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23.Le guerre d'indipendenza e l’unità d’Italia
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Le guerre d'indipendenza e l’unità d’Italia

Fino al 1846 l'opinione pubblica italiana era ancora incerta e divisa sulle speranze ed i progetti politici di Mazzini, Gioberti e Cattaneo. Nel giugno '46 con l'elezione di Papa Pio IX la stagnante situazione italiana parve rimettersi in movimento attraverso la cauta azione riformatrice del nuovo pontefice e di alcuni principi, costretti ad imitarlo per l'entusiastica spinta popolare. Anche Carlo Alberto, dopo aver promesso la Costituzione per gli inizi del febbraio 1848, si decise a pubblicarla il 4 marzo: il suo gesto e quello degli altri principi italiani, compreso il pontefice, furono accolti entusiasticamente dalla popolazione. Intanto il 16 marzo a Venezia e il 18 a Milano, scoppiarono dei disordini che misero in difficoltà decise ad intervenire e a lui si unirono gli altri sovrani della penisola. Con una circolare del 4 marzo il Vescovo di Vigevano avvisava il parroco di Olevano che "i gravi rivolgimenti testè succeduti hanno obbligato il nostro sovrano a richiamare sotto l'armi diverse classi di soldati che erano già in seno alle loro famiglie". L'esercito piemontese passò il Ticino il 26 marzo; contava allora 25.000 uomini, ma più tardi raggiunse i 60 mila circa. Raggiunta Milano, i Piemontesi marciarono verso il Mincio mirando alla liberazione di Peschiera e Mantova ma, dopo i primi successi di Pastrengo e di Goito, dovettero ripiegare su Milano; il 9 agosto fu firmato l'armistizio Salasco che fissava il vecchio confine tra Piemonte e Lombardia. Durante i mesi di guerra in tutto il Piemonte furono organizzate raccolte di denaro e di vestiti; le donne lomelline si prodigarono per raccogliere camicie e biancheria, mentre l'intendente lomellino Boschi chiedeva ora sussidi per il popolo veneziano, ora invitava a "impugnare le armi per respingere il mostruoso croato". Dopo l'armistizio il Vescovo di Vigevano mandò in ogni parrocchia un frate cappuccino "per animare i popoli a difendere, anche a costo della vita, il Re e la Patria...". Ad Olevano intanto il nuovo parroco don Giuseppe Nascimbene prendeva possesso della parrocchia vacante dal 22 marzo 1847 per la morte di G. B. Romussi. Leggiamo dall'Atto di possesso ufficiale del 12 dicembre 1848 firmato da don L. Sozzani, delegato sub-economale, e da don Carlo Francesco Coppa, Regio Apostolico sub-economo della città e distretto di Mortara: "...il Sig. Rev. Sacerdote don Giuseppe Nascimbene prende vero ed effettivo possesso della Rettoria Parrocchiale del Comune stesso di Olevano di lui patronato e sotto il titolo di San Michele, vacante dalli 22 marzo 1847 per morte dell'ultimo investito molto reverendo Sig. Rettore don Giovanni Battista Romussi, avendone in dote la pensione di lire trecentoquarantasei di Piemonte a carico di detta Comunità, e la Casa Parrocchiale, le cui riparazioni e contribuzioni incombono alla comunità stessa come dall'atto di riduzione a Regia Mano rilevato da questo ufficio il 24 aprile dell'anno 1847...". E' questa la prima volta che si menziona esplicitamente lo ius patronato sulla parrocchia, che possiedono i capi famiglia di Olevano, consistente nella facoltà di eleggersi il Parroco, scegliendolo da una terna di nomi proposti dal Vescovo, anche se più volte a partire dalla visita pastorale del 1565 si trova menzionato un compenso corrisposto dalla comunità al parroco.

