Una svolta a sinistra, anche a Caserta (rev. 11 finale)
Premessa: per un nuovo inizio
Il cuore dell'opposizione: la crisi della globalizzazione, il governo della destra, l'opposizione nelle nostre mani, la costruzione del blocco sociale, autocritica e discontinuità negli enti locali, la provincia di Caserta, il comune capoluogo, il bivio.
Il partito: riorganizzare rifondazione comunista per riorganizzare il conflitto, l'unità della sinistra
La nostra federazione: l'organizzazione, la formazione e la battaglia culturale, il radicamento nei luoghi di lavoro e nella società, il programma, la democrazia di genere, il partito dei circoli, la diffusione del partito, il primato del partito, la gestione collegiale, un nuovo gruppo dirigente per un partito nuovo
Conclusioni: c'è da fare
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PREMESSA
Il 14 aprile ci ha consegnato, con la chiarezza e la durezza che i fatti spesso hanno, a dispetto delle opinioni, l'inadeguatezza del nostro partito e di una sinistra "radicaleggiante" e "sradicata" e la realtà di una inesistente incidenza elettorale del ceto politico dirigente e di una scarsa o nulla utilità sociale delle organizzazioni.
Inevitabile è l'autocritica su come abbiamo interpretato l'evoluzione dei rapporti tra le classi negli ultimi decenni e su come abbiamo inteso valutare i rapporti di forza politici nell'ultimo biennio. Appare necessario un lungo e faticoso lavoro di reinsediamento, ripartendo dalla classe e dalle sue reali condizioni di vita, di lavoro e di coscienza. Non sono possibili scorciatoie politiciste: a sinistra c'è un vuoto, ed esso può essere riempito con una presenza politica critica, matura e radicata. In Italia questa presenza può e deve essere rappresentata anche da Rifondazione Comunista. E' il momento di concentrare le forze nel nostro partito che rappresenta una parte fondamentale della sinistra e che intende restare tale senza rinunciare alla grande impresa di liberare la persona umana dal dominio della merce, e, cioè, all'orizzonte del comunismo .
Si riparte, dunque, dal progetto della Rifondazione Comunista ed è innanzitutto necessario rimettere il partito nei luoghi del lavoro e nella società. Per questo è necessario un maggiore livello di autonomia dal Pd e un supplemento di impegno e di militanza. Bisogna costruire l'opposizione sociale e politica al governo Berlusconi e alle proposte di Confindustria e dentro questo processo bisogna lavorare alla costruzione dell'unità della sinistra, in un quadro di alternatività al progetto strategico del PD, avviando subito la campagna d'autunno e impegnandoci con convinzione e con determinazione alla costruzione della manifestazione nazionale dell'11 ottobre.
IL CUORE DELL'OPPOSIZIONE
La crisi della globalizzazione
Alla fine del secolo breve il processo di estensione del rapporto di capitale sembrava inarrestabile e destinato a “magnifiche sorti e progressive”: estensione in ampiezza, raggiungendo ogni anfratto del nostro pianeta, estensione in profondità, insinuandosi in ogni forma della produzione e della riproduzione umana, sussumendo sotto la propria egida ogni attività umana. Una sensazione che non solo veniva divulgata dagli epigoni del capitalismo, ma anche da diversi suoi critici. I fatti però hanno la testa dura, ed in pochi anni hanno rovesciato questa convinzione. Oggi siamo in una fase completamente diversa da quella della globalizzazione trionfante. E' una fase di crisi determinata sostanzialmente dalla impossibilità di smaterializzare i centri di produzione, per l'effetto della dialettica sociale che lo stesso processo aveva messo in moto. Il movimento antiglobalizzazione nel suo agire carsico ha contribuito a mettere in crisi il processo stesso della estensione verticale e in profondità del capitalismo: i WTO non riescono ad essere celebrati e a produrre risultati, i G8 si fanno in luoghi remoti per impedire manifestazioni, ma sono tutt'altro che produttivi, e finanche i più fervidi sostenitori del neo-liberismo sono costretti a ricredersi sulle virtù magnifiche e progressive del libero mercato. La guerra non è riuscita a stabilire la “pax americana” e nemmeno a ridurre il prezzo del petrolio, che invece è tornato a salire esattamente per l'effetto di crescita della produzione e dei consumi delle economie emergenti che la stessa globalizzazione ha spinto a livelli estremi.
In questa situazione di de-crescita e di recessione il riformismo classico e duro del “più uno” non funziona, né ha molto senso la pretesa di gestire la globalizzazione, cosa che è difficilissima quando c'è la crescita, pur se diseguale, ma che diventa assolutamente impossibile quando c'è invece la de-crescita.
Oggi appare più “realistica” la posizione egualitaria e rivoluzionaria della messa in discussione del neo-liberismo e dunque della forma attuale del capitalismo. La crisi economica, con il crollo delle borse ormai quotidiano e le bancarotte continue, incide sulla carne viva di milioni di lavoratori ma frena, ovviamente, anche i processi di accumulazione del capitale. Questo ha comportato perfino da parte dei governi filo-padronali la messa in discussione del libero mercato, attraverso la nazionalizzazione delle banche e il rilancio dell’intervento pubblico, riprendendo la classica logica della “socializzazione delle perdite”. Ma in questo contesto si sono dialetticamente sviluppate “uscite a sinistra” della crisi, e si sono cominciate a praticare esperienze significative di nazionalizzazioni sotto il controllo operaio, soprattutto in America Latina (Venezuela, Bolivia, Brasile). E proprio questo continente – fino a qualche tempo fa “desaparecido” - oggi conquista un posto d'onore nella storica lotta contro il dominio imperialista americano, con governi che mettono in discussione apertamente il fondo monetario internazionale e i dettami neo-liberisti e procedono alle nazionalizzazione di industrie, banche e fonti energetiche. E in questo movimento riprendono la parola le masse popolari e dentro di esse anche quei settori da sempre emarginati: si eleggono presidenti indio, si resiste ai tentativi di golpe rispondendo colpo su colpo, e con intelligenza. Anche quando, come in Messico o come in Colombia, dove si è costretti a difendersi con le armi.
L'espansione del capitalismo trova i suoi limiti nella resistenza alla riduzione a merce di qualsiasi anfratto di vita sociale e di ogni bene comune. E nel dibattersi per ricavare da ogni attimo di vita valore da accumulare il sistema del capitale produce incessantemente la tendenza alla guerra. La guerra, per questo, è diventata condizione permanente e infinita. Gli USA, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno perseguito un processo di distruzione della legalità internazionale, di cui il riconoscimento unilaterale del Kosovo è stata una tappa significativa e si sono impegnati in una politica che dopo l'11 settembre, ha accelerato la sua fisionomia aggressiva: dalle guerre guerreggiate in Iraq e in Afghanistan, al sostegno ai golpisti latino-americani alla golosa attenzione alle evoluzioni della situazione in tutta l'area dell'ex Unione Sovietica, dove è in atto una pericolosa strategia provocatoria degli USA. L'ultimo esempio è quello della Georgia, dove si è scatenata una guerra sotto la regia degli Stati Uniti che, ormai da alcuni anni, stanno portando affondi per militarizzare e colonizzare tutti i territori confinanti con la Russia. Si pensi solo alle cosiddette "rivoluzioni colorate" che hanno sconvolto alcune repubbliche confinanti con la Russia e facenti parte della Confederazione degli Stati Indipendenti (Ucraina, Georgia, Kirghizia), ai ripetuti tentativi di rovesciare il governo della "non allineata" Bielorussia, alla accelerata militarizzazione delle repubbliche baltiche, alle pressioni sulla Moldavia, affinché aderisca alla Nato, alla provocatoria e intollerabile decisione di procedere all'installazione dello "scudo missilistico" ai confini occidentali della Russia, in Polonia e Repubblica Ceca. Anche l'Iran e la Corea costituiscono un focolaio di guerra in quanto sono continuamente minacciati dagli aspiranti padroni del mondo. Dunque la pace continua ad essere la priorità politica sul piano internazionale.
