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10.Dagli dei pagani al Cristianesimo
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Dagli dei pagani al Cristianesimo

Ma è opportuno tornare indietro nel tempo e dare uno sguardo più dettagliato alla diffusione del cristianesimo in Lomellina.

Il Pollini[1] ci racconta (a volte con un po' di fantasia) che gli antichi popoli Liguri erano penetrati in Lomellina in forza di un loro rito: i popoli primitivi, nella loro superstizione, sacrificavano ai loro dei tutto ciò che nasceva nel corso di una primavera, figli compresi. L'abolizione successiva di questo barbaro costume venne gradatamente sostituita dal voto di destinare questi fanciulli, divenuti adulti, a cercare altrove un asilo. Sarebbe questa l'origine della Primavera Sacra: il soddisfacimento del voto può aver spinto una colonia di giovani liguri a scendere verso la Lomellina. Ai riti religiosi più o meno fantasticamente ricostruiti di questi popoli primitivi, subentrarono certamente quelli importati da altri popoli invasori, come i Celti, finché presero il sopravvento le multiformi divinità romane. E fu proprio attraverso le strade romane che nel III secolo cominciò timidamente ed in forma segreta a diffondersi il Cristianesimo. Per queste strade che attraversavano anche la Lomellina passarono gloriose figure di Santi, come San Barnaba, che il Baronio vuole come primo fondatore della chiesa milanese, e il cui culto è abbastanza frequente in queste terre; San Siro, che gli storici pavesi indicano come evangelizzatore della Lomellina, ed anche San Dalmazzo e San Lorenzo, che diedero origine alla formazione di nuclei di simpatizzanti per la nuova religione. Fu solo però con l'editto di Costantino del 313, tollerante la libertà di culto, che il Cristianesimo fu libero di operare. In Lomellina predicarono oscuri propagandisti, ma anche nomi illustri di Vescovi e di Santi: il Vescovo di Vercelli Sant'Eusebio, morto nel 370, il quale ebbe giurisdizione ecclesiastica anche su buona parte della Lomellina; il suo successore San Gaudenzio; San Martino Vescovo di Tours in Francia; il grande Sant'Agostino di Ippona; Sant'Ambrogio, la cui influenza si svolse variamente sulla Lomellina, ed altri.

Si formavano intanto gli ordinamenti ecclesiastico gerarchici, insediati in località che spesso corrispondevano alla sedi amministrative romane: i Vescovadi generalmente nei Municipi; le chiese (dette matrici o pievi), nei pagi o corti; le Cappelle o le Parrocchie nei vici, cioè nei villaggi. Rudimentali sedi di vescovo furono forse anche Lomello e Cozzo, le quali però furono evangelizzate da Pavia e Vercelli, e poi da Novara, con influssi della diocesi di Tortona sui paesi in vicinanza del Po.

Dipendenti dalle Diocesi erano le Pievi, cioè le prime chiese cristiane di un territorio, le chiese madri, da cui dipendevano le chiese sussidiarie. Ad ogni Pieve corrispondeva un borgo, e da essa dipendevano varie chiese dei paesi vicini. Secondo documenti medioevali di epoche diverse, dalla diocesi di Vercelli dipendevano le Pievi di Cozzo, Robbio e Confienza; da quella di Novara le Pievi di Sant'Albino di Mortara, Gravellona, Sant'Ambrogio di Vigevano, Treblate (forse Cassolnovo), San Pietro di Masuvico (paese scomparso fra Gambolò e Vigevano); da quella di Pavia le Pievi di Sant'Angelo, Santa Croce di Mortara, Cilavegna, Sant'Eusebio di Gambolò, Borgo San Siro, Tromello, Velezzo, Sartirana, Breme, Frascarolo, Borgo Franco (Suardi), Mede, Lomello con le sue chiese, Cairo, Dorno, Garlasco, Albignola, San Nazzaro del Bosco, Sommo, Sant'Alessandro di Carosio. Carosio corrispondeva all'attuale cascina Sant'Alessandro di Zeme e da esse dipendevano, tra l'altro, le chiese di San Michele e di San Salvatore di Olevano[2]. Le pievi lomelline sorsero pressappoco tra il 418 e il 437, ed erano in genere localizzate fuori dall'abitato: questa caratteristica pone in risalto l'origine precoce del Cristianesimo in una data località, in contrasto col paganesimo che, se pure in declino, resisteva nel centro del borgo o della città. Probabilmente all'inizio la pieve usò edifici provvisori, poi occupò ed adattò templi pagani. Il sacerdote pievano celebrava i riti religiosi, organizzava ecclesiasticamente il territorio e la propaganda religiosa. Quando però il Cristianesimo andò sempre più diffondendosi (secolo V e VI), la pieve risultò insufficiente e furono allora erette nuove chiese subalterne, dette tituli o cappelle, sia nell'ambito della circoscrizione della pieve, sia nello stesso borgo della pieve (Cappelle Vicarie, Suffraganee), in modo di venire incontro ai disagi dei fedeli, i quali dovevano recarsi fuori le mura per assistere alle sacre funzioni.

