Autori scomodi/6
Nazionalista, militarista, figura sicuramente controversa. Ma che non può essere ridotta, come spesso è stato fatto, a macchina estetizzante. Nella sua opera lo scacco della parola rispetto alla realtà
Yukio Mishima, vita e morte di un samurai postmoderno
Flavio Santi
Liberazione 25 agosto 2006
«Il tuo modo contorto di pensare ti condannerà a diventare un prete cristiano o un comunista» (da L’età verde); «Una famiglia sospetta [... ] Traffico di droga o comunismo» (da Stella meravigliosa); «Il comunismo è inconciliabile con la cultura giapponese perché nega la figura imperiale» (da Sulla difesa della cultura, importante trattato ideologico). Con simili biglietti da visita Kimitake Hiraoka, in arte Yukio Mishima (da pronunciarsi Mishimà), ha da sempre suscitato perplessità a sinistra. Se si aggiunge l’ossessione militarista che lo portò a fondare il gruppo nazionalista paramilitare "Tate no kai" (Associazione degli scudi), il gioco è fatto. Non si può non vederlo come un oggetto non meglio identificato, in bilico tra diffidenza e morbosità. Eppure Mishima non è quella macchina celibe estetizzante che qualcuno ha creduto di scorgere, anche di recente all’uscita del secondo Meridiano Mondadori - soprattutto da sinistra.
Già Alberto Moravia negli anni Sessanta lo liquidava come un attardato D’Annunzio del Sol levante, ma Pasolini - con la solita lungimiranza radioricettiva - ne era affascinato e attratto. E in effetti se un corrispondente italiano si vuole trovare, questi sarà proprio Pasolini: stesso coefficiente di contraddizioni e scandali, stessa sofferente empatia con la realtà.
Ci sono scrittori i cui libri vanno letti come fossero tavolette del domino, uno dopo l’altro, uno a cozzo con l’altro, di fila, in una specie di febbre. E’ il caso di Mishima. Da Confessioni di una maschera, capolavoro di un enfant prodige ventiquattrenne, passando per le devastazioni, psiche e non solo, del Padiglione d’oro, fino al debordante e abissale Mare della fertilità, testamento letterario di un animo inquieto e sconcertato. Sconcertato da cosa? Da quello stesso sentimento che Pasolini così traduceva: «Realtà - irreale Qualcosa». E che Joseph Conrad scolpì in un assioma terribile: «Le parole, è noto, sono il grande nemico del reale». Come rendere, tradurre, descrivere, formalizzare il deep impact della realtà su di noi? L’impatto convulso, lancinante, idiota, grezzo del reale su di noi? Quella melassa vischiosa che è la realtà, il cui unico recettore, esclusiva cruna dell’ago, sono le parole? (ecco far capolino Wittgenstein: dal linguaggio non si può uscire). Se lo chiedeva un ventenne Mishima in una lettera al grande scrittore Kawabata: «Non è forse possibile riconoscere anche in letteratura l’esistenza di limiti alla vita e all’esperienza, limiti invalicabili e che sfuggono all’ambito dell’esperienza letteraria?». Certo, la morte. L’indescrivibile per eccellenza, ambitissima preda in quella caccia senza quartiere che è la scrittura. Quando il musicista Stockhausen afferma provocatoriamente che l’11 settembre è stata la più potente opera d’arte mai concepita, s’inerpica per quei sentieri irti e accidentati.
