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Lineamenti marxiani di una moderna teoria costituzionale

Abstract

Verso la metà degli anni ‘70 del secolo scorso, giunge a compimento lo sforzo operato dal marxismo giuridico italiano per un pieno riconoscimento, sul piano del diritto, dell’agibilità e dell’adeguatezza dello schema marxiano struttura-sovrastruttura.

La sconfitta che da lì a breve avrebbe interessato tale impostazione scientifica in conseguenza della più generale sconfitta del movimento operaio, ha impedito di svolgere compiutamente una ricerca che portasse a conseguenze tangibili sul piano della moderna teoria costituzionale.

Il presente contributo vuole ricostruire l’incidenza che l’analisi marxiana del rapporto tra classe e partito ha avuto e continua ad avere sul problema del diritto e dello stato, in particolare nella ricerca di un fondamento marxiano ad una moderna teoria della costituzione.

A partire da una ricostruzione dello sviluppo del nesso classe-partito nella ricerca e nell’azione di Karl Marx - dalle prime ipotesi di partito di avanguardia allo sviluppo verso la classe generale-partito -, si giungerà a definire alcuni lineamenti per un’introduzione del problema dello stato di classe operaia all’interno della moderna teoria costituzionale.

L’ipotesi che sarà sottoposta a verifica è che il nesso classe-partito-stato presente in Marx sia suscettibile di essere valorizzato come paradigma estremamente attuale ai fini di una battaglia teorica all’interno di un ambiente scientifico ed accademico, quello della scienza del diritto, notoriamente ostile alle impostazioni non fondate sul formalismo giuridico, e di una prassi legislativa e costituente in un contesto costituzionale, quello repubblicano, assai peculiare nell’ambito delle democrazie sociali.

Biografia

Alessandro Tedde, avvocato, laureato con lode in diritto costituzionale all’Università di Sassari con una tesi su “Il principio di sovranità popolare: ruolo dei partiti secondo l’art.49 della Costituzione e nuove forme della democrazia”, è stato allievo del Seminario di Studi e ricerche parlamentari “Silvano Tosi” presso l’Università di Firenze, per il quale è coautore della ricerca “Il Parlamento bicamerale. Cinque esperienze a confronto”. Svolge attività di ricerca indipendente in area giuridica (diritto costituzionale, filosofia del diritto, dottrina dello Stato), i cui risultati sono stati presentati in convegni promossi da università italiane e straniere (Edimburgo, Catania, Bologna, Madrid) e pubblicati su riviste scientifiche di Area 12 - Scienze giuridiche (Osservatorio sulle fonti, Democrazia e diritto). E’ in corso di pubblicazione negli atti del III Seminario Italo Spagnolo di studi costituzionali il suo lavoro dal titolo “Squilibrio o equilibrio, legale o extralegale? Gli interrogativi dei giuristi nella crisi della sovranità del mondo globalizzato”.


Lineamenti marxiani di una moderna teoria costituzionale

Relazione per il Convegno “Karl Marx 200 anni dopo”

Le teorie formalistiche del diritto sono uno strumento analitico che si è dimostrato inadeguato già nel momento di affrontare i problemi posti dall’evoluzione dello stato di diritto nello stato sociale (Negri:2012, 45).

La separazione tra la filosofia e le varie scienze che esse presuppongono ha ridotto lo studio del diritto e dello stato alla mera conoscenza descrittiva di forme istituzionali e normative in funzione dell’affermazione di un’articolazione giuridica <<dell’ideologia dominante nella formazione sociale del capitalismo>> (D’Albergo:2004, 19).

Contro questa impostazione, in campo giuridico il marxismo ha tentato di superare la diffidenza verso il metodo marxiano, giungendo al riconoscimento, intorno alla metà degli anni ‘70, della piena agibilità ed adeguatezza dello schema marxiano struttura-sovrastruttura sul piano del diritto e della teoria costituzionale (Negri: 2009, 23).

Contro le teorie marxiste del diritto e dello stato si è diretta <<un’attività critica puntigliosa e acrimoniosa>> (Catone:2004, 10), in particolare contro la storicità, categoria costitutiva marxismo - il quale, nel suo svolgimento è un «insieme di “storicamente determinati”>> cioè di <<risposte a problemi concreti specifici nati in contesti specifici» (Favilli:2010, 75) - a cui si contrapponevano la teoria della Grundnorm ed altre categorie giuridiche astoriche (Catone:2004, 13) che occultano aprioristicamente i termini di una lotta di classe che, invece, <<ha accompagnato gli svolgimenti storici del principio ideologico dello “stato di diritto”>> (D’Albergo:2004, 19).

Tuttavia, la teoria borghese individuava nuovi punti deboli della “teoria marxista dello stato”, posta ai margini dalla stessa marxologia la cui tendenza dominante era di identificare diritto e stato con la “politica” (D’Albergo:2004, 33-34): essi erano la sottovalutazione dello studio dello stato <<nei suoi tratti materiali, nelle sue articolazioni concrete, nel suo modo effettivo di funzionamento>> e l’elaborazione di tale questione come se fosse indipendente da quella del diritto (Catone:2004, 12).

