L’albero, il Parco, noi tutti.


L’albero è una farfalla verde

un bambino vestito da arlecchino

una casa di foglie

un gigante buono

un amico.

L’albero è la felicità.



Le similitudini sull’albero sono tratte da Il libro dei mille alberi, realizzato da alunni di prima elementare durante le attività di animazione del libro organizzate dalla sezione ragazzi della Biblioteca di Monza


Una esigenza che gli abitanti delle città sentono con sempre maggior insistenza è quella del verde, tanto che questa dimensione è diventata uno dei criteri di valutazione dell’accettabilità di un progetto urbanistico, della qualità di vita di una città, di un territorio.

Si tratta di un bisogno acuto e struggente per l’uomo: l’albero era considerato dai primitivi il simbolo della vita che nasce, muore e risorge, l’immagine stessa dell’immortalità, il custode della vita.

Oggi l’albero sembra aver perso ai nostri occhi significati sacri, ma è rimasto il simbolo dell’armonia fra uomo e natura, condizione imprescindibile per tutelare il futuro del nostro pianeta.

L’uomo di oggi chiede agli alberi di aiutarlo a sopravvivere nella prigione di asfalto e cemento che si è costruita, spezzando quell’equilibrio fra natura e cultura che scorci di paesaggio naturale alle porte della città un tempo anche non lontano garantivano. La possibilità di posare l’occhio, di godere di quel paesaggio è andata perduta, soprattutto in aree come la nostra in cui il cemento e l’asfalto hanno divorato il suolo e si raggiungono e, in alcuni casi si superano, densità abitative fra gli 8.000 e i 6.500 abitanti per Kmq, pari a quelle di Singapore e di Hong Kong.

In attesa che si decida finalmente una politica di parchi, di salvaguardia delle aree agricole rimaste, di estensione e qualificazione del verde urbano dobbiamo difendere a tutti i costi le aree verdi che ancora ci sono. Potremmo prendere esempio da grandi metropoli devastate dal cemento come Tokyo e New York che hanno deciso di cambiare strada per tutelare la salute dei loro cittadini: Tokyo premia gli abitanti che recuperano spazi per piantare alberi, siepi, fiori e che riducono le emissioni inquinanti evitando condizionatori e contenendo il riscaldamento delle abitazioni; New York pianterà nei prossimi dieci anni un milione di alberi a partire da una zona del Bronx nella quale c’è un’alta incidenza di asma fra gli abitanti, per far passare una boccata d’aria fra il grigio dell’asfalto e del cemento.

Noi abbiamo la grande fortuna di aver avuto in eredità il Parco di Monza, 740 ettari di piante, siepi, corsi d’acqua, prati. Ancora oggi, malgrado le devastazioni che ha subito, è l’unica macchia di verde che resiste alla marea inesorabile del grigio: basta guardare una foto aerea o dal satellite (http://earth.google.com) del milanese per rendersene conto.

Oggi il grande cuore verde del Parco, fatto di alberi e di boschi, sta soffrendo. È un cuore, purtroppo, un po’ malato. In natura, nelle foreste, le malattie delle piante sono evento normale e quotidiano, mentre i boschi del Parco, essendo stati creati dall’uomo, hanno bisogno di manutenzioni e di cure. Uno dei problemi è rappresentato dalle malattie che affliggono alcune specie di alberi e, in alcuni casi – ad esempio per le querce – si tratta di una vera emergenza che, espandendosi, colpisce l’intero territorio.

Oggi è più difficile di ieri far sì che le piante resistano e crescano rigogliose: lo confermano gli esiti negativi di molte delle piantumazioni fatte dall’Amministrazione Parco in questi ultimi anni. Molte delle essenze ripiantumate al Roccolo grazie al concorso di Patagonia e nostro, e la quercia simbolo nel prato davanti a Villa Mirabello, voluta e finanziata soprattutto da bambini monzesi, sono morte e dovranno essere rimpiazzate da altre specie che si pensa possano resistere meglio ai sempre più aggressivi agenti patogeni e al clima mutato.


