Quattro anni dopo Giuseppe e Vittorio Bolognini Attendolo rifiutano la loro parte a favore del conte Lorenzo Taverna, signore di Cilavegna. I Taverna, originari di Nizza Monferrato, erano insigniti del titolo di Conti Palatini; oltre che a Cilavegna e a Olevano, li troviamo in località varie del ducato di Milano ed in altre parti d'Italia. Il feudo di Cilavegna era passato verso il 1636 al conte Cesare Taverna, il quale lo aveva acquistato dal re Filippo IV di Spagna.

Nel 1688, infine, i conti Victorio, Paolo, Giacomo e Galeazzo Attendolo de Bolognini passarono i diritti feudali ai cugini Olevani che già possedevano gran parte del territorio di Olevano[4] (nel 1677 si scriveva: "Il nostro territorio di Olevano sarà in tutto circa ventidue mila pertiche di terra").

In questi anni ritroviamo documenti interessanti che riguardano le trasformazioni dell'agricoltura ad Olevano ed in Lomellina. Nella "Ricognizione di investitura livellaria per le acque derivate dall'Agogna concesse dai conti Bolognini al Conte Taverna" del 23 agosto 1684 si legge che il Taverna ed il Ghislieri, proprietari di Campalestro, intendevano ripristinare la roggia omonima che prendeva origine dall'Agogna in territorio di Olevano. La chiusa era stata distrutta da una piena del fiume nel 1595 ed in seguito il cavo si era otturato di terreno "in forma che in molti luoghi si deve scavarlo per la metà della sua altezza e roncarlo tutto"[5]. L'accordo fu raggiunto nel 1684 e prevedeva il ripristino delle antiche investiture livellarie e il pagamento di cinquant'anni di fitti arretrati a 24 lire imperiali annue ed un fitto futuro di 30 lire annue. Ma i Gesuiti del Collegio di Brera si opposero al progetto, sostenendo che la derivazione della nuova roggia avrebbe diminuito il corpo d'acqua a cui avevano diritto per antiche prerogative. La diga fu così costruita più a monte dei terreni dei cugini Olevano i quali cedettero il terreno necessario "per fare detta chiusa, così per appoggiarvi le spalle, come per fare la piazza necessaria per riporvi il materiale, cavo et strada", in cambio della quattordicesima parte delle acque da estrarsi dal mezzogiorno alla mezzanotte di ogni lunedì[6]. I lavori iniziarono finalmente nella primavera del 1690 e si protrassero fino agli inizi del 1693.

Un altro importantissimo scritto di questo periodo, datato 12 luglio 1677, documenta la diffusione nelle nostre zone della coltivazione del riso. Questo ci fornisce lo spunto per parlare delle attività economiche di quel tempo. Fin dagli inizi dell'età moderna predominavano le colture del frumento, della segale e del miglio accanto a quella della vite[7]. Particolare importanza aveva poi il prato che poteva essere stabile o a vicenda, se veniva rotto dopo due, tre, o quattro anni, per accogliere il frumento o il mais, oppure messo a marcita, quando sulla superficie scorreva un leggero strato d'acqua per proteggerlo dal gelo. Questo equilibrio fra produzione cerealicola e foraggera spiega il notevole rilievo del settore dell'allevamento e della produzione casearia, importantissima in Lomellina. Esistevano poi le coltivazioni del lino, della canapa e l'allevamento dei bachi da seta che davano vita a vivaci attività artigianali come la filatura della seta e del lino che avveniva nel borgo (ad Olevano vi erano nel 1631 ben due tessitori) oppure nelle industrie di Vigevano e delle città vicine. Assai importanti erano anche i boschi, distribuiti lungo gli argini dei fiumi e formati in prevalenza da pioppi e salici, che permettevano di coprire il fabbisogno di legna della popolazione, mentre occasionalmente venivano coltivati anche tabacco e ravettoni (ravizzoni). L'introduzione della coltivazione del riso, che avvenne nella bassa pianura lombarda a partire dal secolo XV[8], fu osteggiata in Lomellina e si sviluppò solo nell'ultima parte del secolo XVII. Questa ipotesi, avanzata dal Sella[9], trova pienamente conferma nel documento a cui facevamo riferimento prima. Si tratta di un'instrumento redatto appunto nel 1677 ad Olevano, che parla "delli risi che sono stati introdotti da sei o sette anni in qua" e che furono il risultato dell'azione svolta dal marchese Olevano che possedeva "la maggior parte dei beni situati in detto territorio". Il cambiamento di coltivazioni, a parere di molti, fu la risposta alla scarsità di mano d'opera provocata dalle pestilenze di quegli anni, ma ad Olevano lo spopolamento non risulta la causa ma la conseguenza dell'introduzione di questa nuova coltura. Leggiamo infatti: "Non è troppo buon'aria per causa d'alcuni risi che ha fatto fare il signor Hieronimo Olevano et in questi duoi anni saranno mancati più di quaranta capi di casa"[10]. Nel nostro caso quindi la decisione del marchese Olevano di dedicarsi alla coltivazione del riso, che richiedeva solo manodopera stagionale e a buon mercato, era stata dettata dal desiderio di ridurre i costi di produzione. Nello stesso instrumento il console Lorenzo Oliviero affermava anche che gli abitanti erano circa trecento ma erano molti di più fino a pochi anni prima. Vi era una hosteria gestita dal sig. Giò Maria Albino che riscuoteva anche i dazi di pane, vino e carne, l'imbottato, ed il passo dell'Agogna che avveniva per mezzo di una barca. La comunità dei capi-famiglia possedeva solo il forno che era affittato "hora in dieci hora in dodeci scudi l'anno". Per gli altri bisogni si doveva andare il venerdì a Mortara poiché ad Olevano non si facevano mercati o fiere. La maggior parte dei terreni erano di proprietà del signor Hieronimo de Olevano, mentre alcuni contadini avevano dei campi in affitto livellario. Il più antico Instrumento de' Livelli, che riguarda Olevano, è conservato nell'Archivio Parrocchiale: nel 1682 i confratelli della Compagnia del SS. Sacramento concedevano alla famiglia Romagnoli i loro terreni per ricavare il denaro necessario a far celebrare messe ed uffici e per provvedere al bisogni della congregazione.