Sfruttando questo vulnus, Norberto Bobbio attaccò <<il nesso dialettico che il marxismo istituisce tra lotta di classe e carattere dello stato>> (Catone:2004, 13) e sostenne l’inesistenza di una teoria marxista del diritto e dello stato (D’Albergo:2004) ed il conseguente ritorno alle concezioni giuspositivistiche <<dello “stato di  diritto”, della legalità, del rispetto delle regole, delle regole del gioco>> (Catone:2004, 16) nell’ottica di paralizzare la sfida lanciata alla teoria giuridica occidentale dall’“anomalia italiana” di un modello costituzionale concepito <<quale strada di una possibile transizione al socialismo>> (Catone:2004, 10).

Come brevemente delineato, i motivi polemici che inviterebbero a rimettere all’ordine del giorno la questione della teoria marxista del diritto e dello stato esistono in buon numero e non mancano anche i motivi di attualità, considerata l’assoluta incapacità interpretativa che la teoria formalistica egemone nelle scienze giuridiche ha dimostrato di avere in seguito alla crisi dei suoi dogmi dovuta al processo della globalizzazione, tra i quali figurano certamente la concezione gerarchico-piramidale delle fonti del diritto e quella monista della sovranità statale (Tedde:2016).

Contro le tesi bobbiane, si può ben sostenere che una teoria marxiana del diritto e dello stato esista, sebbene non in una forma compiuta.

Ciononostante, proprio la fase, forse permanente, di squilibrio strutturale e conseguente transizione costituzionale, ridà linfa al carattere storico della teoria di Marx, che concepisce <<uno stato in movimento, uno stato di transizione, uno stato che non eternizza le sue forme, ma le concepisce come transeunti, uno stato insomma che è la posta in gioco e il luogo di scontro tra le classi>> (Catone:2004, 14). Si tratta di un inquadramento particolarmente fecondo anche per analizzare la crisi dello stato sociale, cioè di quella forma di stato contemporanea <<che si rivoluziona continuamente, che cerca una fondazione articolata sulle infinite movenze della vita sociale>> (Negri:2012, 115).

Sotto questo punto di vista, la riflessione marxiana si inserisce in quell’ideale filone storico-realista-materialista tedesco che, partendo dal von Stein (1876), concepisce la scienza del diritto come <<scienza delle forze che producono il diritto medesimo>> e, dunque, la scienza marxiana del diritto non può che configurarsi quale scienza della classe operaia come forza produttrice di diritto, del suo diritto. Conseguentemente, la questione dello stato, in Marx, può essere letta essenzialmente come questione dello stato di classe operaia.

La connotazione classista del soggetto “stato” è parte della riflessione marxiana fin dagli accadimenti francesi, nei quali Marx osserva lo stato che diventa una macchina separata dalla società, finalizzata alla repressione delle aspirazioni democratiche, cioè uno strumento di dominio di classe.

Nel sistema capitalistico, egli annota, <<il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni della classe borghese>>, strumento di realizzazione della sua dittatura (Marx:1848). La conseguenza non può che essere nel fatto che, nel periodo di transizione al comunismo quando il proletariato si sarà elevato a classe dominante (cioè avrà conquistato la “vera” democrazia), lo <<stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato>> (Marx:1875), che usa <<il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttiva>> (Marx:1848).

Infine, nella società comunista, venuta meno la funzione cardine di strumento del dominio di classe, lo stato, sotto questo profilo, può ritenersi estinto, permanendo quale insieme di funzioni riacquisite alla socialità degli individui (quali funzioni siano destinate a rimanere, tuttavia, è questione scientifica, alla cui soluzione a cui Marx non ritiene sia possibile avvicinarsi, <<componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola stato [...] neppure di una spanna>>) (Marx:1875).

Nell’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel (1843), Marx si chiede: <<Dov’è dunque la possibilità positiva della emancipazione tedesca? Risposta: nella formazione di una classe della società civile la quale non sia una classe della società civile, di uno stato che sia la dissoluzione di tutti gli stati, di una sfera che per i suoi dolori universali possieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto particolare, poiché contro di essa viene esercitata non un’ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro, la quale può fare appello non più a un titolo storico ma al titolo umano, [...] questa dissoluzione della società in quanto stato  particolare è il proletariato>>.

Nella critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico per cui <<la democrazia parte dall’uomo e fa dello stato l’uomo oggettivato>> e <<non è la costituzione che crea il popolo, ma il popolo la costituzione>> (Marx:1843).

<<la democrazia è l’essenza di ogni costituzione politica, l’uomo socializzato in una particolare costituzione politica; essa sta alle altre costituzioni politiche come il genere alla specie; solo che qui il genere stesso si manifesta come esistenza, e però come una particolare specie di fronte alle esistenze non corrispondenti all’essenza. La democrazia sta a tutte le altre forme politiche come al suo Antico testamento. L’uomo non esiste per la legge, ma la legge esiste per l’uomo, è essenza umana, mentre nelle altre l’uomo è l’esistenza legale. Questa è la differenza fondamentale della democrazia.

Tutte le altre formazioni politiche sono una certa, determinata, particolare forma di stato. Nella democrazia il principio formale è al tempo stesso il principio materiale. Soltanto essa è dunque la vera unità dell’universale e del particolare. [...] Nella democrazia lo stato politico, in quanto esso si pone accanto a questo contenuto e se ne distingue, è anch’esso solo un particolare contenuto, una particolare modo di esistere del popolo. [...] Nella democrazia lo stato, in quanto particolare, è soltanto particolare, e in quanto universale è l’universale reale, cioè niente di determinato che sia distinto dall’altro contenuto. I francesi moderni hanno inteso questo così: che nella vera democrazia lo stato politico perisce. Il che è giusto, nel senso che esso, quale stato politico, quale costituzione, non vale più per il tutto.

