REPORT LA MIA LWD
di IndianLopa
Mi è venuto in mente mio nonno nel suo studio nella grande casa di
campagna contorniato da busti di Giuseppe Verdi, Garibaldi, bandiere
sabaude, macchina da scrivere, armi e foto di cavalli, me lo ricordo in
inverno con il tabarro, una mantella nera pesa , il toscano ed il
cappello, sul calesse, mio nonno era un ragazzo del 1880 o almeno mi
sembra.
Mi è venuto in mente quando la mattina dopo il mio rientro mi sono
alzato intorno alle sei, l’ora nella quale assaporo la tranquillità
della casa, il nonno abitava in quella grande casa abitata da almeno
dieci quindici persone fra famiglia e servitù, oggi sarebbe impensabile
se non si è milionari, come faceva a ritagliarsi quei momenti di
solitudine e serenità che a me sono necessari.
Ho acceso il fuoco, ed aperto le porte finestre che danno sulla
campagna più che giardino, sono andato deciso, senza pensarci a urinare
tranquillo contro la casetta delle legne, come se fosse la cosa più
normale , pensando che la pioggia avrebbe lavato tutto da li a poco. Mi
son sentito Max il mio cane mai dimenticato. E’ stato il mio modo di
rientrare in possesso della casa.
Stefano, si fu proprio Stefano a mettermi quest’idea, non so perché ma
da come la vedo c’entrò anche il suo atteggiamento verso quel dono che
la natura gli aveva fornito. Tutte le volte che eravamo insieme mi
sorprendeva, non curante del fisico e del suo talento. Io da comune
mortale dovevo fare i salti mortali per riuscire a fare un decimo,e
forse anche meno, di quello che sapeva e poteva fare lui.
Stefano mi disse che la prossima doveva essere di più, molto di più e
da invidioso del suo naturale dono, non ché ostinato, mia madre avrebbe
detto “capone”, come sono iniziai a ragionare sul prossimo viaggio.
E a pensarci bene fu proprio un’ altro Stefano che mi fece passare al
problema successivo: il mezzo per affrontare questa nuova cosciente
girata.
Arrivò una telefonata da Giampiero che complicò tutto, e mi dette la
meta. Giampiero, una forza della natura, sognatore come me, mi invitava
alla Transafricana, la ditta di moto austriache Ktm ci avrebbe fornito
i mezzi, il periodo era da settembre a novembre. Dopo il primo momento
di incredulità mista ad orgoglio, il grande Giampiero mi considerava
all’altezza! Mi sentii sprofondare sempre di più nella totale
delusione. Non potevo in quel periodo. Ci piansi, le occasioni non si
ripetono. Alla fine il senso di responsabilità prevalse.
Bene, pensai, tutto ciò sta ad indicarmi che devo andare avanti da
solo. Cercai un mezzo che mi si confaceva ed iniziai la trasformazione,
questa volta non volevo aver problemi, non starò ad annoiarti con un
mero elenco degli interventi. Di originale non c’è rimasto neanche il
motore e tutto il resto è stato pensato per il mio uso. Il motore era
ed è buono così come l’ha pensato la BMW, l’ho solo migliorato in dei
piccoli dettagli: un poco più di olio nel carter, un radiatore
supplementare, il cambio più corto, una frizione sinterizzata , un
filtro performante ed una generale ottimizzazione del tutto.
I lavori procedevano, da Brunero di Livorno, dei visti se ne occupava
Ivana della Starlight di Maranello che sempre mi ha dato un mano
insostituibile nei miei viaggi in zone non consone all’utilizzo dei
mezzi a motore, il Carnet de passage en douane era quasi pronto,
l’itinerario era definito, ma non ancora sulla carta, avevo paura a
metterlo giù e avevo ancora più paura a vederlo segnato per intero su
di una carta.
Quando ho fatto, mi è preso un senso di smarrimento. Ero così
pretenzioso, che senso aveva mettere a rischio la realizzazione di
quella cosa che si chiama vita e che potevo anche dire essermi riuscita
abbastanza bene , con i suoi alti e bassi ovvio. Il tempo passava la
moto andava avanti, dovetti anche affrontare come dirlo a Lorena, non
sarebbe stato facile.
Glielo dissi e tranquillamente e la cosa non sembrò turbarla più di
tanto, avrà di certo pensato che non ne avrei fatto nulla, ma ormai la
cosa stava procedendo e a sua insaputa ero abbastanza avanti.