Morire è un’arte, diceva Sylvia Plath. Morire è lo sfondamento della quarta parete tra finzione e realtà: se imitare la vita è mimesi, imitare la morte non può che significare morire. La visione del vuoto - per usare l’espressione dello splendido saggio che Marguerite Yourcenar dedicò al giapponese - non può che portare al vuoto. Abisso chiama abisso. Alla luce di tutto ciò la morte di Mishima quella mattina del 25 novembre 1970, tra gli sbeffeggi finali della piccola folla adunata, assume il significato della disperazione più nera. Altro che seppuku rituale. Altro che richiamo all’autorità imperiale. Certo tutto sembra condurre lì: le foto di un Mishima in uniforme e hachimaki, la fascia rituale, la postura marziale, le sue ultime parole («Lunga vita alla Maestà imperiale»), le testimonianze dei giornalisti. Ma badare alla superficie delle cose, all’apparenza è l’inganno della cronaca, e la sua consolazione; in quella morte così maniacalmente recitata si legge invece tutta la disperazione dell’impossibilità di raccontare la morte se non diventando la morte, morendo. Se vogliamo tradurre la problematica in termini attuali di ricezione artistica: la morte come perfetta performance, come la più compiuta - perché non riproducibile una seconda volta - body art. Questa riflessione è il culmine di una serie di nodi che Mishima ha saputo anticipare con impressionante ricchezza di temi e di esiti. Anticipa le radiografie del cranio corroso dal tumore al cervello di Ketty La Rocca; anticipa la poetica gender di Derek Jarman; in breve anticipa ciò che oggi chiamiamo post-human o post-organico.
Per parafrasare Burroughs, Mishima è un virus venuto da un altro pianeta. Un alieno. E proprio di alieni parla l’opera più singolare, Stella meravigliosa, uscita a puntate nel 1962 sulla rivista "Shinco" e pubblicata in Italia da Neri Pozza nel 2000, ed esclusa (un vero peccato) dal Meridiano. Un’opera che risponde in pieno all’idea deleuziana di "letteratura minore", nel senso di uno sguardo dall’esterno sul mondo che si pretende di conoscere: il punto di vista è fornito dalla famiglia Osugi, i cui componenti provengono da vari pianeti del Sistema solare. Il capofamiglia è impegnato in una missione: diffondere la pace universale. Ma il suo proposito è vano dinanzi a un mondo egoista, votato esclusivamente alla sopraffazione e al guadagno. Mishima elabora una lucida critica della società moderna, imperniata sulla dittatura dell’oggetto e della televisione, con posizioni che anticipano il Baudrillard del Lo scambio simbolico e la morte: «L’interesse degli esseri umani per gli oggetti indica una necessità di salvare sé stessi dalla irreversibilità del tempo. Il dominio dell’uomo sulla materia presuppone inconsciamente la vittoria finale della materia stessa». Una grande trama postmoderna («è giunta l’epoca in cui la fantasia pare più lontana dalla follia di quanto lo sia la ragione»), con affondi di critica sessuale in puro stile Houellebecq («L’istinto sessuale è soltanto l’atto di spiare il crepuscolo del mondo da una fessura tra la riproduzione e l’annientamento»), passaggi di umanesimo scientifico degni di Pynchon («L’essere umano non riesce a dominare il tempo, perciò la sua idea di pace e di libertà è relativa e legata ai principi che regolano il tempo. L’irreversibilità del tempo è un elemento fatale, che rende estremamente difficili la pace e la libertà»), e spunti di satira geopolitica («I due leader mondiali [Kennedy e Chruscev] non auspicano affatto una distruzione totale, e questo è il pericolo maggiore. Poiché essi amano tutto e tutti, accadrà infallibilmente proprio ciò che essi non desiderano»), sul cui sfondo si staglia lei, "the thing", la bomba all’idrogeno. La sua descrizione è un pezzo da manuale di quella che sarà la letteratura del futuro, da DeLillo a Foster Wallace: «Essa [... ] è modernissima e intellettuale, ha un unico semplice obiettivo (la distruzione), e inoltre vive soltanto l’attimo presente, non appartiene né al passato né al futuro e, qualità ancor più essenziale, è bella ed effimera come un fuoco d’artificio. Non c’è immagine dell’uomo più ideale di questa. Il suo obiettivo è l’annientamento di sé e dell’altro...». Insospettabile Mishima, samurai della nostra modernità più estrema e bruciante.