[…] Devo assolutamente ricordare e ritrovare la donna dimenticata. Più che dimenticata, dissolta. Una donna che camminava, parlava dormiva. Al pensiero che i suoi occhi erano capaci di guardare, le sue orecchie di udire, la sua pelle di sentire, mi commuovo. Era con i miei occhi, le mie

orecchie, la mia pelle, che quella donna viveva. Guardo le mie mani, le stesse mani, le stesse unghie, lo stesso anello. Io e lei. Io sono lei. La pazza ed io abbiamo iniziato una vita nuova, piena di speranza, una vita che non potrà più essere brutta. Io la proteggerò, lei mi darà la fantasie, la libertà…


[…] Parlare, parlare, parlare, parlare.... questa era l'unica medicina che egli mi concedeva e me ne rimpinzavo. Forse era quella l'arma contro la Cosa: questo fiume, questa massa, questo uragano di parole. Le parole portavano con sé la sfiducia, la paura, l'incomprensione, il rigore, la volontà l'ordine, la legge, la disciplina, ma anche l'affetto, l'amore, la dolcezza, il calore, la libertà. Il vocabolario era un puzzle, con il quale stavo componendo l'immagine nitida di una bambina seduta come si deve a un grande tavolo, le mani sulla tovaglia, di qua e di là del suo piatto, con la schiena dritta che non tocca lo schienale della sedia, sola di fronte a un signore coi baffi che le porge un frutto sorridendo. Le saliere di cristallo col tappo d'argento, il servizio di porcellana di Sèvres, il campanello che pende dal lampadario...Le parole ridavano vita alla scena. Ero di nuovo quella bambina. Quando l'immagine si cancellava e ridiventavo una donna di trent'anni, mi chiedevo il perché di tanta rigidezza, di quelle mani sulla tovaglia, di quello schienale proibito. Perché tanta noia, tanto imbarazzo in presenza di mio padre? Chi mi imponeva tutto questo e perché? Ero là, sul divano, con le palpebre ben chiuse per trattenere più a lungo quella bambina. Ero veramente lei ed ero veramente io. Tutto diventava semplice e comprensibile. Cominciava a delinearsi con chiarezza il potere di mia madre su di me. Per poter trovare me stessa dovevo trovare lei, dovevo immergermi nei misteri della mia famiglia, del mio ambiente. ... Ho cominciato a parlare di mia madre e non ho più smesso fino alla fine dell'analisi. In tutti questi anni non ho fatto che calarmi in lei come in un burro e senza luce. Così sono riuscita a conoscere la donna che lei avrebbe voluto che fossi. Ho dovuto fare, giorno per giorno, la conoscenza dei suoi sforzi per fabbricare una persona perfetta secondo i suoi criteri. Ho dovuto misurare con quale forza di volontà piegava il mio corpo e il mio pensiero per costringerli a imboccare la strada che lei aveva scelto per me. E' tra la donna che lei avrebbe voluto generare e me che la Cosa si è insediata. Mia madre mi aveva fuorviata e il suo lavoro era stato così perfetto, così profondo, che non ne ero conscia, non me ne rendevo più conto…


[…] Uscivo nel sole micidiale, nell'aria densa come la marmellata. Passavo dalla finestra, richiudevo le persiane dietro di me, e partivo verso i vigneti. Mi inginocchiavo e grattavo la terra. Grattavo fino a farmi male, mi sembrava che le unghie si staccassero dalla pelle. Cercavo sassolini diversi dagli altri. Me ne riempivo le tasche. Magari c'erano diamanti tra quei sassi, smeraldi rubini. Che bella sorpresa le avrei fatto! Il suo volto si sarebbe disteso. Lei mi avrebbe baciata, mi avrebbe amata. L'interno di certi fiori mi attirava in particolar modo...Non poteva trattarsi che di scrigni favolosi che custodivano fantastiche gemme. Facevo fiori a pezzi e non vi trovavo nulla. Più tardi, in serata, vedendo i fiori distrutti, lei mi diceva con voce dura: "Tu non ami i fiori, io sì. Non li devi rovinare." Davanti al mucchietto di sassi che estraevo dalle mie tasche, col respiro corto e il cuore che mi batteva dalla gioia all'idea delle meraviglie che certamente vi si nascondevano e che avrebbero illuminato la sua vita, lei diceva soltanto: "Non voglio vedere quelle porcherie per casa."…


[…] Lei non si interessava molto ai miei voti. O meglio guardava solo quelli brutti. Faceva scorrere il dito lungo la colonna dei numeri e si fermava davanti a quelli inferiori al dieci.... "Hai un sei!" "E' in economia domestica." "Ma è importante l'economia domestica! Devi essere in grado di rifarti gli orli e cucirti i bottoni da te. Mi chiedo proprio che cosa faremo di te. Sei una sciattona."

