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Decameron 2
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Liceo scientifico bilingue

“Vilfredo Pareto”, Svizzera

DECAMERON DI GIOVANNI BOCCACCIO

BREVE STORIA DI ALCUNE CELEBRI NOVELLE

PARTE SECONDA

Mod. ST-Rem

Data 08/03/15

Versione 1

VI giornata, Elissa, mercoledì

Chi con un motto brillante evita un pericolo e la disgrazia

VI, 2

Cisti il fornaio

Un giorno giunsero a Firenze degli ambasciatori inviati da papa Bonifacio. Essi erano ospiti del nobile Geri Spina, che aveva come moglie Oretta.

Gli ambasciatori passavano ogni giorno davanti alla panetteria del fornaio Cisti, il quale, pur facendo un lavoro umile, aveva potuto arricchirsi. Cisti aveva una riserva di vini bianchi, la migliore di Firenze, ed era desideroso di offrirne un po’ anche al gruppo inviato dal papa che ogni giorno passava di lì.

Tuttavia, a causa della sua umile posizione, non poteva rivolgere loro la parola ed invitarli, e così decise di farli cadere in tentazione, mettendosi per due mattine di seguito a gustare il suo vino davanti alla panetteria. Fu così che Geri Spina chiese al fornaio di poter assaggiare un po’ del suo vino e se anche i suoi ospiti ne potessero avere. Questo vino bianco piacque talmente tanto agli ambasciatori, che tutte le mattine passarono da lui per bere un bicchiere del vino di Cisti.

Un giorno, Geri decise di organizzare un banchetto in onore degli ambasciatori che stavano per ripartire, e per questo mandò un suo servo dal fornaio a prendere un po’ di quel vino.

Il servo di Geri Spina, che conosceva la qualità del vino del fornaio, ne voleva un po' anche per lui. Così, senza dire nulla al suo padrone, il servo prese un fiasco molto più grande del necessario e andò dal fornaio. Il servo si presentò da Cisti con il suo enorme fiasco, e quando il fornaio lo vide, ridendo, disse al ragazzo che di certo il suo padrone si era sbagliato, che il servo era andato nel posto sbagliato, e lo rimandò indietro senza vino.

Tornato a casa, il servo raccontò a Geri le parole di Cisti. Geri Spina fece venire Cisti a dare spiegazioni spiegazioni, e Cisti rispose che sicuramente, con quel fiasco enorme, il servo dovesse prendere l'acqua in Arno e non il suo buon vino.

Geri comprese dunque che cosa era successo, rimproverò il servo per la sua malignità. Poi chiese di nuovo del vino a Cisti, ma questa volta con il fiasco adeguato.

VI, 10

Fra Cipolla

Tutte le estati veniva a Certaldo un tale fra’ Cipolla. Questi rivolgendosi ai credenti dopo la messa, li pregò di tornare la sera stessa davanti alla chiesa, poiché avrebbe mostrato loro un’antica reliquia: una penna dell’Arcangelo Gabriele che egli perse quando andò da Maria per annunciarle la divina nascita.

Due ragazzi, Bragonieri e Pizzini, architettarono allora uno scherzo ai danni del frate. Sapendo che sarebbe andato a pranzo da un suo amico nobile, corsero all'albergo dove il frate teneva le sue valige, per prendere quella strana reliquia e sostituirla con dei pezzi di carbone.

Il servo di fra' Cipolla, Guccio, era rimasto nell'albergo per custodire le cose del frate; a Guccio però piaceva molto una servetta che lavorava nell’albergo, così abbandonò i bagagli e le reliquie per stare con la donna.

I due ragazzi ne approfittarono subito: andarono nella stanza del frate e, visto il reliquiario, sostituirono la piuma con del carbone.

La sera, davanti alla chiesa, Guccio portò al frate le sue cose. Fra' Cipolla presa la cassetta pensando che dentro ci fosse con la penna dell'Arcangelo Gabriele, e davanti alla folla radunata davanti alla chiesa la aprì. Che brutta sorpresa scoprire che al posto della penna c'era il carbone!

Il frate richiuse precipitosamente la scatola, maledicendo in silenzio il suo servo Guccio. Ma bisognava inventare qualcosa e senza battere ciglio. Allora si calmò e cominciò a raccontare alla folla una storia incredibile...

Quando era ancora giovane, era stato inviato dai suoi superiori in Terrasanta, dove aveva conosciuto il venerabile padre, chiamato Nonmirompere Lanima. Questo sant'uomo gli aveva fatto vedere tutte le sacre reliquie che custodiva con venerazione e gliene aveva regalata qualcuna, tra cui un dente della santa Croce, una piccola ampolla con il suono delle campane del tempio di Salomone, la penna dell'Arcangelo Gabriele e i carboni del fuoco che aveva bruciato san Lorenzo. Visto però che sia la penna dell'angelo sia i carboni di San Lorenzo erano custoditi in due scatole identiche a volte si sbagliava, proprio come in quell’occasione, che invece della penna, aveva preso i carboni. Ma considerando che tra due giorni sarebbe stata proprio la festa di santo, pregò i fedeli di togliersi i berretti ed avvicinarsi a lui per ricevere il segno della croce sulla testa, proprio con quei santi carboni, tanto non si consumavano mai. Tutti quelli che fossero stati segnati, per un anno intero non avrebbe sentito il calore e le bruciature del fuoco senza rendersene conto.