I sacerdoti di queste nuove chiese avevano soltanto la cura delle anime e celebravano a nome del pievano presso cui risiedevano. Col tempo essi formarono una congregazione o Capitolo (chiese Collegiate), presieduta dal pievano che prese il nome di Preposito (da cui Prevosto). Col tempo anche le chiese dipendenti eressero altre cappelle a loro volta subalterne, le quali si trasformarono poi nelle attuali Parrocchie o scomparvero del tutto. Sotto i Longobardi le chiese lomelline si moltiplicarono; la propaganda cristiana fu alimentata anche dalla figura di San Fortunato (secolo VI) che il Pezza dice oriundo di Sant'Angelo di Lomellina. Patrono dei Longobardi era l'Arcangelo Michele; pertanto dovunque essi si stabilirono furono erette o a lui dedicate cappelle votive. L'origine della parrocchia di Olevano, avendo come patrono questo santo, potrebbe risalire al periodo longobardo. A quest'ordine di fioritura religiosa, il Pezza, infatti, fa appartenere le chiese e le cappelle dedicate a San Michele a Robbio, Sant'Angelo, Candia, Nicorvo, Olevano, Candia, Celpenchio, Zeme, Mede, Valle, Vigevano, Ottobiano, Gambolò, Tromello, Lomello. Fra esse primeggiarono quelle di Sant'Angelo e Lomello, le quali ereditarono da altri centri decadenti la dignità di pieve; quelle di Candia e di Olevano, che divennero parrocchie; quelle di Robbio, Ottobiano, Mortara, ecc. Intanto il Cristianesimo andava sempre più affermandosi sotto l'influenza della predicazione e delle opere svolte dai monaci. Dal secolo VI in poi sorsero numerose abbazie e conventi. Il monachesimo, dominato dalle figure di San Benedetto e di San Colombano, svolse anche in Lomellina la sua opera. Influenza sulla nostra regione ebbero pure le abbazie di Bobbio e Nonantola. Il Tiraboschi, nella sua Storia della Badia di Nanantola, trovò che l'Abate aveva possedimenti a Cergnago già nel 907. Più tardi, nel 1150, Cencio Camerario annovera tra le abbazie rese tributarie dalla Sede Apostolica il monastero di San Pietro nel comune di Erbamara[3]. Nel 1170 il cenobio a seguito di una donazione di Uberto de’ Olevano, passò ai Vallombrosani[4]. All'inizio del secolo X, i frati del celebre monastero della Novalesa (tra Susa ed il colle del Moncenisio), espulsi dall'invasione dei Saraceni, ripararono in parte a Torino, in parte a Breme Lomellina, dove fondarono un forte ordine religioso, detto Bremetense. Nello stesso secolo ebbe anche stimolo la predicazione dei monaci cluniacensi, da Cluny, cittadina della Francia Centrale. Più tardi, nel 1145, l'umile regola di Sant'Alberto da Butrio di Voghera influenzava la chiesa di Sant'Alessandro di Grumello, villaggio ora scomparso nei pressi di Galliavola. Il 17 agosto 1222 l'abate di Rivalta Scrivia permise al convento di Sant'Alberto di Butrio di alienare le sue possessiones de Lomellina.

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[1] E. Pollini: Annuario 1872

[2] FRANCESCO PIANZOLA (Sartirana 1881 - Mortara 1943; sacerdote fondatore della congregazione delle Suore Missionarie dell'Immacolata Regina Pacis di Mortara)

La Diocesi di Vigevano

Vigevano, 1930

[3] CENCIO CAMERARIO (vivente nel 1191 e Papa col nome di Onorio III)

De civitatibus ex territoriis quae Rex Carolus Beato Pedro concessit, et censibus Romanae Ecclesiae debitis

ROBOLINI GIUSEPPE (Pavia 1768 - 1840, avvocato pavese)

Memorie storiche su Pavia

Pavia, Tipografia Fusi, 1823/1838

[4] FRANCESCO PIANZOLA

I Vallombrosani e la diocesi di Vigevano

Firenze, Scuola Tipografica Istituto Gualandi, 1941

"Ad istanza degli abati di S. Sepolcro di Pavia, di Gratosoglio di Milano, di S. Benedetto di Vercelli, l'Abate Generale di Vallombrosa accettò dai Signori Uberto e Martino, figli di Olivo, la donazione di una chiesa situata in Erba amara con molte saccate di terreno, acciò vi fosse fabbricata una Abazia".