Una sciattona! Somigliava a cogliona, pasticciona, farfugliona, pidocchiona. Era qualcosa di sporco, di fermentato, di viscido. Non c'entrava niente con l'immagine che avevo di mia madre e alla quale desideravo tanto assomigliare…


[…] Durante i primi anni dell'analisi, mi comportavo sempre allo stesso modo: sciorinavo un poco della mia paura e, subito, la compensavo con le risate, la felicità, un pizzico di nostalgia. Avevo cominciato a parlare di mia madre, delle difficoltà che avevo incontrato per farmi volere bene da lei nel corso della mia infanzia. Tiravo fuori ricordi un po' tristi, poi di nuovo snocciolavo il solito rosario di attenzioni, di sguardi, di gesti che aveva avuto nei miei confronti, di momenti passati insieme con lei in relativa armonia... Inconsciamente per proteggere me stessa, per non sentirmi un pezzo di carne sanguinolenta sul banco del macellaio, fuggivo la vera causa...Mi ci sono voluti almeno quattro anni di analisi per scoprire che ogni volta che cambiavo argomento o che tacevo, non era perché non avevo più nulla da dire, ma perché mi trovavo davanti a un ostacolo che avevo paura di saltare. Non tanto per lo sforzo che richiedeva quanto per quello che si nascondeva dietro.


[…] Il pensiero non si affaccia spontaneamente alla porta del nascosto. Non basta voler penetrare nell'inconscio perché la mente venga dietro. Il pensiero temporeggia, va avanti poi indietro, esita, sta in agguato ma poi quando viene il momento giusto, si ferma davanti alla porta come un cane da punta, rimane paralizzato. Poi, è il padrone che deve far alzare la selvaggina. Ora che avevo fatto piazza pulita di tutti i festoni che mi ero tanto compiaciuta di far rivivere, mi rendevo conto che evitavo ancora il nocciolo del problema... Finché un bel giorno, pur continuando a sciorinare ricordi appassiti, imboccai una strada ancora indefinita ma ugualmente importante...
[…] La bambina venne a raggiungermi nel vicolo. Si sdraiò con me, dentro di me. Lo studio del dottore è la mia camera da ragazza...

 
[…] Quando andiamo a fare il bagno nel bacino di irrigazione, il figlio di Kadar si diverte a trastullarsi il pisellino finché non diventa rigido come un dito. Dopodiché passeggia con la pancia all'infuori, orgogliosamente preceduto dal suo periscopio. Gli altri lo prendono in giro. Io invece lo invidio. Mi piacerebbe proprio avere un coso simile tra le gambe invece di questo frutto liscio che mi ritrovo. Se avessi il pisello andrei in giro nuda e lo infilerei dentro una grossa rosa gialla oppure tra le chiappe rotonde di Henriette la cuoca, quando si china per guardare dentro il forno. Vlam! Al solo pensiero, mi sento un caldo tra le reni!


[…] Mi sentivo colpevole e indegna di mia madre, della casa, della mia famiglia, di Gesù, della Madonna, di tutto..Promettevo a Gesù di non farlo mai più e poiché non riuscivo a mantenere la promessa, mi sentivo ogni volta più colpevole... 
[…] Scoprivo che mi ero preferita anormale e malata piuttosto che normale e sana. Di conseguenza mi accorgevo che in qualche modo ero io la causa della mia malattia, che ne ero in parte responsabile. Perché?
[…] Con quale piacere retrospettivo ho pensato ai miei bei ditalini di una volta! Con quale emozione ho incontrato la bambina piena di linfa che si masturbava e ne traeva piacere...Quella bambina mi rassicurava: esistevo dunque, non ero totalmente in balia degli altri, ero capace di ingannarli, di prenderli in giro, di raggirarli, di costruirmi difese. Che cosa stupenda! Quella era la strada che bisognava ritrovare! Ormai ero certa che esisteva...

 

[…] Mi ricordava i fagiani reali che tenevamo in gabbia nel nostro giardino. Passeggiavano su e giù, ieratici, con passi rigidi e misurati, con il loro berretto dorato, le loro penne dai riflessi verdi e il loro lungo strascico color oro e di bronzo. Avrei voluto toccarli, ma che beccata se ci si avvicinava troppo! Non erano fatti per vivere in cattività, forse per questo erano così aggressivi. Anche mia madre era in cattività? Macché, lei faceva tutto quello che voleva, andava dove le pareva e piaceva, conosceva tutte le regole e non rischiava di perdersi. E se per me queste regole assomigliavano a sbarre, in realtà non lo erano, al contrario. Lei mi diceva spesso: "Se non mi dai ascolto non ce la farai mai". Voleva dire che lei ce la faceva…


[…] Vorrei parlarti di tuo padre. Voglio che tu sappia come sei nata. Penso che ti aiuterà a capire meglio questa conversazione e ti eviterà di commettere gli errori che ho commesso io.... Dopotutto è tuo padre, non voglio parlare male di lui davanti a te...ma se ti dico queste cose è solo per aiutarti, voglio che ti metta bene in testa che abbandonando la propria classe si va alla rovina. Non ci si può sposare con il primo venuto...

[…] Cosa credi che con quello che mi passa tuo padre possa comprarti questo o quello?" Odiavo tanto sentire quella frase che non osavo mai chiedere nulla.