Tutto questo dovrebbe indurre tutti noi, a partire dai nostri amministratori, a comportamenti più responsabili nei confronti del patrimonio esistente, tutelando gli ambienti più fragili e riconvertendo a verde aree inutilizzate dalle concessioni esistenti, nel primario interesse dell’incremento della biodiversità.

Purtroppo i segnali che arrivano vanno in tutt’altra direzione:


Crediamo che, invece, bisognerebbe avere comportamenti più rispettosi e di salvaguardia del Parco, ad esempio:


I cittadini più sensibili e più responsabili verso la salute propria e dei propri figli devono essere i protagonisti di questo movimento di salvaguardia e di rivincita del verde sul grigio nel nostro territorio, a partire dal Parco, attraverso una partecipazione informata, consapevole, attiva.


Di noi tutti è la responsabilità di restituire alle prossime generazioni quel concetto di sacralità dell’ambiente che è in grado di ricucire lo strappo tra uomo e natura e di ridare un senso al futuro di noi tutti.















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Le malattie degli alberi del Parco: qualche esempio


Boschi e foreste vivono il naturale alternarsi delle stagioni della vita: gli alberi nascono, crescono, muoiono, schiantano a terra offrendosi quali cibo e riparo ad altri organismi, e lasciando il posto a giovani rincalzi. Malattie ed altri eventi naturali rappresentano gli strumenti che la selezione mette in campo per ridare nuovo vigore ed equilibrio a questi ambienti, e noi ci dovremmo limitare a guardare, ammirati, questo complesso rincorrersi degli eventi!

Nel Parco di Monza ricorrono però ragioni che rendono indispensabile, oggi come in altre precedenti occasioni, interrogarci e ad interrogare gli esperti sullo stato di salute del suo patrimonio arboreo, sollecitando opportuni interventi da parte dell’Amministrazione.

I boschi – o meglio, le vestigia delle selve medioevali che il Parco custodiva - sono oggi sempre più soffocati dall’opera dell’uomo, e come tali sempre meno in grado di far fronte all’attacco di parassiti.

La fruizione pubblica del Parco richiede inoltre massima attenzione nei confronti delle piante - soprattutto lungo viali e sentieri - che, indebolite dalle malattie e dalla cattiva conservazione dell’ambiente, accrescono il rischio di caduta minacciando la sicurezza dei visitatori.


Proponiamo, in forma di schede sintetiche, alcune delle principali patologie che hanno colpito negli ultimi anni le specie arboree del Parco di Monza e del territorio circostante, in alcuni casi con esiti drammatici. Alle vittime di parassiti esotici che già abbiamo conosciuto in passato (che hanno colpito platani, ippocastani, abeti), gravi minacce si aggiungono ora per aceri, carpini e querce, tra le più diffuse specie del nostro Parco e dei boschi planiziali.










Bostrico, il parassita degli abeti

La malattia si è diffusa a macchia d'olio nel Parco di Monza e nel resto della città a causa dell'attacco di particolari coleotteri parassiti altamente dannosi.




Come si chiama il parassita: Bostrico (Ips typographus)

Questi coleotteri in primavera attaccano, in momenti diversi, la pianta a partire dai germogli freschi per poi penetrare nel fusto e giungere all'alburno, lo strato dove scorre la linfa, alimento della pianta, provocando in situazioni favorevoli come la siccità, la morte di interi boschi.


Larva di bostrico


Come vive

Il Bostrico, lungo al massimo 3,5 mm, subentra all'azione iniziata da un altro insetto, il Coleottero Scolitide il quale agisce a livello dei germogli indebolendo la pianta e predisponendola così all'attacco del Bostrico che conclude "l'opera" per mezzo delle femmine che depongono le uova fino a tre volte a stagione dando così origine a varie generazioni sorelle. Quando le uova si schiudono, il coleottero si presenta allo stadio di larva che dopo 30-40 giorni si trasforma in pupa. Lo stadio di pupa dura circa 10-15 giorni e poi la pupa si trasforma in insetto adulto; a questo punto, gli insetti sfarfallano, colonizzano purtroppo, altre piante, e se la stagione è favorevole, questo ciclo si ripete per 2 o 3 volte con risultati devastanti. Il risultato è una moltitudine di coleotteri che sopravvive a spese dell’abete rosso.