Nel marzo del 1849 Carlo Alberto decise di riprendere la guerra contro l'Austria: tra il 12 e 20 marzo il re lasciò la cittadella di Alessandria ed intraprese un giro d'ispezione alle truppe mobilitate ed accantonate in Lomellina e nel basso Novarese. La sera del 18 giunse a Mortara e prese stanza nel Palazzo Lateranense, ora sede delle scuole medie. L'indomani presenziò ad una grande parata militare nei pressi di Remondò dove consegnò ai reggimenti della divisione Bos le bandiere di guerra, benedette dal Vescovo di Vigevano, Pio Vincenzo Forzani, dopo la celebrazione di una S. Messa al campo. Lo Stato Maggiore difettava di collegamenti e non tutti i comandanti conoscevano il teatro degli scontri. Le truppe al comando del generale Chrzanowsky, generale polacco chiamato da Carlo Alberto a riordinare l'esercito piemontese, furono schierate nei dintorni di Mortara; ad Olevano fu disposta una Brigata[1]. L'esercito austriaco investì l'intero schieramento nelle ore pomeridiane del 21 con mosse ritenute improbabili dallo Stato Maggiore Italiano. La battaglia, accesasi improvvisamente nella zona dei così detti sabbioni, ove ora sorge l'Ospedale Vittoria, scompaginò i reparti impegnati, facendoli arretrare sulla città, dove si spense dopo autentici episodi di eroismo. L'ala destra dello spiegamento piemontese, asserragliata intorno al cascinale di Sant'Albino, e sotto il comando del colonnello Delfino, resistette ad oltranza finché non fu ordinata la ritirata dal generale Lamarmora verso la fatale Novara, dove si concluse, appena due giorni dopo, con esito infausto, la campagna del 1849. L'ufficio Storico dello Stato Maggiore Italiano nella sua ampia ed accurata trattazione del 1928 assegnò ai Piemontesi 76 feriti e 45 caduti, contro 42 morti e 26 feriti Austriaci, ma gli storici contemporanei registrarono perdite superiori da ambo le parti. Carlo Alberto abdicò in favore di Vittorio Emanuele II; drammatico il primo giorno di regno del nuovo re il 24 marzo 1849, quando si recò a Vignale dal maresciallo Radetzky a chiedere un armistizio: un esercito vinto, un isolamento politico, una situazione morale vacillante dell'autorità monarchica. Nonostante ciò, Vittorio Emanuele II conservò lo Statuto Albertino e non esitò a sciogliere la Camera, eletta nella nostra provincia fra l'11 e il 22 luglio, che non voleva ratificare la pace di Milano. Indisse nuove elezioni per il 9 di dicembre invitando l'elettorato ad eleggere rappresentanti più malleabili; a questo proposito il Vescovo di Vigevano ricordava che "le nuove elezioni non sarebbero la sincera e genuina espressione della volontà del paese, quando gli elettori non facessero a gara per concorrere alla grand'opera...". La nuova Camera ratificò la pace di Milano e il governo d'Azeglio ebbe la possibilità di iniziare l'opera di riorganizzazione ed ammodernamento dello Stato.

In questi anni fece molto discutere la Legge Siccardi con cui si eliminavano il foro ecclesiastico, la manomorta[2], e il diritto d'asilo di cui ancora usufruivano i luoghi ecclesiastici. Il clero piemontese reagì con violenza ed i Vescovi protestarono in modo deciso, arrivando anche a tumulti di piazza che furono però duramente repressi. Nel novembre del 1852 il Conte di Cavour, già ministro dell'agricoltura, divenne primo ministro, iniziando un'intensa attività per creare nel Paese quelle condizioni economiche e civili capaci di avvicinare il Piemonte ai livelli di vita e civiltà dei maggiori paesi europei. Furono a tale scopo stimolate le attività agricole e quelle manifatturiere con trattati commerciali stipulati con Francia, Belgio ed Inghilterra. Per migliorare il sistema fiscale furono ridotti gli ordini religiosi e furono incamerati i beni immobiliari da essi posseduti, destando nuove proteste da parte di tutti i vescovi dello stato. La ripresa economica fece sentire i suoi benefici; dal primo gennaio 1850 fu introdotto il sistema metrico decimale che sostituì le vecchie misure in uso, mentre si andavano costituedo le società di mutuo soccorso, come la Società degli Operai di Mortara costituita il 16 agosto 1852 e che raccoglieva anche abitanti di Olevano. Fra il 1855 e il 1857 si registrarono "in alcune parti di questi stati e di questa diocesi (di Vigevano) alcuni casi di Cholera Morbus"; non sappiamo se anche ad Olevano vi fossero casi di questa malattia. Le nostre campagne subirono invece gravi danni per le inondazioni del 1857 che interessarono gran parte della provincia di Lomellina. Il Cavour continuava le trattative diplomatiche che dovevano portare all'alleanza franco-piemontese, pronto ad approfittare di ogni circostanza favorevole: il patto di alleanza fu firmato a Plombières nel luglio del 1858. Con abili manovre costrinse l'Austria a dichiarare la guerra: il 29 aprile del 1859 gli Austriaci passarono il Ticino e avanzarono fino a Chivasso, a trenta chilometri circa da Torino. Il Giulay, che li comandava, intendeva piombare sull'esercito piemontese e per questo stabilì il suo comando a Mortara. Dovette però marciare molto lentamente perché trovò il terreno basso e paludoso della Sesia tutto allagato, mentre l'esercito piemontese si era concentrato sulla destra del Po, in attesa dei Francesi. Il 12 maggio la congiunzione delle forze era avvenuta. Il Giulay allora abbandonò buona parte del territorio occupato, e mosse verso il Po; a Montebello una parte del suo esercito si scontrò con truppe franco-piemontesi: l'accanito combattimento ingannò il generale che pensò di trovarsi di fronte a tutto l'esercito nemico, pronto a passare il Po, e concentrò le sue forze. Napoleone III invece, giovandosi della ferrovia Alessandria-Novara, sia per Casale che per Mortara, giunse al Ticino che attraversò al ponte di Boffalora. Per mascherare questo movimento, Vittorio Emanuele, che aveva già liberato Vercelli, si lanciò contro gli Austriaci a Palestro e vittoriosamente li respinse fra il 30 ed il 31 maggio. Il Giulay accorse per arrestare la marcia nemica su Milano; a Magenta il 4 giugno si combatté una battaglia campale e l'8 giugno Vittorio Emanuele e Napoleone III, tra l'entusiasmo del popolo, entrarono in Milano. La seconda fase della campagna si svolse sulle rive del Mincio, dove i Franco-Piemontesi, pur riuscendo vincitori a San Martino e a Solferino, subirono enormi perdite umane. L'Austria ormai appariva definitivamente sconfitta, quando Napoleone III concluse l'armistizio a Villafranca: al Piemonte sarebbe stata ceduta la Lombardia fino al Mincio. Questi avvenimenti rimisero in discussione l'assetto del territorio: la Lomellina venne riunita alla Lombardia attraverso la formazione della Provincia di Pavia che fu istituita con la compartimentazione territoriale del 23 ottobre 1859. Olevano appartiene al circondario terzo di Lomellina, mandamento decimo di San Giorgio,circondario III di Lomellina,  ha una popolazione di 1305 abitanti ed è retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri,.Nei mesi successivi si riunirono al Piemonte quasi tutte le regioni dell'Italia centrale, mentre la spedizione dei Mille, guidata da Giuseppe Garibaldi, liberò il sud e le isole: il 17 maggio 1861 fu promulgata la legge per la quale Vittorio Emanuele II diventava Re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione".