"Voglio che tu stia a sentire. Ho bisogno di testimoni per chiedere al giudice un aumento degli alimenti. Qualcuno gli deve pur dire quale calvario è la mia vita. Saprai bene quali sacrifici faccio, da sola." Mi teneva vicino al telefono, faceva il numero e subito sentivo la voce di mio padre deformata dall'apparecchio[…] Discutevano a lungo aspramente. Tutto il rancore veniva a galla […] Lui si indignava e diceva che all'epoca del matrimonio era perfettamente guarito, che si trattava di una semplice ferita di guerra, che non era colpa sua se la malattia era tornata senza che lui se ne accorgesse. Lei piangeva e diceva che sua figlia era morta. Lui abbassava la voce e diceva che l'amava e proprio perché l'amava non aveva osato dirle che era malato. Era pentito, aveva perso tutto, la figlia maggiore, la moglie, me, tutto...

[…] "Insomma per una serie di motivi la vita con tuo padre mi era diventata intollerabile. Dopo la morte di tua sorella tuo padre mi faceva orrore. Non mi aveva detto che era tisico. Non lo sapevo. Se l'avessi saputo avrei potuto fare qualcosa. E' stato lui a ucciderla. Mi ha sposato per entrare nel nostro ambiente..."

[…] Fissava il fuoco con una tale intensità, una tale ferocia che si sarebbero potute tracciare due linee rette che andavano direttamente dalla sue pupille alle fiamme. Due sottili spade per trafiggere mio padre. Mi batteva il cuore, la testa mi martellava, ero terrorizzata. Il mio amore per lei era minacciato perché non ero all'altezza del suo dolore. Che cosa potevo fare? Come potevo toglierle quel peso? Come potevo cambiare quel terribile sguardo? Andai vicino alla sua poltrona, mi chinai verso di lei. "Mamma non voglio che tu ti faccia del male". Il suo sguardo non cambiò, nemmeno quando disse piano: "Ah!, non puoi sapere, era una bambina straordinaria."

[…] "Avrei dovuto lasciare tuo padre dopo la morte della mia bambina ma non ne ho avuto il coraggio...Era un tale scandalo! Non osavo farlo ero troppo giovane..."

[…] Eravamo per strada; una strada centrale piena di gente, di rumori. Ma camminavo a testa bassa mentre lei parlava, e vedevo soltanto il marciapiede coperto di immondizie: polvere, sputi, vecchie cicche, piscia e cacche di cani... Là, in quella strada, con poche frasi, mia madre mi ha cavato gli occhi, mi ha rotto i timpani, mi ha scuoiata, mi ha tagliato le mani, mi ha rotto le ginocchia, mi ha torturato il ventre, mi ha mutilato il sesso. Oggi so per certo che non era conscia del male che mi stava facendo e non la odio più. Mi riversava addosso la sua pazzia, le servivo da capro espiatorio.

[…] "Incinta in pieno divorzio! Capisci cosa significa? Volevo separarmi da un uomo dal quale aspettavo un figlio!...Non ti puoi rendere conto... Per poter divorziare, bisogna essere giunte a un punto tale che la sola presenza del marito diventa intollerabile...Ah!, sei troppo piccola, non puoi capire quello che ti sto dicendo...Ma bisogna pure che te lo dica, bisogna che tu sappia quale scotto si può pagare per una stupidaggine, per pochi secondi... Esistono cattive donne e cattivi medici che possono uccidere i bambini nella pancia della madre. E' un peccato mostruoso che la chiesa punisce con l'inferno e la Francia con la galera. E' uno dei peccati più gravi che un essere umano possa commettere. "Ma può anche capitare di perdere naturalmente un bambino, senza dover ricorre ad uno di quei medici o a una di quelle donne cattive. Può bastare uno shock, o una malattia, oppure una determinata medicina o un particolare cibo, a volte un semplice spavento. In quei casi non è più peccato, è un incidente e basta...Ma non succede mica così facilmente...Ebbene bambina mia, sono andata a riprendere la mia vecchia bicicletta che arrugginiva in rimessa da chissà quanti anni e ho pedalato per i campi, nella terra arata, ovunque. Niente. Sono stata a cavallo per ore e ore: ostacoli, trotto...Niente. Andavo a giocare a tennis in pieno sole, di primo pomeriggio. Niente. Ho ingoiato interi tubetti di chinino e di aspirina. Niente. Ascoltami bene, quando un bambino è ben attaccato non c'è nulla che lo spossa staccare...Poi sei nata tu, perché era di te che si trattava. Certamente il Signore ha voluto punirmi per aver cercato di aiutare un po' la Natura, e ti ha fatto nascere di faccia, con il viso davanti invece del cranio... Ho patito le pene dell'inferno, mille volte peggio che per tuo fratello o tua sorella."