In tutti gli stati che differiscono dalla democrazia, lo stato, la legge, la costituzione dominano senza dominare realmente, cioè senza penetrare materialmente il contenuto delle restanti sfere non politiche. Nella democrazia la costituzione, la legge, lo stato stesso sono semplicemente un’autodeterminazione del popolo, un contenuto determinato del popolo, per quanto esso contenuto è costituzione politica.

Del resto s’intende da sé che tutte le forme politiche hanno come loro verità la democrazia, e che quindi in quanto non sono democrazia non sono vere>> (Marx:1843).

1. Un approccio non dogmatico al problema del rapporto classe-partito

Non si può discutere di una teoria moderna della costituzione, senza soffermarsi sul termine che di solito subito le si accosta: “stato”, derivante da status, presenta un carattere polisemico che, similmente a quanto accade al termine “partito”, ingenera un’ambiguità pratica nel momento questo e quel termine divengono eminentemente politici (Schmitt:2008, 28) e dunque necessariamente polemici (Schmitt: ).

Il proprium di un concetto politico, e dunque polemico, è che per coglierne il reale significato, deve primariamente chiarirsi verso chi o verso cosa esso dirige la sua vis polemica (Schmitt: ). Nondimeno è palese il fatto che i concetti di “partito” e di “stato”, in quanto polisemici, non siano ex se in grado di chiarire contro chi siano indirizzati.

Con tale constatazione, il realismo giuridico converge con il marxismo nel mettere in crisi l’ambigua concezione hegeliana che, nel risolvere “tutta la politica” nello Stato (e l’uomo come <<stato soggettivato>>, v. Marx:1843) ne legittimava una concezione monista, che è valida fintanto che, come nello stato liberale monoclasse, non vi è distinzione di classe tra governanti e governati e dunque lo stato si presenta totale, cioè quale ordinamento capace di implicare un legame di appartenenza, appunto totale, dei cittadini (Schmitt:2008, 27).

La ricostruzione dello sviluppo del nesso classe-partito nella ricerca e nell’azione di Karl Marx - dalle prime ipotesi di partito di avanguardia allo sviluppo verso la classe generale-partito - è un buon terreno sul quale cominciare a rinvenire alcuni lineamenti per l’introduzione del problema dello “stato di classe operaia” all’interno della moderna teoria costituzionale. Si ritiene, infatti, che il nesso classe-partito-stato presente in Marx sia suscettibile di essere valorizzato come paradigma estremamente attuale quantomeno per condurre una battaglia teorica all’interno dell’ambiente accademico degli scienziati del diritto, notoriamente ostile alle impostazioni non fondate sul formalismo giuridico.

Non solo. Il problema classico del partito, cioè della costituzione politica del soggetto antagonistico rispetto al capitale, che ha impegnato Marx e le successive generazioni di marxisti, ha un evidente nesso pratico con il problema di una prassi legislativa e costituente in un contesto costituzionale, quello repubblicano, assai peculiare nell’ambito delle democrazie sociali, perché fondato sull’effettiva sussistenza del conflitto tra Capitale e Lavoro, sulla sua insolvibilità pattizia e, pertanto, sulla preminenza giuspolitica da dare al secondo rispetto al primo.

L’analisi può partire dall’interrogativo, di persistente attualità, che Antonio Gramsci si pose con l’intento di elaborare una teoria della soggettività politica non riconducibile ovvero riducibile ad una filosofia della storia, ma fondata sull’assunto della costituzione processuale, attraverso la lotta e la prassi politica, del soggetto dell’iniziativa storica, che non è mai già dato (Voza:2007, 5-6): come nasce, dunque, il movimento storico sulla base della struttura?

Per affrontare correttamente questo problema marxiano in relazione con il mondo contemporaneo e con il contesto costituzionale repubblicano in cui viviamo, è bene attenersi al medesimo approccio che Marx utilizzò nel confrontarsi con i problemi “partito” e “classe” e che è diventato una caratteristica del marxismo: .

A partire da un approccio non dogmatico ma concreto, Marx elaborò una proposta del rapporto fra partito e classe «radicalmente diversa» da quelle tipiche di quasi tutte le componenti del movimento operaio che si sono rifatte al socialismo (Favilli:2010, 75), anche perché fondata su di una concezione della politica più ampia di quella accolta dai partiti ottocenteschi (pur «organismi estremamente fluidi» rispetto alla futura Spd) (Favilli:2010, 76-77). L’osservazione diretta delle forme organizzative del movimento operaio europeo, improntata al suddetto metodo di indagine marxiana, non produsse che dei lineamenti di teoria del partito (comunista): non <<dogmi preconfezionati ma dei punti di riferimento in vista di una ricerca che va oltre il metodo stesso>> (Engels:1895) e, dunque, oltre le stesse forme organizzative nelle quali si fissavano storicamente le diverse funzioni del movimento operaio quale «risultato del processo complesso delle relazioni>> con l’“ambiente” capitalistico che via via metteva in crisi i modelli precedenti (Vinci:2010, 35).