I festeggiamenti si svolsero ad Olevano il 28 maggio alla presenza del parroco don Giuseppe Nascimbene e del sindaco Angelo Salvaneschi.

Sino al 1863 il comune mantenne la denominazione di Olevano e successivamente a tale data assunse la denominazione di Olevano di Lomellina[3] per distinuerlo da altri comuni omonimi l’uno in Lazio e l’altro in Campania.

Nel 1961 il parroco cosi descriveva Olevano nella Rendita annuale della Parrocchia: "Olevano di Lomellina, Diocesi di Vigevano, Provincia di Pavia, Circondario di Lomellina e Mandamento di San Giorgio. La popolazione di questa Parrocchia per la massima parte di contadini, e pochissime sono le famiglie di condizione civile ed agiata, mentre quasi tutto il territorio è posseduto da quattro grandi proprietari, i quali, affittate le loro possessioni, tengono altrove i loro domicili. E non essendovi alcuna opera pia di pubblica beneficienza a favore dei poveri ne viene di natural conseguenza che essi e specialmente gli infermi ripromettonsi di essere soccorsi dal loro parroco. Una popolazione inoltre di 1.305 anime, della quale una gran parte di essa trovasi sparsa in ben otto cascinali, sei dei quali posti oltre il torrente Agogna, e tutti sul confine del territorio, abbisognerebbe assolutamente che oltre al parroco, vi fosse in paese un altro Sacerdote...".

I quattro grandi proprietari a cui fa cenno il parroco sono i discendenti dei Marchesi Olevano che abbiamo lasciato al 1758. Il figlio di Gerolamo III de Olevano, Uberto, morì nel 1799 dividendo la proprietà in quattro lotti. Due parti passarono ad antenati del conte don Giuseppe Resta, che ne risulta proprietario nel 1842, e da questi alla Nobile Casa Isimbardi; le altre due passarono ai figli don Bartolomeo e don Alessandro Olevano, ed alla loro morte al fratello don Francesco Olevano Confalonieri, ultimo rappresentante della famiglia Olevano.

"All'antica nobiltà, scriveva il Pollini nel 1872[4], che non seppe o non volle assecondare il movimento progressivo dei secoli, sottentrarono nel possesso degli aviti domini persone che al lavoro e all'industria consacrarono la loro proficua esistenza, ed ora il castello, e l'annesso esteso podere, è proprietà della famiglia Drovanti".

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[1] E. Pollini: Annuario 1875

[2] Manomorta: complesso di beni, appartenenti agli enti religiosi, che non potevano essere venduti o ceduti e che sfuggivano così alle tasse di successione o di vendita.

[3] Regio Decreto 15 Marzo 1863, n..211

[4] E. Pollini: Annuario 1873