In questo modo il furbo frate raccolse un bel po' di offerte.

VIII giornata, domenica, Lauretta

Storie di scherzi

VIII, 3

Calandrino e l'Eliotropia

La novella è ambientata a Firenze e il protagonista è il pittore Calandrino, vittima di una burla di Maso del Saggio e suoi amici.

Maso raccontò a Calandrino che vicino Firenze c’è un torrente chiamato Mugnone, un fiume dove si trovavano pietre nere e di diversa grandezza che davano l’invisibilità.

Saputa la notizia, Calandrino decise andare a cercarle con suoi due amici, Bruno e Buffalmacco. Questi ultimi però, capirono subito che si trattava di uno scherzo e non si fecero scappare l'occasione di prendere in giro Calandrino...

Bruno e Buffalmacco fecero delle facce di meraviglia quando Calandrino raccontò la storia delle pietre nere, dette Elitropia, e accettarono volentieri di andare con lui.

Una mattina andarono sul Mugnone in cerca delle pietre; dopo un paio d’ore i due amici, vedendo Calandrino carico di pietre, finsero di non vederlo più. Calandrino fu soddisfatto, pensado di essere veramente invisibile.

Bruno e Buffalmacco se ne andarono, criticando Calandrino che li aveva fatti andare sul Mugnone e poi li aveva lasciati lì senza dire nulla.

Sulla strada Calandrino li precedeva, pensando di essere sempre invisibile. Bruno e Buffalmacco (che invece lo vedevano benissimo), iniziarono a parlare fra sé, dicendo che se avessero visto Calandrino lo avrebbero preso a sassate per quello scherzo poco simpatico: raccolsero dei sassi da terra e cominciarono a tirarli dicendo: "Ecco farei così", e tiravano i sassi davanti a loro, colpendo forte Calandrino.

Il povero Calandrino soffriva in silenzio il dolore delle sassate: infatti lui pensava di essere invisibile, e se avesse parlato gli amici lo avrebbero scoperto.

Arrivati nella strada dove Calandrino abitava nessuno parlò al pittore: tutti erano stati avvisati da Bruno e Buffalmacco dello scherzo. Solo la moglie di Calandrino non sapeva nulla.

Quando Calandrino entrò in casa carico di pietre e segnato dalle sassate di Bruno e Buffalmacco, gli chiese cosa fosse successo. Calandrino pensò che la moglie gli avesse fatto una magia e gli avesse levato l'invisibilità e cominciò a picchiarla. La moglie urlò e chiese aiuto. Bruno e Buffalmacco corsero a vedere, e videro il pittore che picchiava la moglie. Nonostante avessero voglia di ridere, Bruno e Buffalmacco restarono seri, si fecero spiegare le cose da Calandrino e con grande fatica riuscirono a rappacificarlo con la moglie.

Infine uscirono in strada ridendo.

IX giornata, Emilia, martedì

Tema libero

IX, 2

La badessa e la suora

In un convento lombardo vicino a Milano, viveva Isabetta, una bella e giovane suora, che un giorno conobbe un giovane di cui si innamorò, un amore che venne ricambiato dall’uomo.

Tra loro nacque una relazione e il giovane  andava spesso nella camera della suora, tramite un passaggio nascosto.

Uno giorno però la giovane suora venne scoperta dalle sue consorelle.

Le suore gelose della bellezza di Isabetta e del suo giovane amante, decisero di chiamare la badessa e di cogliere Isabetta sul fatto.

Così, una mattina presto, bussarono alla porta della badessa, e la chiamarono per sorprendere Isabetta. Il fatto è che in quel momento anche la badessa era in compagnia di un uomo, un prete suo amante. Non sapendo bene che fare, la badessa disse di aspettare un attimo. Non accese la candela e si vestì al buio e in fretta, così per sbaglio non si mise il velo da suora sulla testa, ma le mutande del prete. Le monache e la badessa andarono correndo alla camera di Isabetta, e nessuno si accorse dell'equivoco perché tutti volevano vedere Isabetta con l’amante per punirla.

Bussarono alla porta della giovane monaca e la trovarono fra le braccia del ragazzo. Isabetta non negò l'evidenza, anzi ammise il suo amore e il suo peccato. La badessa iniziò la sua predica, promettendo provvedimenti severi per la ragazza. Ma ben presto tutti si accorsero che la badessa, mentre rimproverava Isabetta, portava sulla testa delle mutande da uomo.

Per non creare scandalo Isabetta non fu punita, anzi fu libera di ricevere il suo amante. Le monache invidiose non ottennero vendetta e rimasero molto deluse e tristi, perché loro non avevano nessuno da invitare in camera.