1.1. Il partito di avanguardia

In prima analisi, l’osservazione compiuta nel periodo rivoluzionario compreso tra gli anni ‘40 e la prima metà degli anni ‘50 del ‘800, vide l’elaborazione di un primo apparato di ipotesi marxiano-engelsiane già tra il 1843 e il 1847, coerenti con una concezione del proletariato quale <<soggettività sociale protagonista tanto unica quanto obbligata di una rivoluzione comunista e a una concezione del comunismo in quanto passaggio a sua volta obbligato dello sviluppo storico [...] reso ineluttabile dalle leggi che muovono l’umanità associata nella storia>> (Vinci:2007, 26): un’ipotesi fortemente condizionata dalla dimensione olistica della concezione marxiana della società, in base alla quale la struttura si presentava quale <<unico elemento riflessivo (autonomo) della società>> e tutte le altre dimensioni di quest’ultima, dunque, come relative all’economia (Vinci:2007, 12).

La concezione del partito sottesa all’esperienza della Lega dei Comunisti rifletteva questa configurazione teorica del soggetto storico della trasformazione sociale fortemente condizionata da «un periodo contrassegnato o da rivoluzioni in atto o dalla speranza di una rapida ripresa del ciclo rivoluzionario e insieme dalla presenza di una “massa di lavoratori” non ancora nelle condizioni di trasformarsi in “classe”»: un modello di partito in cui è «fondamentale la funzione di un’élite non coincidente necessariamente con la classe, ma che abbia maturato la  “coscienza” degli interessi generali della classe e la “scienza” del “movimento reale”» (Favilli:2010, 79).

Un modello, notò più tardi Engels (1885), che già nel ‘48 «di fronte al movimento delle masse popolari risultò essere una leva di gran lunga troppo debole», finendo «per dissolversi nel movimento stesso» (Favilli:2010, 79).

Il volontarismo, il dottrinarismo ed il settarismo che vedevano la  la «sola forza politica ed organizzativa dei soggetti sociali interessati» sufficiente ad affermare l’“economia politica della classe operaia” vennero sottoposti ad una critica serrata: «il quadro strutturale del rapporto di produzione [non poteva] essere forzato “volontaristicamente” al di là dei limiti imposti dai livelli di sviluppo raggiunti dalle molteplici componenti del quadro stesso», limiti che, pur considerati in una prospettiva dinamica, rendevano necessario compenetrare l’elaborazione intellettuale e la proposta politica «nella vischiosità materica delle relazioni economico-sociali realmente presenti», onde non condannarsi alla sterilità ed all’utopismo settario (Favilli:2010, 76).

1.2. Il partito - classe generale

L’analisi delle nuove condizioni del ventennio 1850-1870 determinate dall’impetuoso sviluppo industriale e dell’estensione del sistema di fabbrica a vaste aree dell’Europa continentale determinò la nuova ipotesi marxiana della classe generale-partito «come immanente necessità per il proletariato moderno», al cospetto della quale i precedenti modelli erano ridimensionati a “sette” (Favilli:2010, 80).

Con tale rovesciamento di prospettiva, il punto focale del partito era posto dall’avanguardia alla retroguardia, militarmente intesa quale <<insieme delle forze destinate a dare sicurezza a una colonna in marcia contro eventuali attacchi alle spalle, ovvero a proteggere il ripiegamento di un’unità ritardando l’avanzata del nemico, mediante successive resistenze su adatte posizioni>> (Enciclopedia Treccani).

Questo notevole avanzamento - che sarà determinante per l’analisi gramsciana - tuttavia pativa una eccessiva semplificazione della composizione della società derivante dallo sviluppo capitalistico, che rapidamente avrebbe teso <<a essere fatta pressoché solo di proletariato e borghesia>>, con il primo <<portatore del general intellect sociale>> e perciò capace anche di fare rapidamente proprie <<le cognizioni e le capacità degli altri elementi della prassi sociale, perciò, in sostanza, che lo fa pressoché immediatamente capace del governo della società>> (Vinci:2007, 13). Conseguentemente, sul piano del partito, diveniva <<cruciale l’ipotesi che la totalità del proletariato avrebbe rapidamente aderito al comunismo, cioè si sarebbe costituita in partito comunista>>, talché proletariato e partito comunista sarebbero rapidamente stati la stessa cosa (Vinci:2007, 12-13).

La ricaduta politico-organizzativa, mentre si andava costituendo la I Internazionale, era nell’indicazione marxiana ai gruppi rivoluzionari più coscienti di «generalizzare e di dare uniformità ai movimenti spontanei delle classi operaie, ma non di dirigerle o di imporre loro un qualunque sistema dottrinario» (Marx:1866), sviluppando, cioè, non solo la comunanza di obiettivi con il «generale movimento di classe» (di cui al Manifesto), ma facendosi «portatori di un punto di vista ampio, sia relativamente all'organizzazione sociale che, di conseguenza, alla qualità degli obiettivi rivoluzionari» all’interno di un processo orientato al fatto che sarebbe stato «il proletariato nella sua interezza, nei vari paesi sviluppati e organizzato, a costituirsi in partito» (Vinci:2010, 37-38).

