Sansonetti e le illusioni neo-riformiste
di Giosuè Bove
riflessioni sulla polemica tra Sansonetti e Mantovani a proposito dell'andare oltre.
Per Sansonetti, oltre il comunismo. Per mantovani oltre Sansonetti


Intanto  la modalità "bulgara" di gestione del giornale dell'era Sansonetti, per cui Liberazione non è stato, negli ultimi anni, il giornale di tutto il partito ma esclusivamente il giornale di "una parte", non depone bene dal punto di vista dello stile. Adesso Sansonetti si presenta come colui che rischia di essere discriminato: ma fino a qualche mese fa le parti erano invertite. E per tante e tanti il rischio, nel partito così come nel giornale, si è tradotto in una dolorosa realtà di fatto. D'altra parte Liberazione ha sicuramente perso lettori per la crisi del rapporto tra il nostro partito ed i nostri referenti sociali, ma ha anche perso lettori militanti proprio a causa della irrespirabile faziosità che ha assunto la redazione nel dibattito interno a rifondazione comunista.

In secondo luogo quel che non si capisce è l'afasia di Sansonetti e di Liberazione rispetto alla crisi che sta spezzando tutte le architravi del fondamentalismo neo-liberista. Addormentati nella retorica parolaia del nuovismo e dell'oltrismo i cultori del superamento del marxismo oggi sono smarriti di fronte al decadimento e del ritorno alle origini del capitalismo. Accecati dagli ultimi vent'anni di ideologia continuano a ripetere come dischi incantati la stessa nenia, (non riuscendo a capire neanche il pur timido ragionamento di Bertinotti), e mentre anche i più allergici riprendono gli arnesi della critica dell'economia politica e della dialettica, Sansonetti resta lì a guardare l'ombelico del ceto politico della sinistra. In totale contro tempo - perché la crisi attuale dimostra con l'evidenza dei fatti che il comunismo è necessario, e l'enorme ricchezza rivelata dai governi nel tentativo di salvare le banche, dimostra anche che è possibile – egli accelera sulla proposta politica di superamento di rifondazione e del comunismo. E toglie il velo a quella che è stata l'ambigua e vaga formula del congresso della "costituente che non va oltre", dichiarando il secco e più chiaro "andare oltre".

E poi parla del marxismo come ne parlano alcuni eminenti professori liberali, scambiando fischi per fiaschi. Non credo che si tratti di ignoranza, e dunque è anche peggio. Perché non si può seriamente parlare del marxismo, come se fosse una teoria politica basata sull'economicismo, dimenticando il materialismo storico e la dialettica materialista, la critica della ideologia, della famiglia e del patriarcato, connessi tra loro perché il mondo, pieno di contraddizioni, è però uno solo, e le contraddizioni non sono indipendenti una dall'altra,

O forse si tratta solo di un difetto di vista. Perché – e prendo a prestito le note che Tonino Casolaro ha inviato a "movimentazione" - Sansonetti da buon a-comunista un po' anticomunista considera "comunista" solo quello che la vulgata staliniana ha voluto far credere. Ma il comunismo è stato anche l'opposizione allo stalinismo, la denuncia del terrore, dell'eliminazione di migliaia di comunisti (i bolscevichi di sinistra, i trotskisti, i comunisti polacchi), dell'accordo con la Germania Nazista del 1940, dei gulag, del socialismo in un sol paese, della repressione sanguinosa dei marinai di Krostrand. Il comunismo non è stato solo quello della tradizione positivista: c'è stato il maoismo e la grande rivoluzione culturale ed in Europa Bordiga, Trotsky, Gramsci, Luxemburg, Korsch, per andare a Panzieri e a Fortini; c'è stata la scuola di Francoforte e quella austriaca, e poi gli anarchici spagnoli e i comunisti di sinistra olandesi e ancora in Sud America Guevara ma anche – lo dico senza timori di eresia - pezzi importanti della teologia della liberazione.

Per Sansonetti il comunismo è solo quello amendoliano o cossuttiano (per ripetere le sue stesse parole), che tendeva a legare il partito all'Unione sovietica impedendo ogni condanna esplicita e netta dell'imperialismo russo, oppure al massimo quello della cosiddetta sinistra ingraiana (alla quale Sansonetti dice, ogni tanto, di richiamarsi) che non produsse rotture tali da contribuire realmente alla critica all'Unione Sovietica. Basti ricordare l'articolo dello stesso Ingrao, comparso sull'Unità, giornale da lui diretto all'epoca, che il 6 novembre 1956, due giorni dopo l'entrata dei carri armati russi a Budapest, zittiva il dissenso scrivendo che "una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo".

Sansonetti naturalmente "dimentica" il '68, e le tante e i tanti che uscirono dal Pci per costruire la pluralità rivoluzionaria di quei magnifici anni, fuori dalla subalternità agli interessi della potenza imperiale e del capitalismo di stato dell'URSS di allora, liberi dalle catene imposte nel partito e nel sindacato dalla nuova borghesia manageriale delle cooperative rosse e dalla burocrazia sindacale.

