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                    riprendiamoci il futuro


LOTTA DI LIBERAZIONE:


IL LAVORO E LA RESISTENZA” ALLA SEDE TELECOM DI PARMA IL RICORDO DI

                 LUIGI LONGHI        ANSELMO GAUDENZIO

 

Venerdì 24 marzo, presso la sede Telecom Italia di Parma, in via Cavestro, 8 è stata organizzata, a cura delle organizzazioni confederali e di categoria di CGIL, CISL e UIL e delle Associazioni Partigiane ANPI, ALPI, APC, APPIA e ANED una iniziativa dal titolo IL LAVORO E LA RESISTENZA per ricordare la vicenda di due partigiani Luigi Longhi e Anselmo Gaudenzio, entrambi catturati dalle truppe tedesche e internati nel campo di concentramento di Dachau e lì uccisi.

Si intende recuperare alla memoria di tutti le lapidi che ricordano la storia di questi lavoratori e partigiani protagonisti, durante la guerra di liberazione, di sabotaggi a danno del Comando tedesco che proprio in Via Cavestro aveva sede.


Il peso dei fatti ed il riscatto morale di un popolo devono continuare ad essere occasione continua di riflessione, a partire dalla memoria dei fatti, soprattutto in un momento nel quale troppe attenzioni vengono riservate e sterili polemiche e troppo poche ai ricorrenti tentativi, più o meno striscianti, di proporre nuovi revisionismi.

 



i partigiani della Telecom

(riportiamo un estratto dell’articolo del regista Giancarlo Bocchi pubblicato su ALIAS del 25 aprile. Il testo completo può essere letto in abbonamento sul sito internet www. )


Una notte di 65 anni fa nel salone del “permutatore”, il cuore della centrale telefonica di Parma, un giovane tecnico stava controllando il funzionamento degli impianti, quando sentì squillare insistentemente un telefono interno. Era il

notturnista”, il centralinista che lo chiamava dal piano superiore. Gli disse trafelato e a bassa voce: “Romualdi mi ha chiesto di collegarlo con il duce!”.

Luigi Corsini ha dimenticato molti particolari della sua stessa vita, ma quella telefonata, che riuscì segretamente ad ascoltare quella notte, gli ha cambiato la vita e gli si è fissata indelebilmente nella mente: “Quella sera gli ‘scaricatori’ dei disturbi sulla linea del Garda funzionavano bene. Sentii perfettamente la voce del duce. Era cupa, corrucciata….”. Di cosa parlavano Benito Mussolini e Pino Romualdi, il federale di Parma? Credendo di non essere ascoltati discutevano della fucilazione di un gruppo di partigiani. Invece nella penombra del salone del “permutatore”, Corsini membro di un gruppo partigiano segreto, con la cuffia di servizio all’orecchio, ascoltò tutto. Piccolo di statura, smilzo, con lo sguardo deciso e schietto Corsini ha ancora oggi una voce giovanile e squillante che ben nasconde i suoi 83 anni. Insieme al compagno e collega Franco Bolsi, più vecchio di un anno, alto e grosso, con gli occhi cerulei e lo sguardo candido da gigante buono, sono gli unici sopravvissuti di uno straordinario distaccamento partigiano che operava all’interno della T.i.m.o. di Parma (acronimo di Telefoni Italia Medio Orientale, oggi Telecom Italia).

Bolsi e Corsini sono due protagonisti sconosciuti della Resistenza al nazifascismo, due valorosi che non hanno mai ricevuto medaglie, ma sono felici di aver avuto, come unico e semplice riconoscimento per i loro meriti, la possibilità di vivere fino ad oggi in uno Stato libero e democratico.

Per umiltà, o per riservatezza, ritenendo la loro vicenda una storia come tante, frutto di un dovere civile e politico, non ne hanno mai voluto parlare prima d’oggi con tutti i particolari. In realtà mettere in piedi una stupefacente rete segreta d’ascolto delle comunicazioni naziste, assaltare caserme fasciste nel centro di Parma, sopravvivere alle torture dell’SD nazista, a quelle dei fascisti e scampare ai campi di sterminio non è stata una storia come tante altre. Franco Bolsi ricorda quei momenti terribili quasi con distacco.

(...)

Con Bolsi e Corsini, facevano parte del gruppo partigiano della T.i.m.o. Luigi Longhi e Guadenzio Anselmi, delle squadre degli “apparecchiatori” e Renato Capitanini, tecnico di centrale. Il regno di Corsini e Capitanini era il “permutatore”, un macchinario nel quale inguainate da mille muffole e trecciole confluivano le linee interurbane e quelle urbane di tutta la città. Corsini si diverte ancora al ricordo di come beffarono i nazifascisti: “Avevo inventato un sistema d’ascolto segreto basato su dei numeri non ancora assegnati agli abbonati che avevo abbinato con un “ponticello” ai numeri di telefono dei comandi fascisti e tedeschi. Avevo tolto il congegno sonoro che impediva di collegarsi a un numero occupato, così da un qualsiasi telefono pubblico potevo chiamare uno dei numeri abbinati a quelli dei comandi militari e ascoltare tutto quello che i nazifascisti dicevano. Solo io conoscevo i numeri segreti e riferivo le informazioni ai comandi partigiani tramite Luigi Longhi.


 

L’attività clandestina del gruppo della T.i.m.o. era estremamente rischiosa. “C’erano sempre le SS sul portone e nei corridoi della centrale…” ricorda Bolsi. La centrale telefonica in via Valter Branchi (oggi via Giordano Cavestro), oltre a essere stabilmente presidiata dai militari nazisti si trovava proprio di fronte alla caserma principale della brigata nera.

(…)

La conoscenza degli impianti esterni permise al gruppo dei partigiani di compiere importanti operazioni di sabotaggio. Saltarono linee e pali telefonici in varie parti della città. Una sera Bolsi e Corsini tagliarono perfino il cavo interrato di raccordo con il cavo nazionale. Tutti i telefoni della città rimasero muti per diverso tempo con il resto dell’Italia occupata. “Una sera intercettai una telefonata sulla linea di Langhirano - racconta Corsini compiaciuto- erano dei militari fascisti che chiedevano rinforzi perché avevano circondato dei partigiani. Ho interrotto la linea in modo che non potessero più ristabilire il contatto”.

La notte del 3 maggio 1944, nella strada davanti alla centrale telefonica c’era molto movimento: i repubblichini delle brigate nere andavano e venivano tra il rombo dei motori e le urla innaturali di comando. I gerarchi fascisti di Parma chiesero perentoriamente alla centrale telefonica un collegamento con Salò per parlare con Mussolini. Erano il federale Pino Romualdi, giudicato un sanguinario esaltato perfino dai suoi accoliti, con i suoi vice Palmia, Musini, Azzali, e il comandante delle brigate nere Maestri. Corsini, avvertito dal “notturnista” fece in tempo a inserirsi sulla linea: “Romualdi dopo essersi qualificato come federale di Parma, disse a un funzionario di Salò che voleva parlare con Mussolini. Mi ricordo che mentre chiedeva a Mussolini il permesso di fucilare per rappresaglia in gruppo di partigiani continuava a ripetere a raffica duceee! duceee! duceee!”. Corsini non era intimidito nell’ascoltare la voce di Mussolini, piuttosto era preoccupato di essere scoperto. E per non pensarci si concentrò nell’ascolto della telefonata: la rappresaglia fu approvata frettolosamente… passarono poi a discutere dei nomi Romualdi insisteva per fucilare il nostro compagno Giordano Cavestro, che era stato catturato poche settimane prima. Sostenne la cosa con Mussolini definendo Cavestro il figlio di un noto antifascista…” Giovanissimo, 18 anni compiuti da pochi mesi, Cavestro, forte propugnatore della lotta partigiana in montagna, dopo la cattura, nonostante pesanti torture, aveva rifiutato di fare qualsiasi rivelazione.

(…)

Dopo pochi giorni i partigiani della T.i.m.o. e i giovani del fronte della gioventù antifascista si unirono alla brigata dei gappisti di Parma in imprese che rimasero indelebilmente impresse nella storia della Resistenza in Emilia. Bolsi partecipò all’attacco in pieno giorno del Comando provinciale repubblicano posto in un palazzo del centro di Parma e qualche giorno dopo Bolsi e Corsini presero parte all’attacco dei GAP al presidio militare, la caserma nel centro di Parma in via Passo Buole.

Nell’occasione un generale fascista dichiarò a un giornale locale: “sarei fiero di poter avere soldati come quelli ci hanno disarmato”. Le azioni dei ragazzi della T.i.m.o. si susseguirono fino al 21 Agosto 1944. Quel giorno due telefoniste troppo loquaci, spifferarono alla “Banda del Gabardine”, dei poliziotti fascisti che agivano sotto coperture, che conoscevano dei partigiani. Tutti gli appartenenti al gruppo della T.i.m.o. furono arrestati.

(…)

Ci picchiarono e torturarono selvaggiamente. I più feroci erano gli italiani, i fiorentini della ‘banda del Gabardine’. Bolsi ricorda ancora dei nomi:” uno di loro si chiamava Di Cerchio, poi c’era il maresciallo nazista Rabanzer, l’interprete Hidermayer, il capitano Albert. Infilavano un bastone fra le gambe e le braccia legate che ci costringeva a stare piegati a pancia in giù e poi ci riempivano di botte. Quando c’erano i bombardamenti alleati, i torturatori italiani scendevano giù nelle celle e ci picchiavano selvaggiamente, senza interrogarci, così… senza motivo, solo per divertimento. Ma fecero un errore. Ci misero nella stessa cella e potremmo accordarci e dare a loro la stessa versione dei fatti.

(…)

Bolsi e Corsini si salvarono. Il 10 ottobre 1944 furono svegliati in cella da urla e ordini. Non li attendeva la fucilazione ma uno scambio con degli ufficiali nazisti catturati dai Partigiani. Si arruolano entrambi nella 31a Brigata d’Assalto Garibaldi. Parteciparono ad azioni, battaglie, agguati. Le peripezie, almeno per Corsini, non erano finite. Nel febbraio

del 1945 fu catturato nuovamente nel corso di un rastrellamento nazifascista e rinchiuso nel campo di concentramento di Bolzano. “Ci facevano mangiare orzo marcio e ci picchiavano tutti i giorni. Il capo dei torturatori era un ucraino…”. Si trattava di “Misha” Michael Seifert, condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Verona ad estradato dal Canada solo nel febbraio dello scorso anno.


Nello stesso periodo in cui Corsini era rinchiuso a Bolzano, morivano a Dachau Luigi Longhi e Gaudenzio Anselmi.

Luigi Longhi morì il giorno prima del suo 20° compleanno. Qualche settimana prima il fratello Bruno, importante dirigente del movimento partigiano clandestino, fu ucciso sotto tortura all’S.D. di Parma. Corsini si salvò e fu liberato dal campo di Bolzano il 1° maggio del 1945.

(…)

E Bolsi e Corsini provarono dai sentimenti di vendetta dopo aver vissuto e visto tanta ingiustizia? Corsini dice convinto: “No… non ho mai pensato di vendicarmi… finita la guerra ho ripreso a lavorare e volevo solo figurare bene nel mio lavoro…”. Bolsi la pensa allo stesso modo: “posso andare a testa alta…” Se finita la guerra mi fossi vendicato, mi sarei sentito simile a quei personaggi spregevoli. Li considero ancora gentaglia, gente che godeva nel vedere soffrire, che aveva dentro il male. Sembravano normali, ma non era così. Con la guerra era uscita tutta la depravazione che avevano dentro. Purtroppo passano gli anni, la gente dimentica e si lascia di nuovo abbindolare”.


















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