 
[…] Fino a quel momento la mia vita era stata un insieme di sforzi per avvicinarmi a lei, per incrociare il suo cammino...E invece ora che l'avevo incontrata, non vedevo l'ora di allontanarmi da lei....
[…] L'odio non sbocciò immediatamente. mi trovavo in un deserto senza confini, arido, piatto, monotono, disperato, sempre uguale. Durante gli anni dell'adolescenza percorsi questo deserto, su e giù, e come un bue con un pesante aratro, vi trainavo il bene che volevo a mia madre, ridicolo e inutile aratro. .. Divenni una donna e aspettai il mio primo figlio. Quando vidi che cosa significava avere una creatura nel ventre, di quattro mesi, cinque mesi, sei mesi ecc..., mi misi a odiare mia madre, quella misera carogna!...
[…] Sentii nel ventre, a destra, un contatto quasi impercettibile...alcuni giorni dopo, di nuovo questo sfioramento, questa leggerissima carezza: un dito leggero sul velluto. Mio figlio si muoveva! Larva, girino, pesce degli abissi. Vita primitiva, cieca e incerta....infermo, impotente, orribile. Il mio
bambino!...Si stava muovendo, io e lui facevamo conoscenza...Sapevo dov'era, le posizioni che assumeva via via che passavano le settimane...
[…] Anche mia madre aveva saputo dove mi trovavo e in quali posizioni mi mettevo. Doveva saperlo per forza perché aveva studiato medicina. Ma ogni mio movimento significava una sola cosa per lei: non era ancora riuscita ad uccidermi! Quel feto le dava noia! E' una faccenda lunga la gravidanza, ce ne vogliono di mesi, di settimane, di giorni, di minuti. Hai tutto il tempo per conoscerla, questa creatura che vive dentro di te pur essendo altro da te. Si può immaginare intimità più stretta?
 
[…] Saltava sulla sua bicicletta, e via nei campi di erbacce, tra le immondizie. Sei ben sballottata là dentro bambina mia? Sta' a vedere, pesciolino mio, come ti romperò la schiena. Ma cosa aspetti a smammare, a toglierti dai piedi?...Saltava in groppa al suo ronzino e oplà! Li senti bene i colpi nel tuo corpicino schifoso? Tesoruccio bello! ...Pussa via, bestiaccia, via! Ti muovi ancora? Ci penso io a calmarti. Chinino, aspirina. Coccola, cocca mia, cuccioletta, bevi carina, bevi il buon veleno..A morte, a morte!...E poi alla fine, impotente, rassegnata, vinta, delusa, mi aveva mollata viva al mondo, come si molla uno stronzo...


[…] Quello che ho chiamato la carognata di mia madre non è il fatto che abbia voluto abortire.. La carognata l'ha fatta perché non è riuscita a andare fino in fondo, perché non ha abortito quando doveva farlo. In seguito ha continuato a proiettare il suo odio su di me e infine mi ha confessato il suo squallido crimine, i suoi poveri tentativi di omicidio. La prima volta le era andata buca, ci riprovava quattordici anni dopo, in tutta sicurezza, questa volta non rischiava di lasciarci la pelle. Eppure...senza la sua confessione, forse non sarei mai riuscita a risalire fino al suo ventre; fino a quel feto odiato, braccato, nonostante lo ritrovassi inconsciamente, ogni volta che mi raggomitolavo tra il bidet e la vasca nel buio della stanza da bagno....


[…] La mia analisi era ormai cominciata da un bel po'. Da molto tempo, tre volte alla settimana, venivo a consegnare al piccolo dottore le pesanti borse della mia vita. Lo studio ne era pieno. Mi sdraiavo sul divano, in mezzo a quel mucchio e parlavo... Capivo benissimo, senza che lui me lo dovesse spiegare, che nascondevo determinate immagini perché inconsciamente temevo che mi facessero ancora più male venendo allo scoperto, mentre l'unica soluzione era quella di aprire le piaghe e pulirle a fondo, per riuscire a eliminare il dolore. Fino a quel giorno, quando presi il coraggio a due mani per parlargli finalmente dell'allucinazione...


[…] Mi rendevo conto che ancora a trent'anni e passa, avevo paura di non piacere a mia madre. Allo stesso tempo mi rendevo conto che la botta tremenda che mi aveva dato raccontandomi del suo aborto mancato mi aveva procurato un profondo disgusto di me stessa: non potevo essere amata, non potevo piacere, non potevo che essere respinta. Per questo ogni separazione, ogni contrattempo erano vissuti come altrettanti abbandoni. Bastava che perdessi la metropolitana per sentire la Cosa agitarsi dentro di me. Ero una fallita e quindi era logico che fallissi in tutto.

[…] Cercavo di capire, senza nessun risultato, perché avevo cancellato le scritte "proibito da mia madre", "abbandonata da mia madre" e le avevo sostituite con "colpevole", "pazza". Ero pazza, questa era l'unica spiegazione che io potessi dare.
 
[…] "Tubo, che cosa le fa venire in mente?" Queste parole mi diedero fastidio. Sapevo dove andava a parare...se fosse stato così semplice ci sarei arrivata da sola. M'è venuta la voglia di alzarmi e di tagliare la corda. Mi esasperava quel piccolo burattino muto, con la sua calma e la sua impassibilità da iniziati. "Lei mi ricorda i preti. E' uguale a loro. Lei è il gran sacerdote della religione del cazzo. E' sempre lo stesso ritornello con voialtri. Mi fa schifo. Lei è uno schifoso maniaco che passa le sue giornate ad ascoltare le porcherie degli altri. Ma lei è il vero responsabile di quelle porcherie. Lei mi fa schifo. Perché ha scelto proprio la parola tubo? Non crederà mica che mi faccia pensare a rose e fiori?”
"Deve dirmi, senza rifletterci sopra, che cosa le fa venire in mente la parola tubo"...
"Tubo, mi fa pensare a un tubo. Un tubo è un tubo... Tubo mi fa pensare a tubetto...a tunnel...tunnel mi fa pensare al treno...da bambina viaggiavo spesso....