Quando il giorno prima di partire ritirai la moto e dissi che il giorno
dopo sarei partito lessi in tutto quello che faceva apprensione e
smarrimento. Lo stavo facendo quello che avevo detto. Mi subissò di
domande e raccomandazioni tese a capire se avessi programmato tutto
bene. Cercai di rassicurarla per quanto fosse possibile, lei sa che non
sono ne incosciente ne improvvisato, ma non ho mai pensato che sia
servito a molto.
Partii con la leggerezza nell’animo e la serenità dagli incoscienti, la
moto andava benissimo era nuova sebbene vecchia, faceva così freddo,
ero partito il più leggero possibile sapevo quello che mi aspettava in
certi tratti, con una moto pesa non ce la fai, meglio soffrire il
freddo e dormire per terra che non farcela ad arrivare dall‘altra parte
del deserto.
A tratti ero spaventato ma passava subito, cercavo di capire la moto e
le sue reazioni erano le prime ore, di tante che sarebbero venute, che
ci stavo sopra, dovevamo capirci. Mentalmente ricontrollavo tutto, il
bagaglio e la preparazione del mezzo a volte mi fermavo per controllare
se avessi preso quella cosa o quell’altra. Arrivai a Bologna che
tremavo letteralmente dal freddo, facendo benzina passanti mi
domandarono se facevo la Parigi-Dakar! Ma le persone sanno quello che
dicono quando parlano? Si, risposi la partenza quell’anno sarebbe stata
da Forlì. La cosa non li colpì neanche.
Arrivò Liz all’ uscita dell’ autostrada e mi sentii rinfrancare non ero
solo, non ero pazzo, altri mi capivano. Mangiammo e ripartii verso
Ancona.
Un viaggio in moto da solo è come una seduta di analisi lunga quanto il viaggio stesso.
E’ un viaggio dentro te stesso, dentro la tua vita, i tuoi errori e le
tue soddisfazioni, sei solo con te stesso e il tuo mezzo, naturalmente
se il mezzo non ti da problemi, altrimenti sei solo e teso a capire e
risolvere i problemi.
Arrivai ad Ancona senza accorgermene, la nave era la stessa della prima
volta con i “maiali” ma ero solo e mi mancavano, rivedevo Gio, Stefano,
Cico e gli altri, ma intorno a me c’erano solo camionisti e turisti
attempati tedeschi, nessun punto di contatto con loro. Nella mia
cuccetta prenotatami dal buon Liz iniziai con la scrittura del
roadbook, i nomi si susseguivano sempre più lontani, i chilometri
aumentavano. Fu li che incominciai a sentire nello stomaco ogni tanto
come dei crampi, ero spaventato. Con tutto quello che puoi fare per
programmare una girata del genere pensare anche lontanamente di aver la
capacità di tener tutto sotto controllo è pura follia. Non l’ho detto
io ma un viaggiatore come Ryszard Kapucinsky. Mi prendeva un senso di
smarrimento di fronte a la difficoltà di attraversare paesi non proprio
facili da visitare, mi mancava il respiro. Ogni tanto andavo sul ponte
del traghetto per prendere un po’ di aria fresca ed il mio
abbigliamento mi riportava immediatamente indietro, finii il roadbook
ed iniziai a stivare meglio le varie cose nel bagaglio secondo l’uso e
le necessità era inutile aver a portata di mano la cartina del Botswana
se ancora ero in mare fra l’Italia e la Grecia, ma ogni volta che
aprivo la borsa questa saltava fuori.
La Grecia la passai in poche ore era la stessa strada che si fece con i
“maiali” anni prima andando ad Atene, Cico ed io sulla sua moto, quante
risate, bastardi pensavo dove siete, perché non siamo insieme? Mi
ritrovai ancora su di un traghetto appena in tempo, praticamente avevo
fatto già una nazione, senza alcun problema me ne rallegravo fra me, ma
al contempo pensai che non li avevo fatti io e la moto ma la nave.
Alle 4 di notte sbarcai sull’isoletta di Kos, ci ero passato tanti anni
prima con il 75/5 era sempre uguale un porto fortificato dai crociati,
una meraviglia. Naturalmente l’albergo che avevo prenotato era chiuso e
senza alcun cliente, arrivò il proprietario solo verso le 6 di mattina.
