IL Manifesto, Venerdì 7 dicembre 2007Le Ferriere, la Fiat lo stato e i tedeschi
Lo. C.
Fiat sezione Ferriere, poi Teksid (sempre
Fiat), quindi Ilva cioè Iri cioè stato italiano, infine Thyssenkrupp.
13 mila dipendenti all'inizio della corsa, 200 oggi, anzi meno dopo la
mezza strage di ieri notte. Le Ferriere sono una delle fabbriche
storiche di Torino. Nata nel dopoguerra, resta nelle mani degli Agnelli
fino all'82 dopo aver cambiato nome nel '77 in Teksid. Si compone di
tre filiere al momento della crisi dell'industria pesante, all'inizio
degli anni Ottanta, quando l'azienda torinese inizia a scaricare pezzi
di fabbrica sullo stato: il settore inox al 100% entra a far parte
dello stesso gruppo a cui appartiene la Terni; gli acciai comuni al 49%
Fiat e al 51% Iri e infine l'acciaio omogeneo (soprattutto lamiere per
auto) dove la presenza Fiat si riduce al 20%. Nel 1989 si costituisce
l'Ilva, l'azienda pubblica in cui si sarebbero dovuti conferire
soltanto i settori forti della siderurgia italiana, e cioè Torino,
Terni e Taranto. Invece, uno alla volta entrano anche tutti gli altri
stabilimenti, alcuni dei quali poco competitivi. Nel '92 la società
accumula un debito di 10 mila miliardi di lire e siccome l'Ue impedisce
nuove sovvenzioni pubbliche, restano soltanto due possibilità: il
fallimento, oppure la vendita. Il primo passo è lo spezzettamento
dell'Ilva e il secondo la vendita. Taranto finisce in mano di Riva per
una manciata di milioni, Terni e Torino vengono acquistate da un pool
di imprenditori con alcuni italiani come Riva, ma di cui Thyssen e
Krupp detengono la maggioranza del capitale. Infine, i due giganti
tedeschi si unificano nella Thyssenkrupp e acquisiscono l'intero
pacchetto azionario delle fabbriche di Torino e di Terni. «L'unica
garanzia chiesta ai tedeschi - ci racconta Antonio Romano, memoria
storica delle Ferriere, dirigente Fiom oggi in pensione - fu il
mantenimento dell'occupazione per 10 anni, rispettato fino al '94
quando esplose la crisi e fu minacciata la chiusura di Terni».
Il
resto è cronaca: la Thyssenkrupp, che voleva portare la produzione
degli acciai speciali in Germania, fu costretta dalle dure lotte degli
operai umbri e dalle mediazioni del governo e delle istituzioni a
scendere a patti. Patti amari per i torinesi, con l'annuncio della
chiusura delle ex Ferriere. Lo smantellamento degli impianti è andato
avanti per tre anni, il personale più professionalizzato è stato messo
fuori. Il reparto «esploso» ieri avrebbe dovuto chiudere a febbraio del
2008, ma una coda di commesse ha reso «necessaria» un'intensificazione
della produzione tutta a carico degli ultimi operai rimasti, costretti
a una insostenibile intensificazione dei ritmi e a un cumulo di
straordinari, mente venivano meno le condizioni di sicurezza, con le
macchine tirate fino al punto di rottura. Come è successo alle due di
notte di ieri.