[…] Scoprivo la mia salute, il mio corpo, il potere di comandarlo, il privilegio di muovermi liberamente. Ne provavo una gioia immensa...
[…] Ero sempre stata oppressa e tormentata. L'occhio di mia madre, che confondevo con l'occhio di Dio era sempre lì a guardarmi e a valutare ogni mio gesto, ogni mio pensiero, senza lasciarsi sfuggire niente. "Padre ho peccato, con il pensiero, le parole, con le azioni e con...le omissioni". Quello era il guaio peggiore: potevo peccare senza nemmeno accorgermene. I peccati erano come i microbi: ce n'era dappertutto, ma non si vedevano e potevano saltarmi addosso in qualsiasi momento.Dopo la paura di peccare erano venuti i complessi di colpa, e infine la Cosa. Ero sempre vissuta nell'ossessione di essere braccata, spiata, colpevole...


[…] Poi la Cosa si rifece viva, sorniona, con piccole vampate di paura. Fino a quando una notte non mi saltò improvvisamente addosso, mi scosse come un ulivo, sconvolse il mio cervello...Finita la spensieratezza! Ero un manichino, un burattino, un robot, una bambola. A che cosa serviva la mia salute? Il mio corpo? A niente.

[…] Andavo nel vicolo e insultavo il piccolo dottore. Gli sbattevo in faccia tutto quello che avevo sentito dire sulla psicanalisi: che rende le persone ancora più matte, che le trasforma in maniaci sessuali, che distrugge la personalità... Soffrivo all'idea di essermi tanto aperta a lui, di avergli dato tanta fiducia, di averlo amato tanto. Era un pulcinella nelle mani di Freud!...lui era il sacerdote della psicanalisi, questa religione osannata da una élite intellettuale, boriosa, proterva e malintenzionata. Proprio così, malintenzionata, brutta scimmia!...Razza di prete spretato!....


[…] Non avevo più il minimo controllo di me stessa. Ero nessuno. Non avevo più desideri, volontà, gusti o disgusti. Ero stata completamente plasmata per rassomigliare a un modello che io non avevo scelto e che non faceva per me. Giorno dopo giorno, fin dalla mia nascita, ero stata costruita: nei gesti, negli atteggiamenti, nelle parole. Avevano represso i miei bisogni, le mie voglie, i miei slanci, li avevano soffocati, truccati, travestiti, imprigionati. Dopo avermi tolto il cervello, dopo aver svuotato il mio cranio di me stessa, lo avevano imbottito di idee che non avevano nulla a che fare con me. Quando hanno accertato che l'innesto era riuscito, che non avevo più bisogno di nessun aiuto per reprimere le onde che venivano dal profondo del mio essere, mi hanno lasciata vivere liberamente...


[…] Ora so che la mente percepisce tutto, classifica tutto, mette via tutto e conserva tutto. Quando dico tutto intendo dire: anche quello che crediamo di non aver sentito, visto o udito, anche quello che crediamo di non aver capito, anche i pensieri degli altri. Ogni singolo avvenimento, per quanto banale possa essere, viene catalogato, etichettato, chiuso nell'oblìo, ma la nostra coscienza ce lo indicherà più volte con segnali spesso impercettibili: un accenno di odore, una scintilla di colore, un lampo di luce, un frammento di sensazione, una briciola di parola. Addirittura un fruscìo, un'eco. E a volte ancora meno: un attimo di vuoto. Basta stare attenti a questi segnali. ognuno apre un sentiero in fondo al quale c'è una porta chiusa a chiave dietro la quale preme il ricordo intatto…


[…] L'angoscia nasceva dal fatto che sapevo di non poter fare marcia indietro.... Non potevo dimenticare una porta che non si apriva perché dietro c'era la medicina giusta per tranquillizzare e curare la mia mente malata. E se non ce la farò? Se tutto ciò fosse solo suggestione? Se fossi in balia di un ciarlatano? Perché non riprendere i buoni farmaci che mi facevano dormire? Perché non lasciar perdere tutto? La resistenza della nostra mente ad aprire queste porte è straordinaria. La mia rivelò una forza fantastica.

 
[…] "I comunisti sono al potere! L'ha annunciato la radio." I comunisti? Che cosa vuol dire? Ma perché mia madre è tanto spaventata? Il panico invase la casa. In ventiquattr'ore i bauli erano chiusi, lo chalet pure, si rientrava in Algeria, di corsa....

[…] Operai! Comunisti! Dal tono della sua voce sembrava che fossero la stessa cosa. Non ci capivo niente. I comunisti erano pericolosissimi eppure mia madre diceva sempre: "Devi essere educata con gli operai che non hanno nulla da mangiare, nemmeno un giocattolo per giocare... "Che cosa

vogliono?" "Vogliono i nostri soldi, le nostre case, i nostri vestiti." "Perché?" "Perché ci odiano". "Non siamo stati abbastanza educati con loro'?" […] Per me il tema del comunismo era un tema equivoco e non cercavo troppo di capirlo. Mi avevano sempre insegnato che ci si deve amare l'un altro, dividere tutto con i poveri ecc. Ma quando i poveri chiedono senza mendicare, non si doveva dare loro niente. Perché? Mistero.