Si incominciava con le cose che non sono mai come prospettate o come te
le aspetti, d’altronde è uno degli aspetti più esilaranti e deprimenti
dell’Africa e mi ci stavo avvicinando, piano piano. Andai a letto ma
dopo poco mi svegliai, non volevo sprecare tempo, l’altro traghettino,
in pratica un barcone con una rampa e posto per due auto e qualche
moto, sarebbe salpato verso Bodrum verso le 15. Dovevo attendere, ma
volevo riguardare ancora i bagagli e controllare la moto a cui si era
leggermente allentato il cannotto di sterzo, la KTM locale con
meccanico albanese e due euro risolsero il problema, controllai anche
l’olio, tutto perfetto. Sul traghetto dall’Italia avevo letteralmente
fatto a pezzi le guide che mi ero portato dietro, estrapolandone
esclusivamente le parti che mi interessavano, delle restanti feci una
spedizione a casa, a cosa diavolo mi potranno servire dio solo lo sa,
sono illeggibili e con le pagine mescolate, mezzo Egitto con un quarto
di Botswana, tre quarti di Namibia, odio sprecare, ma mi sentii e mi
sento un po’ stupido: la spedizione costava quanto tre guide nuove….
Si incominciava a mangiare bene, in maglietta sul porto al sole, zero
turisti, qualche residente tedesco, inglese ed olandese, arrivai al
porto e nell’attesa feci qualche lavoretto alla moto, sistemai delle
fascette per dei cavi che mi sembravano un po’ laschi, trovai un altro
modo di fermare i bagagli, che sono una vera noia, ogni giorno li devi
fissare e liberare almeno due volte, è essenziale trovare una buona
soluzione che non ti faccia perdere tempo.
Al porto c’erano solo qualche americano in pensione ed una famiglia di
olandesi di ragazzi giovanissimi, al massimo babbo e mamma avranno
avuto cinquant’anni in due….quattro figli, tutti con il loro zaino,
escluso il più piccolo ancora attaccato alle tette superbe della madre.
Il padre spesso intento in giratine solitarie a fumarsi in santa pace
una sigaretta o qualche cos’altro….ci salutammo cordialmente da bravi
giramondo, ciascuno con la convinzione che l’altro fosse fuori dalla
realtà. Mah!
Le baie turche sono fra le più belle che ci sono in mediterraneo, mi ricordavo Bodrum ed era ancora così.
Appena sbarcato presi coscienza che stavo lasciando l’ Europa, la
burocrazia aumentava e l’ inefficienza era esponenziale, dopo circa un
paio d’ore e varie mie escandescenze dovute ai computer non funzionanti
ce la feci ma era tardi dovevo fare almeno trecento chilometri e non mi
piaceva niente farli di buio, volevo arrivare a Fethiye, un incanto di
paese dove avevo passato tra i giorni più belli di un precedente
viaggio circa trent’anni fa.
Arrivò il buio e la pioggia, non persi tempo neanche con la tuta
impermeabile, era una pioggerellina, ma bastava a complicarmi la vita,
insieme alle buche, all’asfalto viscido, non certo drenante, al tipico
modo mediorientale di guidare: niente frecce, fari alti, o inesistenti
e sorpassi da incoscienti.
Welcome to Asia!
Certo era cambiata Fethiye, molti dicono di non tornare nei luoghi
visti anni precedentemente, personalmente ci torno sempre se posso e se
sono di strada, è ovvio che non siano come li abbiamo veduti nel
passato, tutto cambia , noi stessi per primi, sarebbe come fare finta
che il tempo non passi. Come con gli amori di un tempo, è bello
rivedersi e scoprire che non ci eravamo sbagliati.
Presi alloggio nell’albergo sul porto, l’ultimo quello che aveva la
vista migliore, i grandi caicchi ciondolavano pigramente, non era tempo
di crociere. Mangiai divinamente, la cucina turca è insieme a quella
libanese fra le migliori del mediterraneo, riconobbi anche la buona
Bira Efes.
La mattina dopo di buon ora partii per quella che a mio avviso è una
delle più belle strade che si possano fare in moto. Come un migliaio di
chilometri di Costiera Amalfitana, bellissima, dopo ore e ore di questa
meraviglia il risultato sul culo, però è identico a qualsiasi strada,
cercavo motivi per fermarmi, arrivavano messaggi sul telefono, gli
amici mi incitavano e mi auguravano di trovare quello per cui ero
partito.
Zoria, Omega, Cichito e tanti altri erano con me.
