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Profondità del colore: 16 bit per canale
Risoluzione: 227 dpi
Scatti: eseguiti il 30 gennaio 2006
Numero di scatti: 1.145
Calcolo
CPU: 4 X AMD OpteronTM 885 Dual Core 64bit
RAM: 16 Gigabyte
Dischi: 1.8 Terabyte
Note tecniche: La salvaguardia dell'opera ha richiesto particolare cautela nell'illuminazione. Per questo motivo alcune aree di contorno dell'affresco risultano leggermente fuori fuoco.
Autore: Gaudenzio Ferrari
Soggetto: Storie della vita di Cristo
Datazione: 1513
Tecnica: affresco
Misure: 8 x 10,4 metri
Collocazione: Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Varallo Sesia (VC),
Le Storie della vita di Cristo sono state affrescate da Gaudenzio Ferrari nel 1513 sul tramezzo della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Varallo Sesia: da questo luogo parte il percorso devozionale di salita tra le cappelle del Sacro Monte. La parete, tipica della struttura delle chiese francescane dell'Osservanza, aveva la funzione di separare la zona del presbiterio, riservata ai frati, dalla zona dedicata alla preghiera dei fedeli. La costruzione della chiesa e dell'attiguo convento iniziarono nel 1486, quando Bernardino Caimi, vicario provinciale dell'ordine dei frati minori dell'Osservanza, diede avvio ai lavori per l'edificazione del complesso del Sacro Monte e la ristrutturazione degli edifici conventuali che si trovavano ai suoi piedi.
La parete con le Storie della vita di Cristo misura 8x10,4 metri. Nella parte inferiore si aprono tre grandi arcate, decorate a grottesche, che immettono alle cappelle e al presbiterio. Nei tondi laterali, a fianco degli archi, si possono leggere due importanti iscrizioni: a sinistra vi è la firma di Gaudenzio (1513-GAUDENTIUS FERRARIUS VALLIS SICCIDAE PINXIT), a destra invece le indicazioni sulla committenza (HOC OPUS IMPENSIS POPULI VARALLI AD CHRISTI GLORIAM). Nello spazio tra un arco e l'altro sono dipinti altri due tondi raffiguranti S. Francesco (a sinistra) e S. Bernardino da Siena (a destra), colonne della spiritualità francescana.
Al di sopra delle arcate si trovano narrate le Storie della vita di Cristo disposte in 21 riquadri dei quali il più imponente, grande quattro volte gli altri, è quello centrale della Crocifissione. Da sinistra verso destra, partendo dall'alto si possono ripercorrere gli episodi più importanti del Vangelo, dall'Annunciazione alla Resurrezione di Cristo. La volontà da parte dei francescani è quella di rendere partecipe chi guarda i dipinti del dramma che vi è rappresentato e tutto il complesso del Sacro Monte aveva appunto questo scopo: ricreare i luoghi della Terra Santa, affinché tutti potessero rivivere da protagonisti i fatti del Vangelo. Gaudenzio, qui come negli affreschi e nelle statue delle cappelle, è all'altezza del compito richiesto. Emerge infatti dalle Storie della vita di Cristo "la capacità di esprimere mirabilmente la maestà nelle cose divine e nei misteri della fede" (Giovan Paolo Lomazzo, allievo di Gaudenzio). Le scene sono pervase dalla volontà di rendere reali i personaggi e le loro emozioni, senza però esasperazioni. Uno sguardo sulla realtà dell'uomo, colto in tutta la sua umiltà, che Gaudenzio impara da Martino Spanzotti: questi a Ivrea aveva affrescato il tramezzo della chiesa di San Bernardino, in cui si può notare appunto questa "nobiltà umana, anziché umanistica" (Testori) dei personaggi che tanto colpì il pittore valsesiano.
