Paolo Viola
Oligarchie
Una storia orale dell’Università di Palermo
Donzelli Editore, 2005
L’ultimo libro di Paolo Viola presenta una considerevole gamma di nozioni e spunti di riflessione che, partendo dall’esperienza fatta dallo storico all’Università di Palermo (dal 1991 alla morte, avvenuta nel novembre del 2005) e dalle vicende dello stesso Ateneo siciliano, sono estremamente utili per una ricerca puntuale circa gli sviluppi delle oligarchie accademiche nel nostro Paese. L’autore risolve preventivamente i dubbi di ogni eventuale lettore, spiegando, innanzi tutto, le motivazioni alla base dell’espressione “storia orale”. Si tratta di una analisi basata su interviste effettuate dallo stesso Viola e dai suoi collaboratori. Quindi, fonti non scritte. La relazione doveva costituire il saggio finale di una serie celebrativa, coordinata dal prof. Francesco Renda, di tre dedicati alle vicende dell’Università di Palermo dalla sua fondazione agli ultimi decenni del Novecento. Si tratta pertanto di un originalissimo stimolo per lo studio di paradigmi interpretativi e topoi del sistema universitario italiano, partendo dall’esperienza di uno dei più antichi atenei “primari” d’Italia (quelli con le tutte e quattro facoltà: medicina, teologia, lettere, xx).
Sono cinque gli assunti fondamentali che Viola, nell’Introduzione, dichiara essere alla base della sua ricerca sulle “oligarchie” nelle università italiane. Prima fra tutte, la chiusura culturale, caratteristica dirimente dell’epoca precedente alle mobilitazioni del 1968. Essa è produttrice dei riflessi corporativi nella classe docente, fautori, a loro volta, della chiusura verso influssi culturali esterni all’area italiana. Tale chiusura non ha consentito alle Università del Paese di farsi protagoniste delle “grandi trasformazioni” sociali e politiche successive al boom economico degli anni Cinquanta del Novecento, nel senso di divenire istituti di alta formazione e ricerca d’avanguardia per far emergere sempre più un Paese che, da poverissimo, diventava ricchissimo e consumista. La relativa apertura mentale degli apparati accademici veniva dalle relazioni di potere individuali curate, anche a livello internazionale, dai singoli docenti, cui l’ordinamento legislativo conferiva la piena titolarità dell’istituto monocattedra, da cui dipendevano figure come tecnici, assistenti, incaricati. Da ciò si evidenzia come le oligarchie hanno saputo assumere uno sleale individualismo che, alla lunga, ha danneggiato le Università. Altra caratteristica basilare delle oligarchie accademiche italiane, il “gattopardismo”. Sarà una parte emblematica dei capitoli successivi, ma, nell’Introduzione, all’autore basta accennare il passo relativo de Il Gattopardo, ossia la frase “se vogliamo che tutto rimanga com’è, c’è bisogno che tutto cambi”, pronunciata da un giovane aristocratico nella Sicilia appena liberata dai Mille di Garibaldi, per esprimere la permanenza di rapporti di potere sempre uguali entro le mura delle Accademie d’Italia.
Secondo connotato tipico, lo stretto rapporto fra la docenza universitaria, la società civile, la politica. L’Università, infatti, è elemento centrale per la riproduzione delle specializzazioni sotto la gestione di una casta capace di cooptarne i suoi membri proprio tramite gli Atenei, istituti primari per i locali tessuti socioeconomici. Quindi, la cooptazione, motore riproduttivo dell’oligarchia corporativa. La cooptazione porta però ad una casta eterogenea, in cui sovente emerge la conflittualità fra i “poli” indicati dall’antropologo sociale Pierre Bordieu in “Homo Academicus”, polo “mondano” (aree umanistiche e scientifiche, basate sulla speculazione teorica) e polo “tecnico-scientifico” (aree giuridiche, economiche, ingegneristiche, basate sulla scienza applicata). La conflittualità la si può notare anche nei differenti comportamenti di interi gruppi di docenti in relazioni a eventi rilevanti delle società in cui gli Atenei sono inseriti; a titolo esemplificativo, un intero capitolo è dedicato al periodo della Primavera di Palermo (1990-’92) e a personaggi come Leoluca Orlando, già docente dell’Ateneo, poi sindaco per la Democrazia Cristiana, da cui uscì per fondare il movimento civico, legalitario, antimafia “La Rete”.