Mi fermai da un fabbro non ostante fosse domenica e non parlasse
null’altro che turco, ci capimmo e risolse il problema del cavalletto
laterale storto.
La strada era sempre meravigliosa, baie, strapiombi a picco sul mare,
foreste di abeti e pini fino a pochi metri dal mare, villagi di
pescatori, e castelli dei crociati abbarbicati su speroni di roccia in
mezzo al mare. Per svariati chilometri ci doveva essere stato un
incendio perché la foresta appariva nera e spelacchiata, in mezzo a
questa specie di inferno villaggi di tende di nomadi che raccoglievano
legna e ne facevano carbone, frotte di bambini anneriti giocavano
pericolosamente sulla strada. Le donne a portar acqua e preparare da
mangiare e gli uomini a segar tronchi anneriti.
Da noi a nessuno verrebbe in mente di raccogliere i resti di una
foresta bruciata. Diversità di economie. Mi auguro che la Turchia entri
quanto prima nell’Europa i vantaggi saranno evidenti solo dopo anni di
sofferenze ma arriveranno sicuramente soprattutto per gli strati più
deboli.
C’era un sole che finalmente mi scaldava dopo il freddo patito.
Passai due giorni su questa strada per arrivare al confine con la
Syria, si pronuncia suriia, paese del sole in arabo. Prima di entrare
in Syria mi fermai per la notte ad Antakya la vecchia Antiochia.
Ripresi fiato avevo fatto in tre giorni più 1400 chilometri passando
dal mare più bello ai passi di montagna di oltre 2000 metri con tratti
spazzati dal gelido Burian, o qualcosa del genere, un vento che si
forma nella steppa kaucasica, che mi costringeva a viaggiare sbandato,
un po’ come le dune del Valpolicella, volavo….sulle ali del Burian!
Sapevo che entrato in Syria potevo salutare certe comodità del lusso
che sono già di casa in Turkia. Superhotel, bagno turco, massaggio, a
dire il vero non fu un’esperienza proprio piacevole, frotte di
ragazzini turchi cercavano di abbordarmi, non era colpa loro, ma dei
precedenti frequentatori occidentali, che li avevano abituati a certi
contatti. Peccato che il turismo sessuale ormai abbia contagiato
qualsiasi parte del mondo, poi fossero stati approcci femminili avrei
sicuramente apprezzato di più…
Un ottima cena nel più antico ristorante di doner che ci sia ad Antakia
fu il coronamento della giornata, lo conoscevo c’ero già stato e
continuava ad essere unico, la vecchia terrazza sul fiume, i suoi
vecchi camerieri, il suo cibo, il fatto che fosse frequentato dai
locali tutto mi faceva sentire come un viaggiatore fuori dal tempo.
La strada che di mattina presto mi portava al border siriano mi
ricordava i paesaggi di Barry Lindon, vallate di montagna con il mare
sullo sfondo e la strada , a tratti sterrata, che a mala pena
consentiva lo scambio fermandosi, paesi dimenticati nel tempo, uomini e
donne con i volti ed il fisico consumati da questo, vecchi mezzi
agricoli a trazione animale, forre che si aprivano improvvisamente in
paesaggi ormai persi nei nostre latitudini.
Al confine passai svariate ore, curiosità ed inefficienza burocratica giocavano contro di me.

La Siria e la Giordania furono senza storia già le conoscevo e non
persi tempo, cercavo di avvicinarmi più velocemente possibile alla mia
mèta entrare in Africa. Naturalmente vi furono qualche complicazione
dovute alle valute mi ritrovai praticamente senza benzina nel caos più
totale di Hamman, tipico delle città mediorientali, la tecnologia del
bancomat mi corse in aiuto, prelevai in valuta locale, mangiai un
ottimo durum e mi avviai verso Petra, il tempo era uggioso, non era
bello, a tratti la strada era umida e non c’è niente di meglio che
guidare sull’asfalto reso viscido dalle perdite di olio e carburante,
per fortuna la benzina costava pochissimo, lungo il grande raccordo
verso sud che circonda Hamman sembrava di essere in una qualsiasi delle
nostre tangenziali, a riportarmi alla realtà ci pensarono un centinaio
di chilometri di purissimo fango molle, semplicemente la strada era
ancora in costruzione e naturalmente tutto ciò non influiva sulla
circolazione sulla futura sede stradale, solerti operai incuranti del
traffico passavano avanti e indietro con autobotti a bagnare lo sterro,
onde non alzare polvere , in compenso creando buoni venti centimetri di
fango rosso viscido. Sembrava che tutto di me, dalla moto ai vestiti al
naso avesse la varicella, quando finì ero Diabolik versione irlandese !
