Verso il Laboratorio per il socialismo costituzionale.

II incontro.

Democrazia industriale e democrazia economica. (M. Gambilonghi)

Inquadramento della tematica

Il primo degli incontri di quello destinato a divenire il Laboratorio per il socialismo costituzionale, mettendo in evidenza la sostanziale identità tra sovranità popolare e sovranità di classe, ha posto come elemento discriminante di una prospettiva socialista una precisa interpretazione del combinato costituito dai primi due articoli della Costituzione italiana. Ovvero, quella secondo cui l'esercizio della sovranità popolare debba essere necessariamente plasmato nelle sue modalità concrete dal fatto di essere, quella italiana, una forma repubblicana ben specifica, che affonda cioè le sue radici, traendo da esso legittimazione, nel soggetto “lavoro”. Una caratteristica, quella appena richiamata, che colloca la nostra carta costituzionale – rispetto alla quale rappresenta senz'altro una delle espressioni più alte – dentro la stagione del costituzionalismo democratico-sociale del dopoguerra, un costituzionalismo che si differenzia dalla precedente stagione liberale e ottocentesca – come ha affermato Massimo Luciani – per il fatto estendere la sua azione di limitazione del potere dalla dimensione strettamente politica a quella economica, sottraendo dunque l'attività economica al privatismo dentro cui la relegava la teoria liberale, riconoscendone la socialità e prendendo atto della sua rilevanza rispetto all'esercizio della sovranità politica e alla formazione dei processi decisionali che di questa sono la più diretta conseguenza.

Una volta delineata e aperta in questo modo una vera e propria prospettiva di ricerca, il secondo passo del Laboratorio non può che vertere su uno dei principali aspetti individuati dal movimento operaio storico – sia nella sua declinazione comunista che in quella socialdemocratica – per dare effettiva attuazione e traduzione a quella sovranità del lavoro enucleata nella Costituzione. Ci si riferisce a quell'insieme di forme di democrazia industriale e controllo operaio volte a permettere al “soggetto lavoro” un'effettiva partecipazione ed incisività rispetto alle dinamiche della produzione (qualificazione territoriale e merceologica) e alla determinazione di quella politica economica nazionale strettamente funzionale all'orientamento delle prime. Non solo. Più complessivamente, la proposta di integrare, come elemento determinante, la tematica del controllo operaio e della democrazia industriale all'interno della prospettiva di governo democratico dell'economia, è il frutto dellla convinzione che attraverso questo doppio movimento (“dall'alto” e “dal basso”, “statale” e “sociale”) di intervento e di governo delle dinamiche economiche, attraverso l'immissione nel circuito sottesso al processo di circolazione e valorizzazione capitalistica di «soggetti e finalità antagonistiche alla pura logica di mercato», fosse possibile non solo «sottrarre spazio al calcolo puramente economico», ma soprattutto «reagire alla condizione di merce della forza lavoro e agli effetti negativi […] della gestione privata dell'accumulazione»[1]. Il controllo operaio della produzione e la democrazia industriale, dunque, come prerequisiti di una dinamica trasformativa in senso socialista.

Nel frattempo, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. La crisi del compromesso fordista-keynesiano,  producendo  da un lato lo smantellamento – specie con l'avvento dell'intelaiatura costituzionale propria del Trattato di Maastricht – dell'apparato dirigistico precedentemente preposto dagli Stati nazionali al governo dell'economia, e dall'altro una ristrutturazione dell'impresa tale da renderla sempre meno “integrata” e “verticale”, e sempre più disarticolata, multinazionale e “a rete”, non solo ha derubricato il socialismo dall'agenda politica dei paesi industrialmente avanzati. Ma, soprattutto, ha finito per indebolire e depotenziare anche le più strutturate esperienze di democrazia industriale – la Mitbestimmung tedesca su tutti –, malgrado le perfomances economiche di questi paesi mostrino comunque come le dinamiche partecipative non solo giovano alla competitività complessiva di un sistema-paese, ma rappresentano pure un potente strumento di resistenza e di freno, in virtù del ruolo e del potere contrattuale riconosciuto ai lavoratori nella governance d'impresa, nei confronti dei principali elementi caratterizzanti l'idealtipo neoliberista di impresa, ossia la delocalizzazione, la esternalizzazione e la finanziarizzazione[2].

Aldilà però dell'importanza rivestita dalla democrazia industriale rispetto al raggiungimento degli obiettivi intermedi che questa può permettere, la riflessione intorno alle forme di partecipazione dei lavoratori al meccanismo decisionale delle imprese assume un'importanza centrale per chi, come i compagni riuniti intorno a Sinistra XXI, intende ragionare circa la proposizione di modelli di socialismo alternativi a quelli di natura statalistico-burocratica affermatisi nei paesi aderenti al Patto di Varsavia e comunemente raggruppati sotto il termine di “socialismo reale”. Del resto, anche esperienze singolari e problematiche come la Repubblica popolare cinese, mostrano come un progetto socialista per il XXI° secolo debba necessariamente declinare in maniera alternativa rispetto agli schemi del passato il rapporto tra piano e mercato, tra intervento dello Stato e attori economici. Una progettualità socialista che sappia trarre i dovuti insegnamenti dalla storia del movimento operaio e delle sue esperienze statuali è quindi tenuta a contemplare al suo interno tanto l'elemento del mercato – e quindi il riconoscimento di una discreta autonomia d'azione al sistema delle imprese – quanto quella democrazia economica, intesa come rovesciamento del rapporto gerarchico tra capitale e lavoro vigente in capo all'impresa, con ovvie ricadute sia sul versante della determinazione delle principali direttrici della produzione e di una sua riconciliazione con le finalità sociali (art. 41 della Costituzione), sia su quello dell'appropriazione del surplus e del suo mutamento da “privata” a “sociale”.

Proposte operative per la realizzazione di un Laboratorio incentrato sulla tematica della democrazia industriale

Un incontro del Laboratorio per il socialismo costituzionale incentrato sulla tematica della democrazia industriale potrebbe configurarsi, vista l'assenza da parte nostra – al contrario del primo incontro – di una approfondita ed articolata proposta in merito, come una giornata di studio dedicata alla questione e volta appunto a raccogliere le riflessioni dei principali studiosi della materia. Le relazioni potrebbero spaziare dall'analisi di alcune determinate esperienze storiche di democrazia industriale, alla ricostruzione dell'elaborazione in materia di alcuni partiti particolarmente rappresentativi nella storia del movimento operaio, fino ad arrivare all'approfondimento di quelle letture del pensiero marxiano volte ad esaltare la tematica dell'autogoverno dei produttori, o di quegli esponenti della teoria economica i cui studi si sono incentrati sulle caratteristiche e sul funzionamento delle imprese autogestite o delle cosiddette “cooperative di produzione”.

Dando per scontata la prosecuzione della collaborazione con il CRS, bisognerebbe lavorare per riuscire a tenere a Roma, magari nei locali dello stesso CRS e della Fondazione Basso, il secondo incontro del Laboratorio nel corso del mese di giugno.

Alcuni degli studiosi che potrebbero essere coinvolti nel Laboratorio:

Altri possibili relatori verranno individuati confrontandosi con il CRS in merito alla proposta di Laboratorio.


[1]         P. Barcellona- M. Carrieri, Governo dell'economia e controllo operaio nelle strategie della sinistra europea, Democrazia e diritto, 1982, n. 4, p. 5

[2]        E. Grazzini, Manifesto per la democrazia economica, Castelvecchi Editore, 2014