2. La ricezione novecentesca dell’elaborazione marxiana

2.1. La dogmatica

Nonostante gli sforzi di Marx, i marxismi politici del Novecento, senza sostanziali distinzioni tra gradualisti e non, rinverdirono le tentazioni dogmatiche presenti nella concezione olistica della società premessa all’analisi marxiana del soggetto storico, che venne indicato, sul piano sociale, nel proletariato quale classe produttrice dei valori d’uso con cui si riproduce la società e al contempo sfruttata dai capitalisti; sul piano politico, nel partito quale “avanguardia” del proletariato per la conduzione della lotta politica di classe e strategicamente per la conquista del potere politico, suo mero elemento funzionale e mandatario al pari degli altri organismi del movimento operaio. Se il partito veniva a configurarsi come mero predicato del proletariato, il soggetto diveniva semplicemente quest’ultimo (Vinci:2007, 11-12) e diveniva superfluo ogni apporto alla costruzione del movimento operaio da parte di altre classi subalterne (o di segmenti delle stesse classi dominanti, se non, in una fase tutta iniziale, da parte di intellettuali, borghesi o piccolo-borghesi, rivoluzionari) (Vinci:2007, 14) e, in ogni caso, subordinato alla sua “guida” (Vinci:2007, 13-14).

Cionondimeno, l’evidenza del fatto storico che solo una parte del proletariato aderiva al comunismo (o al socialismo) avrebbe dovuto portare ad intendere l’inadeguatezza della concezione del partito <<come mera avanguardia nonché come mero mandatario in sede di lotta politica del proletariato>> (Vinci:2007, 13) e della conseguente insufficienza della «concezione sostitutiva del potere>> nei suoi vertici per indurre una trasformazione dei suoi meccanismi profondi (Voza:2007, 7).

2.2. La continuità marxiano-gramsciana

I lineamenti marxiani sul partito mostrano una concezione caratterizzata da duplicità: il Partito, in <<senso eminentemente storico>> con riferimento alla causa dell’affermazione del proletariato, che <<nasce spontaneamente dal suolo della società moderna>> (Marx:1860) e il partito quale episodio organizzativo reale della storia del primo sul terreno politico, distinto quale fenomeno dal carattere effimero (Palano:2013, 174-175).

Gli elementi innovatori della concezione marxiana del partito-classe generale furono piuttosto colti dall’elaborazione dei concetti di blocco storico, egemonia e  Stato integrale da parte di Antonio Gramsci, grazie alla quale si rinnovò l’intuizione marxiana di una concezione storica della politica rivoluzionaria non solo quale «teoria della conquista e della gestione del potere>>, ma quale <<teoria del movimento e della trasformazione sociale» (Voza:2007, 7) e che presuppone <<una concezione forte di democrazia partecipativa fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva» (Favilli:2010, 83).

Processi, peraltro, di cui il movimento  operaio era artefice, essendo stato il protagonista «della più colossale esperienza pedagogica-autopedagogica che la storia delle classi subalterne abbia mai conosciuto>> (Favilli:2010, 84).

Non si può negare il fondamentale contributo che la riconfigurazione del rapporto tra partito e classe avvenuto già con la ridefinizione marxiana della funzione dell’avanguardia rivoluzionaria nei confronti delle masse ha fornito all’analisi gramsciana sulle modalità dell’inclusione della retroguardia nel progetto politico propagandato dall’avanguardia, passando da un modello di «consenso passivo e indiretto>> a <<quello attivo e diretto>>, cioè alla partecipazione dei singoli, <<anche se ciò provoca un’apparenza di disgregazione e di tumulto» (Gramsci:1975, 1771).

L’idea gramsciana che <<la trasformazione radicale dei rapporti economico-sociali non potesse essere assolutamente disgiunta da una crescita culturale ed intellettuale dei protagonisti-consapevoli della dinamica del mutamento, è stato uno degli elementi fondamentali di una concezione alta della politica>> inaugurata da Marx (Favilli:2010, 84), mediante quel «mutamento di prospettiva del rapporto partito-classe [che] propone di fatto un modello di intervento intellettuale completamente interno al soggetto sociale>> (Favilli:2010, 83), con l’obiettivo «di oliare e accelerare un processo in ultima analisi di tipo obiettivo, obbligato» (Vinci:2010, 37-38) e che, conseguentemente, non può essere imposto (Favilli:2010, 82).

3. L’incontro, necessario, con il realismo giuridico

L’apertura, per necessità, alla pluralità delle classi nello Stato ha determinato la necessità di ricercare la garanzia di tale questa capacità totalizzante affidando al partito politico una funzione di “integrazione sociale” delle classi nello Stato (O. Kirchheimer), che diventa appunto Staatspartei o Parteienstaat, a seconda che la forma dell’unità politica (cioè la sua costituzione materiale) sia espressione di un’unica forza politica dominante ovvero di più partiti unitariamente considerati.

Al fine di mantenere il potere politico in stretta relazione con la classe dominante, lo Stato si riqualifica in senso integrale, appunto nel tentativo di riconquistare, sul piano dell’egemonia, quella connotazione totalitaria che non è più propria dello Stato in quanto tale contro il partito rivoluzionario che <<in quanto tale rappresenta la vera e sostanzialmente unica organizzazione totalitaria>> (Schmitt:2008, 27).