[…] Quella bambina che stava lentamente resuscitando sul divano del dottore era diversa dalla bambina che ricordavo durante la malattia. Una era ubbidiente, imbottita di amore per la madre, in continuo agguato dei propri difetti e delle proprie manchevolezze, pronta a respingerli, correggerli, una bambina senza uno sguardo proprio, che si lasciava guidare in qualsiasi circostanza. L'altra al contrario aveva gli occhi, e che occhi! Occhi che vedevano chiaramente e duramente la vera natura della madre. La vedevano quando costringeva la bambina a mangiare il proprio vomito […] quando si esibiva davanti a lei...come davanti a un pubblico che era certa di conquistare. Quegli occhi erano sensibili alla Cosa, sconvolti dalla Cosa, quegli occhi avevano percepito la presenza della Cosa nella madre...

[…] Io ero un essere prepotente e straziato, per niente disposto ad incanalarmi su una strada qualunque. Che cosa può fare una bambina, anche se prepotente, di fronte a un'adulta tirannica, affascinante, segretamente pazza, che oltretutto è sua madre? Può soltanto nascondere le sue ali di falco e trasformarsi in colomba per proteggere se stessa...

[…] Credevo di essere sottomessa e invece ero una ribelle. Lo ero da sempre. Esistevo!


[…] Capivo perché il mio ammaestramento era stato tanto crudele e tanto intensivo. C'era in me una indipendenza, un orgoglio, una curiosità, un senso della giustizia e del piacere che non c'entravano niente con la parte che società e famiglia mi avevano assegnato. Avevano dovuto picchiare a lungo e sodo per riuscire a soffocare tutto questo, o almeno per lasciarne apparire soltanto una quantità ammissibile. Il lavoro era riuscito.


[…] Ora che conoscevo alcuni miei difetti, ero in grado di avvicinarmi a lei come mai prima […] non avevo più paura che mi ferisse, i miei difetti mi servivano da corazza. La vedevo agitarsi fra i suoi tormenti[…] Me l'immaginavo a ventotto anni, quando nacqui, così giovane, con i capelli rosso chiaro, gli occhi verdi, le belle mani, la passione che aveva dentro, il suo bisogno di amore così grande, vasto e splendido come il cielo, le suo doti, il talento, il fascino, l'intelligenza, e quell'embrione maledetto che la gonfiava, la riportava alla realtà odiosa: lei, giovane e bella com'era, aveva sprecato la sua vita, buttato via i suoi tesori. La sua religione era ferrea: in caso di divorzio, mai più l'amore di un uomo, mai più le sue braccia attorno a sé, mai più una pelle tiepida contro la sua; mai più una bocca fresca per estinguere il fuoco che la divorava. Mai più! Aveva troppa coscienza di classe per poter guadagnarsi da vivere e aprire la sua mente oltre i limiti assegnati alle donne. Avrebbe potuto essere un chirurgo geniale, un ottimo architetto...Vietato! L'unica cosa che le restava era questa seconda figlia, questa figlia tanto diversa dall'altra, la prima, la stupenda, quella che era morta, e quindi doveva farne per forza qualcosa di eccezionale.

[…] Quante volte durante la mia infanzia mi aveva teso la mano per convincermi a fare quello che voleva. Ogni volta avevo respinto quella mano, anche se sapevo che mi avrebbe guidata fino alle rive del suo amore. Volevo amarla, ma a modo mio...


[…] Avevo vinto resistenza così forti che non temevo più di ritrovarmi faccia a faccia con me stessa. Le angosce erano completamente sparite: mi capitava di avere i sintomi fisici dell'angoscia ma la paura non si faceva più viva. Quei sintomi mi servivano a scoprire nuove chiavi: mi batte il cuore: perché? da quando? che cosa è successo in quel momento? qual'è stata la parola che mi ha colpita, il colore, l'ambiente, l'odore, l'idea, il rumore? Ridiventavo calma e portavo quell'attimo al dottore perché lo analizzasse quando non ero capace di farlo da sola.


[…] Cercavo la distensione, la pace, la libertà. Venivo nel vicolo per guarire completamente. Lasciavo che venissero le immagini, le idee, che sfilassero l'una con l'altra e cercavo di esprimerle senza nessun ordine, senza scegliere quelle più lusinghiere, o più intelligenti, o più carine, o più spiritose, invece di quelle mediocri, basse, brutte, stupide.


[…] Da qualche tempo piangevo per un nonnulla, senza sapere bene il perché, anzi pensavo spesso che quelle lacrime erano esagerate […] D'altro canto ritrovavo con grande piacere quelle lacrime delle quali ero stata privata a lungo. Il loro tepore era per me un grande beneficio. Mi erano necessarie, così come lo sono tutti i liquidi caldi di cui il corpo ha bisogno per calmare la sofferenza o il desiderio...