Il grande Giovanni Testori scriveva a proposito della Crocifissione delle Grazie:
«Credo che proprio su questa Crocifissione, dove, per una più concreta verità scenica, alcune parti sono dipinte in aggetto, Gaudenzio puntasse per convincere, se mai ce n'era bisogno, i frati e i Fabbricieri ad accettare il suo progetto e a iniziar l'opera; come dicendo: "Vedete? Il gruppo delle donne non sembra già scultura? E gli scudi? E gli elmi? E le lance? Ma lassù, dietro le croci e tutt'intorno, metteremo i pastori, i signori, voi, gli amici, mi ci metterò io stesso, le madri, la valle intera; sempre che non sia stata l'opera medesima, con quell'appieno di sentimenti, a convincerli da sé...». Ed è appunto nelle cappelle del Sacro Monte, in particolare in quella della Crocifissione, che le figure di Gaudenzio prenderanno vita.
Gaudenzio Ferrari
Gaudenzio Ferrari nasce a Valduggia, in Valsesia, alla fine degli anni settanta del Quattrocento. Il legame del territorio valsesiano con il ducato di Milano risulta fondamentale per la formazione artistica del pittore. La prima opera attribuita a Gaudenzio è la tavola della Crocifissione conservata presso la Pinacoteca di Varallo Sesia, realizzata intorno al 1500. Si nota qui il legame con il maestro Stefano Scotti e con la cultura figurativa milanese. A Milano infatti entra in contatto con le opere di Bramantino ma soprattutto vede e studia i capolavori di Leonardo. L'ammirazione nei suoi confronti è tale che Gaudenzio, nel polittico della collegiata di Arona datato 1511, si firma "GAUDENTIUS VINCIUS". Nelle sue opere sono visibili diverse tracce dello studio dei disegni e delle opere di Leonardo, così come quello riservato alle incisioni di Dürer. Proprio nel polittico di Arona le soluzioni adottate da Gaudenzio per alcuni particolari, quali lo sfumato dei volti, le pieghe dei panneggi e la trasparenza dei colori, richiamano direttamente la tavola della Vergine delle Rocce del Louvre. Un viaggio a Roma compiuto dopo il 1505, completa la formazione di un artista molto recettivo e capace di fare proprie esperienze artistiche di diverso genere: nel centro Italia conosce le opere di Perugino, Signorelli, Bramante e Michelangelo, che entrano così a far parte del suo bagaglio culturale.
Ma la grande fortuna di Gaudenzio è legata soprattutto all'impresa della decorazione del Sacro Monte di Varallo Sesia, dove realizza sia gli affreschi che le statue delle cappelle. Nel 1507 affresca la cappella dell'Immacolata (oggi dedicata a S. Margherita da Cortona) nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ai piedi della collina e nel 1513 porta a termine la decorazione del tramezzo della medesima chiesa con gli affreschi delle Storie della vita di Cristo. Parallelamente ai lavori in Valsesia, Gaudenzio ottiene alcune importanti commissioni a Novara, dove nel 1514 dipinge il grande polittico per la basilica di San Gaudenzio, a Vercelli e Casale Monferrato. Uno dei suoi capolavori è certamente la decorazione della chiesa di San Cristoforo a Vercelli, ultimata nel 1534. Emerge la grande abilità compositiva di Gaudenzio, maturata dopo l'esperienza del Sacro Monte: qui infatti la pittura si intride "dell'inscindibile unità umana della scultura" (Giovanni Testori).
Negli anni trenta del Cinquecento Gaudenzio si riavvicina a Milano. Nella cupola del santuario di Saronno (1535-1536) sviluppa ulteriormente quel dialogo tra pittura e scultura già sperimentato con successo nelle cappelle di Varallo. Dopo questo impegno si stabilisce definitivamente a Milano dove, partecipando ai lavori della Fabbrica del Duomo, entrerà in contatto con grandi artisti e personalità del tempo. Il confronto con il gusto dei nuovi committenti e con le novità del manierismo internazionale di Giulio Romano, giunto a Milano nel 1541, porterà ad una svolta nel linguaggio gaudenziano. Le opere di questo periodo sono caratterizzate da composizioni elaborate, in cui emerge una certa teatralità nei gesti e nelle pose dei personaggi. Tra le più importanti opere realizzate negli ultimi anni a Milano, dove Gaudenzio muore nel 1546, ricordiamo i lavori eseguiti per la cappella della Confraternita di Santa Corona in Santa Maria delle Grazie, quelli per la cappella Visconti in Santa Maria della Pace e l'Ultima Cena nella chiesa di S. Maria della Passione.