Lo stato come il partito rivoluzionario divengono direttamente riferibili a due classi antagoniste e i problemi dello “stato” e del “partito” sono riformulati, pertanto, come <<problema del partito del capitale>> e come <<problema dello Stato di classe operaia, meglio dell’anti-Stato, del potere operaio>> (Negri:2012, 459).

L’integrazione, nello Stato, dell’anti-Stato obbligata dallo sviluppo delle forze produttive, che incide sulla costituzione dello Stato quale <<espressione delle forze sociali dominanti>> (Mortati:1962, 163, nt.66) e che è <<prodotto sovrastrutturale dei rapporti strutturali di produzione>> (Chessa:2014, 589), obbliga altresì ad una evoluzione dello stato verso una concezione almeno duale, non potendo tener conto di tale antagonismo che è antagonismo per il potere e <<il potere è esclusivo e totale, sempre>> (Negri:2012, 459).

4. La ricezione nel contesto costituzionale repubblicano

Nel pluralismo complesso, all’integrazione necessaria a garantire la forma dell’unità politica che rende effettiva la costituzione non è più sufficiente l’azione dei partiti quali effimeri «attori della mediazione, della  composizione, della pattuizione dei conflitti che si generano tra la società e le istituzioni, tra società insorgente e istituzioni costituite» (v. C. Castoriadis).

Con la caduta della centralità del partito come effetto della perdita di primazia della società politica su quella civile, si ridefinisce tutto lo Stato occidentale moderno, che per essere totale deve divenire integrale (Gramsci:1975).

<<Nella constatazione che la lotta di classe, specialmente in campo politico, non si sviluppa unicamente come scontro di due classi antagoniste, bensì come scontro fra due costellazioni di forze, ognuna delle quali è costituita da una classe fondamentale e da altre classi e strati sociali articolati in modo più o meno organico all’interno di una coalizione, la cui solidità dipende da vari fattori>> (Teoria e Prassi).

La lotta politica diviene, dunque, una tra Partiti intesa come lotta tra assoluti che dichiarano il nemico un criminale e considerano un inganno ideologico tutte le opinioni del nemico su diritto, legge e onore, <<laddove la guerra viene condotta da entrambe le parti come uno scontro non discriminatorio di uno Stato contro l’altro, il partigiano è una figura marginale, che non fa saltare il quadro della guerra e che non muta la struttura complessiva del processo politico. Quando però si passa a considerare il nemico che si combatte un vero e proprio criminale, quando la guerra diventa per esempio come una guerra civile tra nemici di classe, il suo scopo primario è l’annientamento del governo dello stato nemico, e allora il rivoluzionario effetto dirompente della criminalizzazione del nemico trasforma il partigiano nel vero eroe della guerra. Egli esegue sentenze di morte contro criminali, e rischia, da parte sua, di  essere trattato come un criminale o un vandalo. E’ questa la logica di una guerra per una justa causa senza il riconoscimento di un justus hostis. Attraverso di essa il partigiano rivoluzionario diventa la vera figura centrale del conflitto>> (Schmitt:2008, 47-48).

Nel contesto repubblicano, il problema del partito diventava il problema dello stato proletario. Questo implicava la necessità di confrontarsi con i concetti collegati di Stato e di sovranità.

Lo Stato <<già in base alla (ormai forse superata) concezione “triadica”, si presenta come la risultante dei tre “elementi costitutivi” del popolo, del territorio e, per l’appunto, della sovranità>> (Conz: , 6). Cionondimeno, l’accoglimento, <<in diritto positivo, del principio di sovranità popolare, attesa la necessità di coordinarne le implicazioni sia con i possibili significati del principio di sovranità dello Stato, sia con la posizione, nel sistema complessivo, dell’apparato “autoritario” (comprensivo dello Stato-persona, sì, ma che in esso, almeno con riguardo all’ordinamento costituzionale italiano, non si esaurisce)>> (Conz: , 6-7).

La c.d. concezione “duale” dello stato <<per generale consenso, non soltanto fornisce gli strumenti concettuali necessari a correttamente impostare il problema della sovranità popolare, ma, tout court, quello della sovranità>> (Conz: , 8).

<<Secondo un’opinione ormai consolidata (in dottrina, come nella giurisprudenza costituzionale), nel ragionare di Stato si evocano (quanto meno) due diversi significati. Da un lato, si designa il fenomeno complessivo (talché si ragiona, anche se non sempre in modo univoco, di Stato - ordinamento o Stato - comunità o Stato - società o Nazione); dall’altro, uno dei suoi “elementi costitutivi” (e cioè la sua “organizzazione”: e si parla allora, non senza qualche incertezza, di Stato - apparato o di Stato - persona o di Stato - soggetto). In questa seconda accezione, lo Stato rileva  come “parte”, o “aspetto”, dello stato complessivamente inteso (ossia dello stato come ordinamento giuridico).

Dal punto di vista terminologico, la distinzione - ricca di risvolti applicativi proprio nella prospettiva del principio di sovranità - corre tra il fenomeno complessivo (stato come ordinamento giuridico generale) e la sua componente organizzativa (Stato come apparato). Ad una più attenta analisi, infatti, il concetto di Stato - persona non coincide necessariamente con il concetto di Stato - apparato: quest’ultimo, infatti, è più ampio, e comprensivo dell’intera “sovrastruttura” autoritaria; il primo, più ristretto, coincide con una sua parte, e si  identifica con l’organizzazione dello Stato soggetto. Nello Stato in senso largo (come ordinamento), poi, anche il popolo e compreso, mentre ne resta escluso ove dello Stato si assuma l’accezione stretta delineata da ultimo (Stato - apparato).