Su questo il nostro partito è chiamato a tenere una posizione “rivoluzionaria”, a ripartire dal proprio impegno nel movimento pacifista, dalla lotta al riarmo e per il disarmo unilaterale generalizzato, dalla lotta contro le guerre in corso nel mondo, per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza e per una nuova legalità internazionale dei popoli, che impedisca secessioni a raffica, interpretando il diritto all'autodeterminazione come la potestà dei popoli a costruire forme sempre più ampie di autonomie, ma evitando di istituire nuove entità statuali, piccole patrie che inevitabilmente contribuiscono alla tendenza alla guerra.
Per questo è necessario intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e con le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione.
In vista del prossimo vertice del G8, che si terrà alla Maddalena in Sardegna, la federazione di Caserta del PRC si deve impegnare, nelle istanze territoriali del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova (senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena) e a organizzare il sostegno ed anche la partecipazione ai momenti di contestazione che saranno promossi. In generale è necessario che il partito intero, e specificamente la nostra federazione, si impegni innanzitutto nell'approfondimento della conoscenza sulle dinamiche internazionali e nell'opera di controinformazione da sviluppare soprattutto nei luoghi di studio e di lavoro, svelando e denunciando il legame tra tendenza alla guerra, neo-liberismo e peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e, di converso l'internità della lotta contro le guerre e per la pace nella lotta di classe.
La forza della destra
La forza della destra è stata quella di confrontarsi apertamente con la crisi del neoliberismo e di far leva sulle paure derivanti dall’insicurezza sociale e dal consumarsi della coesione sociale. È la destra stessa, cioè, ad aver costruito una risposta egemonica alla crisi neoliberista, connettendo nuovi populismi nazionalistici, individualismo competitivo liberista e difesa razzista ed identitaria delle “piccole patrie”: una risposta che è risultata dilagante, in Europa e, soprattutto in Italia, da quando la sinistra non è stata efficace né nella difesa degli interessi materiali né nel proporre un’altra idea di società.
Mentre il Partito Democratico si è mostrato fermo nel sostenere il rispetto dei vincoli liberisti e di bilancio europei, la destra li ha criticati con grande spregiudicatezza, evocando il recupero dell’intervento dello Stato, al quale riaffidare ruoli di protezione e direzione economica. Replicando, in modi diversi, la scelta statalista operata negli anni Trenta del ’900 dopo il disastro provocato dal liberismo, la destra si è così accreditata come garante delle ragioni dei territori, a tutela degli interessi nazionali e delle comunità locali. Ciò le ha consentito di recuperare consensi presso vasti settori di lavoratori dipendenti e autonomi e, nel caso della Lega Nord, presso fasce popolari e di lavoro operaio.
La destra ha interpretato lo «spirito del tempo» dando all’insicurezza e alla paura una risposta precisa, in armonia con l’individualismo aggressivo radicatosi nel Paese nel corso degli ultimi venti anni: l’individuazione di un nemico esterno. In termini di insicurezza sociale il nemico è di volta in volta la Cina, la globalizzazione, l’Europa, lo Stato che impone le tasse. In termini di insicurezza personale il nemico è lo straniero, lo «zingaro», il diverso, chi dissente e lotta contro l’ordine sociale esistente. La destra ha riproposto la costruzione di una comunità basata sulla difesa verso l’esterno e sulla necessità di disciplinamento all’interno. «Più polizia e più dazi» potrebbe esserne la parola d’ordine. In questo contesto il fondamentalismo religioso e il richiamo ad una presunta «civiltà europea» sono connotati essenziali per costruire identità comunitarie (europea, nazionale o locale a seconda delle versioni) in cui riconoscersi e da difendere.
Forte di questa egemonia l'affondo del governo delle destre agli strumenti di resistenza collettiva della classe è determinato, rapido, costante.
L'attacco prima "ai fannulloni" della pubblica amministrazione e adesso alla scuola pubblica e alla libertà di opinione di docenti e studenti, la gestione del caso Alitalia, il giro di vite ulteriore delle leggi razziste in materia di immigrazione, il peggioramento delle condizioni di lavoro per i precari, il tentativo di smantellamento del contratto nazionale di lavoro: sono tutti segni concreti della forza d'urto del governo delle destre e stanno passando senza che le resistenze, già di per sé deboli e disorganizzate, si saldino tra loro, rimanendo ogni lotta separata, dentro una società in cui la destra è oggi maggioranza non solo elettoralmente ma anche, e sempre più minacciosamente, sul piano culturale e del sistema di valori.
L'opposizione nelle nostre mani
Nel Parlamento italiano in questo momento non c'è una opposizione sostanziale al governo Berlusconi. Ci sono due opposizioni “formali”: una emendataria, fatta più o meno unitariamente da PD e UDC ed una più frontale e urlata fatta da IDV. In questa situazione c'è il rischio che il monopolio dell'“antiberlusconiano” così diffuso nel popolo di sinistra sia lasciato a Di Pietro, che incarna però una cultura di destra soprattutto sui temi della giustizia e della democrazia partecipata. D'altro canto il PD vorrebbe confinarci in un cantuccio di inutilità estremista e marginalità parolaia. Ma effettivamente dentro il quadro dei rapporti politici come possiamo evitare questa trappola?
Intanto è decisivo costruire una opposizione sociale e politica che sappia da subito misurarsi con la rapidità, la durezza e nello stesso tempo l’intelligenza dell’attacco.
È assai probabile che Berlusconi non ripeta gli errori commessi nella sua precedente esperienza di governo e punti a un coinvolgimento concertativo degli attori sociali, con una strategia funzionale alla più radicale aggressione contro diritti e livelli retributivi. Lo smontaggio del contratto nazionale sarà, in altri termini, il risultato di un lavoro di lunga lena, un percorso di cui alcune tappe sono state già definite: la detassazione degli straordinari, premi e regalie aziendali, e l'introduzione di forme di gabbie salariali.
Questa offensiva non vede oggi l’opposizione della maggioranza della Cgil, che sembra incapace di andare allo scontro con l'idea di fare “lotta dura senza paura”, e di costruire l'alternativa, come pure fece Cofferati (che certo non era un estremista!) nel 2002. D'altra parte, contestualmente all’attacco nei confronti della sinistra politica, è partito l’attacco all'autorganizzazione, alla sinistra sindacale e alla Fiom.