Il progetto per la costruzione del Sacro Monte di Varallo Sesia prende avvio nel 1493 quando al vicario provinciale dell'ordine dei frati minori dell'Osservanza, Bernardino Caimi, vengono donati la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, il vicino convento e i terreni del monte. Caimi, al ritorno da un viaggio in Terra Santa, avvertì il desiderio di ricreare i luoghi da lui visitati per permettere a chiunque di poter essere protagonista dei fatti del Vangelo. Tale proposito era in linea con la predicazione dei frati francescani, i quali non esitavano a far uso di immagini per illustrare il Vangelo. Si spiegano così sia la parete di Santa Maria delle Grazie, affrescata da Gaudenzio con le
Storie della vita di Cristo, sia l'impresa del Sacro Monte: ambedue infatti, attraverso la rappresentazione di alcuni episodi salienti del Vangelo, aiutano i fedeli a comprendere e ad essere parte della storia della salvezza. Non solo spettatori quindi, ma anche attori. Originariamente le cappelle del Sacro Monte non erano chiuse da grate e cancelli come lo sono oggi: si poteva camminare in mezzo alle statue ed entrare così fisicamente a far parte della scena. Per questo gli uomini di Gaudenzio provengono da ogni strato sociale e da ogni fascia di età.
Quest'attenzione all'uomo, colto così com'è, nella sua semplicità e umiltà, è propria di tutta l'arte religiosa del Cinquecento. La volontà da parte di artisti e committenti è quella di coinvolgere lo spettatore sia dal punto di vista emotivo che affettivo. Gaudenzio pone così le basi per quella che sarà la pittura della Controriforma, che avrà nella Milano di San Carlo Borromeo uno dei suoi centri più importanti.
1.La vita quotidianaGaudenzio è molto attento a descrivere con cura ogni particolare dei luoghi in cui si svolge l'azione sacra. L'indagine si spinge a cogliere il diverso comportamento dei materiali quando sono colpiti dalla luce: segnaliamo l'ottone del candeliere dell'
Annunciazione, il metallo del contenitore per l'acqua nella
Lavanda dei Piedi e il vetro delle stoviglie nell'
Ultima Cena. Anche gli oggetti e le stoffe vengono raffigurati con il medesimo intento realistico.
2.La stella cometaNel riquadro dedicato all'
Adorazione dei Magi, facendo attenzione, si può scorgere nel cielo la stella cometa, realizzata in stucco e perciò leggermente in rilievo rispetto alla superficie pittorica.
3.Un gruppo di giovaniIl gruppo di giovani che raccoglie le palme per l'ingresso di Cristo a Gerusalemme è un esempio dell'abilità di Gaudenzio di rappresentare pose complesse e poco naturali. Colpisce soprattutto la perizia dimostrata nel dipingere il viso del ragazzo più in basso, totalmente rivolto verso l'alto, concentrato nel gesto di ricevere le fronde.
4.Le architettureIl viaggio a Roma e gli studi compiuti su Bramante imprimono caratteristiche salienti nella maniera gaudenziana di rappresentare l'architettura. Le ardite prospettive delle arcate, i particolari architettonici e decorativi, riecheggiano senza pretesa filologica, il gusto antiquario del tardo Umanesimo.
5.La naturaLa natura è rappresentata con grande attenzione. Particolarmente interessanti sono la siepe alle spalle di Erode e gli animali che compaiono qua e là nelle scene.
6.I voltiGaudenzio inserisce nella scene dei piccoli ritratti, volti che colpiscono per l'immediatezza e la forza penetrante dello sguardo. Vi si possono riconoscere gli influssi della pittura nordica e la volontà da parte dell'artista di attirare l'attenzione dello spettatore.
7.I due ladroniLa raffigurazione dei due ladroni dà prova dell'abilità di Gaudenzio nella resa degli stati d'animo. Nella scena che precede la
Crocifissione, il buon ladrone è dipinto in una posa statuaria, con lo sguardo fisso e assorto; al contrario l'altro ladrone non sembra darsi pace e si guarda intorno con disperazione. Nel riquadro successivo, la
Crocifissione, la situazione esplode: l'
animula del buon ladrone, rappresentata secondo le modalità della tradizione altomedievale, viene portata in Paradiso, mentre un diavolo tenta di afferrare il ladrone che non ha voluto pentirsi il quale, spaventato, si divincola per sfuggire alla presa.