Ai fini della sovranità, assumere quale punto di riferimento l’uno o l’altro dei due fenomeni (lo Stato - ordinamento o lo Stato - apparato) non è affatto indifferente. E lo dimostra, a tacer d’altro, il modo in cui il termine è impiegato dalla Costituzione, che, all’art. 1, comma 2, ragiona di sovranità del popolo; all’art. 7, comma 1, di sovranità dello stato; all’art. 11, per giustificarne la “limitazione”, di sovranità dell’Italia: laddove è evidente (per lo meno oggi) che l’attributo è assunto in significati differenti, come diverso è il significato dei sostantivi cui è collegato.

In tale contesto normativo, lo sforzo di mantenere in ogni caso intatta la coppia concettuale sovranità - stato appare, già da un punto di vista metodologico, privo di significato (se non addirittura - con riguardo agli esiti pratici - dannoso): da un lato, perché conduce a liquidare come un non sense il signicato normativo dell’art. 1, comma 2, Cost.; dall’altro, perché non consente - specialmente nel quadro di un ordinamento democratico - di affrontare adeguatamente il problema, oggi centrale, delle incisive relazioni che corrono tra le due “facce”, interna ed esterna, della sovranità>> (Conz: , 9-10).

<<Nella giurisrpudenza costituzionale, pur in difetto di prese di posizione teoriche sul punto, la “distinzione - contrapposizione” tra Stato comunità e Stato apparato è accolta ed utilizzata in vista dell’interpretazione della Costituzione [...] Alla “dicotomia” stato - apparato / stato - comunità fa riferimento anche la sentenza n. 69 del 1978 (in Giur. Cost., 1978, 588 ss.): “[...] può osservarsi che se ‘poteri dello Stato’, legittimati a proporre conflitto di attribuzione ai sensi dell’art.134 Cost., sono anzitutto e principalmente i poteri dello Stato apparato, ciò non esclude che possano riconoscersi a tale effetto come poteri dello Stato anche figure soggettive esterne rispetto allo Stato - apparato, quanto meno allorché ad esse l’ordinamento conferisca la titolarità e l’esercizio di funzioni pubbliche costituzionalmente rilevanti e garantite, concorrenti con quelle attribuite a poteri ed organi statuali in senso proprio” (corsivi aggiunti)>> (Conz: , 8 nt.13).

<<Che all’interno dellorganizzazione dello Stato in senso ampio si debba avere cura di distinguere lo Stato come persona giuridica è reso evidente dalle disposizioni della Costituzione che distinguono, o addirittura contrappongono, le articolazioni fondamentali dell’ordinamento giuridico generale (cfr., ad esempio, art. 114, 116, 131, 132, 133, 134, n.2 Cost.). Circa la necessità di operare tale distinzione, peraltro sottolineando come lo stesso Stato - apparato non sia un’entità unitaria, vd. G. Amato, LA sovranità popolare nell’ordinamento italiano, cit., 89 (che peraltro designa l’organizzazione complessiva come “Stato - governo”). L’origine della “confusione” fra organizzazione complessiva dello Stato (o Stato - organizzazione) e Stato - persona si rinviene, forse, “nella concezione originaria della personalità dello Stato [nella quale] quest’ultimo veniva inteso come unico soggetto sovrano, cui necessariamente facevano capo le funzioni sovrane e gli apparati organizzativi”; talché, “[c]onsiderando che esistevano anche allora apparati organizzativi facenti capo a persone giuridiche diverse dallo Stato (si pensi in particolare agli enti territoriali) per ricondurre comunque allo Stato a tali apparati si parlava di organizzazione (statale) indiretta [...] (così F. G. Scoca ……). La distinzioen tra Stato - soggetto e Stato - apparato presenta risvolti pratici di rilievo proprio nella prospettiva del principio di sovranià popolare. L’intero apparato, infatti, risulta strumentale all’esercizio popolare della sovranità, con la conseguente impossibilità di individuare nello Stato - persona (e, in particolare, nel Parlamento) la “sede” unica del potere supremo di indirizzo politico (cfr. C. Cost. sent. n. 106/2002, in Giur. Cost., 2002, 866 ss.) >> Conz: , 9, nt.18)

5. Conclusioni

La creazione di «una coscienza collettiva, e cioè un organismo vivente, [che] non si forma se non dopo che la molteplicità si è unificata attraverso l’attrito dei singoli» (Gramsci:1975, 1771) non può che beneficiare della lezione della I Internazionale sul rapporto tra partito e movimento, problema di «estrema complicatezza teorica e pratica» soprattutto per quanto riguarda la definizione di una sua forma stabile precisa, nonché sull’evoluzione seguente che ha consentito di comprendere «che l'unità del movimento, quindi tra le diverse forme di organizzazione, va costruita su base molto concreta e in forma inclusiva e democratica»(Vinci:2010, 48), secondo forme adeguate alle reali condizioni storiche esistenti.

