Alessandro Tedde, “Squilibrio o equilibrio, legale o extra-legale? Gli interrogativi sul ruolo dei giuristi nella crisi della sovranità del mondo globalizzato.”, working paper presentato al III Convegno Internazionale del Seminario italo-spagnolo  di studi costituzionali dal titolo “”Sovranità e rappresentanza: il costituzionalismo nell’era della globalizzazione”, Università degli studi di Catania, 5-7 dicembre 2016


SQUILIBRIO O EQUILIBRIO, LEGALE O EXTRA-LEGALE? GLI INTERROGATIVI SUL RUOLO DEI GIURISTI NELLA CRISI DELLA SOVRANITÀ DEL MONDO GLOBALIZZATO.

Alessandro Tedde

Università degli studi di Sassari

Sommario: .-Abstract. 1.- Squilibrio o equilibrio? Alle radici della crisi di un paradigma interpretativo. 2.- Espansione dell’economia globale e compressione delle sovranità nazionali. 3.- La globalizzazione nel passaggio dalla teologia politica alla teologia economica: il problema della comunità di riconoscimento. 4.- Dalla κρίσις (crisis) alla στάσις (stasis): le speranze disattese del populismo. 5.- Legale o extra-legale? Il ritorno agli interrogativi fondamentali. .- Riferimenti bibliografici.

Abstract

Lo squilibrio tra libertà ed uguaglianza è una costante della storia delle costituzioni, ma negli ultimi tempi lo sbilanciamento a favore del primo termine è stato ancor più accentuato dalla fuga della componente economica dei diritti liberali dal controllo democratico del circuito politico – rappresentativo.

Oggi, l’intero sistema democratico nazionale è costretto a muoversi entro compatibilità economiche e giuridiche esterne a quel circuito e lontane dal conflitto sociale, che restringono i margini delle politiche di redistribuzione e garantiscono alla proprietà di sottrarsi dal perimetro della sovranità nazionale.

Lo Stato rimane il braccio secolare del nuovo ordine naturale, che è però incompatibile con la forma di stato prodotta dal conflitto sociale e fondata sul compromesso fra individualismo e disparità da un lato e spazio pubblico ed eguaglianza dall’altro.

La smaterializzazione della ricchezza e l’internazionalizzazione delle imprese e dei mercati finanziari hanno condotto a risultati equivalenti a quelli prodotti nel XIX secolo dalla restrizione del suffragio e dallo stato d’assedio e nel XX secolo dalla rigidità costituzionale.

Anche sulla scorta delle rivendicazioni dei movimenti populisti, è stato sostenuto che la crisi della sovranità sia superabile con il completamento, se non la sostituzione, della democrazia diretta alla democrazia rappresentativa: onere dei giuristi, pertanto, sarebbe ricercare forme nuove per incrementare gli strumenti democratici.

In realtà appare illusorio affidare la risoluzione del problema, politico ed internazionale, della riconnessione della sovranità ai popoli ad una prospettiva meramente giuridica ovvero nazionalistica: tale atteggiamento è frutto della sottovalutazione del fatto che le crisi passate della sovranità siano state superate attraverso nuove costituzioni seguite a guerre civili e rivoluzioni.

In questa fase storica, piuttosto incombe sui giuristi l'onere di rispondere ad altri interrogativi: sull’esistenza e sull'attualità di una prospettiva non extra-legale di fuoriuscita dalla crisi della sovranità statale, nonché sul suo profilo nazionale ovvero internazionale.

1.- Squilibrio o equilibrio? Alle radici della crisi di un paradigma interpretativo.

La crisi della globalizzazione, cioè dell’attuale fase di sviluppo del sistema capitalistico di mercato caratterizzata dalla forte interdipendenza tra le diverse aree del pianeta (Figini, 2005: 3), è anche la crisi di uno dei due paradigmi alternativi interpretativi del fenomeno: secondo la scuola liberista, lo sviluppo del sistema capitalistico ruota “attorno alla matrice equilibrio-squilibrio-equilibrio”; diversamente, la scuola marxiana ritiene che “la matrice del capitalismo ruota attorno allo squilibrio-equilibrio-squilibrio” e che il suo sviluppo si fonda proprio “sulla capacità di generare uno squilibrio di struttura che permette di accumulare un profitto o una rendita dal capitale investito” (Nicolosi, 2012:5-8).