8.L'autoritrattoLa tradizione vuole che Gaudenzio abbia lasciato un suo autoritratto nell'uomo che si trova, a destra, ai piedi della Croce con lo sguardo intensamente rivolto allo spettatore. L'uomo ha barba e lunghi capelli rossi e indossa il sanrocchino, un corto mantello usato anticamente dai pellegrini.
9.Il calvarioGaudenzio inserisce un piccolo cammeo realizzato a punta di pennello, alle spalle del gruppo della
Deposizione. Le sagome delle tre Croci e i corpi dei ladroni concludono la fuga dello sguardo dello spettatore verso il paesaggio. Un rappresentazione stilizzata, essenziale, talmente veloce nell'esecuzione da rendere visibili ancora i punti di stacco del pennello.
10.La firma e la dataSotto i riquadri delle
Storie di Cristo, alla destra degli archi che sorreggono la parete, è dipinto un tondo in cui possiamo leggere un'iscrizione con la firma e l'anno di conclusione degli affreschi: 1513-GAUDENTIUS FERRARIUS VALLIS SICCIDAE PINXIT.
I tramezzi affrescati: strumento per la predicazione francescana.
La presenza del tramezzo, quale divisorio tra lo spazio del popolo e quello dei frati, è tipica di un gruppo di chiese conventuali legate all'Osservanza francescana del Piemonte, della Lombardia e del Canton Ticino. Questo movimento di riforma nato all'interno dell'ordine dei francescani faceva capo a San Bernardino da Siena, che si impegnò attivamente per una seria riforma della vita comune all'interno dei conventi francescani, proponendo un ritorno all'umiltà e all'obbedienza di San Francesco. La struttura della chiesa ad aula unica con parete divisoria prende appunto il nome di "modulo bernardiano". Gli affreschi delle storie della vita di Cristo servivano per la predicazione dei frati, i quali utilizzavano le immagini per far comprendere maggiormente i loro discorsi e per stimolare il desiderio dell'imitatio Christi in chi li ascoltava. Non è un caso che le scene più rappresentate siano appunto quelle della Passione di Cristo: i fatti della Settimana Santa costituiscono il centro del Mistero dell'Incarnazione e pertanto erano l'oggetto principale e privilegiato della predicazione dei frati.
Uno sguardo innamorato all'opera di Gaudenzio: gli scritti di Giovanni Testori (scrittore, giornalista e critico d'arte; 1923-1993).
1.Il tramezzo di Gaudenzio
«Ecco la grande parete di Santa Maria delle Grazie; per la prima volta, dentro l'ampiezza della cultura, insorge la natura massiccia e popolare del pittore e il mondo che, a quella natura, compete di rappresentare; ed ecco apparire indicazioni precise e precisi riferimenti a quello che nella mente di Gaudenzio doveva essersi precisato, assai più dettagliatamente di prima, come il futuro Sacro Monte. [...] Messo di fronte all'impresa più vasta che fin lì gli era stata commessa, Gaudenzio sceglie, senza esitazioni, un modo di disporre arcaico; ancora non pienamente libero di far la regia per piani reali e non illusivi, egli preferisce riprendersi a una tradizione, diventata magari artigianale a paragone dei grandi avanzamenti dell'intelletto rinascimentale, ma nella quale avverte di poter trovare la chiave che lo immergerà nel pieno del discorso. Io credo che tale tradizione Gaudenzio l'abbia ripresa attraverso l'esempio che lo Spanzotti aveva dato ad Ivrea, ma lasciando che vi sottentrassero sensi e memorie più antiche; e, ad esempio, come ho sempre pensato, il moto diretto e l'accento drammatico dell'antico Jaquerio.
Una certa incongruenza tra il sapore d'antico che è nell'impostazione generale e le rimanenze intellettuali, molto più forti in alcuni riquadri che in altri, inducano a credere che l'esecuzione del ciclo non sia avvenuta d'un fiato; in tempi così decisivi per Gaudenzio qualche mese poteva bastare per mandare molto innanzi la situazione. [...]