Quali sono i danni

Questi minuscoli coleotteri scavano una fitta rete di gallerie appena sotto la

corteccia bloccando il trasporto di acqua e di sali minerali dalle radici alle foglie e della linfa elaborata dalle foglie alle radici.

Il caldo e la siccità hanno favorito la diffusione del Bostrico. Il caldo estremo spinge diversi alberi a liberarsi delle foglie o degli aghi, per limitare la perdita d'acqua. Particolarmente difficile è la situazione dell'abete rosso, talmente indebolito dalla penuria di umidità da essere facilmente attaccabile dal Bostrico. Alcuni alberi entrano in una specie di letargo: le foglie cadono, ma i germogli rimangono intatti. Non è quindi escluso che in autunno ricompaiano le foglie, se cadrà abbastanza pioggia e le temperature non si faranno troppo rigide. Per le piante la situazione si fa drammatica perché alcuni insetti vanno a nozze con il clima caldo e secco e si riproducono a dismisura.

Gallerie scavate dal bostrico


Ecco quindi come conseguenza una moria di abeti a causa del Bostrico, mentre normalmente una pianta non indebolita non ha difficoltà a parare gli attacchi di questo coleottero.



Come si combatte

Attualmente sono in fase di studio metodi efficaci di lotta contro questi parassiti dell’abete rosso. Il metodo a cui ci si affida al momento è il taglio autunnale delle foreste attaccate, al quale segue la distruzione tempestiva (fuoco) di tutto il materiale prodotto, in questo modo vengono eliminati i soggetti svernanti e si blocca l'accrescimento delle popolazioni di coleotteri Scolitidi.

La densità delle popolazioni di Bostrico, negli scorsi anni ancora basse, è quindi in aumento. Lo sgombero degli alberi a terra, se possibile, contribuirà a rallentare lo sviluppo delle popolazioni di Bostrico. Un grosso problema è rappresentato dal trasporto del legname danneggiato, in quanto il Bostrico è stato osservato anche su tronchi già accatastati.

La minatrice fogliare degli ippocastani

Da oltre dieci anni, gli ippocastani subiscono attacchi all’apparato fogliare da parte di un piccolo lepidottero.




Come si chiama il parassita: Cameraria ohridella

E´ un Lepidottero minatore fogliare proveniente dalla repubblica di Macedonia.

Adulto di Cameraria


Arrivato in Italia all’inizio degli anni ´90, è attualmente diffuso in tutte le regioni centro-settentrionali. Infesta esclusivamente l´ippocastano, in particolare quello a fiori bianchi; le varietà di ippocastano a fiori rossi risultano in genere meno colpite.

Le larve producono delle gallerie il cui sviluppo può interessare ampie porzioni del lembo fogliare. In caso di forti attacchi la confluenza di numerose mine può portare al completo disseccamento della lamina fogliare. La perdita di funzionalità delle foglie, per riduzione dell’attività fotosintetica, può provocare anche un’anticipata filloptosi estiva, seguita, a volte, da una parziale seconda fioritura, che crea ulteriori scompensi alla fisiologia dei soggetti colpiti.


Come vive

Gli adulti sono farfalline lunghe pochi millimetri, di colore bruno e caratteristiche striature bianco-argentee sulle ali. Compaiono in maggio e prima di ogni ovideposizione si concentrano in gran numero sui tronchi, invadendo anche abitazioni, esercizi commerciali e manufatti posti in prossimità degli alberi infestati.

Le femmine depongono uova isolate sulla pagina superiore delle foglie; da queste sgusciano le larve che scavano all’interno delle foglie delle gallerie (mine) lunghe fino a 4 cm.. In caso di forti attacchi più mine confluiscono fra loro e la foglia dissecca e cade precocemente.