Contro questa offensiva è necessario impegnarsi da subito nella costruzione di un vasto schieramento di forze sociali e politiche, in grado di opporsi a tale disegno regressivo, rilanciando il movimento di lotta per il salario e il ripristino di un meccanismo di recupero automatico del potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni (nuova «scala mobile»); contro lo sfruttamento del lavoro precario (compreso il lavoro autonomo di tante partite Iva e co.co.pro.) nel settore pubblico e privato; contro le pensioni da fame e lo smantellamento del welfare; in difesa del contratto collettivo nazionale e contro la drammatica caduta degli standard di sicurezza sul lavoro, responsabile di oltre un milione di incidenti all’anno e della tragedia di quattro «morti bianche» al giorno.
La costruzione del blocco sociale
Il percorso di ricostruzione di senso sociale va ben oltre il livello della politica istituzionale. Basti pensare ai livelli di violenza urbana che si manifestano allo stesso tempo come forme di comunicazione forte e come rabbia sociale, passione triste, nichilismo. C'è bisogno di una capacità culturale di tenuta. Dalle banlieue (periferie, sobborghi) alle curve ultrà, si accendono sempre più spesso riot, rivolte improvvise e violente, spesso incontrollabili. E ancora più spesso questi episodi sono confusi come la semplice espressione di cultura sottoproletaria in cui la destra macina consensi. In realtà la composizione sociale di queste aree “violente” è sempre più tipicamente operaia e proletaria e la mancanza di forme di conflitto efficace che consenta la rappresentazione di se stessi e dei propri bisogni fa crescere quel senso di impotenza sociale che induce alla cieca rivolta. D'altra parte la scelta elitaria ed il perbenismo della sinistra hannolasciato spazio libero alla destra estrema, che ha approcciato il rapporto con queste aree, insinuandosi e riuscendo molto spesso a costruire una vera e propria egemonia culturale.
Dobbiamo cambiare punto di vista nell'approcciare i temi della costruzione del blocco sociale, essere “pesci nell'acqua” nelle mille forme in cui il proletariato si associa, capaci anche di andare “controcorrente” quando è il caso, ma senza siderali distacchi con i concreti livelli di coscienza. Dobbiamo essere capaci di metterci “fisicamente” dalla parte del proletariato giovanile: dobbiamo fare un “salto in basso” dentro la composizione materiale della società, nelle contraddizioni immediate. E da lì essere capaci di un salto in alto verso l'alterità dichiarata, verso la esplicita declinazione del comunismo come alternativa di società.
In questo senso il terreno della politica istituzionale è decisamente insufficiente. E' certo prioritario organizzare organizzare l'opposizione sociale al governo delle destre, costruire momenti generali di mobilitazione. Ma ciò è possibile e si rafforza se contestualmente riusciamo a costruire vertenzialità territoriali sulle emergenze sociali, dal carovita alla casa, e ad organizzare forme concrete di solidarietà, come la distribuzione del pane a prezzo politico o il mercatino dei libri usati. Insomma se in ogni situazione riusciamo a fare la grande cosa, ma anche le piccole cose, riusciamo a renderci utili e credibili. Il blocco sociale oggi si costruisce non solo sulla base di parole d'ordine chiare ed unificanti ma soprattutto a partire da una vasta opera di radicamento sociale: per esempio la parola d'ordine del reddito garantito e del salario sociale, è potenzialmente unitaria per i diversi settori proletari. Il problema è riuscire a far diventare questa parola d'ordine una proposta forte con cui governo, padroni e sindacati debbano fare i conti. Su questo è necessario uscire dal senso di impotenza, bisogna tirarsi su le maniche, indagare le contraddizioni per come esse si mostrano e lavorare alla aggregazione di occupati, disoccupati, precari, bianchi e migranti, uomini e donne. In una parola, alla costruzione di un blocco sociale vero ed in grado di presentarsi come classe contrapposta ad un altra classe.
I nuovi termini della questione meridionale
Nessuna ricetta esclusivamente economica può davvero affrontare una questione meridionale diventata oggi così complessa, e una realtà sociale così lacerata e lacerante, così piena di contraddizioni. Non basta rivendicare più risorse e più impegno redistributivo per il Sud; e neppure è sufficiente elencare le “priorità economiche” degli investimenti. Se non si ragiona sulle trasformazioni di fondo che vanno sostenute nel corpo stesso della società, non si andrà comunque lontano. Quel che veramente serve è di intervenire contemporaneamente su tutti i punti del vivere sociale, sugli spazi della produzione e del lavoro non meno che su quelli del vivere e delle relazioni interpersonali; e soprattutto di intervenire avendo in testa, prima ancora che un modello di economia, proprio un modello di società. E’ questo il nodo di fondo: la sfida del Sud si pone oggi esattamente sulla linea di confine dell'alternativa di sistema.
Appare dunque necessario avviare una profonda collaborazione ed un ampio dibattito tra le federazioni del sud, per ricostruire un terreno comune di intervento e di lotta sui nuovi termini della questione meridionale, a partire dalla netta opposizione politica e sociale al federalismo fiscale e ai progetti del governo Berlusconi.
Autocritica e discontinuità negli enti locali
La svolta a sinistra consiste innanzitutto nella constatazione generale che si è chiusa la fase della collaborazione organica con il PD e la stagione del centro sinistra e che una politica autonoma ed alternativa dal PD è oggi per noi una condizione irrinunciabile.
Ciò ha un riflesso anche sulle giunte locali nelle quali la nostra presenza va verificata sulla base dei concreti risultati politici e della loro coerenza con gli obiettivi generali del partito.
La verifica nostra (interna, da non confondere con la verifica politica e programmatica richiesta da noi e da altri all'amministrazione e da realizzarsi in seno alla coalizione) deve avere tempi e modalità certi che vanno definiti dal comitato politico provinciale con il coinvolgimento territoriale dell'intero corpo del partito. Riteniamo che essa debba svolgersi entro questo autunno e che debba articolarsi come percorso di informazione e di discussione, consentendo ad ogni compagna/o interessato e all'intero gruppo dirigente di entrare nel merito politico e programmatico, acquisendo conoscenza e comprensione approfondita delle azioni amministrative e degli esiti concreti di quanto realizzato o mancato nei governi locali, a partire dalla Provincia, per orientare efficacemente la nostra politica verso obiettivi chiari e concreti senza i quali non avrebbe alcun senso, sul piano politico-programmatico, la prosecuzione delle esperienze di coalizione. Una verifica che però sarebbe sterile se restasse confinata nell'ambito della politica politicienne e non si accompagnasse alla ripresa intensa dell'iniziativa politica e sociale del partito, affinché il tema non resti confinato nel giudizio su una esperienza amministrativa, ma si estenda alla prospettiva del miglior posizionamento in funzione della costruzione di un blocco sociale a sostegno di un'alternativa a sinistra del quadro politico. Dobbiamo dunque essere capaci di articolare un giudizio, ma anche di legare la verifica politica alla ripresa della nostra iniziativa sociale, di promuovere e partecipare ad una vasta mobilitazione in provincia sul tema delle politiche amministrative e della democrazia partecipativa.
La provincia di Caserta
E' necessario anche entrare subito nel merito delle questioni. Dobbiamo esprimere con urgenza la massima preoccupazione del nostro partito per la modalità delle rimodulazioni e del rimpasto della Giunta provinciale, senza alcun collegamento o discussione sui reali problemi del territorio, palesando un modo di procedere tutto interno alle dispute del ceto politico – tra l'altro sensibile più ai poteri forti che ai ceti subalterni – che rischia di aumentare il distacco tra istituzioni e cittadini.