Tuttavia quanto più cresce il pathos della vicenda, tanto più il moto prende e innerva le figure; e cioè dalla Cattura, che è un notturno incredibilmente presecentesco, all'Andata al Calvario, fino alla scena centrale della Crocifissione, dove Gaudenzio fa veramente la sua prima, grande prova di teatro popolare. Credo che proprio su questa Crocifissione, dove, per una più concreta verità scenica, alcune parti sono dipinte in aggetto, Gaudenzio puntasse per convincere, se mai ce n'era bisogno i frati e i Fabbricieri ad accettare il suo progetto e a iniziar l'opera; come dicendo: "Vedete? Il gruppo delle donne non sembra già scultura? E gli scudi? E gli elmi? E le lance? Ma lassù, dietro le croci e tutt'intorno, metteremo i pastori, i signori, voi, gli amici, mi ci metterò io stesso, le madri, la valle intera"; sempre che non sia stata l'opera medesima, con quell'appieno di sentimenti, a convincerli da sé».
Da Gaudenzio e il Sacro Monte, in Gaudenzio Ferrari, 1956, pp.27-29.
2.La Crocifissione di Gaudenzio: Sistina delle montagne
In questo capo d'opera, quale "punto di vista" egli ci mostra "Le cose; le figure; i visi; i bambini giocondi e bellissimi; i signorotti opimi; i cani; i cavalli; i cavalieri ; le madri; le ragazze ; i giovani; gli stendardi; le carni tenere, rosa; quelle tese e gonfie per troppa, vitale maturità; le barbe bianche; le capigliature così celesti, così "paradiso", da sembrar aureole... E tutto dato come nell'amplitudine d'un respiro che differenzia e accomuna. Cuori che battono; apprensioni; paure; ingorde alterigie; menti appannate dal troppo avere; spaventi; orrori; presagi; improvvise tristezze; malinconie. E quel riflettersi, in tutti, dell'agonia di chi muore e dello strazio di chi assiste. Un respiro; veramente. Ma che sale da oltre ogni tempo. Un tremito lontano che si tramanda di generazione in generazione. Gli anni d'un paese; le antichità di una valle; tempi e tempi di storia umana e dunque di sofferenza e di gioia, di letizia e di dolore. Tutto v'affiora come per una lievitazione secolare. Il pittore accarezza quest'antica materia. La porta, da quelle vetuste radici, a una giovinezza incredibile. Un miracolo. La primavera più ardente cresce così, e si diffonde, sul piano antico inverno. Le nubi bianche, gonfie e vaganti, sul limpido cielo della Valsesia. E quei giovani splendori che le trapassano, piangendo; urlando il loro dolore; accusando l'atto ingiusto e terribile che son chiamati a testimoniare, Quei verdi umili di rugiada. Quei bruni boschivi. Quei gialli, tra oro e paglia. E soprattutto quei rosa. Indicibile colore. Rosa in ogni umana gradazione; la più impercettibile; l'infinitesimale. Guance; fronti; palpebre; mani. Carne; ecco. Non più che così: carne. Ma a lungo conosciuta; infinitamente accarezzata ad amata. Carne sempre presente negli occhi e nel cuore del nostro grande Gaudenzio".
Da Elogio dell'arte novarese, 1962, p.23.
Produzione HAL9000 S.r.l. - Novara, Italy
Ideazione Agostino Temporelli Diocesi di Novara Ufficio dell'Inventario
Scatti fotografici Mauro Gavinelli, Vincenzo Mirarchi, Agostino Temporelli
Processing dell'immagine Mauro Gavinelli, Vincenzo Mirarchi, Luca Ponzio, Costanzo Zingrillo
Supercomputer Design Emilio Billi, Antonella Rubicco
Testi Alessandra Barberi, Annarita Merigo
Colonna sonora W.A. Mozart - Lacrimosa from Requiem Eseguita da Concertkoor Haarlem, Olanda www.concertkoorhaarlem.nl
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Ringraziamenti Luigi Arlunno & C. Alessandro Fabbri Enzio Malandra Carmen Nuzzolo Claudio Pasquino Davide Pisoni |
 Assessorato alla cultura e al turismo |
 Diocesi di Novara Ufficio dell'Inventario |