“Sovranità, classe, nazione”.

Conferenza-dibattito promossa dal CRS in collaborazione con Sinistra XXI, venerdì 8 aprile, alle ore 16, presso la Fondazione Basso, in via della Dogana vecchia, 5.

Relatori:

Moderatore: Nicola Genga (Direttore CRS).

Temi dell'iniziativa.


A. Tedde - Classe, nazione, popolo.

Dalla sovranità della nazione sul popolo alla sovranità del popolo sulla nazione.

1. Forze classiste e politica nazionale: le tre fasi della storia del PCI.

1.1. Dalla classe contro la nazione alla classe nella nazione: lo snodo del 1935.

1.1.1. “L’indipendenza della nazione (la sovranità esterna) ha riaffermato il potere della borghesia nazionale sul proletariato (la sovranità interna)”.

La partecipazione diretta e massiva alla lotta di liberazione dal nazi-fascismo consentì al PCI di  inserirsi a pieno diritto nella storia nazionale italiana, non semplicemente di quella di cui fu attore.

Il problema fu conciliare il discorso di classe con i richiami alla nazione e, in seguito, al popolo come soggetto della trasformazione sociale, all’interno di «una storia di unità nazionale realizzata da una casa reale e a seguito di invasioni territoriali, più che da movimenti popolari»[1].

Fino al 1935, il PCI rifiutò piuttosto nettamente una lettura progressista dell’unità d’Italia e la denominazione della Resistenza al fascismo come un “secondo Risorgimento”[2]. Il Risorgimento era definito come un movimento stentato, al quale le masse non avevano partecipato, che aveva mancato di un carattere rivoluzionario perché la borghesia italiana non aveva voluto porre fine alla feudalità e al problema della terra per paura che il suo potere fosse travolto. Non esisteva nessun Risorgimento da proseguire da parte dell’antifascismo democratico: le questioni che non furono risolte nel Risorgimento dovevano essere risolte contro di esso e contro la classe che ne era stata protagonista, la borghesia.

1.1.2. “La sovranità esterna della nazione esiste in quanto la sovranità interna non è solo della borghesia nazionale”.

Ma, dopo il 1935, anno del VII Congresso dell’Internazionale Comunista, in cui i partiti comunisti decisero di concentrarsi sul territorio nazionale come spazio d’intervento politico con l’obiettivo di abbattere il fascismo[3], e soprattutto dopo la vittoria della Resistenza, i riferimenti al Risorgimento, soprattutto attraverso la figura di Garibaldi, furono utilizzati per cercare di legare la storia della classe operaia a quella nazionale (e, di conseguenza, quella del PCI alla nazione): «Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo e non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione»[4].

1.2. La classe alla testa della “nazione popolare” nella riconquista della sovranità esterna (indipendenza).

Prima della Seconda Guerra Mondiale, il partito comunista si era limitato a denunciare la politica della classe dirigente; nell’Italia ancora in gran parte occupata dai tedeschi, invece, doveva indicare una via di uscita e di guidare il popolo verso di essa. Il segretario del PCI chiedeva ai comunisti di essere un’avanguardia capace di pensare agli interessi della nazione.

Ciò significava portare a termine, nell’unità di tutte le forze antifasciste, la liberazione del paese, ma anche strappare il discorso sulla nazione all’ideologia fascista e dargli un nuovo contenuto: «noi daremo alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo»[5].

Fino al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il discorso del PCI fu incanalato verso il sostegno alla forma repubblicana dello stato come unica forma democratica possibile e sugli sforzi necessari per realizzarla, necessariamente al fianco di tutte le forze antimonarchiche e antifasciste: socialisti, cattolici, repubblicani.

Per il PCI, con la guerra di liberazione, lotta di classe, antifascismo e patriottismo venivano a coincidere. Nell’alleanza per l’indipendenza nazionale, contro il fascismo, per la democrazia tra operai, contadini, piccola borghesia e parte della borghesia monopolistica, la classe operaia sarebbe dovuta diventare la forza d’avanguardia.

1.3. La classe, in quanto grande maggioranza del popolo, è la nazione. (La sovranità interna della classe sul/nel popolo è la sovranità esterna della nazione).

Il PCI sviluppò un discorso per sostenere la “solidarietà nazionale” assieme a quello sulla funzione nazionale della classe operaia e a quello della sulla ricostruzione costituendo una sorta d’ideologia[6], un senso morale di appartenenza alla nazione da parte della classe operaia.

