Sulla questione della “politica delle alleanze” nelle amministrazioni locali:
Nè indifferenti, né subalterni. Né velleitari, né accomodanti.
di Giosuè Bove
E' per me scontato che sia assolutamente sbagliato affrontare questo tema al di fuori di un quadro analitico complessivo in cui i fattori che infine determinano le decisioni sono posti nel loro ordine giusto di priorità. E dunque preciso che queste note sono interne ad un ragionamento generale sulla crisi del capitalismo e sui rischi e sulle opportunità che si aprono in questa fase storica, e ad una riflessione sulla soggettività politica, i suoi limiti e le sue possibilità. Per ragioni di brevità e di chiarezza ho deciso però di intervenire specificamente sulla questione della "politica delle alleanza" nelle amministrazioni locali perché ogni volta che si parla di questo tema mi viene la bocca asciutta: c’è da parte di tutti una attenzione spasmodica alla singola virgola, e spesso guardo spaurito gli occhi indagatori delle compagne e compagni, e i sospetti che frullano nella testa di ognuno di loro (anche nella mia): e comincio subito a pensare di aver detto qualche fregnaccia. Allora, dopo l'ultima non esaltante discussione nel CPF dove si faceva a non sentirci e a non capirci, (sport ormai diffusissimo), pronto a riconoscere i miei errori, sono andato a rivedere quel che è in merito stato detto e scritto nel documento nazionale e nel documento provinciale e cosa ho detto in quel CPF.
Per la verità la vulgata di “Rifondazione per la Sinistra” (volgarmente detta "la seconda" o "i Vendoliani") secondo cui la linea della maggioranza congressuale era quella di uscire "a prescindere" da tutte le giunte locali, è stata abbondantemente e molto chiaramente smentita non solo dallo stesso documento Russo Spena, ma anche successivamente dal segretario eletto da Ferrero e unitariamente dall'intera segreteria nazionale. Nonostante ciò si è continuato a battere il tasto: ricordo in piena estate la campagna "dagli al settario" (naturalmente il settario ero io... incredibile: ad accusarmi erano i due compagni che nei loro territori non hanno mai fatto accordi con il centro sinistra) per un articolo in cui dicevo "è necessario un cambio di passo ... e se non ci dovesse essere, allora non ci faremo travolgere dagli istinti suicidi del centro sinistra": una affermazione alquanto banale, ma bastò per gridare allo scandalo. Stranamente, ho ripetuto la stessa cosa ieri sera e giù a dire che avevo ragione e che avevo cambiato linea.
E' vero però che a sinistra quando si sta male va di moda darsi le botte sulle parti molli (ciascuna e ciascuno decidendo quali): e infatti l’atteggiamento di diversi/e ha avvalorato questa tesi. Così quando ho tentato di spiegare che la valutazione delle opportunità nelle alleanze locali sarebbe stata fatta, come sempre, “sulla base dei concreti risultati politici e della loro coerenza con gli obiettivi generali del partito", un nugolo di sguardi sorpresi e attoniti: "ma come, e il congresso?" "E allora: dite con chiarezza che siete per le alleanze a qualsiasi costo " e via dicendo.
Eppure quella era una citazione del documento Russo Spena. D'altra parte se uno dice che vuole "valutare" e "verificare" vuol dire, al paese mio, che non vuole pregiudizialmente "uscire". Peraltro, attenzione, questo non vuol dire neanche che posizioni tipo “fuori da tutto” non siano politicamente “legittime”: esse spesso hanno un grado di sintonia forte con il sentire comune, ed in ogni caso rappresentano “una proposta di autonomia” e un punto di vista con il quale è necessario fare i conti e convivere, anche come tensione di sinistra dentro il quadro politico di maggioranza. Non è la stessa cosa con le posizioni che sostengono: "dentro sempre, a prescindere", che invece vanno nella direzione della subalternità e non stanno nel quadro della maggioranza uscita dal congresso. Ma questa legittimità della posizione “fuori da tutto” non può significare “l’illegittimità” di posizioni che pongono in maniera meno rigida, meno generale e più legata alle concrete situazioni la questione della verifica e dell'unità del partito sulla base del "massimo comun denominatore". E soprattuto che ritengono "la svolta a sinistra" una svolta di fatti sociali, di risultati da raggiungere terribilmente concreti, e non di enunciaziioni estetiche.
Ma stiamo al testo.