Gli altri tre aspetti della ricerca del Viola interessano, invece, il suo stesso modus operandi e consentono al lettore di apprendere in pieno le chiavi interpretative di base dell’autore. Lo storico, infatti, parla del suo coinvolgimento in relazione all’oggetto della ricerca: egli stesso è arrivato a Palermo da Pisa durante la Primavera, è stato preside della facoltà di Lettere dal 1996 al 1999, assistendo alle prime fratture dell’oligarchia, con l’inserimento in Senato Accademico dei primi rappresentanti studenteschi, protagonisti del travagliato risveglio civico della società palermitana dei primi anni Novanta. Ancora, l’uso della fonte orale, suggestiva ed abbondante a causa dell’incuria con cui è trattato l’Archivio dell’Ateneo palermitano, utile a distanziare l’oggetto della trattazione storica dalla semplice narrazione memoriale. Ultima scelta, la voluta arbitrarietà connaturata alla fonte orale: Viola si rifiuta di scrivere basandosi sulle sole fonti scritte, che raccontano solo ciò che, nell’ottica dello scrivente, è degno d’essere narrato a norma del senso comune.
Alcuni dei temi di maggior rilievo che trovano trattazione entro l’opera è quello della rappresentanza studentesca, la quale, nel primo Novecento, esclusa l’epoca fascista, è affidata a organizzazioni di carattere goliardico. Mentre, infatti, i Gruppi Universitari Fascisti mantenevano un duplice atteggiamento corporativo (stretto legame con l’operato del Senato Accademico) e anticonformista (sprazzi di antiborghesismo tipici dei Fasci della prima ora), garantendo servizi agli studenti (dispense, accoglienza alle matricole, feste), associazioni palermitane come la “Corda Fratres” si propongono come agenzie apartitiche di contestazione goliardica, finanziate dall’Università, ma con un proprio carattere corporativo e settario. Su queste basi, la Corda combatté sia la germinazione di una Accademia di massa, sia l’innalzamento delle tasse universitarie. Questo tipo di rappresentanza, spensierata, qualunquista, antipolitica, viene a cadere negli anni Cinquanta nel Meridione, mentre già al Centro e al Nord si erano affermate organizzazioni semipartitiche, come l’Intesa (democristiana) e l’Unione Goliardica (liberaldemocratica, socialista, comunista), che entrarono a far parte dei primi “parlamentini” (precursori degli odierni Consigli degli Studenti) al fine di garantire confronti di merito politico coi vertici degli Atenei. Tali associazioni espressero le prime forti rivendicazioni in relazione al Diritto allo Studio (la contrarietà agli Istituti mono-cattedra, controllo studentesco sui bilanci, centri stampa per dispense, case dello studente) che furono alla base delle richieste dei Movimenti Studenteschi sorti col 1968.
Circoli e club di docenti e intellettuali hanno mostrato, nel XIX e nel XX secolo, una straordinaria simbiosi con le Accademie: privati, d’elite, senza responsabilità istituzionali, tuttavia capaci di aperture mentali inconsuete per la docenza dell’epoca. Erano i luoghi deputati alla copertura della corporazione: l’esempio citato è quello di Vito Fazio All Meyer, portavoce di Gentile a Palermo (poi iscritto al PCI), che coprì i propri colleghi che non avevano compiuto il giuramento di fedeltà al Fascismo. Talvolta i circoli organizzavano anche i “perfezionamenti post lauream” (corrispondenti agli odierni dottorati di ricerca) e, durante il Ventennio, garantivano una limitata libertà di scelte intellettuali: vi erano i club cattolici, liberali, fascisti. In particolare, i primi vedevano una notevole partecipazione degli alti ecclesiastici (a Palermo, il cardinale arcivescovo Lavitrano) e contribuirono alla defascistizzazione dell’Università dopo l’8 settembre insieme agli Am-professori. Si trattava di docenti nominati dall’AmGOT, l’amministrazione militare angloamericana del Meridione, al fine di promuovere “valori democratici” entro l’Università, equamente ripartiti fra cattolici, liberali e socialisti (a Palermo, il solo comunista fu il prof. Giuseppe Montalbano). Le loro nomine, a carattere straordinario, furono poi confermate tramite concorsi, ma si trattava dei primi casi di docenti prescelti “per acclarata fama” (di antifascismo, ndr). Si trattava del 25% dei 60 docenti presenti a Palermo fra il 1943 e il 1945, simboli di una defascistizzazione imposta “dall’alto”, vittime di una strenua difesa corporativa da parte del corpo docente. Uniche eccezioni, le facoltà di Giurisprudenza, che, con la Repubblica, approfondiscono i propri legami col mondo politico, anche al costo della rinunzia alla propria autonomia didattica e gestionale.