Sul piano dell’analisi comune all’economia politica e al diritto pubblico, non si può non notare come la crisi abbia determinato una risposta sistemica delle tecnocrazie nazionali e sovranazionali orientata alla stabilizzazione del ciclo economico (Chirico, 2014: 59), e che, “come declinazione storicamente determinata del rapporto tra forme dell’economia e forme della democrazia” (D’Albergo, 2005), tale risposta abbia ulteriormente indotto all’emergere di nuove strategie politiche di adeguamento sistemico degli assetti istituzionali nazionali e sovranazionali.

Pertanto, lo scontro tra gli economisti sulla caratterizzazione dell’attuale fase di squilibrio interroga anche i giuristi rispetto al rapporto storico tra oikos e polis: infatti, gli attuali assetti istituzionali potrebbero assumere un carattere transitorio ovvero permanente a seconda che lo squilibrio economico si dimostri come congiunturale (paradigma liberista) ovvero strutturale e di tendenza (paradigma marxiano).

2.- Espansione dell’economia globale e compressione delle sovranità nazionali.

Peraltro, gli studi sulle trasformazioni istituzionali e costituzionali indotte dal ciclo economico potrebbero venire in aiuto anche al di là del loro ambito, ove si consideri che la storia del costituzionalismo nel periodo capitalistico palesa una certa corrispondenza tra lo squilibrio esistente sul piano del conflitto economico-industriale tra i fattori della produzione (Capitale e Lavoro) e lo squilibrio esistente sul piano del conflitto politico-istituzionale tra principio della libertà economica e principio di uguaglianza politica dei cittadini: in fasi di equilibrio economico, lo squilibrio politico ha infatti teso a ridursi; viceversa, in fasi di squilibrio economico si è aggravato.

Tutta la storia delle costituzioni è, in generale, connotata dalla costante dello sbilanciamento in favore del principio della libertà economica a detrimento del principio di uguaglianza politica dei cittadini (fino all’attuale forma di strapotere di quello che Gattei ha definito imprenditore globale astratto, e che, pur con qualche imprecisione, possiamo ridenominare ‘finanza internazionale’) (2009) e ciò farebbe propendere per il riconoscimento di un carattere tendenziale dello squilibrio del ciclo economico.

Nella globalizzazione, lo sbilanciamento è aggravato dalla fuga della componente economica dei diritti liberali dal controllo democratico del circuito politico - rappresentativo nazionale, il quale è storicamente spinto dal suffragio universale verso l’attuazione di politiche redistributive erosive della rendita. La proprietà, oggi, si è sottratta al perimetro della sovranità nazionale, nel quale era stata confinata durante il Novecento, mentre il sistema politico nazionale è costretto a muoversi entro compatibilità economiche e giuridiche ad esso un tempo estranee, che restringono i margini delle politiche di redistribuzione.

Tra gli elementi essenziali della politica economica della globalizzazione neo-liberista che “ricorrono nei diversi paesi [...] e ne costituiscono il suo minimo comune denominatore”[1] (Figini, 2005: 6-8), il più caratteristico “è il trasferimento progressivo delle decisioni di politica economica da istituzioni democraticamente elette ad istituzioni non democratiche o con un grado insufficiente di democrazia”, che sottrae “uno strumento di politica economica al controllo democratico dei parlamenti” (Figini, 2005: 8).

Il carattere di tendenza dello squilibrio economico, accentuatosi dagli anni 2000 con la smaterializzazione della ricchezza e l’internazionalizzazione delle imprese e dei mercati finanziari, fa propendere per ritenere gli attuali assetti istituzionali non destinati a caducare nel breve periodo, una volta passato l’acme della crisi, atteso che “i governi non hanno ormai la piena disponibilità dello strumento fiscale in quanto sono sottoposti a vincoli di istituzioni sovranazionali (come nel caso del patto di stabilità e di crescita per i paesi della zona Euro) o internazionali (come nel caso delle riforme imposte dal Fondo Monetario Internazionale, FMI, ai paesi in via di sviluppo con problemi di instabilità macroeconomica)” (Figini, 2005: 8).

Nella globalizzazione, “il dominio dell’economia e della finanza speculativa sulla politica e l’impotenza e la subalternità ai mercati dei pubblici poteri sono il prodotto di un’asimmetria strutturale: quella tra il carattere globale delle prima e il carattere prevalentemente locale e statale dei secondi” (Ferrajoli, 2014: 31). I risultati istituzionali sarebbero “equivalenti a quelli che la restrizione del suffragio e lo stato d’assedio producevano nell’‘800 e la rigidità costituzionale nel ‘900” e cioè “evitare che i riflessi dell’egalité (ed i costi della fraternité) si proiettino sulla liberté” (Bin, 2007).