[…] Chi aveva conosciuto la pazza l'aveva completamente dimenticata...Solo io e il dottore sapevamo che esisteva ancora in un angolo della mia testa.

A volte si agitava in modo incomprensibili, mi faceva affossare la testa nelle spalle, stringere i pugni, mentre un sudore nauseabondo compariva sotto le mie ascelle. Ma cosa le prendeva? Che cosa la svegliava ancora?...


[…] La mia violenza mi faceva degli scherzi e mi coinvolgeva in veri spettacoli da rodeo. La sentivo inarcarsi tra le reni e le cosce, e trascinarmi in cavalcate furibonde. Non appena sentivo che la gola cominciava a farmi male pensavo: "Eccola, non devi reprimerla e metterti a piangere. No, devi lasciarla passare, e controllarla". Quella figlia di puttana era pericolosa, poteva portarmi all'omicidio, alla distruzione, volevo vedere il sangue, volevo che scoppiasse tutto. Sentivo che diventavo livida, volevo scazzottare, strozzare, sventrare...


[…] Traevo un tale beneficio dallo studio sistematico dei miei sogni che mi chiedevo per quale aberrazione la medicina badava così poco a un'attività umana tanto importante. Perché fanno al paziente mille domande sul modo in cui si nutre, cammina, respira, e non gli chiedono mai se sogna e cosa sogna? Come se sette o otto ore della vita quotidiana della gente non contassero niente. Come se il sonno fosse il non essere...


[…] Non ci avevo mai pensato, non mi rendevo conto che ogni scambio di parole fosse un fatto prezioso, rappresentasse una scelta...Le parole potevano essere veicoli inoffensivi oppure macchine variopinte da autoscontro che si urtavano nella vita quotidiana provocando scintille che non ferivano. Potevano essere particelle vibratili che animavano costantemente l’esistenza oppure cellule che si fagocitano, globuli che si coalizzano per ingoiare avidamente i microbi e respingere invasioni estranee. Potevano essere ferite o cicatrici di ferite, potevano somigliare a un dente marcio in un sorriso di gioia. Potevano essere giganti, rocce ancorate solidamente alla terra, grazie alle quali si possono attraversare torrenti in piena. Le parole infine potevano essere mostri, SS dell’inconscio che rinchiudono i pensieri dei vivi dentro le prigioni dell’oblìo. Ogni parola che faticavo a pronunciare nascondeva in realtà un territorio nel quale rifiutavo di entrare...

[…] C’era tutta una parte del mio corpo che non avevo mai accettato, che in qualche modo non mi era mai appartenuta. Tutto quello che era collocato tra le mie gambe poteva essere indicato soltanto con parole vergognose e non era mai stato l’oggetto del mio pensiero cosciente, Nessuna parola conteneva il mio ano…

[…] Io ero una regina rossa in un castello di carte. Bastava che dicessi la parola “merda”, che pensassi senza vergogna e senza disgusto a quello che rappresentava, perché il castello crollasse…

[…] Ho capito che tutto è importante, anche gli escrementi e anche il castello di carte nel quale vivevo da tempo imprigionata. Mi si strinse il cuore quando scopersi che in quelle celle c’era anche mia madre. Provai molta pena per lei, e al tempo stesso ebbi la certezza che fosse troppo tardi, che non c’era niente che io potessi fare per tirarla fuori…


[…] Non parlavo mai dell’analisi perché mi rendevo conto che quell’argomento infastidiva la gente: “Sono tutte balle. I pazzi si mandano in manicomio. Per il resto sono balle da donnette, froci o squilibrati.” “…Non me ne parlare, mi ci sono voluti cinque anni per rimettermi in sesto”

[…] Scoprivo che avevano visto un medico per due mesi, sei mesi o anche due anni. Qualcuno al quale avevano raccontato la loro vita, che li aveva ascoltati, dato dei consigli e infine gli aveva prescritto un tranquillante nuovo. Insomma o non avevano fatto una vera analisi o l’avevano abbandonata nel momento in cui diventava difficile, nel momento in cui non succedeva più nulla, per settimane o mesi. Quando dopo aver raccontato le cose note, si erano ritrovati di fronte all’ignoto, quel muro levigato che nasconde l’orizzonte, quel deserto infinito apparentemente senza uscite, avevano lasciato perdere[…] Compresi che la gente attorno a me viveva in un castello di carte ma che la maggior parte non se ne rendeva conto. Tutti fratelli. E io che mi credevo sola, anormale, mostruosa. […] Se non avessi avuto la fortuna di essere completamente sopraffatta dalla malattia, forse non avrei trovato la forza di andare fino in fondo nello scontro con me stessa. Mi sentii una privilegiata…