Il gattopardismo. Il riciclo servile e corporativo dei ceti dirigenti, che rafforzano gli elementi di continuità ai vertici dell’autorità col fine di salvaguardare intatte le relazioni di potere esistenti e i relativi vantaggi, specie nei momenti traumatici di passaggio fra momenti storici (l’Unità d’Italia, il Fascismo, la Repubblica). “Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli affari nostri!”. Il gattopardismo si lega strettamente all’individualismo della docenza; è contrario a vincoli solidali; è una strategia vincente nel breve periodo, perdente nel medio e lungo raggio. La sua consistenza effettiva implica l’allontanamento dai meccanismi di potere in via di rottura e il contemporaneo agganciamento al servizio dei nuovi equilibri, per riproporre spregiudicatamente la propria abilità di comando. Porta a fedeltà politiche individuali, che sono, paradossalmente, le migliori leve per rompere l’equilibrata oligarchia della docenza. La fragilità del sistema non garantisce la tenuta delle istituzioni, ma garantisce un uso immediato e diretto del potere (il legame fra le oligarchie “gattopardiane” dei baroni siciliani col Crispi ne è l’esempio evidente nella storia). La docenza, in tale contesto, si propone come classe dirigente senza identità, con eccessiva fiducia nei rapporti personali e patologica sfiducia nell’agire collettivo. Tale sfiducia porta inevitabilmente a dissipare le pur ricche risorse umane espresse dal sistema Paese. Nel corso dei decenni, infatti, l’Università ha perso il suo ruolo di protagonista ed è divenuta ingranaggio subalterno al potere politico nella distribuzione del potere stesso. È la storia delle facoltà di Agraria e Giurisprudenza palermitane, legate alla DC di Salvo Lima e Vito Ciancimino tramite figure come i professori Restivo e La Loggia, protagoniste delle consulenze tecniche per la Regione Autonoma Siciliana nel corso della fallita Riforma Agraria intrapresa dai governi De Gasperi (“il cambiamento fu governato perché cambiasse il meno possibile”, P. Viola). In ciò, si manifesta il prestigioso ruolo delle facoltà giuridiche, che vincono la sfida tecnica della “governabilità” prestando le proprie menti ai governi e usando le proprie competenze legali come efficaci mediatrici fra interessi contrastanti. Si segnala, in particolare, il capitolo VI del testo del Viola, che indica le modalità di ottenimento di finanziamenti da parte della docenza: base di tutto, la discrezionalità dei rapporti fra Facoltà, Senati Accademici, Ministero, garantita dall’esiguità del numero dei docenti. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta l’Università viene usata come base del consenso: alla perdita di effettivo prestigio, alla mancanza di reale capacità formativa si somma la moltiplicazione dei rapporti privati, specie verso il Partito di governo, la Democrazia Cristiana. La docenza viene considerata alla stregua della Pubblica Amministrazione; in particolare, in Sicilia, la Regione fruiva dell’Accademia come scuola di formazione nei settori dell’edilizia, della promozione turistica, delle dirigenze amministrative e garantiva ad essa i finanziamenti del Banco di Sicilia, della Cassa di Risparmio, dell’Ente per la Riforma Agraria. In cambio, l’Università poneva i propri docenti alla testa di tali enti e promuoveva la permanenza di cattedre finanziate ad hoc e di inutili centri di spesa, come il Centro di Fisica Nucleare della Sicilia e il Comitato Regionale delle Ricerche Nucleari.
Le catene gerarchiche interne. Il percorso di Paolo Viola attraversa con interessanti aneddoti le modifiche normative apportate dallo Stato alle gerarchie interne della docenza universitaria. Modifiche incapaci, a suo parere, di modificare appieno i rapporti di potere entro l’Accademica. L’autore, quindi, espone le difficoltà dei giovani che intendevano diventare assistenti del docente, prima del ’68 pieno titolare dell’Istituto mono-cattedra, dal quale dipendevano tecnici, impiegati e docenti “incaricati”. Il parere del docente era estremamente rilevante per garantire la libera docenza agli assistenti o agli incaricati, così come il rapporto personale di fiducia e la considerazione psicologica della distanza gerarchica nel rapporto di potere. Parimenti, risultava relativa la garanzia di equità dei concorsi. Le figure tecniche e di servizio (i “bidelli”) erano i veri mediatori informali dell’Ateneo, fiduciari di studenti (per le firme di frequenza) e docenti (per l’assistenza logistica). Inevitabili, in un tale contesto, gli stretti rapporti parentali, le raccomandazioni, l’assenza delle garanzie giuridiche formali. Esempio eclatante, l’assenza di un verbale durante le sedute del Senato Accademico fino agli anni Novanta: il vertice politico dell’Ateneo era semplice notaio delle decisioni delle facoltà, dei passaggi fra Ministero, Regione, Enti, Istituti. L’assenza di discussioni politiche, la mancanza totale di strumenti come la pubblicazione dei verbali, la registrazione delle sedute, la semplice registrazione delle delibere, portano il Viola a vedere i vertici delle Università come vere e proprie “cupole”. Strutture di decisione informali ma reali, come la Massoneria (laica) e l’Opus Dei (cattolica). La prima era legata ai bidelli, ai docenti di umili origini, ad alcuni dirigenti sindacali della CGIL; la seconda, che poggiava sulle strutture della Chiesa Cattolica, disponeva di una maggiore capacità espansiva, tramite le forme di proselitismo dirette ai giovani. Il tutto in un contesto legato e controllato dal sistema politico e dai “club informali” capaci di controllarla. La DC degli anni Cinquanta, la P2 degli anni Settanta e Ottanta, il CAF dei primissimi anni Novanta.