3.- La globalizzazione nel passaggio dalla teologia politica alla teologia economica: il problema della comunità di riconoscimento.

Da un punto di vista giuridico, la globalizzazione può essere definita “come un processo d’integrazione mondiale sviluppatosi sul piano economico in assenza di regole all’altezza dei giganteschi problemi ecologici e sociali da esso generati” (Ferrajoli, 2014: 31).

Il nuovo ordine globale o “global polity” in fieri ha tratti sostanzialmente neo-medievali, molto diverso da un ordinamento statale, non democratico, ma accountable, in cui la procedimentalizzazione e la trasparenza sarebbero un surrogato di legittimazione (Fiori,  2016), e, secondo Cassese, un fattore di avanzamento della democrazia negli Stati che metterebbe “le istituzioni nazionali sotto pressione affinché migliorino la performance democratica” (2013: 115), permettendo di valutare indipendentemente «non solo la performance economica, ma anche quella politica» (Cassese,  2013:112).

La global polity assume la forma di una tecnocrazia su base plurale, divisa in piani e livelli differenti, sebbene interconnessi, giustificata dalla dimensione globale dei problemi e dall’elevato livello tecnico delle questioni e legittimata dai diritti procedimentali che si presume garantisca. Un sistema che, letto con le lenti del modello westfaliano, si presenta a prima vista caotico, caratterizzato dalla flessibilità e dal dubbio sulla distinguibilità tra pubblico e privato e tra potere normativo e potere amministrativi; un sistema fatto di Stati, organizzazioni internazionali, organi privatistici con funzioni pubbliche, processi di standardizzazione di origine privata che s’impongono ai poteri pubblici.

Nello spazio internazionale, la global polity punta al superamento, piuttosto che alla negazione, del rapporto tra gli Stati, basato sul reciproco riconoscimento e sul diritto internazionale, anche bellico (Fiori,  2016).

Si tratta di un rapido fenomeno di giuridificazione della sfera globale, di un’amministrativizzazione mediante “depoliticizzazione” (Fiori,  2016): il diritto globale è essenzialmente non costituzionale - anzi saremmo di fronte ad una nomo-anarchia globale (Greco, 2004:2-3) sul piano costituzionale (Ferrajoli, 2014:29) -, bensì specificamente amministrativo e che trova nella regolarità del mercato (conseguenza dello strutturale squilibrio del sistema economico) la forma di ordine del mondo globalizzato, superiore all’ordine normativo statale e inter-statale.

In questa fase, dunque, la crisi della sovranità statale non corrisponde a una crisi dello Stato tout court, perché, sebbene il sistema capitalistico “per estrarre profitto, o ridurre il suo declino, è stato costretto [...] a prefigurare un ruolo dello Stato contenuto o ridotto” (Nicolosi, 2012:8), esso non è giunto fino a negarlo e anzi ha teso a rafforzarne la funzione storica di imposizione del nuovo ordine naturale: la differenza è che lo Stato, da braccio secolare di una teologia politica che postulava la sua stessa egemonia, oggi esiste in funzione di una “teologia economica” cui è subordinato (Morrone, 2012).

Sebbene non più sussumibile entro il paradigma nazionale-internazionale, l'esistenza della sovranità statale permane, ma si fonda sul necessario rapporto di stabile collaborazione tra organi tecnocratici non elettivi (portatori del requisito sovrano dell’indipendenza da fattori esterni) e organi democratici rappresentativi (portatori del requisito sovrano della effettività nell’esercizio del potere). Questa configurazione duplice della sovranità nega radicalmente il modello interpretativo della sovranità westfaliana, ormai inadeguato a descrivere l’ordinamento globale (Greco, 2004), ma non la sovranità in sé:  infatti, se un minimo di ordinamento globale esiste, è lecito supporre che vi sia un minimo di sovranità.

Almeno nell’ambito delle attuali democrazie occidentali, la regolarizzazione dell’esercizio della sovranità, interna ed esterna, non deriva più dal mero riconoscimento reciproco tra componenti della recognitional community dei governi nazionali (Hart, 1961). Le politiche dei governi nazionali, infatti, necessitano a loro volta di essere legittimate sul piano della sovranità esterna, da parte delle tecnocrazie economiche autolegittimatesi interpreti del sentiment dei mercati finanziari (sì che, più che di imprenditore globale astratto, sarebbe corretto parlare di sovrano globale astratto); sul piano della sovranità interna, dai governati, atteso che il postulato dell’identità immediata tra l’azione dello Stato-governo e la volontà dello Stato-comunità, su cui si regge la fictio internazionalistica ed il rapporto tra tecnocrazie e governi, non ha più alcuna efficacia dal Novecento.