In autunno, nelle foglie cadute a terra, si trovano le crisalidi. Nella primavera successiva sfarfallano gli adulti. Le femmine depongono sulle foglie nuove. Si susseguono diverse generazioni. Nel 1999, a Bologna sono state osservate quattro generazioni complete.



Quali sono i danni

I danni sono limitati esclusivamente alle piante di ippocastano e sono provocati dall’attività delle larve a carico delle foglie. Le mine fogliari sono i segni caratteristici dell’infestazione: osservando la foglia in controluce, sono riconoscibili i contorni della mina, la larva e i suoi escrementi.

Foglia di ippocastano minata


Le infestazioni interessano in un primo tempo la parte più bassa della chioma, per poi diffondersi alle foglie più alte con il passare delle generazioni. In presenza di forti attacchi di Cameraria ohridella si possono osservare diverse decine di mine per foglia. In queste condizioni l´albero può arrivare alla completa defogliazione già nei mesi di luglio - agosto e talvolta si può verificare una seconda fioritura a fine estate-inizio autunno. Infestazioni ripetute negli anni riducono lo sviluppo vegetativo degli ippocastani e ne compromettono la vitalità.

L´insetto non rappresenta un pericolo per altre specie vegetali e per l´uomo.


Come si combatte

Per il controllo di Cameraria ohridella possono essere attuate diverse strategie che, se opportunamente integrate tra loro, sono in grado di fornire risultati soddisfacenti.
Entro la fine dell’inverno è importante raccogliere e distruggere le foglie cadute a terra all’interno delle quali svernano le crisalidi del lepidottero. Questo intervento può certamente contribuire a limitare le infestazioni della successiva stagione vegetativa.

In primavera si può monitorare il volo degli adulti utilizzando le trappole con il feromone specifico per Cameraria ohridella.

In futuro, con il graduale aumento degli insetti antagonisti, è ipotizzabile un controllo naturale dell’insetto, come è avvenuto per altri microlepidotteri accidentalmente introdotti nel nostro Paese. Esistono infatti numerose specie di parassitoidi (soprattutto Imenotteri Eulofidi, Icneumonidi e Braconidi) che vivono a spese delle larve e delle crisalidi di Cameraria ohridella.

Per non ostacolare l´azione degli antagonisti naturali, si dovrà ricorrere alla lotta chimica contro il fillominatore solo in casi eccezionali, e comunque non tutti gli anni.


Anoplophora chinensis: un serio problema

per la Lombardia

Un nuovo pericolo per le piante dei nostri giardini sta imponendosi con l’espansione dell’Anoplophora chinensis. Si tratta di un coleottero cerambicide di origine asiatica ritrovato per la prima volta in Italia proprio nel territorio lombardo, nei comuni di Parabiago, Legnano, San Vittore Olona e Saronno.




Come si chiama il parassita: Anoplophora chinensis

Coleottero di origine asiatica, si sviluppa principalmente a spese di Aceri, Faggi, Carpini, Betulle, Platani, Rose, Noccioli, Meli, Peri, Lagerstroemie e non attacca invece le conifere.

Anoplophora chinensis, adulto


Il danno più rilevante è causato dalle larve che scavano lunghe gallerie all’interno del legno compromettendo di conseguenza la vitalità e la stabilità delle piante. Non causa danni diretti all’uomo in quanto è legato solo ed esclusivamente ai vegetali.

L’adulto è di colore nero con macchie bianche sul dorso, misura 2,5/3,5 cm e possiede caratteristiche antenne molto lunghe. L’intero ciclo di sviluppo si compie in uno o due anni che trascorre prevalentemente sotto forma di larva all’interno delle piante.


Come vive

L’adulto: è di colore nero con macchie bianche sulle elitre. Il maschio supera i 25 mm di lunghezza e la femmina i 35 mm; le antenne, molto lunghe, misurano da 30 a 70 mm e sono di colore nero alternato al bianco. Entrambi i sessi sono dotati di buona capacità di volo e di diffusione.