Da più di un anno, ormai, i contrasti di potere tra parti rilevanti delle componenti che oggi costituiscono il PD, il precipitare di tutte le tensioni sul terreno del potere in quanto tale, la mancanza di una seria discussione sulle scelte strategiche di fondo stanno deludendo le istanze di innovazione ed impediscono di fatto all'amministrazione provinciale di affrontare in maniera adeguata le grandi questioni del territorio. Nonostante il precipitare del quadro politico nazionale e regionale, con la crescita rapida della egemonia della destra, della sua forza elettorale e culturale, in questa provincia si continua imperterriti a evitare la discussione e il coinvolgimento, generando un preoccupante logoramento del governo provinciale, così come di alcune amministrazioni comunali, a partire dal capoluogo.
Con questa impostazione dobbiamo caparbiamente riannodare i fili della verifica programmatica di coalizione, interrotti durante la stagione estiva a causa dei durissimi scontri interni al PD nonché in seguito al dibattito congressuale nostro e di altre formazioni politiche, rifiutando l'idea che la necessaria nuova fase di rilancio del governo provinciale possa trovare fondamento e forza nella semplice operazione di rimodulazione dell'architettura dell'esecutivo, al di là e al di fuori di una verifica e di una ridefinizione della programmazione e della scelta degli obiettivi nonché di un chiaro ed efficace indirizzo delle progettualità, delle risorse e delle concrete azioni amministrative, a cominciare dal tema essenziale delle grandi vertenze in difesa del lavoro, dell'occupazione e dei siti industriali. Questa verifica deve essere fatta rapidamente, e concludersi, anch'essa, entro quest'autunno, per garantire una possibilità di rilancio dell'amministrazione. Dobbiamo infatti legare la permanenza nella giunta provinciale non solo a risultati concreti e immediati nella lotta contro il carovita, per la salvaguardia ed il potenziamento del welfare locale, contro la distruzione della scuola pubblica, contro il razzismo (esprimendosi con chiarezza contro la istituzione sul proprio territorio di un CPT, offrendo in alternativa la disponibilità per strutture di accoglienza e di solidarietà) ma anche, più in generale, alla possibilità di convergenze su una piattaforma programmatica provinciale che metta al centro la insicurezza e la precarietà del lavoro, la desertificazione delle aree industriali, la crisi del trasporto pubblico, la tendenza alla privatizzazione dei servizi, a partire dall'acqua, la questione dei rifiuti, la legalità. Dobbiamo provare a costruire una "vertenza Caserta" con il governo nazionale e regionale, fondata su alcune idee forza cardini: la bonifica integrale, la valorizzazione delle aree interne, il rilancio dell'agricoltura e dell'industria leggera applicata.
Il comune capoluogo
Anche la situazione del comune capoluogo presenta situazioni similari: dobbiamo registrare una seria difficoltà in generale sulla istanza partecipativa, negata in maniera frontale prima sulla questione rifiuti ed oggi sulla vicenda Macrico: in entrambi i casi il partito ha sofferto e soffre della impermeabilità dell'amministrazione nei confronti dei movimenti e delle associazioni e di una insofferenza verso il dibattito nella stessa maggioranza politica. Nel rispetto del protagonismo del circolo sulla vicenda Macrico, sulla questione del Parco Primavera, sul nostro impegno nell'amministrazione cittadina è necessario organizzare in tempi brevi un confronto tra il circolo di Caserta ed il comitato politico provinciale. Anche in questo caso non è rinviabile, con i medesimi tempi e modalità della provincia, la verifica sul nostro sostegno all'amministrazione, come peraltro già deciso e richiesto dal Circolo di Caserta.
Il bivio
La maggioranza che regge la provincia di Caserta e quella che regge il capoluogo devono capire che non sarebbe utile ripetere il copione del governo Prodi e che siamo ad un bivio: o si rilanciano queste amministrazioni, riconquistando una sintonia reale con il popolo e gli interessi delle masse, rischiando anche di cadere, ma a testa alta, oppure per quanto ci riguarda non ci stiamo a farci trascinare nel vortice e ci toccherà cominciare a lavorare da subito ad una nuova alleanza che possa rappresentare una reale alternativa a sinistra dell'attuale quadro politico.
IL PARTITO
Riorganizzare rifondazione comunista per riorganizzare il conflitto
La riorganizzazione di rifondazione comunista non può limitarsi alla ridefinizione degli organigrammi interni, al raffinamento di qualche meccanismo organizzativo e alla mera ricollocazione del partito rispetto al governo nazionale o ai governi locali. Essa si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Dobbiamo riorganizzare il partito affinché partecipi pienamente e con proprie posizioni a tutte le vertenze: da quelle per il diritto alla casa e per il lavoro, contro l'insicurezza e la precarietà a quelle per la legalità. da quelle per il diritto all'ambiente e alla qualità della vita a quelle di difesa dell'agibilità degli spazi sociali.
Bisogna partire dalle contraddizioni immediate delle masse popolari ed essere capaci di indicarle, senza voler imporre niente a nessuno. Al contrario mantenendo un approccio rispettoso dei livelli di coscienza delle masse e dei movimenti e realizzando un lavoro costante e paziente. Per farlo bisogna rompere con la concezione del partito di opinione non tanto e non solo nella enunciazione ma nella pratica concreta, ricostruendo la motivazione ma anche un quadro di riferimento comportamentale che permetta alle/ai compagne/i di passare dal ruolo di “parlatrici/ori” a quello di attiviste/i, di autori e autrici del movimento reale.
L'unità della sinistra
Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività comuniste, anticapitaliste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali.
Per questo riteniamo necessaria e urgente una ripresa del confronto con i soggetti singoli e collettivi che, pur con specificità e differenze, riconoscono la necessità del superamento del capitalismo. In questo quadro va riconsiderato con molta più attenzione il rapporto con i centri sociali e la difesa della loro agibilità fisica e politica, come un bene essenziale per il movimento.
Dobbiamo stare dentro questo confronto, nei movimenti di lotta, nei momenti di scontro con umiltà, spirito di servizio, ma anche con una nostra posizione chiara, con il nostro profilo politico. Dobbiamo promuovere il confronto innanzitutto sulle cose da fare, senza escludere anche la discussione “sui massimi sistemi”, ma dando priorità alle questioni concrete e alla cultura del fare. Bisogna provare insieme a stabilire un piano di lavoro minimo, senza mettere il carro davanti ai buoi, ma senza nemmeno eludere la necessità della costruzione di una rete che provi, oggi, di fronte all'oscurità dilagante, a farsi trincea resistente; e che, nel costruire società, ragioni anche di un altro mondo possibile.