Rispondendo alle critiche di un delegato che osservava che non può esserci solidarietà laddove c’è contrasto d’interessi e antagonismo di classi, Scoccimarro spiegò che il partito invocava la solidarietà nazionale per individuare e rendere visibili al popolo quali erano le forze che operavano contro gli interessi nazionali: «[...] il nostro appello alla solidarietà nazionale ha un significato ancor più vasto: è il costume e la concezione di vita della classe operaia, che noi opponiamo al costume e alla concezione della borghesia. [...] quando noi oggi poniamo il problema della funzione nazionale della classe operaia, cioè della sua funzione politica dirigente nella vita del Paese, poniamo contemporaneamente il problema che tutto ciò che essa porta in sé di positivo in tutti i campi: economico, politico e morale deve divenire patrimonio di tutta la nazione, deve dare la propria impronta alla vita nazionale»[7]. La politica nazionale del PCI pone «il problema nazionale al centro della politica della classe operaia i cui interessi si identificano con quelli della grande maggioranza del popolo italiano e quindi con gli interessi nazionali»[8].

L’avvento del fascismo aveva spostato la politica del PCI dall’antitesi democrazia borghese-dittatura del proletariato all’antitesi fascismo-democrazia; le “caste capitalistiche reazionarie” avevano tradito le posizioni nazionali passate dei gruppi dirigenti della borghesia progressiva; la classe operaia aveva combattuto per la difesa della nazione e della libertà e si trovava a capo delle forze di difesa degli “interessi della nazione”.

I comunisti italiani pensarono ad una costituzione che ponesse le basi di alcuni principi fondamentali, seppur non raggiungibili a breve termine, che avrebbero guidato a lungo il paese. La Costituzione italiana dichiara principi e propositi assai lontani dalla realtà materiale dell’Italia di quegli anni, che dovranno guidare per molto tempo il paese (il progetto di “democrazia progressiva”). Il segretario del PCI affermò che in Italia e in Europa, dati i rapporti di classe determinatisi, si potesse arrivare a una profonda trasformazione senza una rivoluzione com’era avvenuto in Russia. La Costituzione doveva quindi tenere conto di questo:

[...] se sancisse soltanto quello che esiste oggi in Italia, non corrisponderebbe a quello che la grande maggioranza del popolo desidera dalla Costituzione. La nostra Costituzione deve dire qualche cosa di più, deve avere un carattere programmatico, almeno in alcune delle sue parti, e particolarmente in quelle parti in cui si afferma la necessità di dare un nuovo contenuto ai diritti dei cittadini, un contenuto sociale [...][9].

2. La classe operaia come classe generale del popolo - secondo le tesi dei costituenti cattolici - alla base della formulazione dell’art.1 della Costituzione.

2.1. Classe, nazione, popolo: l’alleanza per la democrazia alla prova nella Costituente.

L’ipotesi comunista venne confermata dai risultati delle elezioni del 1946 per l’assemblea costituente, che stabilirono dei rapporti di forza favorevoli a quell’alleanza popolare nella quale le forze classiste avrebbero dovuto avere un ruolo propulsivo e di avanguardia: le due forze popolari di matrice classista, PSI e PCI, ottennero rispettivamente 115 e 104 deputati; la Democrazia Cristiana elesse 207 deputati e la sua delegazione venne fortemente influenzata dal cosiddetto gruppo dei “professorini di sinistra”[10], le cui posizioni possono essere ben sintetizzate guardando al pensiero di Mortati, il quale, anche a distanza di anni, dopo aver preso «atto che l’assemblea costituente aveva rigettato la prospettiva dello Stato uniclasse, [...] riteneva che ciò non fosse sufficiente per negare che la Costituzione riconosce “la speciale posizione” rivestita dalla classe operaia, protagonista di un “”grandioso moto storico di emancipazione”” e, pertanto, meritevole di assurgere al ruolo di “”classe generale, perché rivolta alla tutela di  interessi trascendenti quelli più immediatamente suoi propri”»[11].

2.2. La classe operaia come classe generale del popolo.

«Cadute le combinazioni ottocentesche con la sovranità regia, la sovranità spetta tutta al popolo” che è la “forza viva” cui si riconduce ogni potere degli organi dello stato»[12], e la gran parte di quella “forza viva” risiedeva, anche per il cattolico Mortati, nella classe operaia, la “classe generale”.