La larva è apoda, di colore bianco crema con capo brunastro leggermente appiattito, a maturità può raggiungere i 45-55 mm di lunghezza.

L’uovo: raggiunge i 5 mm di lunghezza; è di forma ovoidale. Di colore bianco-crema appena deposto, successivamente vira gradualmente verso una colorazione giallo-brunastra

Anoplophora chinensis compie l’intero ciclo uovo-adulto in uno, oppure, due anni. In Italia settentrionale lo sfarfallamento avviene dall’inizio di giugno alla fine di agosto. Gli adulti si alimentano a spese della corteccia dei getti dell’anno delle piante ospiti.

La femmina, dopo essersi nutrita, ovidepone in prossimità del colletto e sulle radici affioranti. Con le mandibole incide la corteccia e vi inserisce un singolo uovo. Ogni esemplare è in grado di deporre oltre settanta uova.

Le larve scavano gallerie di alimentazione nel legno delle radici e del fusto; inizialmente le gallerie sono superficiali, in seguito si approfondiscono. L’attività trofica viene interrotta nei mesi più freddi per riprendere a marzo.


Quali sono i danni

Le larve si alimentano del legno nella parte basale della pianta oltre che nelle

Anoplophora chinensis, larva


radici. Questo determina un indebolimento strutturale dei vegetali attaccati con il possibile, conseguente, schianto o troncamento.

I fori di sfarfallamento hanno un diametro di circa 2 cm e sono perfettamente circolari.

Essi rappresentano anche una potenziale via di ingresso di patogeni. I sintomi esterni sono costituiti dalla rosura delle larve, dai fori di sfarfallamento e dal disseccamento dei rametti apicali in seguito alle erosioni di alimentazione degli adulti.


Come si combatte

La specie è considerata da quarantena dalla normativa fitosanitaria vigente: (D. M. del 19/8/2005 n° 214 e Direttiva 2002/89/CE).

Il controllo di questo xilofago risulta di notevole difficoltà per diversi motivi: il numero elevato di latifoglie su cui può svilupparsi, la limitata efficacia degli agenti di controllo naturali e la difficoltà a rilevarne la presenza.

Per quanto riguarda la difesa chimica, attualmente le sperimentazioni effettuate in diversi Paesi hanno dato risultati poco soddisfacenti. Per conseguire l’eradicazione dell’insetto è quindi indispensabile l’estirpazione delle piante colpite, come è avvenuto in Olanda ed in Francia.

In Lombardia la lotta contro questo insetto è obbligatoria ai sensi del Decreto Regionale n° 5704 del 23/05/2006”, il quale prescrive, allo scopo di eradicare e di contenere l'espansione di A. chinensis, che tutte le piante che sul territorio lombardo mostrano sintomi di presenza dell'insetto sotto forma di incisioni di ovideposizione, rosure di alimentazione delle larve, fori di sfarfallamento degli adulti, danni da alimentazione sui germogli, devono essere abbattute e distrutte secondo le procedure ivi indicate.

Processionaria della quercia

Salita alla ribalta delle cronache monzesi solo la scorsa estate, già nelle primavere 2000 e 2001 in gran parte del Parco del Ticino e in alcuni comuni della Brianza si segnalavano gravi infestazioni di questo lepidottero defogliatore. Ghiotto di foglie di quercia, soprattutto Farnia, la processionaria è provvista, nella sua fase larvale, di peli urticanti che rappresentano un problema igienico-sanitario di importanza superiore a quello causato dalla processionaria del pino.




Come si chiama il parassita: processionaria della quercia, Thaumetopoea processionaea L.


La processionaria della quercia è una farfalla appartenente allo stesso genere della processionaria del pino. Le larve si nutrono in primavera-estate su querce a foglia caduca e sono provviste di peli urticanti che possono provocare fenomeni irritativi anche gravi nell’uomo e negli animali domestici.