LA NOSTRA FEDERAZIONE
L'organizzazione
Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso. In questa fase in cui la politica non può più essere solo enunciazione mediatica ed effetti speciali, ma torna ad essere faticosa pratica dentro la melma di una egemonia crescente della cultura di destra, è gioco forza necessaria una profonda trasformazione del senso stesso del partito. C'è bisogno di superare in fretta il partito “leggero”, di opinione, che fa solo dibattito, più o meno (meno) interessante. C'è bisogno, e in fretta, di costruire, invece, un partito di iniziativa, di lotta, di radicamento. Perché solo un partito organizzato può consentire un rilancio reale del PRC ed una ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Ed è per questo ora più che mai necessario che il partito superi i limiti della sua stessa forma e realmente si apra, nel suo farsi partito del fare, ad una reale pratica di democrazia di genere, di generazione e di classe, impedendo ogni degenerazione in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche. Bisogna costruire un partito a rete in cui gli nodi fondamentali siano i circoli, la loro capacità di radicamento sociale e di coordinamento territoriale. Da lì dobbiamo ripartire.
La formazione e la battaglia culturale
Dentro la federazione bisogna favorire il più alto livello di confronto possibile, valorizzando la pluralità di ispirazioni che convivono in rifondazione, promuovendo discussioni ma anche una funzione permanente di formazione culturale, politica, teorica gestita internamente e anche provando a costruire collaborazioni con il mondo dei saperi e con gli intellettuali "esterni" non organici al liberismo.
L’egemonia culturale e ideologica delle destre nella società è il frutto di un processo iniziato oltre 15 anni fa, e oggi giunto al culmine con la propaganda sui “valori occidentali e cattolici”. Si respira un'aria pessima e proprio il terreno culturale è quello decisivo nel determinare oggi i rapporti di forza nella società. Lo smantellamento dell’industria, la crisi economica e il cedimento ideologico della sinistra ai temi del mercato, della sicurezza e della guerra ha favorito la diffusione di idee razziste e pulsioni autoritarie. La crisi delle dinamiche collettive di resistenza e di lotta dei settori popolari ha contribuito alla crescita di un senso comune costitutivamente reazionario e ad una regressione gigantesca dei principi di civiltà nelle stesse coscienze degli individui. Atomizzati e condizionati dalle pulsioni xenofobe e autoritarie delle destre, gli stessi lavoratori, precari e non, vivono uno sbandamento che riguarda esattamente gli orizzonti culturali ancor prima che i riferimenti politici. Si punta a dividere a irreggimentare la società attraverso una ventata di reazione e oscurantismo senza precedenti, e un grande aiuto in questo è fornito dalla Chiesa.
La battaglia culturale non può essere fatta, però, astrattamente, come puro dibattito “culturale”. Essa ha bisogno, per irrobustire i propri contenuti e per essere davvero credibile, di sostanziarsi in “buone pratiche”: di lotta, di solidarietà, di accoglienza, di emancipazione, di liberazione,provando a intrecciarsi con le mobilitazioni future. L’attacco lanciato dal governo contro l’istruzione pubblica, volto a scardinare le ultime resistenze a una concezione reazionaria della società, è la prima sfida da affrontare immediatamente quest’autunno.
Il radicamento nei luoghi del lavoro e nella società
E' necessario dar vita ad una intensa fase di ascolto e interlocuzione con la società, con i nostri settori sociali di riferimento: non solo per capire ma anche, e soprattutto, per ridislocare più coerentemente il nostro partito dentro le dinamiche sociali. In tale quadro è assolutamente prioritario il rapporto coi luoghi di lavoro, sia quelli tradizionali delle fabbriche, dei negozi e delle strutture di servizio, sia quelli di “nuova generazione”, polverizzati in una gamma variegata di figure professionali, tutte sostanzialmente subordinate e drammaticamente precarie. D'altronde non è un mistero per nessuno che proprio nei luoghi di lavoro si è consumata la più consistente frattura tra la sinistra e la società. Questo è valso anche per il nostro partito e per la nostra provincia. Riannodare i fili col lavoro dipendente e con l’universo del precariato e della disoccupazione è perciò un impegno fondamentale. Va declinato sia attraverso l’avvio di campagne nazionali contro la legge 30 e per il ripristino della scala mobile e il recupero salariale, sia sul piano locale, attivandoci in tutti i modi contro le dismissioni industriali, contro le esternalizzazioni continue, contro il dilagare del “privato” nei servizi pubblici, contro l’economia “di rapina”, che approfitta delle provvidenze pubbliche e fa terra bruciata nei territori in cui si insedia.
Occorre organizzare una struttura adeguata (in termini di risorse e di saperi) per un intervento organico dentro la classe operaia e nei luoghi del lavoro, a partire da una vera e propria mappatura dei conflitti del lavoro, rilevazione che abbiamo avviato, ma che andrebbe assolutamente completata e resa funzione permanente e disponibile a tutti, e dalla promozione paziente di iniziative e contatti con la missione di costruire una rete strutturata di collegamenti e rapporti e di promuovere dovunque possibile circoli operai.
E, per questa via e con questo specifico punto di vista prevalente è necessario e possibile anche affrontare la questione migranti, che non è solo questione di diritti e di solidarietà, ma è palesemente questione di classe: l'offensiva contro i migranti del governo delle destre rendendo più debole e ricattabile questo pezzo di proletariato, raggiunge infatti il doppio obiettivo di indebolire l'intero proletariato, alimentando una concorrenza interna verso il basso e di indicare il capro espiatorio di questa debolezza esattamente nell'immigrato.
Oltre al dipartimento vanno promossi ove possibile circoli dei luoghi di lavoro e/o circoli tematici del lavoro, a partire da quello precario e nero, contribuendo in maniera organizzata e partecipata alla opposizione alla tendenza concertativa dei sindacati confederali, sostenendo la sinistra sindacale e l'autorganizzazione.
Nel rispetto ed a sostegno del/dei sindacato/i, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro bisogna lavorare sui territori, nei luoghi di lavoro, nelle vertenze per favorire lo sviluppo, il coordinamento e la cooperazione di ogni forma di autorganizzazione sindacale e per la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Bisogna favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro.
Il programma
L'attività di nuovo radicamento nei luoghi di lavoro è centrale ma non esaurisce i compiti. In particolare appare necessario strutturare un proprio intervento verso i mondi dei saperi, verso gli studenti medi e universitari, ma anche nei confronti dei docenti, a partire dalla battaglia per contrastare il disegno di ulteriore mercificazione della scuola e della cultura e di espulsione di massa di docenti precari dai percorsi formativi.
Viviamo inoltre un territorio in cui non è possibile non fare i conti con l'invadenza criminale. Bisogna costruire un’azione politica decisa sulla camorra, sul degrado civile, umano, politico di aree destinata ad immondezzai con l'obiettivo di ricostruire la nostra presenza sul litorale e nell'agro aversano: è necessaria una “piattaforma di lotta” in grado di intercettare i bisogni di una popolazione martoriata e senza prospettiva, e per questo bisogna passare dal necessario dibattito, che in se rischia di mantenersi nel campo della retorica, alla costruzione di mobilitazioni in grado di sottolineare il carattere camorristico dei meccanismi di sfruttamento del territorio e di successo di buona parte della “borghesia vincente” della provincia di Caserta.
I temi al centro della piattaforma programmatica (la bonifica integrale, ambientale, sociale e culturale, la valorizzazione delle aree interne, il rilancio dell'agricoltura e dell'industria leggera) vanno affrontati nell'ottica di costruire una proposta politica autonoma dal PD e che promuova l'unità della sinistra. Per questo appare necessario costituire uno specifica commissione permanente sul programma che nel proprio operare assuma anche il tema degli enti locali e del nuovo municipio come elemento della costruzione alternativa.