L’Italia è una Repubblica “fondata sul lavoro”: «con questa formula - sottolinea Mortati - si è inteso mostrare il distacco dalle Costituzioni del passato e “invertire il valore ai due termini del rapporto proprietà-lavoro, conferendo la preminenza a quest’ultimo sul primo”. Un’inversione di valore non soltanto fra i termini del rapporto proprietà-lavoro, ma anche fra il lavoro e ogni altra fonte di dignità sociale, ormai superata (titoli nobiliari, ricchezza di famiglia)»[13].

2.3. L’art.1, o della sovranità del popolo lavoratore.

Aggiunse «Fanfani a motivare l’emendamento del 3° comma [del progetto di art.1: da “La sovranità emana dal popolo” a “La sovranità appartiene al popolo”], deposito del principio della sovranità popolare [...] sostenendo che l’espressione proposta sarebbe stata sufficiente ad indicare ad un tempo “la fonte, il fondamento e il delegante della sovranità”: “Così è nato il nostro testo [...], che dice: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. In questa formulazione l’espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v’è democrazia. Ma in questa espressione la dizione “fondata sul lavoro” vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi l’abbiamo immaginato, dovrebbe assumere [...]”»[14].


[1]  M. Martignoni, «Due vie democratiche al socialismo? PCI, PCF e il concetto di nazione tra il 1944 e il 1947», Diacronie N. 9 | 1|2012.

[2] «I borghesi tengono curvi i contadini sotto il giogo del capitale. Le fantasie sul “secondo Risorgimento” sono fatte solo per nascondere questa realtà». v. Ercoli [P. Togliatti], «Sul movimento di “Giustizia e Libertà”», in Lo Stato Operaio, V, 1931, pp. 463-473.

[3] M. Martignoni, «Due vie democratiche al socialismo? PCI, PCF e il concetto di nazione tra il 1944 e il 1947», Diacronie N. 9 | 1|2012.

[4] P. Togliatti, «La politica di unità nazionale dei comunisti», in ID., Opere, vol. 5, 1944-1955, Roma, Editori Riuniti, 1984, p. 14, che prosegue: «Operai e artigiani furono il nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai, insieme coi migliori rappresentanti dell’intellettualità, l’anima della resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell’anno successivo. Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto dove ci si batte e si muore per la libertà e per l’indipendenza del paese».

[5] P. Togliatti, «La politica di unità nazionale dei comunisti», cit., p. 14, che prima afferma: «La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana [...]».

[6] C. Daneo, «La politica economica della ricostruzione: 1945-1949», Torino, Einaudi,1975.

[7] M. Scoccimarro, «Una discussione sulla nostra politica», in Rinascita, II, 12, dicembre 1945.

[8] Ibidem.

[9] Si vedano i lavori dell’Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, del 25 ottobre 1946, http://www.camera.it/_dati/costituente/lavori/Commissione/sed006/sed006.pdf, pp. 47-48.

[10] Così P. Barile, «Costantino Mortati, giurista della Costituzione», su La Repubblica, 26 ottobre 1985, il quale  acclude nella definizione, oltre allo stesso Mortati, La Pira, Fanfani, Dossetti, Tosato.

[11] L. Nogler, «La sovranità nella Costituzione», in C. Casonato (a cura di), Lezioni sui principi fondamentali della Costituzione, Torino, 2010, p. 110 ss., che cita C. Mortati, «Il lavoro nella Costituzione», Dir. Lav., 1954, I, pp. 153 ss. e C. Mortati, «Commento all’art.1», in G. Branca (a cura di), Commentario alla Costituzione, Zanichelli - Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, pp. 12 ss.

[12] M. Ruini, «Relazione al progetto di Costituzione», in Materiali della Repubblica, Assemblea Costituente, vol. I, Tomo II, Reggio Emilia, Notor ed., 1991, pp. 335 ss.

[13] L. Carlassare, «Nel segno della Costituzione», Feltrinelli, Milano, 2012, p. 65.

[14] D. Quaglioni, «La Sovranità nella Costituzione», in C. Casonato (a cura di), Lezioni sui principi fondamentali della Costituzione, Giappichelli, Torino, 2010, p. 27.