Questi contratti presero origine nel secolo XI e designavano la concessione in affitto di un terreno da intendersi a lungo termine o addirittura a tempo indeterminato. Il concedente riceveva in compenso un canone annuo, in denaro o in derrate, ed aveva altresì diritto che il concessionario gli fornisse particolari servizi.

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[1] Come visto nel capitolo dedicato a San Salvatore per molti anni la chiesa di San Michele non fu utilizzata come parrocchia.

[2] Dal verbale della visita pastorale del 1565 sappiamo che già si era iniziato a compllarli ma evidentemente non sono giunti fino a noi.

[3] GILBERTO GARBI

Archivi e Libri Parrocchiali in Lomellina

in Annali di Storia Pavese 10/84

Pavia, Amministrazione Provinciale, 1984

[4] ARCHIVIO STORICO DI MILANO

Fondo Feudi Camerali 415/12

[5] A I P A B M Poderi C 1818

Atto di vendita del 12 dicembre 1678

[6] A I P A B M C 1080

Convenzione tra il marchese Ghislieri e Taverna con i F.lli Olevani, 21 febbraio 1690

[7] ARCHIVIO STORICO DI MILANO

Fondo Feudi Camerali 415/11 : "...Nel nostro territorio si raccoglie d'ogni sorta di grani, cioè formento, segale, miglio, riso e melgoni, et la parte colonica quando la anata è buona, è sufficiente per il mantenimento delli habitanti...".

[8] Il riso è originario dell'Asia, dove storie e leggende tramandano una sua origine divina. Gli indiani narrano che il dio Shiva, in seguito alla morte della fanciulla da lui amata, pose sulla tomba una pianticella che ben presto si moltiplicò: era il riso. Largamente coltivato in Cina, in India e nel Giappone, fu portato in occidente dalle truppe di Alessandro il Macedone (ca 320 a.C.), arrivando ai Greci ed ai Romani che, scoperte le sue virtù nutritive e curative, continuarono ad importarlo dall'oriente. L'inizio della coltivazione delriso in Europa risale al secolo XI, ma bisogna arrivare al secolo XV per avere notizie più certe. Il primo documento riguardante le prime colture in Italia risale al 1475: nel settembre il duca Galeazzo Maria Sforza manda in dono ad Ercole d'Este dodici sacchi di riso coltivato nella sua tenuta di Villanova di Cassolnovo in Lomellina. Entro pochi anni la nuova coltivazione si diffuse anche nel resto della Lomellina, nel Pavese, nel Novarese e nel Vercellese nella forma della risaia stabile, impiantata cioè su terreni acquitrinosi. Il diffondersi nel Cinquecento della risaia artificiale provocò l'estendersi del paesaggio palustre, contro i cui "miasmi malsani" ed il diffondersi della malaria si levarono presto le prime proteste e vennero emanate disposizioni restrittive dallo stato di Milano (già nel 1575), dai duchi di Savoia (1607) ed anche dal Vescovo di Vercelli (1575). Questi provvedimenti non riuscirono ad arrestare la marcia della risicoltura, anche se i suoi progressi furono molto lenti e nella second metà del XVI secolo le risaie occupavano solo il 2% del territorio.

[9] DOMENICO SELLA (docente all'University of Wisconsin)

L'economia lombarda durante la dominazione spagnola

Bologna, 1982

[10] ARCHIVIO STORICO DI MILANO

Fondo Feudi Camerali 415/11