La democrazia di genere
Occorre anche modificare radicalmente il modo in cui in questi anni abbiamo gestito la discussione sulle questioni di genere. Questa è stata nel corso di questi anno una discussione avulsa dalle condizioni materiali delle donne, sfociando spesso in uno sterile dibattito sulla presenza paritetica dei sessi negli organismi dirigenti del partito, con l’idea che non contano tanto le condizioni materiali di vita, ma soltanto la diversità tra uomo e donna.
L’investimento che il partito deve necessariamente compiere non passa per facili slogan ma per battaglie dure e coerenti in difesa dei diritti e dello stato sociale e questo vale ancora di più al sud e nella nostra provincia, dove a condizioni di lavoro e di vita pesanti, persino strutture quali i consultori pubblici sono di fatto inesistenti, così come i posti negli asili comunali sono pochi e insufficienti.
La contraddizione di genere, che informa le relazioni tra uomini e donne, offre chiavi d'interpretazione fondamentali per capire i problemi della contemporaneità. Il conflitto di genere, se attivato consapevolmente e responsabilmente, modifica alla radice il modo di pensare e agire il cambiamento.
Viviamo in una società, e su un territorio, che non solo non garantiscono il reale funzionamento della democrazia, ma minano con sempre maggiore asprezza il rispetto dei diritti minimi di cittadinanza umana.
Il nostro partito quindi deve ripartire da qui, dalla vita di migliaia e migliaia di donne lavoratrici e immigrate della nostra provincia, poco coinvolte nella partecipazione alla battaglia politica.
La critica radicale al capitalismo non può essere disgiunta a quella del patriarcato e il superamento dell'uno è possibile davvero solo superando anche l'altro: in questo senso va recuperato, anche criticamente, il senso profondo della rivoluzione più lunga e incompiuta, quella femminista, in cui il corpo della donna è diventato protagonista ed ha arricchito in maniera determinante il pensare e l’agire per l’alternativa di società.
Un senso che va rivendicato proprio oggi, in un momento in cui le conquiste delle donne sono pericolosamente aggredite, sul lavoro, per le strade e dentro le case e si estende un clima di oscurantismo che colpisce ogni “diversità” e si da forza con la discesa in campo della Chiesa fianco a fianco con le proposte governative di riapertura delle case chiuse e di criminalizzazione della prostituzione. Il tentativo è di rendere “negoziabile” la laicità dello Stato.
Per arginare e sconfiggere tale offensiva non bastano i dibattiti. Bisogna organizzarsi concretamente, agire il conflitto, difendere la laicità dello Stato e rilanciare sul riconoscimento della libertà di scelta in materia di sessualità, religione, cultura, combattendo l’omofobia e la misoginia, criticando il patriarcato e promuovendo la democrazia di genere, per rendere effettivi i diritti e le scelte libere di tutte e di tutti. E in merito alla legge 194 non basta limitarsi a dire che “non si tocca”. E' necessaria una battaglia territorio per territorio affinché non venga di fatto messa definitivamente a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata, vigilando affinché, nonostante l'obiezione di coscienza, sia possibile scegliere l'interruzione di gravidanza. Va organizzate la battaglia per rendere immediatamente disponibile la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie, provando ad intervenire dal basso per l'inserimento di programmi di educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzati i servizi a tutela della maternità nel quadro di una battaglia contro la precarietà del lavoro.
Va promossa, sostenuta e organizzata una lotta generale intessendo rapporti con movimenti e associazioni per aumentare il numero dei consultori nella nostra provincia e per ottenere maggiori garanzia al loro buon funzionamento, per la realizzazione di più asili nido pubblici per garantire il diritto delle bambine e dei bambini ad un armonico e positivo sviluppo delle proprie capacità, alla migliore formazione cognitiva ed emozionale possibile e per la istituzione, in ogni comune della provincia, di una commissione pari opportunità e per la messa in rete delle esperienze istituzionali di democrazia di genere che via via si compiono nelle diverse realtà.
Il partito dei circoli
Dobbiamo confermare la centralità dei circoli e dei territori nella organizzazione, nella direzione, nella elaborazione della linea politica: non basta il dibattito periodico in federazione, bisogna decentrarlo sui territori, portare la federazione in ogni circolo, perché è nei circoli e nei territori che nascono le vertenze e i conflitti che coinvolgono; e lì che davvero le compagne e i compagni formano il loro essere comunisti. E al tempo stesso favorire il movimento inverso, dei circoli verso la federazione. Dalle esperienze passate possiamo però affermare che il decentramento e l'innovazione hanno funzionato lì dove erano sentiti come necessità dai circoli e dai territori, mentre hanno segnato il passo dove erano vissuti come imposizioni o forzature: i coordinamenti territoriali di circolo in alcuni casi sono stati interpretati come sovrastrutture dirigenziali “sui” circoli e semplice occasione di riconoscimento politico per le figure di coordinamento.
Facendo tesoro delle concrete esperienze, la federazione deve impegnarsi a sostenere i coordinamenti intercircolo zonali e tematici lì dove si svilupperanno in maniera volontaria su questioni territoriali o tematiche, senza irrigidire tali esperienze in formule organizzativistiche permanenti “per forza”.
La stessa conferenza dei segretari di circolo che decide di riunirsi “su iniziativa” senza definire una periodicità precisa, può diventare un momento importante di decentramento e innovazione: ma non è né deve essere l'ennesimo organismo politico. Piuttosto un gruppo di lavoro, un ambito di dibattito aperto, volontario e “produttivo” dal punto di vista politico, che approfondisce i temi, istruisce ricerche, costruisce pezzi di programma, consente lo scambio delle “buone pratiche”, cioè del “saper fare”, aumentando la circolazione della conoscenza e della esperienza pratica.
Non dunque una sovrastruttura che sostituisce un altra, né altre occasioni di riconoscimento politico per singole figure: il suo ruolo come gruppo di lavoro sarà tanto più forte quanto maggiore sarà il grado di partecipazione volontaria, di approfondimento e di produzione (di pezzi di programma, di buone pratiche, di proposte specifiche).
La diffusione del partito
La diffusione territoriale non è solo funzione del lavoro organizzativo, di contatto e di promozione, ma anche della linea politica, del programma e della utilità sociale che si ha in un determinato territorio. I nostri deficit di diffusione sono localizzati tutti nelle aree interne e sul litorale. Dovremmo pensare, nel prossimo comitato politico ad una ricerca e ad un dibattito serrato, anche con iniziative seminariali e pubbliche, sulle problematiche delle aree interne e delle aree costiere, per elaborare elementi di programma e proposte concrete, oltre che una linea politica intelligibile sugli enti locali; e dovremmo costituire un gruppo di lavoro di supporto alla o al responsabile di organizzazione che lavori intensamente e incessantemente alla costruzione e ricostruzione di nostri insediamenti organizzati in queste aree. Non basterà infatti – come peraltro abbiamo fatto in passato anche con discreto successo – incentivare la crescita di nuclei, piccoli circoli a dimensione cittadina, facendo perno sui circoli già esistenti: bisogna avere innanzitutto chiaro programma e linea politica e puntare a costruire centri di gravità o circoli territoriali, che funzionino da incubatori per i nuclei ed i circoli cittadini.