Ridetti una ripulita ad una stazione di servizio dove camionisti
compativano evidentemente un povero europeo. Secondo loro gli europei
che viaggiano in moto o peggio in bicicletta dovevano essere tra i più
sfigati del mondo.
Da quando ero partito non avevo incontrato neanche un motociclista. In
compenso devo dare atto agli amici ciclisti che essi sono fra i più
avventurosi e stoici viaggiatori che conosca, mi fermo sempre quando ci
si incontra, ed anche allora si erano rivelate soste gradevoli per
entrambe le parti. Generalmente hanno sempre bisogno di qualcosa, se
già io limito il peso all’essenziale, penso che i ciclisti abbiano
dietro esclusivamente l’irrinunciabile. Ogni grammo del loro bagaglio è
spinto da loro stessi.
A dire il vero ci fu anche un incontro tra i più assurdi che si possa
fare: una simpatica signora sui sessanta anni che a piedi trainando un
carrettino tecnologicamente avanzato se ne andava bel bella verso Città
del Capo…. da Colonia. Mi era capitato altre volte di trovare questi
pazzi ma generalmente sono atletici runners, non pacifiche casalinghe
che si sparano ventimila chilometri di puro disagio come se andassero a
fare la spesa. E dire che di incontri “particolari” ne avevo già avuti
come quando in pieno Tenerè vidi un puntino che si muoveva
lentissimamente era quel giapponese che traversava il Sahara e poi
l’Africa in bici, non ricordo se gli lasciai dell’acqua, alla mia
domanda se avesse bisogno di qualcosa rispose “no problem arigatò” ha
anche scritto un libro, da qualche parte devo averlo o quando incontrai
Villa, un italiano che ha fatto il giro del mondo in bicicletta, senza
contare il mio vecchio caro Ottorino, compagno di banco per cinque
lunghi anni di liceo che sempre in bici aveva attraversato l’Africa per
poi passare all’Arabia e fermarsi due anni in India, si ma non in
quella civile…. Alle Andamane dove ancora ci sono isole inesplorate che
se vi avvicinate gli abitanti vi accolgono con una grandinata di
frecce, non proprio amichevoli. Non vogliono contatti.
Mi hanno sempre incuriosito i ciclisti viaggiatori e tutte le volte
cerco di immaginarmi le sofferenze e i pensieri che muovono certi eroi.
Perché di eroi per me si tratta, in moto non fai una gran fatica diciamocelo.
E di motociclisti per ora neanche l’ombra.
Arrivai a Petra e come promesso a Med mi feci stoicamente sotto un sole
cocente il tour delle rovine e devo dirgli grazie, avevo visto vari
insediamenti rupestri in Turchia, in India ed anche in Grecia, ma
l’organizzazione dei Nabatei mi lasciò esterrefatto. Canalizzazioni,
illuminazione, ventilazione tutto era studiato perfettamente,
compatibilmente con le disponibilità dell’epoca, non solo dopo aver
reso un posto inospitale perfettamente abitabile ne avevano esaltato la
bellezza con un architettura a dir poco meravigliosa.

A dispetto dei trenta anni della mia guida, i miei cinquanta fecero la
loro porca figura: a metà giro abbandonò, non ce la faceva più, non
faceva altro che propormi un calesse . Io stoico sudavo ma non mollavo,
finii il giro da solo. Trovai anche un motociclista finalmente….peccato
che fosse sceso da un pulmann di americani e che le sue numerose moto,
quasi tutte harley, bmw e ktm fossero nel garage di casa, ne aveva una
trentina !!
Ripartii verso Aqaba, la mitica Aqaba di Lawrence, avevo frapposto fra
casa e la mèta due nazioni in una giornata, e dopo Aqaba iniziava la
mia Africa.
Venendo da deserto roccioso quando vidi la città e il suo mare azzurro
all’imbrunire urlai Aqabaaaaa con tutto il fiato che avevo, mi sembrava
il degno omaggio a Lawrence d’Arabia, con i suoi scritti aveva influito
e non poco nella mia formazione. Me lo vedevo alla guida dei suoi
beduini sporco ed urlante sopra alla sua cammella bianca quando prese
Aqaba, la moto era bianca, urlavo e mi persi nell’immedesimazione.