Piuttosto, «il politico è già presente in ciascuna forma di organizzazione sociale». (Cacciari:2010, 31).

 e ciò significa che un sistema di cooperanti autonomie (Ferraris:2008, 60), «che si confederano secondo un progetto di “confederazione politica dell’iniziativa sociale”» (Cacciari:2010, 33), può legittimamente essere il modello a cui guardare per consentire di introdurre l’elemento sociale, orientato a nuovi istituti di democrazia sociale e politica esterni al modello democratico/parlamentare, nelle forme organizzative del partito politico definito secondo quest’ultimo modello.

Secondo Luigi Vinci (2010, 44-55), l’esperienza storica della I Internazionale lascia in eredità alcuni elementi di comprensione di estrema attualità: 1) vi è un rapporto indissolubile tra la costruzione di grandi organizzazioni del movimento operaio, l’estrema concretezza delle sue rivendicazioni e l’estrema flessibilità delle forme di intervento: «quando l'elemento politico-teorico presiede alla formazione delle prime organizzazioni, esse poi per svilupparsi debbono articolare immediatamente l'intervento sui temi posti dalle condizioni di esistenza materiale del proletariato», cioè la pratica politica deve essere effettivamente di massa, cioè molto concreta; 2) per la costruzione dell’identità delle organizzazioni, e per la loro successiva tenuta, «le pre-esistenze storiche, culturali, ecc. hanno un ruolo importante»; 3) non è sufficiente «l'autosviluppo su base puramente pratico-immediata del movimento», perché le sole «pratiche e concezioni di tipo solamente rivendicativo [sono] incapaci di intervenire sulla forma generale della società [cioè] di collocare la lotta di classe anche sul terreno della contestazione del capitalismo»; 4) le posizioni rivoluzionarie che ignorino la necessità della lotta economica e dell'azione mutualistica, perché incapaci di contribuire alla crescita del movimento di classe anche sul terreno politico, assumono «un carattere predicatorio e astratto» e non vengono comprese oppure sono rifiutate da strati fondamentali del proletariato, così isolando i rivoluzionari in una posizione settaria e  sterile; 5) l’unità «tra le diverse forme e i diversi terreni dell'azione di classe, senza ignorarne o sottovalutarne nessuno [...] va affrontata tenendo conto delle condizioni materiali concrete del proletariato così come delle pre-esistenze in esso d'ordine storico-culturale»; 6) sono da evitare le alleanze, non tattiche su obiettivi specifici, bensì quelle «che comportino l'abbandono di fatto alla propria prospettiva 'strategica' [...] 'in cambio' di minuscole concessioni».

Tra la fine dell’Ottocento (dal 1880 circa) e l’inizio del ‘900, particolarmente nell’area padana (mantovano, cremonese, reggiano, modenese), «si rivelò particolarmente significativa, in termini di diffusione ed efficacia, la creazione degli istituti del mutualismo [...] che ben presto entrarono in rapporto col Partito politico, anzi ne costituirono le unità elementari dalla cui federazione poi nacque il primo partito del movimento operaio italiano su scala nazionale» (Gaddi:2010, 56-57).

«il rischio concreto, ben individuato e descritto da Merli [Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e Capitalismo industriale], è che il mutualismo lasciato a se stesso, come capirono i primi dirigenti operai e socialisti, finisca per isterilirsi in se stesso, senza dar luogo a forme di organizzazione, di azione politica, socialmente efficaci» (Gaddi:2010, 57).

Il Partito sociale nella storia del movimento operaio non indica «una istituzione unica ma un insieme, molto ricco, articolato, differenziato di istituzioni che il movimento operaio e socialista si è dato, e attraverso le quali [ha] perseguito essenzialmente tre fini: 1) promuovere processi di sociabilità popolare attraverso [...] occasioni conviviali rispetto alle quali solitamente le classi subalterne rimanevano escluse; 2) promuovere partecipazione alla vita sociale, sindacale, economica, politica, culturale delle classi subalterne; 3) promuovere autogestione e auto-organizzazione di servizi e funzioni»»  (Gaddi:2010, 57).

«Poiché il Partito Sociale non è una istituzione unica nella storia del movimento operaio, questo Sociale comprendeva istituzioni molto diverse fra loro [...] che svolgevano, di conseguenza, anche funzioni molto differenziate. Tuttavia, nonostante questa ampia diversificazione, di finalità, di strutture, di modalità di organizzazione e funzionamento [...] non funzionavano ciascuna per i fatti suoi, erano si diverse e articolate, ma profondamente cooperanti perché intrecciate e collaboranti attraverso il principio federativo e non gerarchico. Erano strutturate secondo modello federativo delle autonomie funzionali e territoriali. Cioè, si trattava di un modello federativo funzionale, che riguardava le diverse funzioni svolte dalle plurali istituzioni del “Partito Sociale”, e territoriale, che riguardava i diversi territori (e le loro peculiarità storiche, geografiche, culturali, sociali) in cui si trovavano concretamente ad organizzarsi e agire tali istituzioni». (Gaddi:2010, 57-58).

«Questo ampio ventaglio di istituzioni popolari è entrato in rapporto col partito politico in modalità molto diverse, a volte generando esso stesso il partito politico. Cioè, era proprio questa rete di istituzioni popolari già cooperanti, federate tra loro senza che questa federazione e cooperazione negasse l’autonomia di ciascuno, che, ad un certo momento decideva di darsi un momento di rappresentazione più propriamente politica attraverso, appunto, la forma del partito politico» (Gaddi:2010, 58).

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