Come vive

Larve di processionaria

L’insetto sverna come larva all’interno delle uova, deposte in placche mimetiche sulla corteccia di giovani rametti delle querce. Le larve o bruchi nascono in primavera in coincidenza con l’emissione delle nuove foglie che vengono attaccate e divorate ancor prima di essere completamente distese.

Le larve si muovono in lunghe file e costruiscono sui tronchi e all’ascella dei rami principali delle piante infestate vistosi ricoveri a forma di sacco che prendono il nome di “nidi” e possono superare la lunghezza di 1 m. Le larve si trasformano in crisalidi all’interno di questi nidi da cui fuoriescono le farfalle in un periodo compreso tra luglio e settembre a seconda degli ambienti.

Quali sono i danni

Dato il loro comportamento gregario, che si manifesta fin dalla nascita, le larve si spostano in colonne formate da più file appaiate. Le larve giovani si rinvengono raggruppate anche di giorno su getti e foglioline. In caso di forti infestazioni si possono osservare lunghe colonne di larve su tronchi e rami a formare veri e propri manicotti che avvolgono le piante quasi come una pelliccia grigiastra.

Gli attacchi della Processionaria della quercia possono essere inizialmente confusi con quelli di altri lepidotteri defogliatori, ma a partire dall’inizio dell’estate risultano ben individuabili i caratteristici nidi a forma di sacco.

Analogamente alla Processionaria del pino le larve di Processionaria della quercia portano sul dorso migliaia di minuscoli peli urticanti conformati come un arpione.

Peli urticanti visti al microscopio

Queste strutture possono causare effetti nocivi su persone e animali e in occasione di forti infestazioni rendere inagibili interi comprensori boschivi creando problemi anche in centri abitati prossimi alle zone colpite. Bisogna inoltre tenere presente che i nidi possono conservare per più di un anno le esuvie con i peli urticanti che le larve abbandonano ad ogni muta e con la trasformazione in crisalidi.


Come si combatte

Inizio primavera (fine aprile-prima metà di maggio) Larve delle prime 2 età prive di peli urticanti

Trattamento delle piante con prodotti per la lotta microbiologica a base di Bacillus thuringiensis varietà kurstaki (Btk) da effettuarsi a cura di personale munito di idonei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), impiegando atomizzatori a spalla o montati su automezzi per irrorare completamente le chiome delle piante.

Non è necessario prendere altre precauzioni in quanto le larve che cadono al suolo non risultano pericolose e non sono ancora stati formati i nidi definitivi nei quali si accumulano i peli urticanti.


Dalla metà di maggio agli inizi di luglio

Sono ancora possibili interventi con prodotti a base di Btk ma, con il procedere della stagione e il passaggio delle larve verso le ultime età, è necessario evitare per alcuni giorni di avvicinarsi alle piante trattate in quanto anche il contatto con le larve morte causa problemi di ordine igienico-sanitario. Nei casi più gravi, nei quali è necessario intervenire tardivamente su singole piante fortemente infestate, si possono utilizzare prodotti di sintesi, ricorrendo a personale specializzato dotato dei necessari DPI: in tali casi a distanza di alcuni giorni dall’intervento sarebbe bene procedere alla ripulitura dei tronchi con getti d’acqua a pressione.

Qualora non si sia riusciti a intervenire in primavera, la presenza di nidi estivi sui tronchi e sui rami principali richiede la rimozione di questi ricoveri e delle esuvie del lepidottero, mediante interventi di personale specializzato opportunamente protetto e addestrato.


Estate - autunno

Anche dopo che le larve si sono trasformate prima in crisalidi e poi in farfalle, i vecchi nidi contengono comunque peli urticanti, perciò – in particolare quando siano presenti alla base o su rami bassi di piante situate vicino ad abitazioni o in aree frequentate – è consigliabile la loro asportazione ricorrendo ad operatori addestrati e muniti dei necessari Dispositivi di Protezione Individuale.


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