[…] “Puttanella, piccola porca ora te lo metto dentro.” La paura mi rendeva veloce come una freccia. Tre lunghi piani da fare…Il campanello era alto, dovevo lasciare la cartella in terra e alzarmi sulla punta dei piedi per raggiungerlo. Non c’era tempo mi precipitai sulla porta e picchiai con tutta la mia forza, con i pugni, con i piedi. Ma l’uomo mi aveva raggiunta e mentre mettevo tutte le mie energie nel picchiare i battenti di legno, sentivo la sua schifosa mano scostare le mie mutandine e le sue dita entrare nei miei glutei e dimenarsi là dentro, in quel posto sacro, vergognoso e sporco di cui non si parlava mai […] Mi faceva male, mi feriva con quel suo dito, mi mollò solo all’ultimo momento. Quando la porta si aprì quel porco era già per le scale, lontano.
[…] Dopotutto era soltanto un dito, non era un’arma […] il dito dell’estraneo, il temperino del fellagha, non mi potevano uccidere eppure ero terrorizzata dalla morte che portavano con sé. Quale morte?
[…] 
Paura di una certa morte, della morte che l’uomo infligge alla donna. […] Il temperino…il dito…la mia paura…la paura di mia madre…la paura delle altre donne…paura di una morte che non era quella fisica…

[…] Mi misi a pensare, come non avevo mai fatto prima, che cosa significasse realmente essere donne. Pensavo ai nostri corpi, il mio, quello di mia madre, quello delle altre. Tutte uguali, tutte con un buco. Appartenevo a quell'orda gigantesca di esseri forati alla mercè degli invasori. Non c’è niente per proteggere il mio buco, nessuna palpebra, nessuna bocca, nessuna narice, nessuno sportello, nessuno sfintere. Si nasconde in mezzo alla carne morbida che non ubbidisce alla mia volontà, che non è capace di difendersi spontaneamente.
[…] Paura essenziale, antica come l’umanità, inconsciamente, subita, dimenticata? Una paura che solo le donne possono sentire, solo loro possono capire, che si trasmettono istintivamente…

[…] Quale donna è in grado d’impedire alla sua creatura di scivolare fuori di lei, lacerandola? Quale donna può impedire a un uomo, che intende davvero farlo, di penetrarla e di deporre dentro di lei il suo seme estraneo? Nessuna.


[…] E’ stato all’esterno, per strada, nei negozi, in ufficio, a casa, che ho capito quello che significava avere una vagina, essere una donna. Finora non avevo mai messo in discussione il concetto di femminilità, questa qualità specifica di certi esseri umani con il seno, i capelli lunghi, il viso truccato, i vestiti e altre caratteristiche graziose e maliziose di cui si parlava poco o niente. Esseri che si muovevano tra i toni pastello, il rosa soprattutto, l’azzurro chiaro, il bianco, il lilla, il giallo, il verde-muschio. Persone il cui ruolo consiste nell’essere la serva del padrone, il riposo del guerriero, la mamma. Adornate, profumate, decorate come reliquari, fragili, preziose, delicate, illogiche, con cervelli da galline, disponibili, con il buco sempre aperto, sempre pronte a dare e ricevere. Era falso, io sapevo che cosa significava essere donna. Ero una di loro…

[…] Essere una donna: servire un uomo e amare i figli fino alla vecchiaia: finché non ti portano all’ospizio dove l’infermiera ti riceverà parlando come si parla ai bambini, agli scemi, ai rimbambiti: “Starà bene con noi la nonnina, non è vero nonnina?” E’ vero che nella vita della vecchia donna, è venuto spesso l’arcobaleno delle risate dei suoi figli, l’oro vecchio dell’amore, qualche volta il rosa della tenerezza. Ma più che altro c’è stato il rosso del suo sangue, il nero della sua fatica, il marrone cacca e il giallo piscia dei pannolini e delle mutande dei suoi piccoli e del suo uomo. E poi il grigio della stanchezza, il beige della rassegnazione.


[…] Soltanto ora mi rendevo conto che non avevo mai veramente letto un giornale, mai veramente ascoltato le notizie alla radio, che per me la guerra d’Algeria era stata una storia sentimentale, una triste storia di famiglia… E come mai? Perché non avevo alcun ruolo da svolgere in questa società nella quale ero nata e nella quale ero diventata pazza. Nessun altro ruolo se non quello di fare maschi per far andare avanti le guerre e i governi, e femmine che a loro volta avrebbero fatto figli maschi con i maschi. Trentasette anni di assoluta sottomissione. Trentasette anni passati ad accettare l’ineguaglianza e l’ingiustizia senza batter ciglia, senza nemmeno accorgersene.


[…] Un vuoto. Un grande vuoto. La necessità di riprendere le sedute in modo più regolare. Di nuovo un’ondata di collera nei confronti del piccolo dottore. “Sono uscita dal giogo del pensiero borghese per ricadere sotto un altro, quello dell’analisi. E’ la stessa cosa: un sistema che imprigiona la gente e di cui lei è uno dei carcerieri.” “Almeno ne è cosciente.” Aveva ragione quell’imbecille. Se non volevo andare da lui nessuno mi costringeva. Tutte queste storie di giustizia e ingiustizia, uguaglianza e ineguaglianza, toccava a me risolverle.


[…] Ti voglio bene. Si, ecco, ti voglio bene. Sono venuta qui apposta per dirtelo una volta per tutte… Ero contenta di tirar fuori questo: tre piccole parole messe insieme e represse migliaia di volte nel corso della mia vita. Si erano ammucchiate e avevano finito per formare una palla leggera che rimbalzava di qua, di là, nella mia testa fastidiosa, ingombrante, inafferrabile…