La posizione che è emersa dalla maggioranza nazionale e provinciale che come segretario credo di dover rappresentare – fermo restando le opinioni di ciascuno, anche dentro la segreteria – e di dover portare nel dibattito, lasciando peraltro che sia il CPF sulla base di risoluzioni politiche a definire le conclusioni operative, è ben descritta sia nel documento nazionale che in quello provinciale
Nel documento nazionale, al punto 3 si dice:
“ (…) Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in questa fase. (…)”
E nel documento provinciale, al paragrafo "autocritica e discontinuità negli enti locali" si ribadisce che:
“(…) La svolta a sinistra consiste innanzitutto nella constatazione generale che si è chiusa la fase della collaborazione organica con il PD e la stagione del centro sinistra e che una politica autonoma ed alternativa dal PD è oggi per noi una condizione irrinunciabile. Ciò ha un riflesso anche sulle giunte locali nelle quali la nostra presenza va verificata sulla base dei concreti risultati politici e della loro coerenza con gli obiettivi generali del partito.”
A quella io ho aggiunto nella relazione (prendendolo a prestito da un documento in via di elaborazione per il congresso regionale) alcune specificazioni ulteriori che andavano nella medesima direzione: leggiamo alcuni stralci del pezzo conclusivo della relazione:
"La nostra proposta politico-istituzionale è dunque di rinnovare profondamente i contenuti e la capacità di governo del centrosinistra nel nostro territorio e nella nostra regione. C’è bisogno di una svolta vera, tesa a riqualificare totalmente il senso stesso dell’alleanza, che pure vogliamo riproporre per contrastare la destra e impedire che conquisti, dopo il governo nazionale, anche importanti enti territoriali.
Dobbiamo dunque lavorare ad una alleanza che presenti caratteristiche adeguate all’altezza della sfida di civiltà: non basta un semplice aggiornamento del programma: è indispensabile che l’azione amministrativa degli enti territoriali sia caratterizzata da proposte sociali e ambientali molto avanzate. Non solo. Occorre anche che le modalità di azione e il rapporto concreto con le popolazioni siano costantemente improntati al principio della partecipazione, e che il costume e il modo di essere della macchina amministrativa siano all’insegna di un rigore morale assoluto.
Vogliamo, in sintesi, un nuovo inizio.
Il punto di avvio del nostro ragionamento è il bilancio critico che noi facciamo delle principali esperienze di governo che ci hanno coinvolto. Non è che non si siano fatte cose buone: al contrario. Ma non è questa la contabilità che serve. E’ il quadro complessivo quello che conta.
La questione è, alla fine, piuttosto semplice: le amministrazioni di centro-sinistra hanno sensibilmente modificato la qualità del vivere nelle nostre zone? hanno costruito speranza e fiducia? hanno incoraggiato relazioni positive nella dialettica tra istituzioni e cittadini? Noi riteniamo che l'aspetto del galleggiamento e del barcamenarsi costituisca la nota prevalente; e che, di converso, non si sia operato col necessario coraggio e con la necessaria capacità di innovazione.
Non deve, però, sfuggirci che gli enti territoriali campani sono sotto attacco da parte della destra. Il governo Berlusconi mira a conseguire, non solo alle europee, ma anche nella tornata amministrativa, un consolidamento elettorale in grado di rafforzare i connotati di regime della sua politica, sempre più evidenti, giorno dopo giorno. Umiliare il centrosinistra in Campania è certamente importante, e anzi decisivo, per dare un segno restauratore alla prossima tornata elettorale. Ma proprio perché vediamo con lucidità il pericolo rappresentato dalla destra e dalle vandee sollecitate da ceti tanto privilegiati quanto parassitari, insistiamo sulla necessità di un nuovo inizio.
Quelli che pensano di difendere ciò che è stato finora, paventando semplicemente il peggio che rischia di arrivare, non colpiscono nel segno neanche sul piano tattico della contesa con le destre.
C’è bisogno di uno scarto a sinistra. E’ questo che chiediamo al Partito democratico e agli altri alleati della coalizione.
E, però, come andranno le cose non dipenderà solo dalle parole che spenderemo, e che dovranno essere chiare come l’acqua e pesanti come le pietre. Dovremo dare forza a questa pressione, dovremmo innervare il nostro discorso con la nostra iniziativa politica e sociale.
L’autonomia di rifondazione e la sua capacità di fare società: possono queste essere le leve per riqualificare una alleanza che può evitare lo sfondamento delle destre solo se pensa e realizza veramente un nuovo inizio
Per fare questo c’è bisogno dell’intero partito: basta con le contrapposizioni, le fughe in avanti o indietro a seconda dei punti di vista. Rifondazione Comunista è oggi la nostra casa comune e io penso debba restare tale. Se ho polemizzato con il documento dei compagni dell’associazione per la sinistra l’ho fatto non con l’elmetto della contrapposizione, ma con la preoccupazione di una divisione annunciata e programmata che dissolverebbe ogni possibilità ed ogni nostro ragionamento.
E allora al congresso regionale nessuna contrapposizione, ma al contrario: contributi al dibattito differenti, anche contrapposti, che restituiscano la dimensione collettiva al dibattito per ricostruire una capacità di sentirci e di agire che sia di nuovo il nostro bene comune."