Adesso 6.01.09 con il senno di poi …….riprendo a scrivere ora che è tutto finito e sono a casa.
Ricordo uno scambio di messaggi con la Mitica Patrizia mi incitava a continuare facendomi sognare . Arrivato ad Aqaba prendo alloggio in un albergo abbastanza decente e controllo e ricontrollo la moto , e solo la fame e il nero della notte mi faranno smettere, i bagagli e il modo di disporli sia dentro le borse , che la stessa disposizione delle borse, sono sempre un problema , potrei scriverci un trattato, smontare tutto una volta al giorno ti insegna tanto. Anche su cosa portare potrei parlarne a giorni, ma tanto tutte le volte che parto mi accorgo che nulla è perfetto.
Mangiai le migliori falafel che ricordo, i sapori erano veri, presi anche una birra io che di solito non bevo, ero ad Aqaba, mi sentivo vicino al grande Lawrence e a tutti i sogni che avevo fatto quando mi tenne incollato alle sue parole per giorni, ancora oggi lo rileggo con piacere. Naturalmente l’albergo anche se buono risentiva del posto , i suoi problemi li aveva anche lui. Fa caldo sono in maglietta , ripenso al freddo patito sulla Firenze Bologna andando da Liz il mitico Liz , auguri per la tua nuova avventura che stai per affrontare, di cuore.
La mattina arrivo al porto di buon ora, il traghetto parte alle 11 ma io ci sono già alle 9, devo sbrigare tutta una serie di pratiche burocratiche noiosissime ma che fanno parte di ogni border non europeo, timbri sul carnet , dogana , immigrazione ecc. con pagamenti vari che tutte le volte mi mandano in bestia, ti senti spremuto.
Se dio vuole finisco e mi godo il sole su di una panchina , sono solo non ci sono viaggiatori, non ho incontrato motociclisti, la cosa non mi piace troppo. Eppure il periodo dovrebbe essere quello giusto.
Improvvisamente arriva una moto, mi sbraccio dai saluti e lui ricambia scende e ci abbracciamo come se fossimo amici da anni è Tom , Tom Mamic un Signor Motociclista di Vancouver, alla fine del suo viaggio il club motociclistico americano gli regalerà una moto. 70.000 km in un anno attraverso 4 o 5 continenti. Quando ricevo le sue mails mi fa effetto, mi sento viaggiatore anch’io, sono orgoglioso di essere nei suoi pensieri, come quando mi telefonava Fabrizio, persone uniche.
Dopo pochi minuti arrivano altre sette moto saranno amici, tutti, per un ora o per 20 giorni, non avrà importanza. Li rivedo nelle foto Maichel e Gerard dalla Germania , un pazzo inglese giovanissimo, e due Ducati italiane ….guidate da Robin sudafricano e Matteo da Torino. Sarà una festa come se avessimo fatto un appuntamento, avendo fatto tutte le pratiche di uscita dalla Siria, semplifico la vita a tutti con le mie info. Mi ringrazieranno con una birra gelata e brindisi in varie lingue, sono felice non sono solo altri pazzi fanno il mio viaggio.
Sulla nave parliamo e tiriamo fuori le carte delle varie nazioni , parliamo dei visti e delle pratiche che ci aspettano, ma soprattutto siamo contentissimi di essere in gruppo, ridiamo e scherziamo come ragazzini.
L’arrivo in Egitto sarà estenuante e complicato come solo i mediorientali sanno essere. Siamo sbarcati alle 13 …. a sera alle 20 usciamo dal porto, siamo sfiniti e felici, ma già ci dividiamo , Tom essendo canadese, cioè per i sudanesi quasi americano deve sbrigarsi ad ottenere il visto del Sudan perciò parte subito per il Cairo, azz era il mio amico , il primo motociclista che avevo visto da quando ero partito, ma ci lasciamo i telefoni ci sentiremo domattina e deciderò se passare dal Cairo.
Mangiamo in un ristorantino, ma già si profilano le divisioni, i tedeschi non saranno dei nostri, poco male penso, domani dovremmo essere in 3 ad affrontare il deserto del Sinai, sarò solo , come sempre, i ducati vanno al mare da qualche parte, staranno fermi una settimana, son partiti via terra dall’Italia e giustamente sono stanchi, vogliono stare a crogiolarsi al sole.