La crisi della sovranità moderna è, allora, il prodotto della duplicazione delle constituencies e delle recognitional communities dello Stato (mercati e tecnocrazie da un lato; popoli e governi dall’altro), che, al suo interno, si trasforma in un conflitto insanabile tra governanti e governati, che per un periodo lungo del Novecento fu attenuato con l’integrazione delle masse popolari nel circuito  democratico-rappresentativo mediante i partiti politici (come ben si legge nell’art. 49 della Costituzione Italiana): l’adeguamento completo delle politiche nazionali alle strategie economiche tecnocratiche non sarà possibile senza l’eliminazione della legittimazione interna, cioè con la sostituzione della constituency politica - i cittadini -, con quella economica - i mercati - (Ferrara, 2006: 270-271).

4.- Dalla κρίσις (crisis) alla στάσις (stasis): le speranze disattese del populismo.

E’ difficile accettare che l’attuale ruolo dello Stato si risolva nel consentire la stabilità dell’instabilità, cioè il mantenimento delle condizioni di squilibrio strutturale del ciclo economico necessarie al permanere dell’espansione dei profitti privati, poiché ciò rappresenta esattamente il contrario dei principi introiettati in secoli di vigenza del modello westfaliano su cui si fondava l’egemonia dello stato moderno. In realtà, potremmo leggere questo processo come un ritorno alle origini del termine stato, alla radice “-sta” del verbo greco histemi da cui deriva l’antico termine stasis, portatore di un doppio e opposto significato: immobilità, stabilità e mantenimento dello status quo da un lato; sedizione, rivolta e infine rivolgimento politico dall’altro (Agamben, 2015).

Quando i movimenti populisti rivendicano un ritorno alle origini della democrazia diretta, secondo il principio “una testa, un voto”, ponendosi come “nemici assoluti” (Schmitt, 1961) delle istituzioni della global polity che invece osteggiano tale principio, esprimono un conflitto politico insanabile tra oikos e polis (la stasis greca), a cui difficilmente potranno porre rimedio i tentativi dei giuristi di “democratizzare la democrazia” (Allegretti, 2010), cioè di trovare forme nuove di incremento degli strumenti democratici che superino la crisi della sovranità completando la democrazia diretta con la democrazia rappresentativa.

Un tentativo nobile, ma destinato a fallire se rimane tutto interno al modello concettuale dello Stato moderno, in cui l’ordine inteso come normalità coincide con la normatività della legge, poiché tale modello ha funzionato fintanto che il perimetro di oikos e polis è coinciso e la regolarità del mercato è rimasta legata, per non dire subordinata, alla normatività statale.

E’ quello il modello a cui fanno riferimento “le nostre costituzioni nazionali [che] disegnano tutte un sistema economico di tipo dirigista, basato sulla sopra-ordinazione della politica e degli interessi pubblici all’economia e agli interessi privati” (Ferrajoli, 2014:30), come si evince dagli articoli 41-43 della Costituzione italiana, gli artt. 14-15 della Legge fondamentale tedesca, il capitolo III della Costituzione spagnola, la parte seconda della Costituzione portoghese e gli artt.17 e 18 della costituzione greca.

Del resto, “la sopra-ordinazione di una sfera pubblica eteronoma all’autonomia delle  sfere economiche private e la separazione tra le due sfere, confuse nel regime feudale e nel vecchio Stato patrimoniale di ancien regime, rappresentano i tratti caratteristici dello Stato e del diritto moderno” (Ferrajoli, 2014: 31), mentre oggi, invece, “c’è il capovolgimento, prodottosi con la globalizzazione neoliberista, del rapporto tra politica e diritto da un lato ed economia e finanza dall’altro” (Ferrajoli, 2014: 30).

5.- Legale o extralegale? Il ritorno agli interrogativi fondamentali.

I movimenti populisti sostengono che la sovranità possa sprigionare forze ancora inespresse, in un rapporto di complementarità con la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta per passare da una partecipazione relegata in atti episodici ai confini dei processi decisionali (voto, libertà civili) a una partecipazione strutturale alle dinamiche di esercizio del potere, funzione di controllo compresa.