Resta singolare la superficialità del direttore del giornale di rifondazione comunista nell'approccio al marxismo, quando individua nella "esclusività" della contraddizione tra capitale e lavoro il limite del marxismo, mentre – a parer suo - ben altre contraddizioni, a cominciare dal rapporto tra Stato e potere, tra Stato e libertà, tra uguaglianza e libertà andavano sviluppate e portate avanti.

E' evidente che Sansonetti ha una idea non dialettica della società e dei fenomeni sociali, come se vi fossero piani tra loro totalmente indipendenti e non comunicanti. Non è così, e non è vero che marxismo e comunismo sono rimasti inchiodati alla contraddizione "economica". Al contrario il movimento comunista ed il dibattito marxista, in Italia soprattutto quelli esterni al Pci, hanno prodotto una capacità di critica generale: esattamente perché vi sono stati grandi sommovimenti sociali, e dunque protagonismo di massa e tentativi di trasformazione sociale, ma anche perché il marxismo è un pensiero dialettico e critico, che concepisce la molteplicità e la pluralità e però anche le connessioni della realtà; e, infine, perché il rapporto di capitale non è un fatto semplicemente "economico" ma è esattamente un rapporto sociale, con tutti gli annessi e connessi. Ma Sansonetti, allora come oggi, conosceva solo il marxismo della vulgata e fingeva di vedere la società ma in realtà non riusciva a staccare gli occhi da dosso al ceto politico. Una malattia che con il tempo si è aggravata, come la presbiopia.

Esperienze continue e innumerevoli nacquero e si riprodussero sul territorio, grazie ai comunisti che usavano gli arnesi del marxismo e sognavano la rivoluzione: penso per esempio ai comitati di quartiere che sorsero in contrapposizione ai consigli di quartieri, ai comitati di lotta sui mille aspetti della vita di tutti i giorni, all'impegno ambientalista di una generazione di comunisti, a partire dalla critica al nucleare come esempio del limite del rapporto di capitale; e poi psichiatria democratica, magistratura democratica, i proletari in divisa, i centri del proletariato giovanile e poi i centri sociali. E il femminismo, la grande rivoluzione che ha messo in discussione, anche nella politica, le incoerenze e le insufficienza dei comunisti e la loro difficoltà ad affrontare il nodo della differenza di genere: e che però nella sua impostazione rivoluzionaria ha ripreso i termini della critica alla famiglia di Marx.

E quelle esperienze costruirono un senso comune che ancora oggi agita i sonni delle destre del mondo, terrorizzati (e con ragione) dallo spettro del sessantotto. Altro che concezione tolemaica, come dice Sansonetti. Il comunismo non erano i carri armati di Mosca, ma il "ribellarsi è giusto" e il "vogliamo tutto": il comunismo è la rivoluzione copernicana di tutti i rapporti sociali, ivi inclusi quelli tra gli individui, i generi e le generazioni. In Italia quella rivolta è stata vissuta soprattutto fuori dal PCI, ma ha riguardato tutta la vita sociale, cambiando opinioni, luoghi comuni, modi di fare. Ed è stato così proprio perché la critica al rapporto di capitale è di per se la critica ad un intera società, perché il rapporto di capitale non è solo un semplice rapporto di scambio ma la complessità di un rapporto sociale e di un divenire storico e dunque dialettico.

La concezione, quella si tolemaica della subalternità all'economia, alla borghesia produttiva e alla cultura liberale, che era già egemone dentro il PCI ora è tutta, o quasi, dentro il PD. Da questo punto di vista quella sinistra della unità nazionale e della repressione contro i movimenti c'è già, basta tuffarcisi dentro. Quelle si sono le vecchie solfe che mettono al centro sempre e comunque la compatibilità con il sistema capitalistico: solo che se avevano un senso cinquanta anni fa, ora sono semplicemente fantasie, molto più dell'utopia comunista dell'internazionale. Anzi proprio l'assetto attuale sul piano mondiale del rapporto di capitale non consente margini di mediazione e ci costringe tutti all'aut aut. I blateratori del nuovo che vorrebbero tornare al tranquillo tran tran socialdemocratico, naturalmente con un po' di vestiti nuovi, sono quelli davvero "i vecchi" (senza offesa per gli anziani) e rischiano, in una fase nella quale è decisiva la presenza di una autorevole forza comunista rivoluzionaria, di far deragliare sui binari morti di un riformismo impossibile tante compagne e tanti compagni.

Naturalmente che Sansonetti - mi scuserà Tonino se gli rubo anche la battuta finale - voglia concorrere a traguardare rifondazione comunista nella terra promessa del cosiddetto "nuovo", o più precisamente nel "deserto del nulla", libero di farlo. A condizione però che lasci stare il comunismo e che abbia la coerenza di non farlo dalle pagine di un giornale che il comunismo, quel comunismo della libertà e dell'uguaglianza che lui finge di non vedere, vuole rifondare.

Giosué Bove