Dento na Pinokioh

Karoloh Kolodih (1883)

L’avventure di Pinocchio

Carlo Collodi (1883)

Kombe na 1

KOMBE  NA KWA

CAPITOLO 1

Ashi en tifa Chilegiah, pevosa, henyun ambe chu pevo ya yoyoi ai hauka shi ben shai

Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino

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Tauku kwikuta wi—

"Bukim!" ukoyun sin na wa denu ka geta.

C’era una volta...

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

Nong, ben, linyo jamwoi. Tauku kwikuta wi ambe chu pevo laila.

No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Ya nong ambe pevo ya zapa, esto ambe vungi chu pipevo, chu akwa be la venta lo al jambo shambeo ai pila eno munku api ai jansham bea.

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Wa nong jo ashi ya to shai, esto rejo lara en la anin kwa lo, ambe wau chu pevo laraze bo podo na pevosa naita, senka na yu Tifa Antonioh, chito uyo kaka yu Tifa Sunsuh, chumun tilum na fuku, ya tayo dingu ai yankuku, shi sunsu rim.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo

chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

Eche ge Tifa Sunsuh kwi weyun ambe ye chu pevo lo, nyepai kwambe yu ai nyom lele na yulo chumun iyosaka, bobal za kika sumbe:

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:

“Pevo wau kwi de taku: keju za ya jam vuvu na nunya.”

— Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.

Ze ka aye lo, tiza geta sinchetu opyusa eno nuku monchi pechi ai chachaunsa ya, esto eta lum tustu ache na kwa lo, yu lara le lele otachi ti, chumun yu wehim kika chausa, yu ka la noka:

Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levar gli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile, che disse raccomandandosi:

“Nong che don shai wa lo!”

Jeyun lo ashi lara Tifa Sunsuh naita nen ye shai!

— Non mi picchiar tanto forte!

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Yu nuda ayun yika nuro bea eno joyun ala chu lai achu na kika ye tengi lai ai yu nong weyun ukakwa!

Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno!

Yu kwi yun vu naira, yuyung la; yun bo dobeo ya okayo tayo, yuyung la; yun bo kwebeo le achil ai tushum, yuyung la; jamil doki na podo eno yun la nuno mai, yunyung la! Ha tai?...

Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?...

“Eo jebo,” yu ka tai la hauka ai la rarau konzi, “Eo tonyun en kika sin ye be wa kwi jeyun.”

— Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, — si vede che quella vocina me la sono figurata io.

Om wainu akan.

Ai la tiza wai sincheta za lele, yu vunu munto ache reke tila ambe chu pevo.

Rimettiamoci a lavorare.

E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.

“Yai! Li munyai wa!” kika sin kwashi yoyoi nainula.

— Ohi! tu m’hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.

Tato wau lo, Tifa Sunsuh lara hoiza, le ayun la nuchu titi chumun iyika, le kiki mil wilu ai le loilo ya pimpi vu deche kuvu, shi nyanku na hichongu.

Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.

Eche ge yu waichele itengi na aka lo, yu nuku ka la pepye ai tutuka chumun iyika:

“Esto hachu kika sin wau yu kwi ka yai lo nuchu?”...

Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:

— Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?...

Ai rata lau fayu meng yu hai. Tente nistoshi ambe wau chu pevo kwi kwan yoyoi ai woika shi ben ha? Nong tengi jeho aye.

Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un

bambino? Io non lo posso credere.

Lau eo ambe wau; ya ambe chu pevu tos pila, shi ayin yo, ai tonto al mune ya tila api lo, ya tos ana murum deo le vos...eom echu ha?

Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli... O dunque?

Tente ukwa ovanjo bo ya ha? Tonto ukwa ovanjo lo, wu ming tos uye! Tau wa leo yu!

Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io!

Ai la ka shau lo, yu za lele sun yo hiza ambe tenyoi ye chu pevo ai nuku cheche ya mwechuleng che donum na bea.

E così dicendo, agguantò con tutt’e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.

Tai yu jela him, eno wehim en kika kakwa sin la yu woika. Yu tara sirio sun, ai yayang; sirio jom, ai yayang; sirio nini, ai yayang la!

Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!

“Eo jebo,” yu ka tai la sekan en hauka ai pongon konzi. “Eo tonyun en kika sin ye yu kwi ka yai, wa kwi jeyun ya! Om wainu kan!”

— Ho capito, — disse allora sforzandosi di ridere earruffandosi la parrucca, — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare.

Ai chumun iyika wamwa kwi nubo yu lo, yu kemun jika eno jale itunyi si.

E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio.

Tabola, jara la alu sinchetu, za lele tiza huchurau, eno churau ai kunku jamwesa ambe chu pevo; esto tabo huchurau tinu ai vunu lo, wehim kika sin kwashi ya ka la hauka:

Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:

“Bas lo! Li yoyol senyo na wa!”

Tato wau lo tifa Sunsuh tenyoi bon vunu shi ochen. Eta jamil ayun wai lo, yu chewe yulo wera tila vuku.

— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.

Kuku kwi tonyin, ai tilum na fuku mawi, ya yam shi tayo ya, ya kwi tom saska sol chumun iyika wamwa.

Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.