Il primato del partito
Dobbiamo recuperare pienamente lo spirito della conferenza di organizzazione di Carrara. Il rilancio del partito deve significare anche la sua rigenerazione democratica, attraverso una reale centralità dei circoli e dei territori, una vera condizione di parità/equilibrio di genere e di generazione, una chiara funzione dirigente dei normali organismi di partito, una piena trasparenza nella gestione delle risorse e dei livelli organizzativi, una effettiva pratica di rotazione negli incarichi politici e istituzionali, una sincera apertura del partito al suo esterno.
Il primato del partito e del dibattito politico sulla rappresentanza istituzionale non può restare una evocazione ma deve essere praticato attraverso una netta ed inequivocabile separazione tra incarichi di partito e ruoli istituzionali e attraverso una maggiore capacità del partito stesso di intervenire nel merito delle attività istituzionali, evitando cumuli di incarichi e commistioni tra direzione politica e rappresentanza istituzionale, garantendo la libertà del dibattito e dell'autonomia degli eletti, ma anche la coerenza dell'espressione di voto del partito nelle istituzioni.
Le compagne ed i compagni che ci rappresentano nelle istituzioni non hanno e non devono pensare di avere un ruolo privilegiato. Come tutti partecipano al dibattito nei circoli e nella federazione, stabiliscono insieme ai militanti e dirigenti la linea politica generale che viene rappresentata dagli organismi esecutivi e dai segretari ai vari livelli e traducono, questo è il loro ruolo specifico, le indicazioni generali in proposte amministrative e attività istituzionali. Vanno evitate confusioni e sovrapposizioni di ruoli e ribadito il primato della politica e del partito rispetto all'attività istituzionale, a qualunque livello, sempre.
E' necessario inoltre mettere in pratica regole nuove per l'elezione degli organismi dirigenti definendo limiti per l'esercizio degli incarichi di partito e per i ruoli istituzionali, che non devono superare i due mandati, per favorire una circolarità negli incarichi di partito e nei ruoli istituzionali.
Il tema dell'autofinanziamento assume oggi più di prima una centralità politica e non riguarda solo i contributi provenienti dagli eletti, ma le attività dei circoli e della federazione per recuperare risorse, le norme per regolare le campagne elettorali, i meccanismi di sostegno e di solidarietà.
E' necessario darci alcune regole. A partire dal fatto che dovremmo introdurre il principio del tetto massimo di retribuzione per i compensi dei nominati e degli eletti, parametrato sui livelli di retribuzione netta degli impiegati metalmeccanici di 5° livello e che una quota del bilancio dovrà essere, come già previsto nella proposta di nuovo regolamento da oltre un anno avanzata, destinata al finanziamento dei circoli territoriali e degli eventuali costituendi circoli dei luoghi di lavoro e circoli tematici (precari, migranti....). Per continuare, in merito al funzionamento del Comitato Politico, mettendo rigidamente in pratica alcune proposte uscite dalla conferenza provinciale, come quella di stabilire un inizio preciso ed un termine preciso delle riunioni, in maniera da consentire la partecipazione dei compagni che vengono da più lontano, o di organizzare dibattiti tematici su temi generali (sulla situazione internazionale, la pace, il movimento antiglobalizzazione, oppure sulla scuola, sul razzismo, sulla precarietà...) preparati dalla diffusione di documentazione informativa e da iniziative decentrate di discussione propedeutica nei circoli.
E ancora: individuando percorsi di socializzazione delle diverse iniziative dei circoli, attraverso l'auto-monitoraggio e il funzionamento della conferenza permanente dei segretari, promuovendo anche centralmente campagne politiche e legando quelle alle attività di autofinanziamento. Stabilendo anche forme di verifica dell'attività dell'esecutivo e del comitato politico, a partire da quella più semplice della partecipazione alle iniziative a carattere provinciale, regionale e nazionale, considerando ognuna di queste iniziative al pari della convocazione di un comitato politico, determinando così un obbligo di presenza e vigilando affinché sia applicato lo statuto in caso di inadempienza.
Pur tenendo conto dei rischi di “appesantimento" della funzionalità, è necessario rilanciare le proposte di articolazione partecipativa e collegiale del CPF: bisogna assolutamente ridurre la separazione tra livelli esecutivi e livelli politici, tra ciò che decide la segreteria e quel che discute il comitato politico. E bisogna rendere realmente collegiali tutti gli organismi, a partire da quelli esecutivi, contrastando al tendenza all'accentramento decisionale ed operativo.
La Segreteria. Bisogna restituire protagonismo e centralità ai circoli e ai territori. In questo senso sarebbe auspicabile una segreteria che simboleggi la centralità dei circoli e che sia aperta a tutte le sensibilità organizzate e realmente presenti nel partito che contribuiscono alla sua elezione. La segreteria al suo interno deve provare a contenere le responsabilità dei diversi campi di intervento del partito, sebbene non dobbiamo escludere la possibilità che per alcuni settori siano nominati responsabili esterni alla segreteria, eletti nel comitato politico. In alcuni casi è opportuno che a gestire il settore sia un lavoro di gruppo della segreteria stessa, come per esempio nel caso del programma e degli enti locali. In altri casi, invece, è opportuno che la gestione sia tenuta direttamente dal segretario, come, ad esempio, nel caso dei rapporti con i partiti politici oppure definita sulla base delle specifiche competenze, come per esempio nel caso dei rapporti con i movimenti e le associazioni, in coerenza con le sfere di interesse. Al di là di queste eccezioni è necessario affidare a ciascun componente specifici compiti ed un piano di lavoro, con obiettivi, tempi e modalità di verifica, garantendo ampia autonomia di ognuno nel proprio settore, evitando all'interno meccanismi maggioritari e privilegiando la ricerca della sintesi consensuale, ricorrendo al voto solo in casi eccezionali e fissando in ogni caso il principio della maggioranza qualificata per le decisioni non assunte all'unanimità.
I settori di intervento potrebbero essere così articolati: Lavoro e non lavoro, migranti e diritti (iniziative, campagne, rapporti con le organizzazioni sindacali); Formazione e conoscenza, politiche culturali, scuola e università; Organizzazione, ufficio oratori, tesseramento e inchiesta, Internazionalismo, pace e cultura, sinistra europea; Ambiente, territorio e beni comuni (agricoltura, energia, rifiuti, sovranità alimentare, acqua, urbanistica), Politiche sociali e sanità (cooperazione, politiche sociali, politiche della casa, sanità e sport), Circoli e radicamento sociale (promozione, sviluppo e sostegno delle iniziative e del radicamento dei circoli, rapporto con i gruppi dirigenti dei circoli, promozione delle attività dei coordinamenti territoriali, rapporti con la conferenza permanente dei segretari di circolo), Programma (politiche per gli assetti produttivi territoriali, enti locali e nuovo municipio, politiche amministrative, rapporti con amministratori e consiglieri) Informazione e comunicazione (gestione del sito e delle comunicazioni), Cittadinanza umana (diritti delle persone, laicità dello stato, democrazia di genere, di generazione e di classe).
I Dipartimenti: i componenti di segreteria e i componenti del comitato politico chiamati a coordinare un settore devono promuovere l'organizzazione e l'attività di dipartimenti per consentire la più ampia partecipazione alla discussione. Particolare importanza e centralità, anche nella definizione delle risorse, deve avere il dipartimento “formazione”, che assume una funzione finora trascurata ma con tutta evidenza strategica per il futuro del partito, e il dipartimento “circoli” che deve promuovere coordinamenti territoriali e tematici delle strutture di base del partito.
L'Ufficio di Presidenza del Comitato. Questo nuovo inizio necessita di un comitato politico organizzato e funzionalizzato, partecipato e collegiale con un organismo di gestione proprio separato dalla segreteria, in coerenza con il “sistema parlamentare interno”. Per cui si propone di eleggere una/un Presidente – come previsto facoltativamente dallo Statuto - ma anche un ufficio di Presidenza, cioè un organismo di più persone, che abbia il compito di organizzare e gestire il dibattito. Su questo potremmo individuare il criterio della partecipazione paritetica, con l'accordo che se in casi straordinari si dovesse votare (e non dovrebbe succedere mai) il peso del voto dei singoli è ponderato.
La Commissione per l'autofinanziamento. Anche la gestione delle risorse economiche della federazione deve passare dalla trasparenza, già garantita dalla pubblicazione sul sito della prima nota cassa e dei bilanci, alla partecipazione. L'elezione della/del Tesoriere, nei termini previsti peraltro obbligatoriamente dallo Statuto, deve però avvenire nell'ambito della definizione di una commissione del CPF costituita anch'essa in maniera paritetica e che si occupi della gestione economica e dell'organizzazione dell'autofinanziamento
E' necessario, insomma, che il comitato politico sia ben organizzato per funzioni e gestito da un organismo separato dalla segreteria, in coerenza con il “sistema parlamentare interno”, e che la gestione delle risorse economiche della federazione passi dalla trasparenza, già garantita dalla pubblicazione sul sito dei bilanci (dal 2005) e della prima nota cassa e dei resoconti (dal 2007), alla partecipazione.
Un nuovo gruppo dirigente per un partito nuovo
E' necessario, per quanto riguarda la definizione degli organismi dirigenti, l'adozione di criteri diversi da quelli utilizzati finora e basati sostanzialmente sull'appartenenza e sulla fedeltà. C'è bisogno di una innovazione potente, che sgomberi il campo da conservatorismi e opportunismi di maniera. C'è bisogno di una nuova generazione di dirigenti: nuova non tanto e non solo in senso anagrafico, ma anche e sopratutto di percorso politico, che nasca non dal posizionamento, ma dalla volontà e dalla capacità del fare.
Il processo di crescita e di selezione del nuovo quadro dirigente non può che avvenire dentro il concreto sperimentare di forme democratiche di lavoro politico. Per questo motivo è necessario avviare da subito iniziative concrete, a partire dal rilancio, dalla riorganizzazione o dalla costituzione ex novo di organismi politici tematici e territoriali: dal forum delle donne alla conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori, dalla conferenza dei migranti ai giovani comunisti, dai dipartimenti ai coordinamenti territoriali dei circoli. Dobbiamo consentire che “cento fiori fioriscano”: che si costituiscano gli organismi politici tematici previsti ed anche quelli non previsti, che nascano nuovi circoli e che si rilanci il lavoro di quelli esistenti. Non deve essere ostacolata nessuna di queste esperienze. Dobbiamo progettare organismi dirigenti in cui sia affermato il legame tra il fare e il rappresentare e una organizzazione del partito in cui abbiano importanza non gli incarichi richiesti come medaglie decorative e nemmeno i contenitori vuoti, ma le esperienze reali di attività e di lavoro politico.
CONCLUSIONI
C'è da fare: scuola, carovita, razzismo, crisi industriali. Cominciamo subito la campagna d'autunno
Domenica 14 settembre con l'assemblea del Brancaccio a Roma si è aperta ufficialmente la campagna d'autunno del partito della Rifondazione Comunista a livello nazionale e il percorso di questo inizio d'autunno è – come prevedibile – denso di iniziative e di impegni: la grande giornata di mobilitazione di sabato 27 promossa dalla CGIL contro la politica del governo; e, sempre Sabato, a Chiaiano, nel pomeriggio, la manifestazione nazionale contro la discarica. Il 4, 5 e 6 ottobre a Caserta, nella tre giorni contro il razzismo, per la quale dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per la riuscita della iniziativa, ma anche per promuovere i temi della solidarietà di classe tra lavoratori migranti e indigeni.
Poi l'11 ottobre a Roma che sarà la prima manifestazione della sinistra di alternativa dopo il tracollo elettorale, in proveremo a mettere in piazza i contenuti e le forze di un percorso di lotta e di costruzione dell'opposizione al governo Berlusconi. e il 17 ottobre, sempre a Roma, con il sindacalismo di base ....
Questa intensa serie di iniziative è positiva, e bisogna stringere i denti e mettercela tutta. Dobbiamo aderire non solo formalmente, ma contribuendo alla riuscita con tutte le nostre forze.
Tornare in piazza può servire a contrastare sul piano generale e simbolico il vivere individualizzato e atomizzato dei drammi sociali, la vergogna del singolo a non farcela a fine mese, dei debiti, degli sfratti, del non poter comprare i libri ai figli a scuola. Ma naturalmente le iniziative generali non bastano: bisogna costruire sui nostri territori, circolo per circolo, la capacità di fare vertenza e di costruire comunità, affrontando anche le questioni della solidarietà concreta, per non lasciare a se stessi i protagonisti della lotta, anche quando questa non vince, promuovendo casse di resistenza e forme di mutualità e di sostegno alle lotte.
Sappiamo che oggi è il tempo di seminare e non ancora di raccogliere, e che bisogna ricostruire il nostro radicamento sociale senza l'ansia immediata del consenso, che è invece un esito possibile solo nel lungo periodo. E però sentiamo, dentro questa visione lunga, l'urgenza del subito. Anche qui, in questa nostra provincia industrialmente desertificata, piegata alle logiche dei clan camorristici, ferita dalla speculazione edilizia e avvelenata dai rifiuti industriali e urbani, invasa dalla grande distribuzione commerciale, con le aree interne che si spopolano, l'acqua a rischio di privatizzazione e il sistema dei trasporti pubblici in fallimento.
A partire dalle questioni che con più forza in questo momento impattano le condizioni materiali e l'immaginario sociale del proletariato: il caro-vita, organizzando momenti di denuncia, di vertenza, ma anche rivendicazioni e azioni dirette ed autorganizzate di riduzione dei prezzi e i tagli alla scuola pubblica, con l'esplicito disegno del governo di una scuola in cui il sapere sia merce ad appannaggio di chi lo può comprare.
Per alcuni mesi siamo rimasti chiusi in casa nostra, con le porte, le finestre e anche le orecchie chiuse. Per forza di cose abbiamo dovuto discutere del senso stesso della nostra azione dando vita ad un dibattito interno complicato ma necessario, duro ma vero.
Ora è il tempo di ricominciare.
Giosué Bove, Margherita Colella, Maria Emilia Cunti, Antonio Dell'Aquila, Agostino Del Monaco, Antonio Erpice, Francesco Rozza, Giovanni Savino