Questo ritorno alle sovranità nazionali è generalmente riconosciuto insufficiente di fronte ad una proprietà che si è garantita totalmente lo ius migrandi, sottraendosi al perimetro della sovranità nazionale, che è invece rimasto l’ambito territoriale cui è rimasta circoscritta l’applicazione delle leggi statali, tanto che è stata avanzata l’ipotesi del “costituzionalismo globale quale unica risposta razionale all’attuale, catastrofica globalizzazione senza regole: un sistema di limiti e vincoli costituzionali imposti a tutti i poteri, a cominciare dai poteri privati del mercato, a garanzia dei diritti fondamentali e dei beni comuni e vitali di tutti” (Ferrajoli, 2014:32).

Tuttavia, l’idea di una risoluzione del problema della riconnessione della sovranità ai popoli mediante una prospettiva meramente giuridica appare, alla pari dell’ipotesi nazionalistica del populismo, frutto della sottovalutazione dei fattori in gioco, nonché della storia politica dell’Occidente, che, a partire dalla democrazia ateniese, mostra una soluzione più politica che giuridica delle crisi di sovranità indotte dal conflitto tra economia e politica, nelle forme di nuove costituzioni seguenti alla guerra civile ovvero rivoluzionaria (Ferrara, 2010).

Il conflitto politico globale pare, in realtà, ancora oggi non risolvibile in via di mediazione, tanto che non appare esagerata una definizione politica di globalizzazione come “il mondo in guerra”  (Agamben, 2015). Il costituzionalismo potrà avervi un ruolo se recupererà il concetto di costituzione come atto rivoluzionario di rottura dell’ordine giuspolitico previgente, che “trascende la dimensione della legalità” (Ferrara, 2010:1).

E’ da chiedersi se questo significhi una rinuncia ad una prospettiva legale di fuoriuscita dalla crisi della sovranità, se non in termini generalissimi discendenti dal principio generale del vim vi repellere licet, ovvero se sia il ritorno al significato originario di costituzionalismo come movimento storico.

In ogni caso, difficilmente il solo completamento su base nazionale della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, e financo l’utopica sostituzione, potrebbe restituire sovranità ai popoli nei confronti di processi, come quelli determinati dall’economia, in cui la normalità coincide con la regolarità del mercato al di fuori del perimetro dello stato nazionale. Pertanto, il compito dei giuristi, piuttosto che quello di cercare forme nuove per incrementare gli strumenti democratici, ampliando la sfera delle persone coinvolte effettivamente nelle decisioni pubbliche, dovrebbe essere quello di interrogarsi sull’esistenza o meno di una prospettiva non extra-legale di fuoriuscita dalla crisi della sovranità causata dalla globalizzazione capitalistica.

La discussione riguarda i fondamenti ed il significato proprio di ‘costituzionalismo’ (Azzariti, 2015) al tempo della ‘rivoluzione passiva’ globale che “riversa sul  Beruf  dei  costituzionalisti  compiti  aggravati [...] di  attiva  partecipazione  alla lotta  per  il  diritto” e specificamente per il diritto costituzionale, per “la difesa del valore e dell’essenza del costituzionalismo”, “col  grado  di  sviluppo  raggiunto  con  le Costituzioni  del  secondo  dopoguerra” (Ferrara, 2010: 13) e con la consapevolezza che il principio di sovranità popolare su cui esso si fonda “dispiegherà la sua piena e sicura efficacia quando sarà assunto a fondamento dell'ordinamento del mondo globale” (Ferrara, 2006: 276).

Riprendendo i termini dell’introduzione, il vero interrogativo è se esista (nel caso di aderenza alla scuola marxiana dello squilibrio strutturale) ovvero se sia attuale (nel caso di aderenza alla scuola liberista dello squilibrio congiunturale) una prospettiva di risoluzione non extra-legale della crisi della sovranità statale e se tale soluzione abbia un perimetro nazionale ovvero internazionale. Il primo profilo significherebbe che la crisi della sovranità statale è, dunque, assoluta e di conseguenza non risolvibile mediante una regolazione giuridica. Per il secondo profilo, invece, l’interdipendenza sul piano storico delle forme dell’economia e delle forme della politica porterebbe a ritenere tale crisi risolvibile attraverso un intervento regolatorio, anche in termini giuridici, sul ciclo economico: ciò significherebbe rendere possibile una soluzione non extra-legale della crisi della sovranità. Ma solo se - e chi scrive non lo ritiene - dovesse risultare corretta l’analisi liberista sullo squilibrio, solo congiunturale, del ciclo economico.

Riferimenti bibliografici

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[1] Gli altri elementi sono: liberalizzazione del commercio internazionale, finanziarizzazione dell’economia, deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazione.