ANNO XIII NUMERO 97 - PAG VIII IL FOGLIO QUOTIDIANO SABATO 12 APRILE 2008
BESTIARIO CELESTE
Nella Basilica di San Pietro sono raffigurati piccoli e grandi animali
Ciascuno incarna un'allegoria e tutti insieme indicano le vie del cielo
di Fabio Marchese Ragona
Animali in Vaticano. E ce n’è di tutti i tipi: alati e non alati, presi in prestito dal mondo terrestre e da quello acquatico, fantastici e anche un po’ mitologici. Qualcuno è lì quasi per caso, qualcun altro ha un compito ben preciso: fare la guardia, esser di compagnia, cercare e auspicare il benessere dell’anima o magari avvicinare l’uomo, fedele o turista che sia, il più possibile a Dio, allontanandolo dalla dannazione eterna.
Dannazione che forse avrà augurato nel 1967 il cardinale Mario Nasalli Rocca all’artista siciliano Emilio Greco, dopo aver visionato il bozzetto del monumento in bronzo a Giovanni XXIII. Il disegno non aveva proprio nulla di scandaloso, soltanto un piccolo particolare: un cane, in primo piano accucciato tra le pieghe del mantello del Papa “buono”. Una semplice rappresentazione del miglior amico dell’uomo, simbolo di fedeltà, che però suscitò il disappunto di Sua Eminenza: “Non voglio vedere cani nel più grande tempio cristiano” sentenziò durante la riunione per l’approvazione del monumento. Forse per il Card. Nasalli Rocca il cane era anche una mancanza di rispetto verso Giovanni XXIII, pontefice che, appena eletto, aveva invitato il porporato a cena, permettendogli anche di portare una bottiglia di spumante per festeggiare “l’elezione di un Papa nuovo”. Mancanza di rispetto alla Cristianità o all’uomo Angelo Roncalli? Una cosa era certa: il cane non doveva proprio esserci. Ci pensò Mons. Giovanni Fallani, allora presidente della Commissione per la Tutela dei Monumenti Storici e Artistici della Santa Sede, a dissuaderlo: «Eminenza, perché se la prende con la bestiola scolpita da Emilio Greco? Non sa che in San Pietro esistono altri tre cani: uno con la fiaccola in bocca, fa compagnia alla statua di San Domenico nell’abside della basilica; un altro custodisce il sarcofago di Papa Clemente X; un terzo è in alto, tra le statue dei Santi Fondatori di ordini religiosi, ed è compagno fidato di San Guglielmo abate. Come vede, Eminenza, - continuò il Monsignore - la bella bestiola, scolpita da Greco, è proprio l’ultima arrivata. E poi, in San Pietro ci sono talmente tanti animali, che è quasi uno zoo sacro».
Una semplice battuta, rimasta nei verbali di quella riunione, che alla fine ha permesso all’artista di erigere nella Basilica Vaticana la sua opera con il cane (presente nella navata laterale sinistra all’interno della cappella dedicata alla presentazione della Vergine) e che ha ispirato un altro siciliano, lo storico dell’arte Sandro Barbagallo, che per quasi due anni e mezzo si è letteralmente immerso nella fauna rappresentata nei dipinti e nelle sculture della Basilica riuscendo a censire 67 “specie” diverse.
Il monumento emblema della Cristianità è “popolato” quindi non solo da Apostoli, Santi e Papi realizzati da artisti di ogni epoca storica, ma anche da una ricchissima fauna, domestica, feroce o fantastica, che richiama simboli, allegorie, miti e storie sacre, diventando l’unica chiesa al mondo con una tale concentrazione di rappresentazioni animalesche.
Nella ricerca di Barbagallo, edita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche con il titolo “Lo zoo sacro Vaticano. Iconografia e Iconologia zoomorfa nella Basilica di San Pietro”, vengono catalogati tra i tanti animali anche 500 api, 470 colombe, 100 draghi, 38 leoni, 35 aquile, 24 serpenti, 15 agnelli, 7 delfini, 4 cani, 3 pipistrelli, 2 lucertole, un gatto, un coccodrillo e un unicorno.
A partire dalla piazza antistante la Basilica di San Pietro, spiccano i delfini della fontana del Bernini, assurti a simbolo del Cristo Salvatore dalla fine del II secolo quali salvatori di naufraghi, il maiale, messo al guinzaglio da San Antonio Abate a indicare le tentazioni sconfitte dal Santo, il cane di San Vito sul colonnato simbolo di fedeltà, l’aquila e il drago nello stemma Borghese sulla facciata, la prima rappresentazione del Cristo trionfante, il secondo di prespicacia e prudenza, ma anche della vigilanza dei luoghi sacri. Il serpente nell’atrio rimanda invece al Vangelo: “Ecco: vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10, 16).
E a proposito delle colombe, chi lo avrebbe mai detto che queste, simbolo dello Spirito Santo e citate in tanti episodi delle Sacre Scritture (in primis il battesimo di Gesù Cristo) fossero meno numerose delle circa 500 api? «Queste richiamano l’industriosità, la fatica, la tenacia, e l’eloquenza – spiega Barbagallo – da collegare allo stemma dei Barberini, tra i committenti della Basilica. Che le api siano più numerose delle colombe è comunque una coincidenza, la cosa non fu assolutamente voluta».
I pellegrini che arrivano da tutto il mondo in Vaticano, si ritrovano catapultati quindi, senza saperlo, in un vero e proprio safari artistico, uno zoo atipico popolato da animali ed esseri mitologici (come la sfinge, il drago e l’arpia) spesso impensabili per una chiesa cristiana perché legati, proprio come la sfinge (che in greco significa strangolatrice), alla simbologia tipica del paganesimo.
Figura appartenente tanto alla mitologia greca quanto a quella egiziana, quest’ultima era rappresentata, nell’antica Grecia, come una creatura con testa di donna, ali di aquila, corpo di leone e coda di drago. Ricordata quale simbolo di potenza, eternità, vigilanza e sapienza divina, la sfinge, nella Basilica vaticana è raffigurata (insieme ad altri tre esemplari) nella volta alla base della scala regia, accesso attraverso il quale si raggiungono gli appartamenti del Papa del Palazzo Apostolico. Una collocazione non casuale ed apparentemente decorativa, alla quale soltanto in pochi avranno fatto caso. Le guardie svizzere sono infatti “coadiuvate” dalle quattro sfingi che, oltre a simboleggiare la potenza della Chiesa, la saggezza divina e l’eternità del regno cristiano, “vigilano” che nessun curioso o malintenzionato si intrufoli nelle stanze del Santo Padre.
Se la Basilica di San Pietro può quindi avvalersi, grazie alla sua maestosità, anche della presenza di esseri come l’arpia (sì, proprio lei, raffigurata in una delle finestre che danno luce alla navata centrale), viene però battuta sul campo per originalità dalla piccola cripta di San Valentino a Bitonto, in provincia di Bari: nei capitelli medievali sono presenti infatti esseri come il leontocentauro (mostro a metà strada tra un uomo e un leone) o il gallo-basilisco, per metà luce e per metà tenebra, simbolo di Gesù Cristo nella Sua resurrezione sulle tenebre del peccato. Entrambi i mostri sono assenti d’eccezione nel tempio della cristianità.
Parentesi artistico - mitologica pugliese a parte, qualcuno potrebbe anche affermare che i Pontefici non sono i soli a riposare dentro la Basilica Vaticana. E non gli si potrebbe dare nemmeno tanto torto. Una piccola lucertola presa dalla campagna (una delle due censite nella ricerca di Sandro Barbagallo) grazie alla mano di Gian Lorenzo Bernini è infatti entrata, senza nemmeno volerlo, nella storia dell’arte cristiana. Durante la realizzazione del baldacchino di San Pietro, l’artista napoletano pensò di avvinghiare del fogliame intorno alle colonne (già peraltro abbellite con api e puttini), in modo tale che, dopo la colata di bronzo fuso, le forme di rami e foglie potessero restare intatte e arricchire ancor di più l’opera. Bernini volle posizionare in mezzo alla vegetazione anche una lucertola di 10 cm ai piedi di una delle colonne, per caricare il baldacchino di una certa connotazione simbolica: il piccolo rettile, ricoperto di bronzo dopo la colata, guarda infatti verso la sommità della colonna dove sono posizionati una serie di soli. Intenso il significato dato dall’artista: lo guardo della lucertola è incantato dalla luce e trova giovamento, proprio come l’animo umano che resta in contemplazione e prova benessere nell’ammirare la luce divina. Dopo questa fusione bronzea (la prima a Roma successiva a quella del Marco Aurelio presente in Campidoglio), la tecnica utilizzata dal Bernini prese il nome di “tecnica della lucertola persa”, utilizzata ancora oggi da artisti contemporanei.
Ma non solo i rettili sono diventati “famosi” nello zoo sacro: una piccola salamandra ha avuto la fortuna di essere addirittura scolpita nel capitello della “Colonna Santa” (dove, secondo la tradizione, si appoggiò Gesù Cristo durante una predicazione) proveniente dal tempio di Salomone e oggi conservata nel Museo del Tesoro, all’interno della Sagrestia della Basilica Vaticana. In epoca medievale, il piccolo anfibio veniva portato nelle spedizioni come antidoto al fuoco dei draghi, in quanto animale che, secondo la leggenda, non temeva le fiamme e, allo stesso tempo, vi resisteva. La sua presenza nella colonna era di auspicio contro le possessioni demoniache: durante il medioevo la colonna venne infatti battezzata “colonna degli indemoniati” poiché i posseduti vi venivano appoggiati per trovare la liberazione da Satana.
Visto che ci siamo addentrati per un attimo in argomenti che sfiorano anche l’esoterico, tra un demone scacciato e l’altro, perché non aggiungere anche un pizzico di stregoneria e un briciolo di fantasia? Nella nostra “Arca di Noè” sono presenti infatti anche un gatto, storicamente legato alla figura delle streghe, e un unicorno, preso in prestito dal mondo fantastico. Che ci faranno anche loro nel nostro zoo cristiano in mezzo a Papi e Santi? Il felino per fortuna non si trova al fianco di una strega che volteggia a bordo di una scopa ma in un contesto ben più importante: il gatto (un micio abbastanza piccolo) quasi a sbucare da dietro una tenda, assiste al momento in cui l’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria la nascita di Gesù. Un paradosso diremmo noi: quel simbolo di stregoneria in casa della Madonna? E per di più raffigurato su uno dei battenti della Porta Santa? Il felino è presente invece quale simbolo assoluto di domesticità: insieme al cane, il gatto è considerato infatti l’animale domestico per eccellenza e venne inserito – spiega lo storico Barbagallo – per caricare ancor di più la scena di una certa normalità, tipica di una casa umile, proprio come quella della Madonna.
Andiamo adesso al secondo animale, l’unicorno, legato anch’esso alla figura di Maria, madre di Gesù. Il fantastico animale si trova nella navata centrale, sugli archi dove sono raffigurate tutte le virtù, tra cui la purezza che giustifica appunto la presenza della bestia. L’unicorno (o liocorno) nella simbologia medievale era descritto infatti come un cavallo bianco, già simbolo di nobiltà e purezza, con un lungo corno al centro della fronte a simboleggiare la presenza del divino. Secondo gli scritti del medioevo, per catturarlo, e qui torna in ballo la purezza, c’era un solo modo: una vergine, essere puro per eccellenza, doveva esser condotta in un bosco e attendere che l’animale, attratto dall’odore della verginità, si avvicinasse. A questo punto la donna poteva anche tenerlo per il corno e bloccarlo, sottomettendo l’animale che cedeva alla forza della purezza.
«Una dominazione dell’uomo sull’animale che viene fuori anche nelle Sacre Scritture – afferma Barbagallo – anche se c’è stato storicamente un fraintendimento che può aver ispirato le parole del famoso cardinale che si oppose alla presenza del cane ai piedi di Giovanni XXIII». Grazie alla favolistica umanizzante di Esopo o Fedro, e ai pitagorici, sostenitori ancor prima dei cristiani della bontà verso gli animali, molti di essi sono entrati nell’immaginario collettivo e nell’iconografia tradizionale, tanto da divenire archetipi della cultura occidentale. In San Pietro infatti, e chi se lo sarebbe mai aspettato, per la gioia dei bambini sono presenti anche dei pannelli con raffigurati, nel loro contesto, alcuni animali delle favole di Fedro. Il lupo e l’airone insieme alla volpe e il corvo si trovano su un battente della porta centrale dell’atrio della Basilica Vaticana a far da cornice alle storie della vita di San Paolo e di San Pietro. Il Filarete, nella realizzazione della sua opera, volle inserire queste scene tratte dalle favole come omaggio alla classicità, essendo la sua porta il primo esempio di arte rinascimentale realizzato a Roma. Anche qui, non mancano le scene tratte dalla mitologia: sempre in uno dei battenti della porta è rappresentato infatti l’episodio del ratto di Europa, donzella amata da Zeus. Quest’ultimo, trasformatosi in toro bianco (ed ecco l’animale raffigurato) rapisce la giovane e la rende madre di tre figli.
Leggiamo ancora il Vangelo: “Andate in ogni parte del mondo, istruite tutte le creature, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del Mondo” (Matteo 28, 19-20). Questo viaggio di purificazione comincia nella navata di sinistra della Basilica, all’interno della Cappella del Battesimo (per mano del pittore Francesco Trevisani), dove sono raffigurate le allegorie dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’America, ognuna, ovviamente, in compagnia di un animale. Il cavallo alle spalle dell’Europa allude alla supremazia in guerra, l’Asia è accompagnata da un cammello, diffuso mezzo di trasporto dell’epoca e segno di ricchezza. L’America ha invece alle spalle un giaguaro, come allusione alle fitte foreste incontaminate e infine l’Africa, mora e discinta, con ben tre animali: il serpente, il drago e l’elefante (simbolo di intelligenza), a ricordare la loro presenza in quelle terre.
Potremmo andare avanti con pagine e pagine su coccodrilli, balene e pipistrelli, ma ci fermiamo qui. Una cosa è certa: la Basilica di San Pietro è il centro pulsante del cattolicesimo, dove i pellegrini trovano un posto per pregare, stare più vicini a Dio, ammirare le più belle opere d’arte del mondo e fare un viaggio attraverso i secoli. Come se non bastasse, una volta dentro ci si potrà sentire davvero sopra l’Arca, dove persino le bestie più feroci e immaginifiche trovano un posto accanto a un Santo. Il viaggio del fedele si arricchisce ancor di più: una volta messo piede in piazza San Pietro, potrà ritrovare, tra dipinti e sculture, le tracce dello zoo più popolato e suggestivo al mondo. In Vaticano anche questo è possibile.